»
n
e 3 fa. é
DIZIONARIO
DI ERUDIZIONE
STORICO-ECCLESIASTICA
DA S. PIETRO SliNO Al NOSTRI GIORNI
S ]^ E C I A L U ENTE INTORNO
Al PRINCIPALI SANTI, BEATI, MARTIRI, PADRI_, AI SOMMI PONTEFICI, CARDINALI
E PIÙ CELEBRI SCRITTORI ECCLESIASTICI, AI VARIl GRADI DELLA GERARCHIA
DELLA CHIESA CATTOLICA, ALLE CITTA PATRIARCALI, ARCIVESCOVILI E
VESCOVILI, AGLI SCISMI, ALLE ERESIE, AI CONCILII , ALLE FESTE PlÙ SOLENNI,
AI RITI, ALLE CEREMONIE SACRE, ALLE CAPPELLE PAPALI, CARDINALIZIE E
PRELATIZIE, AGLI ORDINI RELIGIOSI, MILITARI, EQUESTRI ED OSPITALIERI, NON
CHE ALLA CORTE E CURIA ROMANA ED ALLA FAMIGLIA PONTIFICIA, EC. EC. EC.
COMPILAZIONE
DI GAETANO MORONI ROMANO
Pr.lMO \UJTANTE DI CAMERA DI SUA SANTITÀ
GREGORIO XVI.
VOL. X.
IN VENEZIA
I) A T. L A TIPOGRAFIA EMILIANA
MDCCCXLl.
DIZIONARIO
DI ERUDIZIONE
STORICO-ECCLESIASTICA
C
CAR
§ VI. Altre notizie sui Cardinali.
I. Prerogative, preeminenze ^ e
privilegi. II. Cariche, qualifiche che
esercitano, e Cardinali palatini.
III. Titoli onorifici. IV. Precedenze
nel sagro Collegio. V. Insegne, di-
stinzioni, e vesti usuali e sacre.
VI. Rendite. VII. Deposti, ed esclusi
dalla pontificia elezione. Vili. Car-
dinali celebri. IX. Esequie.
I. JL rerogative , preeminenze, e
privilegi. Oltre quanto in questo
articolo superiormente si è detto
sulla sublime dignità Cardinalizia,
e di tutt'altro che riguarda sì emi-
nente grado, massime nella Chiesa
universale, di cui sono prineipi e
senatori, ed oltre ciò, che si dice
ne' rispettivi articoli del Dizionario
su questo medesimo argomento, ac-
cenneremo le cose principali relative.
Diversi autori, e fra gli altri l'an-
nalista Baronio, all'anno 882, dicono
che il Sommo Pontefice Giovanni
CAR
VIII romano, fu il primo che pub-
blicò i diritti, e le preeminenze dei
Cardinali della santa romana Chiesa.
Leggiamo presso l'altro annalista Ri-
naldi, all'anno i225, la costituzione
di Onorio III , emanata in Rieti
a' 20 novembre, nella quale pub-
blicò rigorose pene contro quelli,
che in qualche modo offendessero,
ovvero oltraggiassero i Cardinali del-
la Chiesa romana, dichiarandoli rei
di lesa maestà, perpetuamente infa-
mi e banditi; ed applicati i loro
beni al fisco, nel caso che ostilmente
perseguitassero un Cardinale, 1' im-
prigionassero, o lo percuotessero, con
altre pene simili a' loro complici e
fautori , restando tutti soggetti alla
scomunica, dalla quale non potes-
sero essere assoluti, che dal solo
romano Pontefice, o da chi ne ri-
cevesse da lui commissione. Bonifa-
cio VIII, mentre voleva castigare i
Cardinali Jacopo e Pietro Colonna
per aver cospirato contro la Chiesa,
per contenere tutti a venerare e
rispettare la dignità Cardinalizia,
6 CAR
nel 1298, pubblicò una costituzione
simile a quella di Onorio III, ove
al capo Felicìs recordationis, 5. De
poetiìs in 6, fulminò le censure ec-
clesiastiche contro quelli, che con
sacrilego attentato ardissero offendere
i CardinaH. A causa poi dell'atten-
tato contro il Cardinal s. Cailo
Borromeo, il Pontefice s. Pio V,
colla costituzione 98, lufelicis sce-
cnli, de' 1 9 dicembre 1569, rinnovò
il decreto di Bonifacio Vili contro
quelli, che ardissero macchinare insi-
die alla vita de' Cardinali, estendendo
le pene medesime, imposte ai rei di
lesa maestà, a quelli ancora, che
in qualche maniera sapessero gli
autori del delitto da commettersi , o
già commesso, e non lo rivelassero.
Gregorio XI, nel iSyS, come
riporta il Burlo nella sua vita, vie-
tò che i patriarchi, arcivescovi, e
vescovi potessero portare avanti la
croce in presenza de' Cardinali, che
fossero legati, o nunzi della San-
ta Sede. Leone X, con una bolla
de' 16 maggio i5i6, accordò ai
Cardinali l'esenzione dalle decime,
e nel concilio generale XVII che
celebrò, determinò, chela casa, fa-
miglia, tavola ed arredi de' Cardi-
nali dovessero essere specchio di
modestia e di moderazione, e che
solamente i loro famigliari in attua-
lità di servigio godessero l* immu-
nità ecclesiastica. Per la bolla di
Paolo IV, de' 28 maggio i5^5 ,
detta comunemente del Compatto,
i Cardinali erano esenti dalla pre-
venzione del Papa nella collazione
de' benefizi , eh* essi facevano come
ordinari, sia ch'essi li conferissero
soli, che unitamente ai capitoli, per
la clausola, tani conjunctim, quam
divisim , locchè veniva accordato
dipoi dagli articoH, e dalle conven-
zioni fatte tra i Cardinali riuniti in
CAR
conclave nella sede vacante; ma
Innocenzo VI, appena eletto nel
i352, cassò tutte le leggi, che i
Cardinali aveano stabilito in concla-
ve, come contrarie al pontificio di-
ritto, locchè descrive anco 1' abbate
Gusta, della condotta della Chiesa
cattolica nella elezione del suo capo
visibile j Venezia 1799, a pag. 147-
Tuttavolta Innocenzo Vili, creato
a* 29 agosto 1484» confermò i ca-
pitoli, che tutti i Cardinali aveano
giurato di osservare, nel caso che
uno di loro fosse eletto Papa; uso
precedentemente pure praticato nel
conclave, in cui fu innalzato al pon-
tificato Paolo li , nel i464- In
esso i sacri elettori stabilirono di-
ciotto leggi, che riporta il Quirini,
Vindiciae Pauli II, pag. 22, per
la buona amministrazione del pon-
tificato, y. Natale Alessandro, Hist.
Eccles. tom. VIII, cap. I, art. 8.
I capitoH del conclave d' Innocenzo
Vili sono riferiti dal Burcardo,
allora maestro delle cerimonie, pres-
so il Rinaldi all'anno i484j "• ^9
e 3o, e sono i seguenti.
I. Che si dessero dalla camera
apostolica ogni mese cento scudi
d' oro a que' Cardinali, che non ne
avessero quattromila di benefizi .
2. Che non si potesse procedere
contro di essi senza il consenso dei
tre Cardinali prescelti da ciascuno
dei tre ordini, né si desse contro
di loro sentenza, senonchè secondo la
costituzione di Papa Silvestro l, il
quale, essendo interrogato nel con-
cilio romano del 824 quanti testi-
moni fossero necessari per condan-
nare gli ecclesiastici, rispose che per
condannare un prete Cardinale non
vi volevano meno di quarantadue
testimoni, e per condannare un dia-
cono Cardinale ve ne volevano ven-
tidue, come riporta l'Amati. 3. Che
CAR
fossero fi*anchi da ogni gravezza. 4-
Che toccasse ad essi il provvedere
i benefizi delle chiese, che ognuno
di loro possedeva. 5. Che ninno de-
gli stessi Cardinali fosse punito con
censure ecclesiastiche , se così non
ordinassero i canoni. 6. Che il fu-
turo Pontefice fosse obbligato a da-
re per soldo a' soldati contro il
turco le rendite delle allumiere in
difesa de' cristiani , e in provvedere
con esse i nobili esiliati , e cacciati
dagl' infedeli. 7. Che non potesse
andare colla curia, e corte romana
fuori d'Italia, se non col consenso
di due parti de' Cardinali. 8. Che
non potesse alienale i beni della
Chiesa, intorno alla qual cosa s. Pio
V emanò poscia la celebre bolla
Àdmonet nosj su cui debbono giu-
rare i Cardinali nel ricevere il cap-
pello rosso , e nell' entrare in con-
clave. 9. Che non potessero deporre
alcun prelato per le istanze de' prin-
cipi, se non fosse convinto di esser
colpevole d' un qualche misfatto.
IO. Che non promovesse al Cardi-
nalato, se non persone ragguarde-
voli per virtù e dignità. Qui però
rammentiamo, che il sunnominato
Innocenzo VI avea stabilito non po-
tersi l'autorità pontificale per veru-
na ragione restringere dai Cardina-
li in conclave, e in qualunque tem-
po della sede vacante, ne aver altro
diritto i Cardinali, che di dare al
mondo cattolico il padre e pastore,
e ai dominii della Chiesa, il so-
vrano. Ciò non pertanto, tali capi-
toli si continuarono a fare, per cui
il citato Burcardo, ne' Conclavi dei
Pontefici Romani j a p. 2 1 6, ripor^:a
i capitoli sottoscritti dai Cardinali
nel 1559 nella sede vacante di Pa-
pa Paolo IV, per farli giurare e os-
servare al Pontefice futuro, leggen-
dosi, a pag. 218, la formula del
CAR 7
giuramento. Anzi nel continuatore
del Burcardo, nel conclave del i6o5
per r elezione di Leone XI a pag.
45 r, si legge, che dai Cardinali
furono sottoscritte !e capitolazioni ,
in aumento della dignità e autorità
Cardinali/ia.
I Cardinali godono il privilegio
degli altari portatili , e possono in
conseguenza aver cappelle domesti-
che [Fedi), e quindi far celebrare
la messa nelle loro stesse camere in
tempo di malattia; e nei viaggi non
solo possono celebrare sull'altare por-
tatile prima dell'aurora , e dopo il
mezzodì, ma possono dare autorità
di celebrar la messa ai propri cap-
pellani. Pompeo Sarnelli, nelle Let-
tere Ecclesiastiche j tomo Vili lette-
ra XXXV, afferma che i Cardinali
non solo godono l' indulto di eleg-
gersi il confessore non approvato dal-
l'Ordinario, ma anco pei loro fami-
gliari. Intorno a ciò leggasi l' A ndreuc-
ci. Prima del conciho tridentino, i
Cardinali potevano conferire la pri-
ma tonsura, e gli ordini minori nel-
le chiese titolari, il quale indulto fu
revocato dal concilio, sebbene gra-
vissimi dottori sostengano non in-
tendersi revocato per riguardo ai
propri famigliari. E conferma tale
opinione il Barbosa, con una deci-
sione rotale de' 3 dicembre i582.
I Cardinali dell'ordine de' preti, e
dell' ordine de' diaconi godono giu-
risdizione quasi episcopale nelle loro
chiese titolari. Al Cardinale religio-
so è permesso di essere padrino e
compare nel battesimo, cosa vietata
a' monaci pei motivi, che accenna lo
stesso Barbosa, i quali però non deb-
bono considerarsi pei Cardinali, giac-
che evvi r esempio che quando san
Gregorio I era diacono Cardinale,
tenne al sacro fonte un figlio del-
l'imperatore Maurizio. Certo è pe-
8 CAR
rò, che i Cardinali diaconi per am-
ministrare il sacramento del batte-
simo, e quello del matrimonio, per
Testir monache, e per celebrare la
messa in pubblico se sacerdoti, han-
no bisogno della pontifìcia autoriz-
zazione. Anzi riporta il Macri, No-
tizia de* vocaboli ecclesiastici j de
Cardinalibus 3 che Urbano IV a-
veva ordinato, che niun Cardina-
le potes.se usare le insegne Cardi-
nahzie, ne intervenire alle consulte
e congregazioni, e godere le entra-
te ecclesiastiche, prima di essere sa-
cerdote, lib. I, episL 37.
Tutti i CardinaU hanno diritto
di assistere ai concistori, alle Cap-
pelle Papali, alle processioni, ed al-
tre sagre funzioni Pontificie e Car-
dinalizie. F. Cappelle Pontificie, e
Cardinalizie. Inoltre i Cardinali in
Italia non solo andavano esenti dal-
le decime, ma eziandio dalle gabel-
le, e da ogni carico ordinario e
straordinario. Nel pontificato di Cle-
mente X, il Cardinal camerlengo
privò i Cardinali del privilegio del-
l' esenzione delle gabelle, ma il Pa-
pa glielo restituì. Oggidì non lo go-
dono più, ma invece hanno per
compenso cento scudi annui. Nel
i565. Pio IV proibì con una co-
stituzione, poi confermata da Gre-
gorio XIII, che i palazzi de' Cardi-
nali servissero di asilo ai delinquen-
ti e malfattori. Urbano Vili, nel
palazzo vaticano, istituì l'archivio
de' Cardinali, per loro uso in con-
clave coU'autorità della bolla. Ad-
monet nos cura pastoralis officii^
emanata nel 1625, decimo octavo
kal. januarii.
Durante il conclave medesimo e
nella sede vacante , fa le veci del
segretario di stato , il prelato se-
gretario del sagro Collegio (Vedi).
Oltre il segretario, ed altri ministri.
CAR
il senato apostolico ha il camerlen-
go , ed ogni anno per turno un
Cardinale diviene camerlengo del
sagro Collegio (Fedi). Questo Car-
dinal camerlengo del sagro Colle-
gio è l'amministratore delle sue ren-
dite, e furono stabilite meglio le sue
ingerenze nel pontificato di Leone
X, giacché più remota è la sua
origine, leggendosi in Cardclla 71/e-
morie storiche de* Cardinali tomo
li, p. i53, che Guglielmo Curti,
Court, o Novelli, creato Cardinale
nel i338 da Benedetto XII in A-
vignone , divenne camerlengo del
sagro Collegio, come rilevasi dal li-
bro delle obbligazioni dell'archivio
vaticano, avendo equivocato chi lo
annoverò tra i Cardinali camerlen-
ghi di santa romana Chiesa. Oltre
quanto dicemmo del camerlengo del
sagro Collegio al citato suo artico-
lo, non riuscirà discaro, che qui si
aggiunga, come dalle costituzioni
del sagro Collegio, approvate da
Paolo III nel i546, e stampate in
Roma nel i833, si ricavi, che se i
Cardinali assenti da Roma, gl'in-
fermi, o i vecchi vogliono dispen-
sarsi da questo ufficio, è in loro li-
bertà, e allora viene creato in ca-
merlengo quel Cardinale, che lo se-
gue per anzianità di ordine e di
creazione. Quando poi il Cardinal
camerlengo vuole esentarsi da Ro-
ma, ovvero si ammala, può egli
surrogare un altro Cardinale a sua
scelta. Se il Cardinal camerlengo
muore prima che finisca l' anno ,
deve essere surrogato in luogo di
lui quel Cardinale, che lo segue im-
mediatamente; e la messa cantata
per le di lui esequie, deve esser
celebrata da quel Cardinale cui
tocca secondo il turno annuale del-
le cappelle , giacche il Cardinale
successore in questo camerlengalp.
CAR
entra nella carica solo nel primo
concistoro, mediante la consegna ,
che il Papa fa a lui della borsa.
Ma il regnante Pontefice nella mor-
te del Cardinal Gamberini, che ces-
sò di vivere a ij aprile 1841, di-
spensò il Cardinal Giustiniani , il
quale veniva dopo di lui ( e che
è pure camerlengo di santa romana
Chiesa) dall' attendere il consueto
concistoro, autorizzandolo ad eserci-
tare l'uffizio. È poi da sapersi, che
il Cardinal camerlengo del sagro
Collegio, il quale in tal modo suc-
cede al defonto, non viene pregiu-
dicato nel turno, cui deve fare nel
seguente anno , secondo il metodo
da noi descritto al nominalo arti-
colo.
Fino agli ultimi tempi, i Cardi-
nali godevano dal palazzo apostolico
la così detta parte di pane e vino, es-
sendo considerati quai contij^iui com-
mensali del Papa ; ma sul declinare del
secolo, decorso, cessarono per le vicende
dei tempi tali somministrazioni , il cui
quantitativo si legge nei ruoli dello
stesso palazzo. Sotto s. Pio V, i Car-
dinali nominavano per cedola uno o
due famigliari al novello Pontefice;
ed eletto, nel i566, quel Papa ne no-
minarono diversi, come chirurghi, ca-
merieri, palafrenieri, scudieri, individui
della scuderia, un cappellano, un aiu-
tante di camera. Così l'ambasciatore di
Portogallo nominò un medico, quel-
lo di Spagna un cameriere e un
palafreniere, e quello dell' imperato-
re un cameriere, ed un sotto came-
riere. In progresso all' elezione del
nuovo Papa nominarono vm fami-
gliare, e per solito il più antico di
livrea, a percepire la quota di cento
scudi, che pagavasi dal palazzo aposto-
lico , ed ora i primi dodici Cardinali,
oltre r eletto Papa, nominano il più
antico de' loro domestici per la piaz-
CAR 9
za di palafreniere pontificio, la quale
sogliono cedere ad altro soggetto ido-
neo , ed approvato da monsignor
maggiordomo per la somma di cir-
ca cinquecento scudi ; e vivente il
Pontefice , nominano alle vacanze
que' Cardinali, che non aveano eser-
citato tal privilegio. Ma di questo
argomento si tratta all'articolo Fa-
miglia de' Cardinali.
Lungo sarebbe parlare di tutte
le prerogative, preeminenze, e pri-
vilegi de' Cardinali , di alcuni dei
quali si parlerà ne' seguenti numeri,
e si fa menzione agli articoli rela-
tivi. /^. Piati, De Cardi ria lìbusj Sy-
nopsis praecipuavum praecmìnentia-
riinij et prwilegiorum Sanctae Ro-
manae Ècclesiae Cardinalium.
II. Cariche e qualifiche^ che eser-
citano i Cardinalij e Cardinali
palatini.
Le tre patriarcali basiliche di Ro-
ma , di s. Giovanni , di s. Pietro ,
e di s. Maria Maggiore hanno per
arcipreti altrettanti Cardinali. Inoltre
i Cardinali occupano le seguenti cari-
che, cioè di vicario di Roma ; peniten-
ziere maggiore ; camerlengo di santa
Chiesa, il quale è pure arcicancel-
liere dell' università Pvomana ; can-
celliere, e vice-cancelliere di s. Chie-
sa; legati apostolici delle legazioni
di Velletri, che è sempre il Cardi-
nal decano, di Bologna, di Ferrara,
di Forlì, di Ravenna, e di Urbino
e Pesaro ; prefetti delle congrega-
zioni Cardinalizie, meno quelle del-
l'inquisizione, della visita apostolica,
e della concistoriale , la cui prefet-
tura suole ritenersi il Papa, ma
la prima ha un Cardinale per se-
gretario, mentre le congregazioni del-
l' esame de' vescovi, e degli affari ec-
clesiastici straordinarii non hanno
IO CAR
prefetto considerandosi per tale lo
slesso Pontefice. Tutti i Cardinali
poi, anche assenti da Roma in ser-
vigio della santa Sede ec, sono
membri delle congregazioni Cardi-
nalizie, il cui numero e relative
notizie si riportano a quegli arti-
coli , delle quali congregazioni non
ne hanno meno di quattro, asse-
gnala loro dal Papa, dopo che ha
aperta la bocca a* medesimi Cardi-
nali. In progresso suole accrescerle
secondo i meriti , onde non vengo-
no conferite a quei Cardinali , che
non si sono recati a Roma a pren-
dere il cappello Cardinalizio, e nep-
pure a que' Cardinali , a cui per
tratto di specialissima onorificenza
viene spedito il cappello nel luogo
ove risiedono.
Inoltre ai Cardinali spettano le
cariche di visitatori apostolici di luo-
ghi pii, come ospedali, ospizi, con-
serva torii, ec, di bibliotecario di s.
Chiesa, di presidente della congre-
gazione della revisione de' conti , e
di presidente della commissione dei
sussidii, e dell'ospizio della Madon-
na degli angeli alle terme Diocle-
ziane, nonché di presidenti del con-
siglio supremo camerale. Ad un Car-
dinale il Papa assegna pure il gran
priorato in Roma dell' Ordine ge-
rosolimitano. Tutte le menzionate
cariche vacano soltanto per rinun-
zia, per promozione e per morte,
seppure non disponga altrimenti il
sovrano Pontefice. Talvolta i Car-
dinali esercitano cariche prelatizie
col titolo di prOy come di tesoriere,
governatore di Roma, ec.
I Cardinali palatini, cui suole eleg-
gere ogni nuovo Papa, a meno che
non confermi alcuno di quelli del
suo predecessore, sono il datario, il
segretario di stato, il segretario per
gli affiiri di stato interni, il segre-
CAR
tarlo de' memoriali , e il segretario
de'hrevi Pontificii. Quest'ultimo però
gode tale ufllcio a vita. Come prima-
rii famigliari del Sommo Pontefice
(siccome prima tali cariche veniva-
no esercitate dai prelati ) negli an-
tichi ruoli del palazzo apostolico e-
rano registrati nella distinta classe
de' camerieri segreti partecipanti, e
perciò al pari di loro avevano scu-
di quarantacinque il mese, e la par-
te di pane, vino e altre cose; ma
nella distribuzione degli emolumenti
de'camerieri segreti partecipanti, ora
ne gode il solo segretario de' memo-
riali. Quando vi sono Cardinali ni-
poti, sono considerati fra i Cardinali
palatini. Così se il prelato uditore
del Papa fosse elevato alla porpora,
e rimanesse nel palazzo apostolico
colla qualità di pro-uditore, sareb-
be considerato Cardinale palatino. I
Cardinali palatini hanno dal Ponte-
fice le udienze (Vedi) più frequen-
ti degli altri Cardinali, stante la
qualità degli affari, che sono lo-
ro affidati . Tanto i Cardinali pa-
latini , che le loro segreterie, e fa-
miglie hanno residenza ed abitazio-
ne nei palazzi apostolici ; e le fami-
glie godono di particolari propine
nelle ricorrenze di agosto, e Natale,
e per altre circostanze. I Cardinali
palatini sono invitali, e intervengo-
no in abito Cardinalizio, quando il
Papa assiste nella basilica vaticana
alla messa, che si canta dal Cardi-
nal arciprete per la dedicazione del-
la chiesa, quando in essa si espone
il ss. Sagramento in forma di qua-
rant'ore, e quando si celebrano le
esequie de' Pontefici defimti nella
cappella del coro. Così intervengono
pure nel giorno, in cui il Papa dà, nel
cortile del Quirinale, l'apostolica be-
nedizione all' arcicon fraternità del ss.
nome di Maria, ed in altre funzio-
CAR
ni, come di consacrazione di vesco-
vi, ec. Di tutte le cariclie, dogli uffi-
zi , e delle qualificlie Cardinalizie
accennate in questo numero, si par-
la a' relativi articoli.
Aggiungiamo poi, che nel ponti-
ficato di s. Gregorio 11, eletto nel-
l'anno 7 1 5, essendosi già accresciu-
ti i diaconi Cardinali regionari, dal
numero di sette, a quello di quat-
tordici, egli ne aggiunse quattro col
nome di palatini, per assistere sem-
pre al Pontefice nella basilica di s.
Giovanni in Laterano, nell' atto che
celebrava ; quindi incominciò il no-
me dei Cardinali diaconi palatini,
come fra gli altri si osserva dal Yit-
torelli apitd Ciacconiiun in vita s.
Higynii. Il Pagi ci fa sapere che,
nel i4^o, i Cardinali diaconi erano
giunti al numero di diciannove, e
tanti il Panvinio assicura che fos-
sero nel i54^ sotto Paolo III. Pio
IV li portò di poi al numero di
venticinque, ma si ridussero in se-
guito a ventuno, finche Sisto V ,
nel i585, li stabilì, secondo il nu-
mero anteriore a Gregorio II, cioè
a quattordici.
III. Titoli onorifici.
Ne' paragrafi precedenti si è det-
to con quali denominazioni fossero
onorati i Cardinali di s. Chiesa. Qui
aggiungiamo, che vennero qualifica-
ti siccome « partecipi delle chiavi
" pontificie, proceri del clero, basi
»» del tempio di Dio, luminari chia-
w rissimi della Chiesa, che vegliano
» per le anime dei popoli, e colon-
»> ne della Chiesa medesima". Vuoi-
si, che l' imperatore Costantino de-
corasse col seguente diploma i Car-
dinaU di Roma: » Decretiamo, che
« gli uomini chierici reverendissimi,
« i quali in diversi ordini servono
CAR . ir
j' la sacrosanta romana Chiesa, go-
» dano e per singolarità, e per po-
»i tenza e per dignità di quel col-
*» mo, della cui gloria è ornato il
« nostro amplissimo senato, dichia-
» riamocioè ch'eglino sieno patrizi
*> e consoli, e vengano alties'i deco-
« rati con tutte le altre dignità im-
» periali ", come riporta il Tama-
gna t. I. p, 2 11. Quindi s. Pier
Damiani chiamò i Cardinali Sena-
tori di tutto il mondo, e senatori
ancora di tutta la Chiesa^ ed an-
co il Muratori, Rer. Ital. tom. I.
p. II. pag. 540, dice, che a' tempi
di Alessandro III i Cardinali veni-
vano denominati senatori. Clemente
IV dichiarò presidi, e proconsoli i
Cardinali legati a latere, e il gran
Pio II chiamò i Cardinali Senatori
di Roma.
Il titolo di Doniinuf: fu dato as-
sai per tempo a' Cardinali, per cui
il detto s. Pier Damiani scrisse Do-
mino Hildeprando, chiamandolo dile-
ctissifue frater et domine. Il Garam-
pi nel Sigillo della Garfagnana^ p.
6^, dice che si dava il solo titolo
di Domini, o Domni ai Cardinali;
indi soggiunge l' istruzione data da
un canonista della curia Romana
al tempo di Gregorio IX, del 1227,
riguardo ai titoli onorifici, che dare
doveansi ai Cardinali, nei libelli del-
le petizioni, nelle cause ecclesiasti-
che. Egli adunque cosi ne insegna
le formule : Corani vobis Pater san-
cte, si es corani Domino Papa. Si
es coram domino Cardinali, dices
sic: Coram vobis, venerande Pater
T. tituli s. Sahinae presbyter Car-
dinalisj et sic si es coram presby-
teris Cardinalibus. Si coram diaco-
nibus dicas sic : Corani vohis ve-
nerande pater, domine Otto s. Ni-
colai in Carcere Tulliano diacone
Cardinalis. Diaconi Gardinales non
12 CAR
liabent titulum presbytcrl sic. Si
corani episcopis, dices sic: Corani
vobh venerande Pater, domine Sa-
bìniensisj domine Ostiensi s et sic,
sì coram episcopis Caidinalibus ,
supprimes et nomen iituli et no-
men Cardinalis; et procedes sic:
Coram vobis venerande pater ,
partibiis a domino Papa audito-
re concesso , praeponit Lauren-
tius procurator capitali roloma-
gensisj quod ecclesia rotomagensi
vacante, etc. In appresso o si ag-
giunse anche quello di reverendi j
e ne' libri de' conti del sagro Col-
legio, da Bonifacio Vili fino a Gre-
gorio XI, il quale mori nel 1378,
furono detti reverendi patres et do-
mini, indi si cominciò a stabilire
frequentemente il reverendissimus pa-
ter et domiìius, che si continuò nel
XIV e XV secolo.
Eletto Papa Adriano VI , a' 9
gennaio i522, benché assente dal
conclave , siccome dimorante nella
Spagna , il sagro Collegio gli spedi
il decreto di sua esaltazione; onde
nella lettera responsiva, che inviò in
Roma a' Cardinali, e che leggesi nel
tomo I del Cinelli, in data dell'ul-
timo febbraio , si sottoscrisse con
questa formula : Reverendissimarum
Doni, vestraruni amicus et confra-
ter, etelectus Ponlifex romanus. Di-
poi Sisto V decretò la pena di sco-
munica , se i Cardinali ricevessero
ed aprissero lettere colla direzione
di semplice Cardinale, senza i titoli
d' illustrissimo , e reverendissimo ,
dovendole subito lacerare. Dopo che
Clemente VIII assolvette solenne-
mente Enrico IV re di Francia,
nel 1595, dice il Bercastel, Histoire
de VEglise, toni. XIX, p. 56 1, quel
monarca diede il titolo di cugini ai
Cardinali, che fino allora dai re di
Francia avevano ricevuto soltanto
CAB
quello di Caro amico. V, THenault
txtW Abregé de la France.
Urbano Vili, nel i63o, accrebbe
le preeminenze de'Cardinali, e diede
loro il titolo di eminenza, ed emi-
nentissimo {ì^edi), in vece di quello
di signore illustrissimo , che davasi
ancora a diversi principi d' Italia ,
avanti che loro si attribuisse il ti-
tolo di altezza; proibendo a' Cardi-
nali di ricevere altri titoli, a meno
che fosse loro dato dalle teste coro-
nate. Quindi il suo immediato succes-
sore Innocenzo X approvò il decreto
della congregazione cerimoniale, che
prescriveva a'Cardinah, di qualun-
que dignità e lignaggio , di conten-
tarsi del solo nome di Cardinale,
senza veruna aggiunta di titolo se-
colare : tuttavolta in progresso si è
permesso aggiungervi quello d'impe-
riale e reale, se il porporato è di tali
famiglie. I titoli, che comunemente i
Cardinali si danno nello scriversi
tra di loro, sono di eminentissimo e
reverendissimo signor mio osservan-
dissimo, al Cardinale decano si dà
per distinzione il colendissimo , in
vece àeW osservandissimo, ed al Car-
dinal nipote del Papa regnante, se
vi fosse, si darebbe dai Cardinali
creati da lui, il trattamento di pa-
drone colendissimo, in vece dell'o^-
servandissinio , venendo chiamato il
Cardinal nipote del Papa, il Cardi-
nal padrone. Quando i Cardinah
scrivono al Pontefice, se sono stati
da lui creati, nella sottoscrizione ag-
giungono: e creatura. 11 Papa scriven-
do ai Cardinali vescovi dà loro il ti-
tolo di venerabili fratri nostro j se poi
sono dell'ordine de' preti, e de' dia-
coni, dilecto filio nostro, e scriven-
do loro confidenzialmente in idioma
italiano : Al reverendissimo signor
Cardinale. Parlando poi il Pontefice
ai Cardinali nelle allocuzioni conci-
CAR
stonali 5 si indirizza loro col titolo ,
venerabiles fratres y e nelle bolle si.
usa la frase , de Consilio venerati-
lìum fratriini nostrorum. Dice il
Macri, che i Cardinali nel promul-
gare qualche decreto , nel principio
de' loro titoli, sogliono usare la for-
mula: N. miseratione divina etc.
Di tale argomento, e di tutte le re-
gole relative abbiamo le istruzioni
per la gioventù impiegata nella se-
greteria, di Francesco Parisi , stam-
pate in Roma in quattro volumi nel
1785, utilissime principalmente pei
segretari de' Cardinali, massime nel
tom. Ili, p. 65, Tiiolario per Car-
dinale, disposto secondo i nomi del-
le persone, alle quali si convengono
i titoli, giusta il cerimoniale dei Car-
dinali.
IV. Precedenze nel sagro Collegio.
All' articolo Cappelle Pontificie
parlandosi dei posti di esse, e di
quelli de' Cardinali, si è trattato del-
la loro precedenza sui principi ed
ambasciatori, riportandosi vari esem-
pi analoghi. Ma per rammentarne
qui alcuni soltanto, diremo che Car-
lo Vili re di Francia , recatosi a
R.oma nel 1495» con trentamila sol-
dati, e con mire ostili, come si paci-
ficò con Alessandro VI, volle assi-
stere al pontificale, prendendo posto
dopo il primo Cardinal vescovo; di-
poi Alfonso II duca di Ferrara , e
due figli del duca, ed elettore di
Baviera, furono fatti sedere da Inno-
cenzo IX, e Clemente VIII in con-
cistoro, e nelle cappelle, dopo l'ulti-
mo Cardinale, mentre altri principi
sovrani vennero situati in mezzo agli
ultimi due Cardinali. Sotto Alessan-
dro VII, quando la regina Cristina
di Svezia recossi a Roma , il Papa
deputò due Cardinali ad incontrarla,
CAR i3
i quali colla qualifica di legati ed
in cappa nel solenne ingresso la ac-
compagnarono a cavallo sino alla
porta Flaminia. Quivi il sagro Col-
legio trovossi a complimentarla, ed in
cappa e nobile cavalcata la prece-
dette nel recarsi dal Papa. I Cardi-
nali legati andarono a' loro luoghi,
e i due primi diaconi subentrarono
a prenderla in mezzo nell' accompa-
gnamento. Sulle precedenze de' posti
fra' Cardinali, nelle loro chiese tito-
lari, protettone, o arcipretali, si può
consultare l'articolo Cappelle Cardi-
nalizie, ove dicesi dell'invito, che si
fa al sagro Collegio per esse, ed al-
tre cose relative.
Dividendosi il sagro Collegio in
tre ordini, cioè di vescovi suburbi-
cari, preti e diaconi , si passa da
quelli de'preti e de'diaconi a quello
de' vescovi col metodo che diremo.
I preti non possono essere vescovi
titolari , ed abbiamo solo, che Cle-
mente Vili dichiarò arcivescovo ti-
tolare di Filippi , il Cardinal Nino
de Cuevara; Benedetto XIV arcive-
scovo in partibits di Nicosia, il Car-
dinal delle Lanze, consacrandolo
egli stesso nella cappella Paolina
del Quirinale. V. Vescovi Cardinali
CONSACRATI DAI Papi. Altrettanto, nel
1758, Clemente XIII fece col Car-
dinal duca di Yorck, che ritenendo
la diaconia era passato all' ordine
presbiterale. Dopo la consacrazione
Io tenne seco a mensa in uno ai
Cardinali assistenti. ^. Pranzi, ove
dicesi quali erano i solenni conviti,
in cui aveano luogo i Cardinah.
Quindi, nel 1762, volendo il me-
desimo Clemente XIII fare vicario
di Roma il Cardinal Marc' Antonio
Colonna, questi dall'ordine de'dia-
coni con pontificia dispensa passò a
quello de' preti , prendendo luogo
secondo l' anzianità della sua prò-
i4 CAR
mozione alla porpora. Indi il con-
sacrò arcivescovo titolale in parti'
bus di Corinto, nella predetta Cap-
pella Paolina del palazzo Quirinale.
Fra i Cardinali diaconi , possono
esservi dei preti , anzi de' vescovi
eziandio, senza che però in cappelli
pontificia nulla più possano eserci-
tarne che le sole funzioni inerenti
all'ordine diaconale. ]\è specialmente
in Roma fanno essi funzioni presbi-
terali in pubbliche clìiese. Molti sono
stati i Cardinali diaconi vescovi di
giurisdizione, fra' quali e da ram-
mentarsi il Cardinal Gio. Castiglioni
vescovo d' Osimo e Cingoli, che
continuò sino alla morte, accaduta
nel i8i5, ad appartenere ali ordine
de' diaconi. A questo era stato in-
Pxalzato a' 17 gennaio i8o3, da Pio
VII, che allora lo pubblicò Cardinale,
e gli conferì la diaconia di s. Maria
in Domnica. Lo stesso era avvenuto
di im insigne suo antecessore in
quel vescovato, cioè del Cardinal
Lanfredini, ch'era diacono di santa
Maria iu Portico. Inoltre abbiamo
che Innocenzo X, nel 1654, fece
Cardinale Carlo Gualtieri, e gli die-
de per diaconia la chiesa di s. Pan-
crazio, che apparteneva all' ordine
de' preti, essendo che erano tutte
occupate le diaconie; e sebbene di
tal ordine, lo dichiarò arcivescovo
di Fermo. Avvenne poi che trovan-
dosi tal Porporato in R.oma nel
pontificato di Clemente IX nel d'i
del s. Natale, uè potendo il Ponte-
fice celebrare la messa pontificale,
ma soltanto assistervi, menoi Car-
dinali diaconi, che doveansi in essa
comunicare , avendo tutti gli altri
Cardinali celebrato, il Papa, per non
alterare il rito, dichiarò il Gualtieri
prete di s. Eusebio, e gli fece can-
tare la messa. Ed a questo propo-
sito è a desiderarsi, ciie si renda di
CAR
pubblico diritto una eruditissima, ed
elegantissima dissertazione latina, che
il sunnominato Cardinal Castiglioni
lasciò inedita sotto il titolo Diaconi-
coriy dedicata al Cardinal Braschi
diacono, nella quale evvi mirabil-
mente esposto quanto riguarda i Car-
dinali diaconi.
Il passaggio de' Cardinali da un
ordine all'altro chiamasi Ozione,
(Fedi) ossia oltare, la cui origine e
progresso dottamente si espone dal
Panvinio, De septeni Urbis Eccles.
cap. 3 ad finem: >» Presso gli anti-
» chi pertanto, egli dice, per più
« di mille duecent'anni non inter-
•' rotti si mantenne nella Romana
" Chiesa il costume, che né i dia-
fi coni le diaconie una volta rice*
>» vute, né i prèti i titoli, ne i
M vescovi Cardinali i propri vescova-
» ti mutassero; dal che nasceva che
fi ì diaconi, i preti e i vescovi Cardi-
as nali, maggiormente accudivano, a-
« domavano, rifabbricavano, amplia-
» vano le propiie diaconie, e i propri
}} vescovati, sapendo di doverli ritene-
y» re finche vivessero. Al presente i
» CardinaU per la legge dell' ozione
» possono ottare a molti titoli e
yy diaconie; locchè ebbe principio a'
« tempi di Alessandro V nel con-
•» cilio pisano del i4^o> ^^^ìI quale
•> avendo prodotto lo scisma, che i
« titoli Cardinalizi avessero almeno
•3 due Cardinali, uno dell' ubbidien-
« za d'Avignone, l'altro della Ro-
» mana ; terminato lo scisma, e fat-
» to di tanti Cardinali im solo col-
» legio , creato il nuovo Pontefice ,
•5 fu d'uopo allora, che tali muta-
" zioni si facessero, per le quali un
« di que' due, che nello scisma ave-
» vano il vescovato di Frascati, lo
" dimettesse all'altro, ed ottasse a
" quello di Sabina allora vacante.
>» Lo stesso accadde ne' titoli e nel-
CAR
» le diaconie: locchè sebbene allora
» accadesse per necessità, passò poi
« frequentissimamente in esempio;
" e perciò vediamo accadere , che
»> lo stesso Cardinale fatto diacono
w ha oltato a tre e quattro diaco-
»> nie j divenuto prete otta ad al-
« trettanti titoli , e fìnahnente a
« tutti i vescovati. Aggiungiamo ,
M che tanto il vescovo, che il pre-
>* te e il diacono, sogliono talora
>» ritenere titoli e diaconie in com-
» menda ". Tale esempio della ozio-
ne fu con parsimonia seguito sino
a Sisto IV, il quale assegnò diaco-
nie a' preti, e titoli a' diaconi , fin-
che Sisto V colla bolla Poslquam,
e Clemente XII colla costituzione
Pastorale qfficium, con leggi oppor-
tunissime determinarono le regole
della ozione, leggendosi nel Cardinal
Paleotti , De sacri concistorii con-
sult. in conci, oper. membr. 5 in
princìp.y che ne' tre ordini de' Car-
dinali la gerarchia terrena corrispon-
de alla celeste ripartita in serafini,
cherubini e troni, con altre simbo-
liche spiegazioni, delle quali egual-
mente tratta il Piazza nella Gerar-
chia Cardinalizia,
Ma dicendosi all'articolo Ozione,
quando i Cardinali diaconi possano
ottare al vescovato suburbicario (es-
sendo però prima entrati nell'ordi-
ne de' preti, ciocche, secondo la co-
stituzione di Clemente Vili , non
possono eseguire prima di dieci an-
ni di Cardinalato ) , ci limiteremo
ad accennare, aver Clemente XII
decretato , che il più anziano dei
Cardinali vescovi suburbicari resi-
denti in curia, o che ne sia assen-
^ per pubblica, o necessaria cagio-
ne, deve occupare il pos'.o di deca-
no del sagro Collegio, ed essere ve-
scovo d'Ostia e Velletri. Tuttavia
non mancano esempi, per cui si co-
CAR i5
nosce, che alcuni Cardinali decani
non vollero passare a tal vescova-
to, come da ultimo fecero i Cardi-
nali Francesco Pignatelli , e Gio.
Francesco Albani. Né ancora altri
vollero divenire decani , come fece
nel 1763 il Cardinal Paolucci, per
cui Clemente XIII permise, cke pas-
sasse il Cardinal Cavalchini. Ma per
le relative notizie sul decanato del
sagro Collegio, V. il Riganti, Coni-
ment. ad Reg. Can. t. I, ad Reg.
8, § 2.
Anticamente dopo il Papa, pre-
conizzavano in concistoro diversi
vescovati i Cardinali , massime i
Cardinali protettori ; anzi Urbano
VIII concesse al Cardinal seniore
dell' ordine de' preti di fare il pro-
cesso delle chiese suburbicarie , e
proporle nel concistoro segreto, ma
poi diede tal privilegio al Cardinal
vicario di Roma, che l'esercitò sino
a Pio VI; come sino a quel Papa
il Cardinal camerlengo del sagro
Collegio propose l'ultima chiesa va-
cante : argomento, che si tratterà al-
l' articolo Concistori, ed altrove.
V. Insegne^ distinzioni ^ e vesti usuali
e sagre.
Sono insegne del Cardinalato l'uso
della campanella (Fedi) ai loro pa-
lazzi, e la mazza di argento (Vedi\
sebbene esse non sieno più in uso.
La prima suonavasi al ritorno del
concistoro in cui aveano ricevuto il
cappello rosso, nell' uscire di palazzo
col treno nobile, e nel ricevere vi-
site formali, ec. La seconda si fa-
ceva portare innanzi da un aiutan-
te di camera, qual segno di auto-
rità e giurisdizione, allorché si reca-
vano alle cappelle, ai concistori e in
altri luoghi e funzioni, secondo il
decretato di Paolo li. Solevano i Car-
i6 GAR
ilinali anticamente recarsi ai detti
siti in cavalcata , per cui racconta
Marc* Antonio Valena , che quando
i Cardinali andavano pontificalmen-
te vestiti in cavalcata, godevano l'au-
torità di poter all'incontrarsi con
alcuno, che subisse la condanna del-
l'estremo supplizio, liberarlo dalla
morte. Ma perchè ciò non passasse
in abuso, nella mattina in cui ese-
guivasi qualche sentenza capitale, i
Cardinali si astennero in seguito di
andar per la strada ove dovea pas-
sare il condannato, e pel luogo, ove
dovea subire la pena di morte. Pio
IV, nel i564, esortò gravemente i
Cardinali a non adottare l'uso delle
carrozze allora introdotto, ed Inno-
cenzo XI, nel 1676, con patetico
discorso in concistoro segreto invitò
il sagro Collegio a non adoperare
carrozze superbe ed eleganti, né ve-
stire i domestici loro con livree fa-
stose. V. Carrozze e Cavalli.
Anche il concilio generale XVII,
nella sessione XII, disse convenire ai
Cardinali la porpora che vestono. Mol-
ti poi sono gli scrittori, i quali col ven.
Bellarmino, cap. 8 deìV apologia, di-
chiarano che la porpora si deve alla
loro dignità reputata eguale alla regia.
La porpora vuoisi anticamente usata
dai Cardinali apocrisari, o sieno nunzi
apostolici. Certo è che nel pontificato
di Gregorio IX i Cardinali si videro di
essa vestiti, finche stabilmente decre-
tolla Bonifacio VIII, e megHo ancora
Paolo II. Ma di questa, e delle altre
insegne del Cardinalato, ecco come si
espressero i padri di Basilea, finche
ecumenico fu il concilio loro: >> Ri-
« flettano i Cardinali nel ricevere
» le insegne della propria dignità,
w al loro significato, il quale si è
» che pel bene della Chiesa univer-
« sale, quando sia necessario, non
» debbono temere di spargere il
CAR
" proprio sangue, " a cui appunto
allude il colore rosso della porpora,
e delle altre insegne, e indumenti
Cardinalizi. P^. Capi'a de' Cardinali,
nonché gli articoli Croccia, veste che
usano in conclave. Porpora Cardi-
nalizia, e Calze de' Cardinali.
Il Cappello rosso è parere di al-
cuni, che fosse stato usato dai Car-
dinali legati prima che Innocenzo
IV, nel 1245, lo stabilisse ai Car-
dinali, insieme alla porpora. Quel
Papa lo decretò di colore rosso per
rammentare al sagro Collegio, che
fosse sempre pronto a spargere il
sangue per la fede, per la sede
apostohca, e per la pace del cristia-
nesimo. ^. Agostino Patrizi, Ccercin.
lib. I, sect. 8, cap. 4- Quindi questo
cappello servì per decorare lo stem-
ma gentilizio, e i sigilli; ma Inno-
cenzo X vietò, che fosse sovrasta-
to da alcuna corona reale, o du-
cale. Riporta il Macri che l' arci-
vescovo di Salisburgo, usava porre
sulle di lui arme il cappello rosso,
intitolandosi Cardinalis flatus. V.
Sigilli.
L' anello, che il Papa dà a' Car-
dinali, ha per gemma un zaffiro, che
denota il sommo sacerdozio, ed an-
che il regno, giacche i Cardinali
fanno parte del Pontefice, e come
dicemmo , regibus aequiparantur j
onde nel conferirlo il Pontefice, in
uno ai titoli, e alle diaconie, dice
il Lunadoro, che intende coiigiun-
gerli e sposarli colla chiesa , che
loro assegna.
La berretta, e il berrettino rosso fu-
rono da Paolo II accordati a' Cardi-
nah per distinguerli dai prelati nei
luoghi ove non potevano usare il
cappello rosso; ma i Cardinali i-eli-
giosi continuarono a portare il cap-
puccio, ovvero la berretta del colore
dell'abito del proprio Ordine, finché
CAR
Gregorio XIV concesse anche ad
essi tanto la berretta , che il berret-
tino rosso. Paolo II die' pure a'Car-
dinali le gualdrappe rosse da usarsi
nelle cavalcate, e dispose che nelle
cappelle, nei concistori, ed in altri luo-
ghi, sedessero su banchi piti alti di
quelli di qualunque prelato. L' om-
brellino (Fedi), ed il baldacchino
(redi), sono pure distintivi de'Car-
dinali.
Benedetto XIV decretò, che i
Cardinali ascritti a qualche Ordine
equestre, come il gerosolimitano,
potessero portare la croce di pezza
bianca sulla mozzetta rossa, consi-
derandosi come parte di abito d'una
religione professa. F. Vesti Cardi-
nalizie. Anche il Sarnelli è di opi-
nione, che i Cardinali incomincias-
sero da Bonifacio Vili a vestire
di rosso e di paonazzo, al quale
poi si aggiunse il rosaceo nelle do-
meniche Gaudcte e Lcelare . In
quanto alla forma , che in tutti
dev' essere eguale, dice che sia inco-
minciata nel pontificato di Bonifacio
IX, mentre in avanti procedevano
in abito ecclesiastico molto somi-
gliante al monastico. Alessandro VII
vietò a' Cardinali 1' uso del corruc-
cio nella loro persona, col quale
solevano palesare il dolore per la
perdita de' congiunti. In che esso
consistesse, lo si dirà al citato arti-
colo Vesti Cardi]valizie. Intorno a
ciò è a vedersi il Sandini nella vita
di quel Papa. Alcuni Cardinali del
secolo passato, parenti o nipoti di
alcun Pontefice, per la morte di
lui suggellarono le loro lettere con
cera di Spagna di color nero.
Gli abiti sagri de' Cardinali con-
sistono nel piviale , pianeta e dal-
matiche, secondo l'ordine episcopale,
presbiterale, e diaconale cui appar-
tengono. Con essi intervengono alle
CAR 17
cappelle, e funzioni pontificie, in
cui usano mitre di damasco bianco,
siccome dispose Paolo II. Il Garam-
pi, nel suo Sigillo della Carfagna-
na, pag. 7 3, dice che l'uso della
mitra ne'Cardinah incominciò nel
secolo XI, nei pontificati dei santi
Leone IX, e Gregorio VII, e che
fu comune pure a' Cardinali diaconi,
riportandone testimonianze del 1 192,
in cui governava la Chiesa Celestino
III. Aggiunge poi il Macri, che sotto
Eugenio IV le mitre Cardinalizie era-
no di bambacina bianca. Oltre le
mitre di damasco, i Cardinali ado-
perano anco le mitre giojellate, e i
vescovi suburbicari per formale han-
no tre pigne dorate, coperte di
perle; ma cantando messa, e facen-
do altre solenni funzioni, i Cardinali
hanno l'uso de'sacri paramenti pon-
tificali. Possono in morte lasciare
i Cardinali, i paramenti e i sacri
arredi, mediante indulto pontificio,
a chiese pubbliche ed ai propri ti-
toli , secondo le prescrizioni del con-
ciho generale XVII, e di s. Pio V,
altrimenti appartengono alla cappella
pontificia, secondo le disposizioni
di Clemente VII, di Giulio III, di
Clemente Vili, di Urbano Vili, e
di Benedetto XIV. V. le bolle di
questi due ultimi Pontefici, Equuni
est, de' 19 luglio 164^, Bull. rom.
tom. XI, par. II, pag. 836, e l'altra,
Inter arduas, de' 22 aprile i749>
Bull tom. XVIII, pag. 26.
VI. Rendite de^ Cardinali.
Sino dal nascere della Chiesa tut-
ti i ministri di lei furono mantenuti
dal tesoro e rendite di essa, finche
poi ebbero origine i benefici eccle-
siastici (Vedi), co' quali si provvide
alla sussistenza degli ecclesiastici. Na-
turalmente ne fruirono ancora i Car-
VOL. X.
tS CAR
diiiàli. Considerando Nicolò IV, elet-
to nel 1288, di quanto aiuto fossero i
Cardinali al sovrano Pontefice, e, co-
me dic*egli, y* quanto operosa scdulita*
f> te cum ipso laborarent,et tim ipsius
>• ecclcsiae, quam totius orbis incum-
» bentia onera indefessis cum eo
•» sollicitudinibus partirentur ", dispo-
se che di tutte le rendite della sede
apostolica due pomoni se ne faces-
sero, una cioè per la camera papale,
e l'altra si ripartisse egualmente fra
tutti i Cardinali; e che la elezione,
o rimozione di tutti gli uffiziali, mi-
nistri ed esattori delle rendite sud-
dette, non si facesse che De Consi-
lio Cardinalìum. Benedetto XII, nel
i334, soccorse ai bisogni de' Cardi-
nali con centomila zecchini d' oro ;
e i successori conferirono loro pin-
gui beneficii per sostenere con isplen-
dore la loro dignità. Queste rendi-
te dai Cardinali si impiegarono in
gran parte nella erezione di sontuose
chiese, nella riparazione delle caden-
ti, in pie istituzioni, ed in largizioni
co' poveri, come si rileverà alle rispet-
tive biografie ed altrove. Rimonta
a Paolo II, siccome d'animo gran-
de, il cosi detto Piatto Cardinali-
zio (Vedi), rendita di che annual-
mente godono i Cardinali, oltre gli
emolumenti , provvisioni ed abitazio-
ni annesse alle cariche primarie del
sagro Collegio. Gregorio X però, col-
le leggi formate pel conclave e sede
vacante, vietò a' Cardinali di nulla
prendere in quel tempo dalla came-
ra apostolica e dalle sue rendite, il
che confermarono altri Pontefici. V.
Conclave, e conclavisti de' Cardi-
nali. Pel rotolo, o distribuzioni, che
fa il Cardinal camerlengo del sagro
Collegio al collegio medesimo, a ca-
gione dell' assistenza nelle cappelle ,
congregazioni, concistori, si è già det-
to abbastanza a quell' articolo ; di
CAH
pih ne tratta la costituzione da Paolo
IV emanata a' 12 giugno 1 556, che
si legge nel tomo IV , p. 33o del
Bollano romano, e la costituzione.
In regimine y pubblicata da Benedet-
to XIV, a' 3 febbraio 174^, e ri-
portata nel Bollarlo magno t. XVI,
p. 278, ed il Plato, IJfe munere Car-
dinalinm ratione ordinis^ hoc occa-
sione dividitur solimi inter Cardina-
les praesente^ , pag. 76. Pertanto i
Cardinali assenti dalla curia non pos-
sono godere degli emolumenti del
rotolo, e tutto al più, come leggia-
mo anche nel Lunadoro, De Car-
dinaliy tom. II, p. 27 , ne parteci-
peranno que' Cardinali, che per qual-
che legittima causa fossero andati a
Roma, e vi avessero dimorato alcun
tempo.
VII. Cardinali deposti^ ed esclusi
dalla Pontificia elezione.
Lungo sarebbe il dire de' Cardi-
nali, che ne' tempi lagrimevoli della
Chiesa seguendo le parti degli anti-
papi, furono da essi fatti anticardi-
nali, e perciò scomunicati, e deposti
dai legittimi Pontefici. Intorno a ciò
si parla agH articoli Scismi , Anti-
papi, E Anticajsdinali, e nelle singole
biografie. F. Coronelli de' Cardi na^
li, e della Serie dei Pseudo- Car-
dinali, o A mi cardinali. Ci limiteremo
pertanto a rammentare, che Odetto di
Coligny, creato Cardinale ad istanza di
Francesco I, nel i533, da Clemente
VII, abbracciò gli errori di Calvino
per compiacere ai suoi fratelli; motivo
per cui da Pio IV, nel concistoro
de'3i marzo i563, fu deposto dal-
la sua dignità, e degradato formal-
mente, venendo in seguito esiliato
dalla Francia. Pio VI, nel 1788, per
le premure di Luigi XVI, non sen-
za ripugnanza, creò Cardinale Ste-
CAR
fano Carlo de Lomeniè de Brienne,
arcivescovo di Sens. Costui in se-
' giiito fece il civico giiirametito alla
famosa costituzione del clero di Fran-
cia, e, ad onta delle paterne ammoni-
zioni dello stesso Pio VI, prese par-
te nello scisma, il quale desolò quel
regno nel fine del secolo decorso,
perlocliè il medesimo Pontefice, nel
concistoro de' '>.% settembre 1791, lo
dichiarò decaduto, spergiuro e pri-
vato della dignità Cardinalizia. V.
\ Allocuzione, concistoriale del men-
tovato concistoro.
Nel formare Gregorio X le men-
zionate leggi pel conclave, nell' arti-
colo Vili prescrisse, che non sì
poteva negare l'ingresso ai Cardi-
nali soggetti alla censura e scomu-
nicati. Ed è perciò, che appena
muore il Papa , il sagro Collegio
spedisce corrieri straordinari per tut-
te le parti a' colleghi assenti , per
partecipar loro la morte del sovrano
Pontefice, ed invitarli, ancorché af-
fetti colle censure, a recarsi solleci-
tamente al conclave, e concorrere
alla elezione del nuovo Papa. La
disposizione di Gregorio X, che i
Cardinali affetti colla scomunica, o
qualunque altra censura, non sieno
esclusi dalla voce sì attiva che pas-
siva nel conclave, fu poi confermata
anche dai Pontefici Clemente V colla
costituzione, Ne Romani, De Elect.
lib. I, tit. 3, 4) Cceterumj da Pio
IV, mediante la costituzione, In
eligendisy Bull. Roni. tom. IV par.
II, pag. 145, non che dalla costi-
tuzione di Urbano VIII, Ad Ro-
mani, Bull. tom. V, par. V, pag.
397, e da Gregorio XV, in virtù
della costituzione Aeterni Patris,
Bull, tom. V, par. IV, pag. 4oo-
Tuttavolta dai seguenti esempi si
rileverà, che talora i Cardinali fu-
rono esclusi dal concorrere ad eleg-
CAPt 19
gerc il sommo Pontefice. Di fatti i
Cardinali Jacopo e Pietro Colonna,
zio, e nipote scomunicati, degra-
dati e deposti dal Cardinalato da
Bonifacio Vili, non poterono inter-
venire ai conclavi in cui, nel i3o3,
Rieletto Benedetto XI, e nel i3o5,
in cui fu creato Clemente V. Questi
però li assolvette, e li restituì alla
dignità Cardinalizia.
Cospirarono contro Giulio II i
Cardinali Bernardino Carvajal, Gu-
glielmo Brissonnet, Francesco Borgia,
Rinaldo di Prie, e Federico di San-
severino, con altri riferiti dallo Spon-
dano all'anno i5i i, affine di depor-
lo dal pontificato, per la guerra, che
erasi accesa con Lodovico XII re
di Francia, per cui convocarono a
Pisa un conciliabolo. A reprimere co-
tanta audacia, ad esempio di Euge-
nio IV, che celebrò il concilio di
Firenze contro il conciliabolo di Ba-
silea, il gran Giulio II intimò il
concilio di Laterano V. Ma mentre
questo proseguiva nelle sessioni , il
Papa si ammalò gravemente, e vi-
cino a morire, chiamò a se il sagro
Collegio, e gli disse, che ad esso
spettava la elezione del successore ,
non a' padri del concilio generale,
ch'eglino potevano accordare il di-
ritto del suffragio a' Cardinali as-
senti, ma non agli scismatici, desi-
gnando così i capi del concilio pi-
sano : " Come Giuliano della Rovere
(eh' era il nome battesimale), dis-
se egli, >' io perdono ad essi colla
» sincerità del mio cuore; ma co-
" me Giulio II, capo della Chiesa,
» io debbo vendicare i suoi diritti,
« e li escludo dalla elezione'*. Nel
i5>i3 gli successe Leone X, il qua-
le continuò la celebrazione del con-
cilio ; indi fatti arrestare in Livorno
Carvajal, e Sanseverino, li fece con-
durre segretamente a Roma, ed essi si
I
ao e AR
prostrarono pentiti a* piedi del Papa, il
quale, malgrado 1' opposizione di va-
ri principi, li restituì all' antico gra-
do, colla penitenza di digiunare u-
na volta il mese finche vivessero.
Spogliatisi allora dell'abito paonaz-
zo con cui si presentarono al con-
cistoro come semplici preti, il mae-
stro di cerimonie li rivesti della
porpora. Quanto agli altri tre no-
minati Cardinali fautori del conci-
liabolo, Borgia era morto, ed il Prie
e Brissonnet furono compresi nella
riconciliazione tra la santa Sede, e
il re di Francia.
Non andò guari, che per vicen-
de politiche e personali, nel i5i7,
fu tramata ima congiura contro la
sacra persona dello stesso Leone X,
alla testa della quale era il Cardi-
nal Alfonso Petrucci ; ma volendo
Dio farla scoprire, con legale pro-
cesso, il Petrucci a' 6 luglio fu segre-
tamente decapitato in Castel s. An-
gelo, ed i suoi complici principali
subirono la pena di morte. Come
consapevoli della congiura, restarono
accusati e prigioneri quattro Car-
dinali, cioè Riario, decano del sagro
Collegio, Saoli, Volaterrano fratello
di Soderini principe di Firenze, e
Adriano di s. Grisogono. Il primo
domandò perdono per non averne
dato avviso, e l'ottenne dopo esse-
re stato spogliato di tutti i benefizi
e della porpora, e dopo aver paga-
ta la multa di centomila scudi; il
secondo, egualmente complice, per
non aver manifestato la congiura ,
ebbe la sentenza di privazione del-
la porpora, e di perpetua prigio-
nia, pena che poi fu commutata nel
pagamento d'una cospicua somma
di danaro, onde venne reintegrato
di tutti i benefizi , restando però
privo di voce attiva e passiva , ad
arbitrio di Leone X e suoi succes-
CAR
sori, nonché di concorrere alla fu-
tura elezione, come riporta il Ri-
naldi all'anno i5i7, num. 96. Gli
altri due ottennero similmente per-
donò colla pena di sborsare ognuno
dodicimila fiorini. Di tutto ciò scri-
ve minutamente il Ciacconio nella
storia del pontificato di Leone X,
nella sua opera Gesta Rom. Ponti-
Jicum.
Eletto in successore di Leone X
il Papa Adriano VI, il detto Car-
dinal Soderini, mentre ne godeva
tutto il favore, occultamente avvisava
con lettere i^rancesco I contro Car-
lo V e contro il medesimo Ponte-
fice, ma venendo intercettate le let^
tere, fu convinto di fellonia, e con-
dannato al carcere di Castel s. An-
gelo. Morto però Adriano VI a' i4
settembre i523, nell' ultimo giorno
delle novendiali esequie, il sagro
Collegio lo liberò perchè si recasse
in conclave , in cui, sebbene ripu-
gnante, diede il voto per l'elezione
di Clemente VII, il quale genero-
samente gli perdonò, lo liberò dal
carcere, e Io ammise alla sua grazia.
Nel conclave del 1 721, in cui fu
eletto Innocenzo XIII, a tenore del-
le costituzioni pontificie, furono in-
vitati al conclave i Cardinali de
Noailles (Vedi) ed Alberoni {Vedi\
affetti colle censure ; ma il primo si
scusò di andarvi per la sua avanza-
ta età e cagionevole salute , ed il
secondo vi si recò, benché sfigurato
da' suoi travagli, e dai nascondigli
ove si tratteneva. Dipoi, per morte
di Benedetto XIII, Clemente XII
e Benedetto XIV, il sagro Collegio
chiamò il famoso Cardinal Coscia
ad assistere ai comizi per l' ele-
zione de' tre Papij siccome effettiva-
mente eseguì, mediante il salvacon-
dotto dello stesso sagro Collegio .
Però Clemente XII, ad esempio di
CAR
Leone X, che avea privato il Car-
dinal Saoli della voce attiva e pas-
siva anche nell' elezione del Romano
Pontefice, ne lo privò, dopo forma-
le processo compilato da una con-
gregazione di sei Cardinali, e fu pure
sospeso dalle funzioni arcivescovili
colla multa di duecento mila scudi
a favore della camera apostolica ,
per aver abusato nel potere sotto
Benedetto XIII, che lo avea ammes-
so all'intima sua confidenza. Tut-
ta volta venne in seguito assoluto
dalle censure, e liberato dal carce-
re di Castel s. Angelo, a cui era
stato condannato per dieci anni. La
sentenza di lui si legge presso il
Lunig, tom. IV pag. 585, e com-
pendiata presso il Guerra, Epitome
del Bull. tom. I, p. 394.
Finalmente, avendo il parlamen-
to di Parigi giudicato il Cardi-
nal de Rohan per la sua incol-
pazione, essendo stato quel tribu-
nale incompetente al suo grado, ed
avendo perciò violati il Cardinale i
giuramenti fatti nel ricevere la di-
gnità Cardinalizia, non potè più
aspirare alle prerogative ed onori
di tal qualifica. Quindi da Pio VI,
nel concistoro segreto de' i3 feb-
braio 1786, con un decreto fu so-
speso, e privato della voce attiva
e passiva, e degli onori e diritti
della porpora, da durare sinché en-
tro sei mesi non si fosse presentato
alla santa Sede, e purgato della ele-
zione, che avea fatta del menzionato
tribunale laicale ed incompetente.
Ma dipoi essendo dal Cardinal de
Rohan, per mezzo di monsignor Al-
bani, state rappresentate le sue
ragioni in concistoro, venne assolu-
to e rimesso al godimento di tutte
le prerogative e preeminenze del Car-
dinalato. Il menzionato decreto pon-
tificio si riporta dal Tavantij Fa-
CAR 21
sti di Pio VI, tomo I, pag. 224.
V. ConstituUones Jposl. et decreta
quae jurnntur , ac formula fura-
menti praestari solita a S. R. E.
Carditialibusj Romae, 1755.
Vili. Cardinali celebri.
Il numero di questi è pressoché
impossibile ad essere descritto: però
dalle individuali biografie se ne am-
mireranno le luminose gesta e le
splendide virtù, esercitate da moltis-
simi Cardinali, che o si distinsero
per santità e meritarono V onore
degli altari ; o furono sollevati al
Pontificato ed in esso destarono ve-
nerazione a tutto il mondo per jna-
gnanime imprese; o ricusarono ac-
cettare s\ sublime dignità, come di-
cesi air articolo Rinunzie al Ponti-
ficato ; o divennero rinomati per
profonda scienza, e pel disbrigo di
alti e gravissimi affari diplomatici ,
civili ed ecclesiastici. E la presente
età nostra può ben vantare porpo-
rati, che risplendono per probità di
costumi, senno, dottrina ed espe-
rienza, essendone il principale or-
namento il Cardinal Bartolomeo Pac-
ca, decano del sagro Collegio , che
conta otto lustri di Cardinalato, e il
p. Carlo Odescalchi gesuita , che
da ultimo rinunziò la poipora. Nel-
l'articolo, che tratta della Porpora
si dic^ di quella rinunziata, e si
vedranno que' Cardinali che per u-
miltà deposero la porpora. Volen-
do tuttavolta indicare i principali ,
che fiorirono nelle decorse epoche,
incominciando solo dal XIII secolo,
oltre quelli che furono collocati sulla
veneranda cattedra di s. Pietro , e
quelli di regio sangue, meritano spe-
cial menzione i seguenti.
Pietro Capocci, romano, fatto
nel 1244 Cardinale da Innocenzo
32 CAR
IV, ricuperò alla Chiesa romana
parecchi dominii, esercitò varie le-
gazioni con sommo decoro, e in Ro-
ma edificò le chiese di s. Antonio
abbate, e di s. Maria in "Via.
Matteo Rosso Orsini, romano,
elevato al Cardinalato nel 1262 da
Urbano IV, meritò V intima amici-
zia di s. Francesco d'Assisi, inter-
venne a tredici conclavi, coronò co-
me primo diacono cinque Pontefici,
e, sebbene invano, si oppose al tras-
fei'imento della sede Pontificia in
Francia.
Latino Frangipane Orsini, roma-
no, dell' Ordine de' predicatori, fat-
to Cardinale nel 1278 dallo zio
Nicolò III , fu di tale riputazione ,
che quattro Papi nulla risolvettero
senza il suo oracolo, e per sua morte
s. Celestino V pose in esecuzione
la rinunzia, che meditava del Pon-
tificato.
Bertrando di Eux, francese, in-
signito della dignità Cardinalizia, nel
i338, da Benedetto XII, esercitò le
primarie cariche e legazioni, oltre
il vicariato apostolico di Roma e
dello stato ecclesiastico.
Egidio Albornoz Cardio, spa-
gnuolo, elevato al Cardinalato da
Clemente VI, nel i35o, fu cogno-
minato dai Papi Padre della Chie-
sa, e vindice della libertà ecclesia-
stica, avendo ricuperato alla santa
Sede molti dei suoi dominii.
Giuliano Cesarini, romano, elet-
to Cardinale nel 1426 da Martino
V, celebre per le legazioni sostenute
con vantaggio della Chiesa Romana,
e modello di scienza e virtù.
Domenico Capranica , romano ,
creato nel 1428 segretamente Car-
dinale da Martino V, sostenne do-
dici legazioni, fu dotato di rari pre-
gì, e fondò il primo collegio in Roma,
dal suo nome chiamato Capranica,
CAR
Giovanni Vitello Vitelleschi , di
Fuligno, nato in Corneto, cicalo nel
1437 Cardinale da Eugenio IV, fu
ricuperatore de' dominii della sede
apostolica, onde il senato romano
gli eresse una statua , col titolo di
terzo padre della patria, dopo Ro-
molo ed Augusto.
Bessarione di Trehisonda, fatto
nel 1439 Cardinale da Eugenio IV,
era profondo letterato, mecenate dei
dotti, e glorioso per le sue qualità.
Guglielmo di Estouteville, france-
se, annoverato al sagro Collegio da
Eugenio IV, nel i439, fu restaura-
tore delle lettere e scienze in Fran-
cia, e fondatore della chiesa e del
convento di s. Agostino in Roma.
Ludovico Scarampi Mezzarota di
Padova, fatto Cardinale nel i44o
da Eugenio IV, ed assai rinomato
per le vittorie strepitose, che ripor-
tò sui nemici della Chiesa romana.
Nicolò di Cusa, di Treveri, nel
i448> ^a Nicolò V venne fatto Car-
dinale, e fu gran difensore e lega-
to della santa Sede, attribuendosi
alla sua rara dottrina il rinnova-
mento dell' ipotesi del moto della
terra intorno al sole, messa in ob-
blio dopo Pitagora, e poi riprodot-
ta da Copernico e Galileo.
Latino Orsini, romano, fatto Car-
dinale nel i44^ da Nicolò V, fu
arbitro degli affari sotto Sisto IV ,
il quale con tulli i Cardinali essen-
do infermo 1' andò a trovare, e ce-
lebrò un concistoro nella sua ca-
mera. In Roma edificò egli il mo-
nistero, e la chiesa di s. Salvatore
in Lauro.
Pietro di Auhusson , francese ,
XXXIX gran maestro di Rodi ,
nel 14^9 ^" sollevato alla porpora
da Innocenzo VIII, colla qualifica di
legato dell' Asia; fu chiamato il Sal-
vatore di Rodi.
CAR
Francesco Ximenes de Cisneros,
spaguuolo, elevato al Cardinalato
nel i5o7 da Giulio li, primo mi-
nistro della monarchia spagnuola,
eccellente politico, di santa vita e
riputazione.
Innocenzo Cibo , genovese , nel
i5i3, da Leone X fu fatto Cardi-
nale, e riuscì assai benemerito della
Chiesa romana e dell'Italia, per a-
ver impedito, che Clemente VII pas-
sasse in Avignone. Assai fu ancora
benemerito co' letterati pei tesori ,
cui profuse in loio favore , e fu si
moderato, che ricusò il principato di
Firenze.
Nicolò Ridolfi , fiorentino, nel
1 5 1 7, fu premiato da Leone X col
Cardinalato, alloggiò in sua casa
Clemente VII, Paolo III e due volte
Carlo V, ed era chiamato lo splen-
dore del suo secolo.
Antonio Perronet de Granvela,
francese, ornato colla porpora da
Pio IV nel 1 56 1, era viceré di Na-
poU e di Spagna, e fu pieno di
gloria, gran diplomatico e colto nel-
le lingue. Egli ad un tempo detta-
va a cinque segretari.
Francesco Toledo ^ gesuita spa-
gnuolo , maestro del celebre dome-
nicano Soto, fu creato Cardinale nel
iSgS da Clemente Vili. Era pro-
fondo letterato , e fu benemerito
della conversione di Enrico IV.
Cesare Baronio di Sora, della
congregazione dell' Oratorio , autore
dell' immortal' opera : Annali eccle-
sìasticiy onde fu chiamato il padre
della storia ecclesiastica.
P^en. Roberto Bellarmino , gesuita
di Montepulciano, il cui nome è un
elogio. Clemente Vili nel «599 in
crearlo Cardinale, disse: hunc eli-
gimus j quia pareni non habct in
ecclesia quoad doc tri nani.
Giacomo Dary du Ferron j di
CAR a3
Normandia, abiurato il protestan-
tismo, si meritò per l' alto suo in-
gegno, il titolo di s. Agostino della
Francia, e nel 1604 ebbe la por-
pora da Clemente Vili.
Armando Gio. du Plessis de Ri-
chelieuj primo ministro di Fi-ancia,
uno de' più grandi ingegni della Fran-
cia, e de' più abili ministri diplo-
matici, che sieno stati al mondo, ri-
cevette la porpora da Gregorio XV
nel 1622.
Giulio Mazzarinij dell'Abruzzo,
degno successore del Richelieu nel
ministero di Francia, sommo in po-
litica e nel trattare i piùi rilevanti
affari, nel 1641, fu ascritto da Ur-
bano Vili al sagro Collegio.
Francesco Sforza Pallavicino _, ro-
mano , della compagnia di Gesù ,
autore della Storia del concilio di
Trento^ fatto Cardinale nel iGSy,
ad onta della sua ripugnanza , da
Alessandro VII.
Gio. Bona, cistcrciense di Mon-
dovi , renitente accettò per ubbi-
dienza, nel 1669, il Cardinalato da
Clemente IX, encomiato per singo-
iar scienza liturgica, e santità di vita.
Gio. Battista de Luca, napolita-
no, di grande riputazione, d'illibati
costumi , e di eminente dottrina ,
specialmente legale, fu fregiato del-
la porpora da Innocenzo XI nel
1681.
Melchiorre de Polignac, francese,
creato Cardinale nel 1712 da Cle-
mente XI, di straordinario talento,
e peritissimo nell'arte di trattare gli
affari.
Fincenzo Petra^ napolitano, ele-
vato al Cardinalato nel 1724 da
Benedetto XIII. Egli per la sua pietà,
sapere ed opere, meritò, che in con-
clave il sagro Collegio l'eleggesse pe-
nitenziere maggiore, confermandolo
Clemente XII.
24 CAR
Angelo Maria Quen'ni, venezia-
no, fatto Cardinale nel 172G da
Benedetto XIII, la cui dottrina, e-
rudizione, ed opere sono a lutti note.
Silvio P a lenti Gonzaga, di Man-
tova, aeato Cardinale da Clemente
XII nel 1738, di vasta niente, e
di memoria così pronta, che inter-
rotto nel dettare, facilmente ripren-
deva il sentimento, che avea lascia-
to, onde si acquistò la stima e fi-
ducia di Benedetto XIV.
Giuseppe Agostino Orsi, fioren-
tino, dell' Ordine de' predicatori, ap-
plaudito autore della Storia eccle-
siastica dei primi secoli della Chie-
sa, fatto Cardinale, nel 1759, da
Clemente XIII.
Giacinto Sigismondo Gerdil, bar-
nabita di Savoja, annoverato al sa-
gro Collegio nel 1777 da Pio VI,
siccome chiaro per santa vita , e
profonda scienza.
Inoltre veneriamo sugli altari i
seguenti Cardinali di s. Chiesa , di
cui riportiamo le epoche nelle quali
furono assunti al Cardinalato. i.° s.
Pier Damiani, nel io58] 2.° s. Pie-
tro Igneo nel 1075; 3." s. Bernar-
do vescovo di Parma nel 1 090 ;
4.° s. Berardo nel iii4; ^-^ s.
Guarino nel 11 44 5 ^-^ s. Galdino
nel II 65; 7." s. Alberto de' conti
di Lorena martire nel ii92;8.*'s.
Raimondo Nonnato nel 1237 ; 9.° s.
Bonaventura Fidanza nel 1273 ;
1 0.° s. Carlo Borromeo, nel 1 56o ;
li." b. Gio. Domenico Bianchini, o
di Domenico nel i4o8; 12.*" b. Al-
bergati nel 1426; iS." b. Burah
nel 1570; 14.° b. Barbarigo nel
1660; i5." b. Tommasi nel 1712.
Si annoverano inoltre come beati
i seguenti Cardinali , ma non evvi
per altro fino ad ora l'oracolo del
Vaticano pel loro culto. i.° b. li-
berto nel 1097; 2." b. Matteo nel
CAR
II25»; 3.° b. Baldovino nel ii3o;
4." b. Stefano nel ii4o; ^'' ^^^
Ugo nel ii5o; 6." b. Enrico nel
1179; 7.° b. Beccaria nel 1257;
8.° b. Manzuoli nel i4o8; 9." b.
Alamand nel 1426.
Il b. Pietro da Luxemburgo an-
ticardinale di Clemente VII pseu-
do-Papa, non può annoverarsi tra
i Cardinali, mentre nel breve apo-
stolico di beatificazione , emana-
to nell'anno i537 dal legittimo Pon-
tefice Clemente VII, si tace la qua-
lifica di beato.
In eterna rinomanza sono poi,
oltre di questi, altri porporati, che
si distinsero in pietà , virtù, scien-
za, generosità, protezione a' lette-
rati, e in tante altre simili prege-
voli qualità, da renderne immor-
tale il nome. Tali sono gli Ac-
ciajuoli, gli Acquaviva, gli Aguir-
re, gli Albani, gli Albizi gli Aldo-
brandini, gli Altieri, gli Amboise,
gli Ammanati , gli Antoniani , gli
Azzolini, i Barbarigo, i Barberini, i
Belluga, i Bembo, i Benti voglio, i
Bichi, i Boncompagno, i Bonelli, i
Borghesi , i Borgia , i Borromei , i
Brancacci, i Caetani, i Campeggi, i
Capizucchi, i Caraccioli, i Cara (fa,
i Carpegna, i Carvajal, i Casanala,
i Castiglioni, i Ceccano, i Cenci, i
Ce?arini, i Cesi, i Chigi, i Cibo, i
Colonna, i Conti, i Consalvi, i Cor-
dova, i Cornare, i Corsini, i Cre-
scenzi, i Delci, i Delfino, i Boria, i
d' Este, i Facchinetti , i Falconieri ,
i Farnese, i Ferrari, i Fieschi , i
Fontana, i Gambara, i Garampi, i
Gentili, i Ginnasi, i Giudice, i Giu-
stiniani, i Gonzaga, i Gozzadini, i
Grimaldi, i Grimani, i Gualtieri, i
Guisa, i lacobacci, gl'Imperiali, i
Lancellotti, i Laute, i Lorena, i Lu-
dovisi , i de Lugo , i Madrucci , i
Maffei, i Manriquez, i Marescotti, i
CAR
Malici, i Medici, i Mendoza, i Mil-
liui, i Moroni, i IVlorosini, i JVegro-
ni, i Nelli, i Nobili, i Noris, gli O-
descalchi, gli Orsini, gli Ossat, gli
Ottoboiii , i Pacecco , i Pallavicini ,
i Paleotti, i Pailotta, i Pamphily,
i Paolucci, i Paparesclii, i Passioiiei,
i Peretti, i Pelrucci, i Piccolomini,
i Pierleoni, i Pignatelli, i Pisani, i
Polo, i della Porta, i Priuli, i Puc-
ci, i Quignones, i Rezzonico, i Ria-
ri, i Rocheroucault, i Rohan, i Ro-
spigliosi, i Rovere, i Ruffo, i Sac-
chetti, i Sadoleto, i Sagripanti, i
Salviati, i Sanseverino, i Santorio,
i Santacroce, i Savelli, i Serbelloni,
gli Sfondrati, gli Sforza, i Silva, i
Simonetta, i Sirleti, gli Spada, gli
Spinola, i Talleyrand, i Teodoli, i
Torres , i Trivulzi , i Truchses , i
Turrecremata , i Veralli, i Vidoni,
i Visconti, i Zabarella, i Zacchia ,
i Zelada, i Zuniga, e i Zurla, oltre
tanti altri, e quelli die hanno fio-
rito delle imperiali e reali case d'A-
ragona , d'Austria, di Raviera, di
Bourbon, di Yorck, di Portogallo,
di Savoja , di Sassonia , e di altre
case sovrane summentovate.
9. Esequie dei Cardinali.
Gli anniversari , ed esequie pei
Cardinali furono regolarizzate da A-
lessandro IV del \i5^. Dipoi, nel
i5i8, nel pontificalo di Leone X,
il Cardinal Achille de Grassi otten-
ne, che si celebrassero a' 5 novem-
bre, dovendo cantare la messa il
camerlengo del sagro Collegio. Be-
nedetto XIII, nel concilio romano
del 1725, stabili meglio questa con-
suetudine : argomento che si tratta,
in uno agli anniversari pei Cardi-
nali di alcune congregazioni, agli
articoH Anniversari pei Cardinali,
nelle cappelle Pontificie al § X, ed
CAR 25
a Cappelle Cardinalizie. Le ese-
quie poi pei Cardinali furono egual-
mente regolarizzate da Alessandro
IVj indi si celebrarono per nove
giorni. Sisto IV ne moderò la spe-
sa, ed' altrettanto fecero Alessandro
VI, e il concilio lateranense V; ma
meglio ne determinò il cerimoniale
Benedetto XIV nel 1741- Tanto
per la benedizione, che s' implora
dal Pontefice dai Cardinali agoniz-
zanti, quanto per l'esposizione, tras-
porto , esequie e tumulazione del
cadavere de' Cardinali, si tratta agli
articoli Benedizione, Cappelle Pon-
tificie STRAORDINARIE, CADAVERE ed E-
SEQUIE.
I Cardinali decano, vicecancellie-
re, camerlengo e penitenziere mag-
giore godono la prerogativa, che il
loro cadavere sia trasportato dal
proprio palazzo alla chiesa , in un
magnifico letto, mentre quello degli
altri vi si reca nella carrozza fime-
bre, nella quale oggidì sogliono in-
distintamente recarsi tutti i Cardi-
nali , cosicché non ha perciò più
luogo la cavalcata pei trasporti del-
le spoglie mortali de' menzionati
quattro Cardinali dignitari. V. il
Cardinal Petra, Commenlar. ad con-
stit, Jpostolic. tom. II, ad consti t. 2,
Honorii III^ secL unic.
Sdissero le vite de' Cardinali Teo-
doro Amidenio, Donio Attichy, Fe-
lice Contelorio, Alfonso Ciacconio ,
Girolamo Garimberti, Mario Guar-
nacci, Filippo Monti Cardinale, Gio-
vanni Palazzi, Onofrio Panvinio, Gio.
Antonio Pietramellara, Antonio San-
dero, Giuseppe de Novaes, Giancarlo
Stadel; nonché Vincenzo Coronelli,
nella sua Tavola sinottica de^ Car-
dinali dalla loro istituzione fino
al XVII secolo y colla serie de' pseu-
do-Cardinali ^ ec, stampata in Ve-
nezia nel 1701; e principalmente
26 GAR
Lorenzo Gardella, Memorie storiche
de' Cardinali della s. romana Chie-
sa, incominciando da quelli di s.
Gelasio I, sino ai creati da Be-
nedetto XIV y Roma 1792.
Noi, colla possibile diligenza, pro-
curiamo riempire il vuoto che vi
era, delle biografìe de' Cardinali di
Clemente XIV, dei due Pii VI e
VU, non che di Leone XII, Pio
Vili, e dello stesso regnante Gre-
gorio XVI, ma defonti, con com-
pendiose biografie, e notizie tratte
da buone fonti.
Della dignità Cardinalizia, e per
ciò che riguarda i succitati autori,
abbiamo Andrea Barbagia, De Prae-
stantia Cardinalìunij Cardinal Ago-
stino Valerio, Della dignità del Car-
dinalato, Venezia i833; P. Stanis-
lao Santinelli, Della dignità del Car-
dinalato, ec, nel tomo XXIV degli
Opuscoli di Calogerà, pag. 395;
Jo. Fr. Budaeus, de origine Cardi-
nalitiae dignitatis, Scìiediasma Hist.
Jenae 1693: ma di questo autore
furono proibite le opere a' 5 mag-
gio 1759. Si possono inoltre con-
sultare Ludovico Muratori , Disser-
tazione LXl dell' Origine ed isti-
tuzione de' Cardinali, Exst. in t. V,
^nt. nied. aevi. Giovanni Boterio ,
Dell' officio del Cardinale j Pao-
lo Cortesi , del Cardinalato , Gian-
tiandrea Tria, delV uffizio e digni-
tà da' Cardinali di S. R. Chiesa,
e Carlo Bartolommeo Piazza, Della
Gerarchia Cardinalizia, Roma 1703.
CARDO, o DELLA Ruta. Ordine
militare nella Scozia, chiamato an-
che di s. Andrea del Cardo. Fedi.
CARDO s. Mari\ ( DEL ). Ordine
militare, nella Borgogna. Filippo II,
// Buono, duca di Borgogna , dopo
aver avuto la gloria di fondare l'Or-
dine del Tosone d'oro, per le com-
petenze contro il duca d'Orleans, e
CAR
Giovanni conte d'AngouIcme, am-
bedue pupilli, volle prenderne la
difesa, istituendo l'Ordine de' cava-
lieri denominati del Cardo, e della
b. Vergine, conosciuto anco sotto
il nome di Notre^Dame da Char-
don, sebbene il Michieli, Tes. Milit.,
pag. 88, opini, che tal Ordine fu
piuttosto dal detto principe restau-
rato nel i4o3, ciocche dal Giusti-
niani viene protratto al f43o. Diede
pertanto il duca Filippo per insegna
e distintivo a' cavalieri un collare, o
collana d'oro e argento, formata di
gigli e fiori di cardo, col motto
Esperancej insegne, che assunse egli
stesso, dichiarandosi capo e gran
maestro dell'Ordine. Con tal motto
egli intese dichiaiare la grandezza
del suo animo, col giglio 1' analogo
simbolo della speranza, e col cardo,
siccome ha il fiore color celeste,
volle esprimere, che le azioni do-
veano essere virtuose, ed aver sem-
pre per iscopo il godimento del
cielo. A tal oggetto doveano i ca-
valieri essere pronti alla difesa della
cattolica religione. Dalla collana pen-
deva una croce equestre, e nel mezzo
una medaglia smaltata di color ver-
de, coir immagine della b. Vergine
col bambino Gesù in braccio, coix)-
nata di stelle e cinta di raggi .
Questi cavalieri nelle funzioni solen-
ni , come riporta il Bonanni , usava-
no un abito di seta damascata color
di carne, con maniche larghe, ed ar-
macollo di velluto, nel quale me-
diante un ricamo formavasi la pa-
rola Esperance: la fibbia era della
forma del cardo, ed ornata di smalto
verde, mentre la cappa, o manto era
di seta turchina damascata, con fo-
dera rossa, del quale colore era
pare il berrettone. Tanto riporta il
Giustiniani citato, neWHistorie cro-
nologiche degli Ordini equestri ec,
CAR
al capo LVII. Il Boiianni, Catalogo
ec. , ne dà anche la figura alla ta-
vola XX. Ne deve tacersi, che altri
credono istituito quest'Ordine caval-
leresco nel iSyo in Moulins da Luigi
ir soprannominato il Buono, duca
di Borbone, il giorno della Purifi-
cazione di Maria Vergine.
CARDONA Errico, Cardinale.
Errico Cardona, nato nel i4B5 in
Urgelle della Spagna dai duchi di
Cardona, era assai virtuoso. Secon-
do Ayraerich, nel i3o5, Giulio II
lo esaltò al vescovato di Barcellona,
coU'amministrazione della chiesa di
Urgelle; poi, nel i5i2, lo promosse
alla metropolitana di Monreale in
Sicilia. Andato per mare al governo
della sua chiesa, i corsari gì' invo-
larono il sagro pallio, ed il Ponte-
fice saputolo, senza esserne richiesto,
gliene mandò un altro. Nel i522,
dalla Spagna si recò a Roma con
Adriano \I, che gli conferì poi la
prefettura di Castel s. Angelo; quin-
di con altri Cardinali lo costituì
commissario, e giudice nella causa
del Cardinal Sederini, In appresso,
a mezzo di Carlo V ai 2 1 novem-
bre i527. Clemente VII sebbene
fosse in Castel s. Angelo, lo creò
Cardinal prete assente di s. Marcel-
lo , viceré e presidente della Sici-
lia. A Monreale fondò un moniste-
ro alle sagre vergini , e beneficata
insignemente quella chiesa, mori a
Roma nel i53o di quarantacinque
anni, e tre di Cardinalato. Fu se-
polto in S. M. di Monferrato, alla
cui fabbrica avea contribuito con
grosse somme. Arricchì poi questa
chiesa anche di rendite perpetue, tra
le quali di una messa quotidiana.
CARDONA Jacopo , Cardinale.
Jacopo Cardona, nato nella Spagna
da nobilissima famiglia , straordina-
rio in iscienza, e di piissimi costu-
CAR 27
mi, era vescovo di Urgelle, quando
a mezzo del re di Aragona, ai 18
dicembre del 1461, Pio II lo creò
Cardinal prete. Ma dopo un lustro
di Carchnalato, verso il fine, del
1466, morì nel castello di Cervara
nella Catalogna.
CARIA. Provincia dell'Asia mi-
nore neir impero Ottomano, che
vuoisi così appellata da Car, di lei
fondatore. Ora è compresa nell'Ana-
tolia o Natòlia occidentale, detta il
paese di levante. Afiodisiade n'è la
metropoli, e le altre sue principali
città sono Alicarnasso, Gnido, Mile-
to e Mindo. Siccome s. Giovanni
apostolo ed evangelista è riconosciuto
per istitutore della chiesa d' Asia , così
vuoisi aver egli bandito l'evangelo
in Caria. In essa l'anno 366 si ce-
lebrò un concilio , coli' intervento
di trentaquattro vescovi dell'Asia,
seguaci di Macedonio, i quali riget-
tarono la parola consostanziale, ap-
provando la formula di fede com-
pilata nelle assemblee d' Antiochia
e Seleucia. V. V annalista Baronie
al suddetto anno. Il Dizionario dei
concili chiamò questo il concilio
Cariense^ed aggiunge, che la detta
professione di fede fu opera del
martire s. Luciano.
CARIACENO PiKTRo, Cardinale.
Pietro Cariaceno da Garisendo, dio-
cesi di Bologna, fu creato Cardinal
prete dei ss. Silvestro e Martino ai
Monti, da Onorio II, nelle tempora
di dicembre del i i25. Si mantenne
fedelissimo ad Innocenzo 11 , contro
l'antipapa Anacleto, e si trovò ai
comizi di lui. Si legge il suo nome
in una bolla spedita in Laterano,
nel 1 1 28, da Onorio II. Morì pro-
babilmente nel pontificato d' Inno-
cenzo II, poiché non si sa, che sia
intervenuto ai comizi di Celestino lì,
immediato successore d'Innocenzo.
28 CAR
CARIATI (C/irtrm//>/i.). Città con
residenza vescovile nel regno delle
due Sicilie, nella provincia della
Calabria citeriore, ed anche titolo
di principato, o contea appartenente
al duca di Semìnaria. Chiamasi Ca-
riati vecchia V antica Patcrnum _,
per distinguerla da Cariali nuovo,
borgo mezza lega distante dalla città.
Essa è edificata con solido recinto di
mura, nella parte boreale del pro-
montorio, fi-a' due golfi di Taranto
e di Scjuillace, e viene bagnata dal
piccolo fiume Aquanite, che mette
foce nel mar jonio. La sua sede
vescovile, eretta verso il secolo IX,
fu poscia unita a Cerenza, Gerun-
tiaj ma sempre restò suffraganea
della metropoli di s. Severina, come
Io è tuttora. Cariati fu occupata per
ben due volte dai turchi. Tale sog-
gezione si vuole imposta nel 1 1 8 1 da
Lucio III ; ma a' nostri giorni il Pon-
tefice Pio VII colla bolla, Deutiliori
doniinicce, quinto kalend. julii 1818,
confermò T unione di Cerenza a
Cariati, ed inoltre vi unì le sedi ve-
scovili di Strongoli ed Umbriatico ,
ambedue, come Cerenza, erette nel
secolo decimo. La bella cattedrale
di Cariati è dedicata a s. Michele
Arcangelo, e si compone il capitolo
di cinque dignità, prima delle quali
è l'arcidiacono, essendo le altre il
decano, l'arciprete, il cantore e il
tesoriere, di nove canonici, e di
altri sacerdoti e chierici pel divino
servigio. Sonovi due conventi di re-
ligiosi ed il seminario. Ne' registri
della camera apostolica, è tassata
di duecento novantatre fiorini, f^.
Cerenza.
CARICA. Uffizio, impiego, posto,
munus, off/cium, dìgnitas, magistra-
lus. Dignità, che dà potere ed au-
torità sopra degli altri a quelli, cui
viene conferita. Cosi nella corte e
CAR
curia romana sono denominali ge-
nericamente gli ufiìci. S. Bernardo,
nel lib. IV, de Conmlcrat. cap. 4 ,
dice: che quello, il quale per s^
stesso prega per alcuna carica, è
già giudicalo j ed il Papa Nicolò HI
del 1277, soleva ripetere, che la
dottrina senza bontà, era veleno
senza medicina^ F. Catechism. con-
cil. Trident. p. 3, de 7 prcecept.
uum. 7. Fra i Pontefici, che furono
assai cauti nel conferire le cariche,
meritano special menzione, Paolo II
del i464j che fu il primo sovrano
Pontefice, il quale affidasse la cu-
stodia delle fortezze a' prelati e a
degni ecclesiastici , affinchè in ogni
evento fossero più fedeli alla Santa
Sede. Tanto zelante si mostrò nel
distribuire le cariche, e tanta sag-
gezza e rettitudine vi poneva , che
egli ne in fretta, né per le pre-
ghiere, o raccomandazioni di per-
sone ragguardevoli, ma solamente
con piena e matura deliberazione,
a misura de' meriti personali distri-
buiva le cariche e le dignità; onde
di frequente accadeva, che trovavasi
all' improvviso premiata la virtù di
molti soggetti di esemplar bontà,
malgrado la loro assenza da Roma,
o di altri affiitto ignari di simile
guiderdone. Paolo V, eletto nel
i6o5, si astenne nel bollore del-
l' esaltazione di dispensar cariche,
dicendo, che troppo facile era in
quel tempo il chiedere, ed il con-
cedere inavvedutamente. Appena e-
saltato, nel 1691, al pontificato In-
nocenzo XII, a scegliere i soggetti
adatti e meritevoli delle cariche
vacanti, per tre giorni si chiuse col
Cardinal Albani ( che gli successe
col nome di Clemente XI), affine
di scegliere i migliori con maturo
consiglio. Divenuto Papa, nel 1724,
Benedetto XI lì, stette ritiralo tre
CAR
giorni in contìnua orazione, per im-
plorare il divin lume, ed assunto, nel
I 740, a tal dignità il gran Benedetto
XIV, subito con modi convenienti
esortò i prelati ad una seria appli-
cazione allo studio, e ad una con-
dotta irreprensibile, protestandosi di
non promoverne giammai veruno,
se non che a proporzione delle scien-
ze e de' buoni costumi , che osser-
Terebbe in essi.
CARILEFO (s.), nacque in Al-
vergna. I genitori di lui, distintissi-
mi per nobiltà e virtù, ebbero tutta
la cura di allevarlo alla pietà ed
alle scienze, e appena uscito d' in-
fanzia, lo afìidarono ai monaci di
Menat nella diocesi di Clermont.
Cresciuto in età , abbracciò quella
regola, ma non corse molto tempo
che, in compagnia di s. Avito, ab-
bandonò quel monistero, affine di
starsene in maggior solitudine nella
badia di Micy, presso ad Orleans.
Quivi fu ordinato sacerdote, e aman-
te quale egli era della vita romiti-
ca, dal monistero di Micy andos-
sene nel Maine, imitando interamen-
te gli anacoreti orientali. A cagio-
ne della gran copia di discepoli, che
a lui venivano da ogni parte, do-
vette mutar consiglio il nostro san-
to, e donato dal re Childeberto di
un pezzo di terreno, vi piantò un
monistero, chiamato prima Anisole
o Anille, dal fiume sul quale era
posto, e detto poi di s. Carilefo o
s. Caluis, dal nome del suo fonda-
tore. La vita di lui fu un continuo
modello di penitenza e di orazione.
Morì nell'anno 5^1, e la sua me-
moria si onora il giorno primo di
luglio.
CARILLO Alfonso , Cardina-
le. Alfonso Carillo, altrimenti Gan-
glio da Cuenca, prima fu pseudo
Cardinale dell' antipapa Benedetto
CAR !S9
XIIT; ma poi, conosciuta la verità, ri-
corse a Martino V, che creollo Car-
dinal prete del titolo dei Santiqua t-
tro, ai 19 marzo del 1419. Poscia fu
arciprete della basilica lateranese, le-
gato di Bologna, e da Eugenio IV
venne fatto vicario di Avignone ,
Ma ad onta delle piti forti rimo-
stranze di quel Pontefice, volea sos-
tenersi in quella legazione con le
armi; per cui dovette il Papa pii-
vario dell'amministrazione della chie-
sa di Osma, o di Siguenza , e mi-
nacciarlo di altre pene; e quindi in
suo luogo fece legato il Cardinal Pie-
tro di Foix, che dopo alcuni mesi,
cacciato il Carillo, n' ebbe il possesso.
Ristaurò magnificamente la chiesa
del suo titolo, come apparisce dalla
marmorea lapide, che tuttora si
conserva; poscia, nel i434j dopo
diciannove anni di Cardinalato, com-
preso quello pseudo sotto Benedet-
to XIII, morì a Basilea, ove andò
per assistere al concilio. Ebbe poi
onorevole tomba nella chiesa di
Osma nella Spagna. Questo illustre
Cardinale lasciò grosse somme di
danaro da distribuirsi ai poveri ve-
scovi , che si trovavano a quel si-
nodo.
CARINA, o CARINI. Città ve-
scovile degli Abruzzi, nel regno delle
due Sicilie. La sua sede istituita nel
quinto secolo, fu nei primi del sesto
unita dal Pontefice s. Gregorio I, il
Grande^ alla metropolitana di Reg-
gio di Calabria. A' nostri giorni, enei
1 8 1 8, Pio VII , colla bolla De Melio-
ri, r unì per sempre all' arcivescovo
di Trani. Ora non è che un borgo,
capo luogo di cantone della pro-
vincia di Palermo, sul fiume del
suo nome, con un castello gotico.
Poco distante si veggono le rovine
dell' antica Hyccara.
CARINOLA, Celenna. Città ve-
3o CAR
scovile nel regno delle due Sicilie,
nella provincia della Terra di La-
▼oro, col titolo di contea. Fu edi-
ficata presso r antica Galeno, tra il
monte Massico, e il fiume Saone
in posizione umida. Vuoisi fondala
verso il io58 dai principi longo-
bardi di Capua, e fiorì allorquando
essi distrussero Forum Claiidìi, le
cui vestigia sono poco distanti, e
perciò dicesi Civita rotta. Il vescovo
di quest'ultima città, la cui sede
vescovile era stata eretta nel VI
secolo, verso il 1087, essendo go-
vernata da s. Bernardo, trasferì il
seggio a Carinola, che rimase suffra-
ganea della metropoli Capuana, sin-
ché cessò anche essa di esistere nel
18 18, allorché Pio VII la unì a
Sessa. Si contano quarantotto vesco-
vi, che governarono le due diocesi.
Tuttora si conservano la bella cat-
tedrale, una collegiata, il seminario,
ed un convento di francescani.
CARIJN'TIA ( Carinthia ). Antica
provincia dell'impero d'Austria, che
avea il titolo di ducato, e divide-
vasi in alta e bassa. Oggidì forma
il circolo di Klagenfurt, e di Vil-
Jacco del regno d'Illiria (Fedi). S.
Virgilio, vescovo di Salisburgo, vie-
ne venerato per apostolo della Ca-
rintia , cosicché essa abbracciò la
dottrina di Gesù Cristo nel settimo
secolo. Gli antichi Carni abitatori
delle Alpi della Carniola alta, ne
presero il nome, e verso la caduta
dell'impero occidentale nel secolo
V sì dilatarono nel vicino Noricum,
onde poscia si chiamarono Carinti.
In seguito vi si stabilirono molti
slavi, e gli abitanti allora ebbero il
proprio principe. Carlo Magno ne
conferì il governo ad Ingevone ,
sottoponendo gì' imperatori suoi suc-
cessori r intero paese ai margravi ,
Nel 1073 Marguardo ne fu dichia-
CAR
rato duca da Enrico IV. Alla mor-
te del duca Enrico III, per man-
canza di successione, Lotario II die-
de il ducato ad Erbone conte pa-
latino, a cui, nel i i4o, per volere
di Corrado IH, successe in questo
dominio il conte di Sponheim En-
gelberto, ma la sua posterità ter-
minò nel 1269. Passò il ducato
sotto il dominio dei re boemi, ma
essendosene impadronito Rodolfo di
Absburg, nel 1282, ne investì Mer-
cardo, il quale, col suo genero Al-
berto d' Austria fece un accordo ,
che all' estinzione della linea masco-
hna la Carintia passerebbe nei di-
scendenti d'Alberto : il che si verificò
nel i32 I. Fu allora, che i duchi Al-
berto ed Ottone vennero riconosciu-
ti per legittimi signori del ducato
da Ludovico, il Bavaro^ e rimase per
sempre nella casa d' Austria. Nelle
ultime vicende fu varia la sorte
della Carintia, giacché, nel 1809,
l'alta fu ceduta alla Francia, ed unita
alle Provincie illiriche , finché nel
18 14, fu restituita all'Austria, ed
insieme alla bassa Carintia passò a
far parte del regno Illirico. Attual-
mente nella Carintia vi sono i ve-
scovati di Gurk e di Lavant (Vedi).
CARIOPOLI, o CLARIOPOLI
(Chariopolitan.). Vescovato in par-
tibusy sottoposto alla metropoli di
Stauropoli, che da ultimo, nel conci-
sloro de'2 ottobre 1887, dal regnan-
te Pontefice fu conferito a d. Raf-
faele Serena napolitano. Questa cit-
tà della Caria nell' Asia minore, fii
già sede e residenza vescovile fon-
data nel IX secolo, soggetta all'e-
sarcato di Tracia. Abbiamo noti-
zia di quattro vescovi, che vi ebbe-
ro sede , e furono sulfraganei di
Eraclea. L'altra Chariopolis , o Che-
riopolis, o Cheropoli, sode vescovi-
le fondata nel secolo XII nella Mo-
CAR
rea, era sottoposta alla diocesi di
Misi tra.
CARISSIMO. V. Caro.
CARTSTO {Carysti'n.y Città ve-
scovile della Crecia nella parte orien-
tale dell' isola di Negroponte, della
primiera A caia neiresarcalo di Ma-
cedonia, presso il capo di Loro, con
l)uon porto. Un tempo fu assai ri-
nomata tanto per le cave di mar-
mo, che per l'amianto, con cui for-
mavasi una tela incombustibile. Al-
cuno la chiama anche Castel-Ros-
so. Nel quinto secolo vi fu eretta
una sede vescovile, suffraganea di
Calcide di Negroponte ; ma oggidì
è un vescovato in parlibus, sogget-
to alla medesima metropolitana, il
cui titolo ultimamente dall' odier-
no Pontefice Gregorio XVI , nel
concistoro de' 17 settembre i838,
fu conferito a d. Giuseppe Gioac-
chino Goldtmann, per aver trasla-
tato alla sede di Beauvais l' attuai
vescovo, che il godeva.
CARITÀ^ (s.) Questa santa, uni-
tamente alle due sorelle s. Fede e
s. Speranza, sostenne glorioso mar-
tirio nel regno di Adriano. La ma-
dre di loro s. Sofia , condotta da
riverenza alle virtù teologali, impo-
se alle tre sue figliuole questi no-
mi, e dopo averle allevate nel ti-
mor santo di Dio, destò nei loro
petti il desiderio di morire per lui,
e le vide ripiena di santa letizia,
versare il sangue per Gesù Cristo.
I nomi di queste tre sante sorelle
sono celebri nelle chiese d' Oriente
non meno che in quelle dell' Occi-
dente.
CAR1TA\ Ordine militare. En-
rico III, re di Francia sedette su
quel trono dal 1^74 fino al 1^89,
epoca della sua morte. In vantag-
gio dei militari resi imperfetti nel-
le membra [>cgli avvenimenti della
CAR 3i
guerra, isfituì l'Ordine della Carità
cristiana. QuelH, che vi erano am-
messi , dovevano portare una croce
al sinistro lato del mantello, stabi-
lendo , che la croce dovesse essere
circondata dal motto, ricamato in
oro: per aver fedelmente servito,
volendo dare così un premio d'in-
coraggiamento a quelli, che in servi-
gio del proprio sovrano , e per la
gloria della nazione aveano affron-
tato valorosamente i pericoli. Ma
quest'Ordine terminò colla vita del
suo fondatore.
CARITA\ Ordine religioso , sta-
bilito da s. Giovanni di Dio in ser-
vigio degli ammalati , volgarmente
chiamati Benf rateili. Vedi.
CARITÀ". Congregazione de' fra-
ti di s. Ippolito. Verso l'anno i585
un pio uomo chiamato Bernardino
Alvarez del Messico nelle Indie oc-
cidentali, animato dallo spirito di
carità pel prossimo, che guidò san
Giovanni di Dio, prima formò una
società di persone divote , perchè
avessero cura de' poveri infermi, e
poi fondò per essi un ospedale fuori
della città di Messico , col titolo di
s. Ippolito. Avvegnaché nel giorno
di questo santo si era convertita
qiXella città dall'idolatria alla fede
cattolica, formò colla detta società
una confraternita , con apposite re-
gole. Furono queste confermate da
Gregorio XIII, insieme all'erezione
dell'ospedale, e da Sisto V, il quale
esentò l'istituto altresì dalla giurisdi-
zione degli Ordinari. Si accrebbero
gli ospedali da loro fabbricati, onde
la congregazione prese il nome della
Carità di s. Ippolito. Clemente VIII,
con breve de' 2 aprile 1594, accor-
dò a questi spedalieri tutte le grazie
ed esenzioni concesse da s. Pio V,
Gregorio XIII e da Sisto V a quei
di s. Giovanni di Dio. Non facevano
3i CAR
però gli spedalieri di s. Ippolito, che
due voti, semplici di castità e di
povertà ; ma non credendosi obbli-
gati a perseverare nella congregazio-
gazione , l' abbandonavano quando
loro piaceva. Il generale, che avea
il titolo di maggiore, con alcuni suoi
religiosi ricorse allo stesso Clemente
Vili, il quale con una bolla, data
il primo ottobre i594, gli olabligò
in avvenire di fare i voti di peipe-
tua ospitalità ed ubbidienza, in vece
degli altri due, e volle che fossero
emessi anco da coloro, che già com-
ponevano la congregazione.
In seguito nacque da ciò un dis-
ordine , a cui riparò fr. Gio. Ga-
breia procuratore generale di essi
con ricorrere al Pontefice Innocen-
zo XII, e domandando a nome dei
suoi confratelli la licenza di pronun-
ziare i voti solenni, sotto la regola
di s. Agostino, fece istanza, che ai
venti spedalieri più anziani (dai qua-
li secondo l'ordinamento di Clemen-
te VIII doveva eleggersi il generale,
o maggiore), si sostituissero altri
venti più esperimentati e capaci. Il
Papa aderì alla prima parte della
domanda, e con la bolla. Ex debito^
de' 20 maggio 1700, che si legge
nel tomo IX, p. 539 del Bollano,
permise loro di fare i voti solenni
di povertà, castità, ubbidienza ed
ospitalità, e di professare la regola
di s. Agostino. Eresse la congrega-
zione in Ordine religioso, conferman-
dole i privilegi de' suoi predecessori,
e la prese sotto la protezione della
Santa Sede, ma in quanto all'elezio-
ne del maggiore, non volle innovare
cosa alcuna. Indi, a 1 1 giugno del-
l'anno stesso, mediante la costituzio-
ne. Ex injuncto , approvò pure le
costituzioni , fra le quali una ve
n'è, che i frati dell'Ordine debbano
essere laici, e che un solo sacerdote
CAR
vi sìa in ciascun o.spedale, e questo
sia incapace di essere superiore della
congregazione.
In oltre Clemente XI, ai 17 giu-
gno 1701, col disposto della coslilu-
zione , Injiincti , presso il tomo X
par. I del citato Bollario, concedette
a questi spedalieri della carità di
s. Ippolito la comunicazione de' pri-
vilegi degli Ordini mendicanti, e dei
chierici regolari ministri degli infer-
mi, di che pur godono que* dell'Or-
dine di s. Giovanni di Dio. Con
quest'Ordine quelli di s. Ippolito con-
vengono altresì nella forma dell'abi-
to, ne differiscono che nel colore,
poiché per quello di s. Ippolito è
tanè, e pei Benfratelli (Vedi) pre-
sentemente è nero.
Poco di poi, considerando lo stesso
Clemente XI , che dovendo essere
un solo sacerdote in ciascun ospe-
dale, poteva accadere che per la
morte di esso dovesse restare alcun
ospedale per tempo notabile senza sa-
cerdote, cioè almeno fino alle più pros-
sime tempora, affinchè ne fosse or-
dinato un altro , permise ai 7.5 giu-
gno 1701, colla costituzione, Cuin
sicut , che i chierici di questa con-
gregazione si potessero ordinare fuori
di dette tempora. E vedendo Inno-
cenzo XIII, che alcune costituzioni
d'Innocenzo XII non erano state
trovate utili all' istituto, ai 7 agosto
1722, le corresse, e le accrebbe col-
r autorità del suo breve. Ex poni ,
riportato dal Bollario romano, al
tomo XII, part. II, pag. 2 5o. Cle-
mente XII poi, a' 19 aprile i73i ,
in virtù della costituzione, Emana"
vit, presso il tom. XIII del Bollario,
stabilì che in ciascun ospedale vi
fossero due sacerdoti, i quali però,
come prescrisse colla costituzione ,
Nuperj de' 7 ottobre i735, non po-
tessero godere, come nell'Ordine dei
CAR
Benfratelli, alcuna prelatura nella
congregazione, nella quale determi-
nò ancora col contenuto della costi-
tuzione, Clini sicutj che in luogo di
tre anni , come si faceva prima , si
celebrassero i capitoli generali di sei
in sei anni.
CARITA'(IsTiTUTO della). Congre-
gazione religiosa j, ch'ebbe origine
nel 1828 sopra il sagro monte Cal-
vario di Domodossola nella diocesi
di Novara per opera del sacerdote
conte Antonio Rosmini Serbati, ec-
clesiastico esemplare, ed autore ce-
lebratissimo di opere filosofico-mo-
rali, il quale impiegò tutte le sue
fortune in vantaggio della medesi-
ma congregazione, nata e sviluppa-
ta sotto gli auspici del Cardinal
Giuseppe Morozzo, vescovo di No-
vara, non meno che del piissimo
Carlo Alberto re di Sardegna . I
membri di questo rispettabile istitu-
to, composto di sacerdoti e di lai-
ci, hanno per fine la propria e l'al-
trui perfezione e santificazione, pro-
curata coi vicendevoli aiuti, che si
trovano in una società religiosa, ed
esercitante quelle opere di carità, le
quali loro sono possibili, e vengono
ad essi domandate. Il perchè qualun-
que pia opera da essi viene riguardata
come essenziale occupazione dell' isti-
tuto, non escluso l'insegnamento nel-
le scuole, ed il servigio negli ospe-
dali ec, anzi in quanto ad essi i
membri di questo istituto predili-
gono i ministeri più bassi, e me-
no considerati. Se niente venga lo-
ro domandato, attendono nelle loro
chiese alla preghiera, ed allo studio
nelle loro case. Si propongono poi
in un modo speciale di prestar ogni
ossequio a' vescovi, e di servirli in
ciò, eh' essi desiderano .per lo bene
del loro gregge. E quando sieno ri-
chiesti da alcun superiore ecclesia-
YOL. X.
CAR 33
stico, o da alcun semplice fedele,
sono pronti a prestarsi per quanto
è dato lor di potere. Fanno i voti
semplici e perpetui ; con questa
condizione però, che sieno stabiUti
dietro il giudizio de' loro superiori.
Alcuni scelti dal superiore emetto-
no anche un quarto voto delle mis-
sioni al Sommo Pontefice, ponen-
dosi a disposizione di lui.
Possono appartenere a questo i-
stituto, oltre che i membri legati
con voto, anche altri fedeli senza
voti per mera divozione, al fine di
prendere parte all' esercizio di quel-
le opere di carità, che l'istituto a-
vesse occasione di assumere. I su-
periori di questo istituto sono pri-
mieramente un superiore generale, e
secondariamente de' superiori parti-
colari da lui proposti ne' vari luo-
ghi, secondo i diversi peculiari biso-
gni. Quelli, che desiderano qualche
servigio dall' istituto, si rivolgono ai
superiori del medesimo, i quali so-
no obbligati di riceverlo senza ave-
re nessun riguardo a' temporali in-
teressi , purché sieno certi di ave-
re de' soggetti capaci di questo in-
carico; ma nel caso contrario, han-
no il diritto di non assumere l'o-
pera ricercata.
Tra le opere caritatevoli^ in cui
questa congregazione ebbe occasio-
ne di adoperarsi fino dal principio,
una si fu la conversione dei prote*
stanti, che vanno a Domodosso-
la dalla vicina Svizzera. Pietro Fa-
vre del cantone di Vaud, la mo-
glie e la figlia di lui furono i pri-
mi, di cui i sacerdoti della carità
abbiano ricevuta 1' abiura nel 1828,
e dopo quel tempo ne istruirono
nella fede cattolica e indussero ad
abiurare un gran numero, fra i
quali si conta anche la nobile don-
zella inglese Letizia Frelawny, figlia
3
34 CAR
ilei baronetto Guglielmo Frelawny,
membro del parlamento nella ca-
mera dei comuni per la contea di
Corno vaglia. L'abiura di questa don-
zella fu ricevuta dal sullodato Car-
dinal Morozzo ai i3 ottobre i833,
e ne pai'larono le Memorie di Reli-
gioncy e di letteratura di Modena,
t. III. p. 449, e seg.
I membri di questa congregazio-
ne furono chiamati successivamente
nel Tirolo italiano, nella Savoja, e
neir Inghilterra. Presentemente si
trovano in due distretti di quel re-
gno, cioè neir occidentale e nel me-
dio, de' quali sono -vicari apostolici
monsignor Baines vescovo di Siga ,
e Walsh vescovo di Cambisopoh. Il
sacerdote, che col titolo di vice-
provinciale regge presentemente l'i-
stituto in Inghilterra, è d. Giovan-
ni Battista Pagani, noto per le pie
opere da lui stampate. Nel i835,
il detto regnante re di Sardegna
Carlo Alberto esibì all'istituto del-
la Carità l'antica Badia di s. Miche-
le della Chiusa nella diocesi e provin-
cia di Susa in Piemonte, per prov-
vedere al decoro, e alla venerazione
di quel santo luogo, già un tempo
floridissimo monistero, detto capo dei
suo Ordine. A tal fine impetrò dal
Papa regnante Gregorio XVI un
breve, che fu spedito ai 23 agosto
i836, e col quale il Pontefice con-
ferì all'istituto della Carità, l' am-
ministrazione e il godimento di det-
ta abbazia. I padri della Carità vi
entrarono nell* ottobre dello stesso
anno. Contemporaneamente il me-
desimo religiosissimo re di Sardegna
fece trasportare in quella chiesa
abbaziale le spoglie mortali di vari
principi suoi antenati ; nella quale
occasione, l'abbate Gustavo de' conti
Avogadro di Valdengo pubblicò la
Storia dell* Abbazia ec. , Novara 1837.
CAB
In questo anno si apri una nuo-
va casa dell' istituto della Carità nel-
la medesima città di Domodossola, e
l'ottimo e benemerito conte Giacomo
Mellerio le affidò la direzione degli
studi del suo ginnasio, con appro-
vazione della regia riforma, a cui
fu poi aggiunto un convitto di gio-
vanetti, e lo studio della filosofia.
A Stresa sul lago maggiore, in a-
mena posizione, havvi il noviziato del-
l'istituto, in un edifizio apposita-
mente fabbricato. Finalmente il pre-
fato Sommo Pontefice , con lettere
apostoliche dei 20 settembre 1839,
che incominciano. In sublimi mili-
tantis Ecclesìae solio , ha canoni-
camente approvata questa religiosa
congregazione, i cui membri vesto-
no abito talare di color nero, della
comune forma ecclesiastica.
CARITÀ". Ordine religioso del-
la b. Vergine. Esso fu istituito da
certo Guido signore di Joinville nel-
la diocesi di Chalons-sur-Marne in
Francia, nel declinar del secolo XIII,
colla regola di s. Agostino , come
racconta l' annalista Spondano al-
l'anno 1290. I religiosi ebbero poi
in Parigi un convento chiamato Bil-
lettes. I Pontefici Bonifacio Vili e
Clemente VI, eletto nel i342, con
autorità apostolica approvarono que-
st' Ordine, che per altro essendosi
poco propagato, non ebbe lunga
durata.
CARITÀ' DELIA Madonna. Ordine
delle religiose ospitalarie. Nel 1624
Simona Gaugain, ad imitazione dei
Benfratelli, volle istituire in Parigi
le monache per servir }e donne in-
ferme. A tal effetto acquistò una
casa presso il convento de' minimi,
ed insieme ad alcune compagne,
pose le fondamenta del suo Ordine,
ufficio del quale è appunto quello di
assistere le donne inalate negli o-
CAR
spedali. Superata dalla fondatrice
ogni difficoltà, non senza particola-
re assistenza divina, poscia terminò i
suoi giorni in Parigi ai i4 ottobre
i655, piena di meriti e col nome di
madie Francesca della Croce.
Seguivano queste religiose ospi-
taliere le costituzioni, che ai 20 lu-
glio 1628 loro diede Gianfrancesco
de Gondy, arcivescovo di Parigi, e
che furono, nel i633, approvate da
Urbano Vili.
In principio professarono la re-
gola del terzo Ordine di s. Fran-
cesco, indi adottarono quello di s.
Agostino, stabilendo però che al ve-
spero e al mattutino si facesse com-
memorazione dei due santi, cele-
brandone la festa con rito di pri-
ma classe. Aveano fondati ospedali
presso i loro monisteri, in cui ri-
cevevano le donne inferme, non pe-
rò di mali incurabili e contagiosi.
Molto per la Francia si sono esse pro-
pagate, e facevano i tre voti ordi-
nari, non che quello di esercitare i
detti uffizi ospitalieri colle femmine.
L' abito loro era di panno bigio, cinto
di un cordone bianco con uno sca-
polare di tela bianca. Nelle funzioni
usavano un manto egualmente bi-
gio, ed esercitavansi in altre pie pra-
tiche, come riporta il p. Annibali,
nel suo Compendio della storia de-
gli Ordini regolari, parte III. p.
1^5 e seg.
CARITÀ^ (Sorelle della). Ordi-
ne di mònache istituito da s. Vin-
cenzo de Paolis, e da madama Lui-
gia di Marillac, vedova di Antonio
le Gras, dette anche Figlie della
Carità, e suore grigie. Questa pia
signora, essendole morto il marito
nel 1625, si pose sotto la direzione
di s. Vincenzo, che avea fondata
la congi-egazione de' Signori della
Missione. Egli la impiegò negli sta-
CAR 35
bilimenti di carità, che andava fon-
dando, massime in Parigi; ma ella
col medesimo suo direttore volle
stabilire quest'Ordine composto di
zitelle , per servire i poveri , aver
cura de' vecchi, de' fanciulli e degli
infermi, cui la vergogna impedisce
recarsi ne' pubblici ospedali. Il no-
viziato fu stabihto per le sue seguaci
in Parigi nel sobborgo s. Denis, con
voti semplici, e cinque anni di pro-
ve, e sotto la direzione de' superio-
ri della congregazione della missio-
ne. Assistevano queste monache an-
co gl'infermi negli ospedali, visita-
vano le prigioni, ed istruivano le
fanciulle povere. L'istituto propa-
gossi ovunque dopo la morte della
benemerita confondatrice (che se-
gui ai 1 6 marzo 1 660 ) , - sì per
tutta la Francia, che nella Germa-
nia, in Polonia, nelle principali città
d' Italia , e persino in America . Le
regole di quest' Ordine furono scrit-
te dallo stesso s. Vincenzo de Paolis.
Molte altre congregazioni si sono
formate in appresso sotto il nome di
figlie, o sorelle della carità, e per lo
piti tutte addette agli stessi carita-
tevoli esercizi, e composte, o presie-
dute dalle principali dame.
Correndo l'anno 18 19, nel pon-
tificato di Pio VII, alcune matrone
romane istituirono in Roma puran-
co le sorelle della Carità, colle re-
gole presso a poco conformi alle sud-
dette, ed ai 2 febbraio 1820, con
autorizzazione pontificia il Cardinal
Litta, allora vicario di Roma, ne
fece la canonica erezione nella chie-
sa di s. Maria de* Monti, costituen-
done il parroco a perpetuo diretto-
re , sotto la presidenza de' Signori
della Missione, i quali debbono in-
tervenire alle congregazioni, che si
tengono dalle sorelle. Sono escluse
le donzelle, e solo ammesse a farne
i
36
CAR
parie le vedove e le maritate. Il
loro impiego consiste nel visitare due
volte per settimana nelle proprie ca-
se i poveri infermi cronici d'ambo
i sessi , esclusi dai grandi ospedali ,
somministrar loro il medico, il chi-
rurgo e i medicinali gratuitamen-
te, assistendoli eziandio, come si ag-
gi-avino nel male, sì di giorno che
di notte. Fm le sorelle una ha il
titolo di superiora ; ed un analogo
discorso , che si fa loro in ogni mese,
infervora le esemplari sorelle al ca-
ritatevole ed utile ufficio. Esse, nel
1826, si estesero nella parrocchia
di s. Agostino, e in quella di s. Sal-
vatore in Lauro de' March eggiani, e
successivamente in altre parrocchie.
Ne si deve passar sotto silenzio, che
queste «orelle nei casi di bisogno si
prestano reciprocamente assistenza.
Nel piedetto anno 1826, furono stam-
pate in Roma le Regole della corri'
pagaia della Carità istituita da s.
F'incenzo de Paolis, ec, e di essa
tratta monsignor Morichini, Degli
istituti di pubblica carità, ec, pub-
bhcati in Roma nel 1882, alla parte
I, capitolo XI.
La pia principessa d. Teresa Bo-
ria Pamphilj , volendo introdurre
negli ospedali femminili in Roma le
sorelle della Carità, fondò nel 182 i
una congregazione di esse col titolo
di ospitala rie, le quali furono col-
locate neir arcispedale del ss. Salva-
tore al Laterano, approvandone le
regole, nel 1827, Leone XII. Nel
medesimo anno si stamparono Co-
stituzioni per la congregazione del-
le ospitalarie^ detta della misericor-
dia, e quindi furono confermate dal
regnante Pontefice. Fanno esse quat-
tro voti semplici, di povertà, casti-
tà, obbedienza ed ospitalità. Posso-
no essere zitelle, o vedove, ed il lo-
10 abito è di saia nero. Si divido-
CAR
no in oblate e in converse, ed os-
servano la vita comune. Fanno tutti
gli ufficii relativi all' assistenza del-
le inferme, comprese quelle della
bassa chirurgia. La loro utilità ed
esemplarità mosse il regnante Gre-
gorio XVI a stabilire queste ospita-
larie anche nell' arcispedale di s.
Giacomo in Augusta nel quartiere
delle donne, il che effettuò nel i834,
con benefìzio e vantaggio dello stabi-
limento, per la vigilante ed esemplar
carità, colla quale sì benemerite suo-
re assistono le malate. F. Ospe-
dali.
CARITÀ' DELLA Madonna. Con-
gregazione di religiose. Il p. Odone,
fondatore della congregazione dei
preti, da lui detti Odonisti, sotto
r invocazione di Gesù e Maria , fa-
cendo le missioni , convertì molte
donne peccatrici, le quali ai 25 no-
vembre 1641, da lui furono rin-
chiuse in una casa nella città di
Caen. Aumentandosi il loro nume-
ro, stabilì d'istituire colla regola
di s. Agostino un nuovo Ordine di
reUgiose, che ai tre soliti voti ag-
giungessero il quarto, d'impiegarsi
cioè nelle istruzioni, e nella cura del-
le donne pencolanti. Il p. Odone
scrisse per esse ancora le regole con-
fornii a quelle delle monache della
Visitazione, meno alcune particola-
rità proprie di questo istituto. For-
mò pure le costituzioni per le pe-
nitenti, ordinando fra le altre cose,
che abitassero separate dalle mona-
che, e che fosse la congregazione
diretta dalle religiose della Visitazio-
ne. Ai 2 gennaio 1666, Alessandro
VII con sua bolla l'eresse però in
Ordine religioso, per cui ben pre-
sto si diffuse in diversi luoghi di
Francia. L'abito, lo scapolare, e il
manto sono di color bianco, ma il
velo pel capo è nero. Sullo scapo-
I
CAR
lare evvi un cuore di argento colla
b. Vergine ed il Bambino scolpiti,
giacche il p. Odone inculcò alle mo-
nache lina particolare divozione al
Cuor di Gesù e di Maria. Il perchè
celebrarono la festa del Cuore di
Maria sino dal i643, mediante l'ap-
provazione di parecchi vescovi di
Francia, e la conferma dei Sommi
Pontefici, e poscia celebrarono anco
quella del Cuore di Gesti.
CARITÀ' (Figlie della). Congre-
gazione di religiose. L'istituto delle
così dette Figlie della Carità ebbe
principio nella città di Verona nel-
l'anno 1808. L'illustre e piissima
dama Maddalena de' marcnesi di
Canossa ne fu la benemerita fonda-
trice; e Leone XII con amplissimo
breve apostolico de' 28 dicembre
1828, ne confermò pienamente le
regole. Trovasi questa istituzione
oramai diffusa per quasi tutto il re-
gno lombardo-veneto , ed anche al
di là di esso, con sommo vantag-
gio della popolazione, mediante l' e-
ducazione che riceve la gioventti più
povera ed abbandonata , e l' assi-
stenza che si presta da queste -ali-
giose alle inferme negli ospedali, non
meno che l' istruzione alle contadi-
ne per sostenere l'uffizio di maestre
nelle ville, colla pratica ad un tem-
po degli spirituali esercizii ne' loro
moni steri a comodo e vantaggio
della classe più agiata delle città.
CARITONE. Ordine religioso.
Esso fu celebre nell'oriente, e vanta
origine antichissima, dappoiché ri-
conosce per fondatore s. Caritone
di Iconio, discepolo di s. Tecla, e
di s. Paolo primo eremita. Neil' im-
pero pertanto di Aureliano egli pa-
ti tormenti e persecuzioni siccome
confessore della fede di Gesù Cri-
sto, e solo alla di lui morte usci
di prigione, e recossi in Gerusalem-
CAR 37
me. Liberato miracolosamente dalle
sevizie di alcuni malandrini, diven-
ne anche possessore del loro dana-
ro, col quale edificò una chiesa con
romitorio, che prese il nome di
Phai^os. Ivi molti ricevettero da lui
il battesimo, ed altri elessero di vi-
vere sotto la sua direzione solita-
riamente, con vesti di ciHcio e par-
chissimo cibo, attendendo ad opere
eziandio manuali, ed osservando le
regole, che il fondator loro aveva
composte. Indi partì s. Caritone a
fondare altro romitorio, chiamato
Sucam, ove grande fu il concorso
delle persone per seguirne il vivere
religioso. Ma il nostro santo, per
maggior austerità, abitava in una
spelonca detta cremastos o pensile,,
perchè non poteva ascendervisi che
mediante una scala, finche santa-
mente morì nel pontificato di san
Giulio I, eletto l'anno 336. L'abito
di questi religiosi era di colore leo-
nino, con cappuccio simile nella
forma a quello dei greci. Riferisce
Isidoro, che tanto si accrebbero,
che in un solo monistero eretto
dallo stesso istitutore, si contavano
più di mille monaci, ed Apollonio
aggiunge, che talvolta se ne nume-
rarono cinque mila. K. Il Lippoma-
no nelle Vite de Padri di quest' Or-
dine a' 28 settembre.
CARLISLE ( Carleoluni) . Città
vescovile d'Inghilterra, capo luogo
della contea di Cuberland, situata
in mezzo ad amene pianure al con-
fluente dell'Eden, e del Caldew. Fu
chiamata anche Luguvalluni _, ed il
«uo nome significa città presso il
muro, perchè è vicina a quello edi-
ficato dai romani per difendere i
bretoni dalle scorrerie dei calcedo-
ni. Nel castello, edificato nel VII
secolo, da Egfrido re di Northum-
berland, stette prigione la regina
38
CAR
di Scozia, r infelice Maria Stuard.
Dopo di aver fiorito sotto il domi-
nio de' romani, ne* primordii del
IX secolo, fu rovinata dai danesi.
Nel regno di David sovrano di Sco-
zia appartenne Carlisle alla Scozia,
e tanto piacque la sua posizione a
Guglielmo li, che montato sul tro-
no inglese, nel io83, la fece rifab-
bricare. Sotto la dominazione di
Enrico III fu incendiala dagli scoz-
zesi, disastro, che per avvenimento
fortuito si rinnovò in quello di
Odoardo I. Indi fortificolla Enrico
Vili, e il generale Lesly la superò
nel i644> ^ ^^1 174^ cadde in
pótei'e del pretendente Odoardo
Stuard ; ma il duca di Cumberland
subito la fece tornare all'ubbidienza
deir Inghilterra.
Alla fine del secolo XI venne
edificato in Carlisle un monistero
di canonici regolari, mediante 1' e-
redità di certo Vauthier. La chie-
sa, magnificamente fabbricata con
disegno sassone gotico , talmente
piacque ad Enrico I, e a Turstand
arcivescovo di Yorck, che fu eretta
in cattedrale suffraganea a detta
metropoli, coli 'approvazione del som-
mo Pontefice Innocenzo II verso
Tanno ii33, anche per togliere le
differenze giurisdizionali, che nasce*»
▼ano tra il vescovo di Glascow, e
quello di Yorcli, onde ne fu pre^
posto a primo vescovo un tal A-
delvraldo, scelto dai canonici con
indulto apostolico . Nelle vicende
della riforma , soggiacque questa
sede alla sorte delle altre, e in par-
te la cattedrale fu demolita; però
ancora esiste il vasto suo coro. Vi
ha pure in Carlisle la chiesa di san
Curberto degna di memoria; ma
ora questa città è sede d'un ve-
scovo anglicano, ed ha il titolo di
contea.
CAR
CARLO Borromeo' (s). Di Giber-
to Borromeo e di Margarita de' Me.
dici, sorella di Giannangelo poi Pon-
tefice, nacque questo santo nel castel-
lo di Arona a' 2 di ottobre dell'an-
no i538. I genitori di lui, se era-
no distintissimi per la nobiltà della
nascita, chiari non meno rendevan-
si per la santità dei costumi, cosi
che il loro figliuolo non appena co-
nobbe la grandezza della sua origi-
ne, che sentissi tratto dal loro esem-
pio all' esercizio delle cristiane virtù.
Fanciullo ancora, dava egli non dub-
bi segni di quella vocazione, che do-
vea renderlo in appresso il modello
dei pastori della Chiesa di Cristo, poi-
ché nulla curante dei piaceri anche
innocenti, cui quella età è di ordinario
inchinevole, era tutto nelle pratiche
di pietà, e nelle opere di miseri-
cordia. Cresciuto negli anni, ricevet-
te la chericale tonsura, e compito
il dodicesimo anno, Giulio Cesare
Borromeo , zio di lui gli rassegnò
la abbazia di s. Gratiniano ^ e s.
Felino , nel territorio di Arona,
che da lungo tempo era posseduta
da persone ecclesiastiche di quella
illustre famiglia. Carlo, cui non erano
ignote le regole della Chiesa, rap-
presentò a suo padre, che delle ren-
dite di quel ricchissimo beneficio vo-
leva fosse distribuito a'poverelli quan-
to sopravvanzava alla sua educazio-
ne, ed al servigio della Chiesa. Pie-
no di compiacenza il buon padre
per le sante intenzioni del figlio, in-
càricossi ben volentieri, nella mino-
rità di lui, della amministrazione di
quei beni, dandone il sopravvanzo in
limosina. Studiò Carlo la gramatica
e la rettorica in Milano, fu indi a
Pavia per lo studio del diritto ci-
vile e canonico, e, l'anno i55g, di
ritorno da Milano, dove erasi con-
dotto a cagione della morte di suo
CAR
padre, vi prese il grado di dottore.
Restituitosi in patria, e giuntagli to-
sto la nuova, che il Cardinale de
Medici, suo zio, era stato innalzato
alla suprema dignità della Chiesa,
col nome di Pio IV, anziché insu-
perbirsene, e sentir compiacenza del-
le universali congratulazioni^ che da
tutta Milano se ne facevano, pensò
essere pivi savio consiglio il ricorre-
re a Dio, acciocché si degnasse di
non permettere, che cadesse in va-
nagloria , fermando proposito di
non partire da Milano se non allo-
ra che per obbedienza lo chiamasse
il Pontefice. Non andò guari di
tempo, che il Papa lo volle a sé, e
giunto in Roma, lo fece segretario
de' memoriali, protonotario apostoli-
co, e referendario d'ambedue le se-
gnature. Dopo un mese da Pio IV
fu creato Cardinale a' 3 1 di gennaio
dell'anno i5i6o, e gli venne con-
ferita la diaconia de' ss. Vito e Mo-
desto. Quindi nell'anno appresso fu
nominato arcivescovo di Milano , non
contando ancora il vigesimo terzo an-
no di età. Non è a dire quanto siasi
adoperato il nostro santo per non
accettare queste onorevoli cariche, e
quanto fermamente durò in sino a che
gli fu concesso di rifiutare la digni-
tà di camerlengo, di grande autori-
tà ed onorificenza, ed allora la più
lucrosa della corte romana. Il Pon-
tefice, che teneramente lo amava,
non già per la parentela, ma per
la conoscenza del vero suo merito,
e perché in lui vedeva un utile e
zelante ministro dello stato , lo inca-
ricò pure della legazione di Bologna,
della Romagna e della Marca di An-
cona, stabilendolo anche protettore
della corona di Portogallo, dei Paesi-
Bassi, dei cantoni cattolici della Sviz-
zera, e degli Ordini religiosi di
s. Francesco, dei carmelitani, e del-
CAR 39
1^ Ordine gerosolimitano di Malta. La
maggior gloria di Dio era 1' unico
fine, che proponevasi il Borromeo
in ogni sua azione e imprendimento.
Sempre guidato da questo pensie-
ro, non è a maravigliare com'egli
rispondesse perfettamente in ogni
suo affare al desiderio di tutti i
buoni. Fatto più agli altri che a se,
non risparmiava fatica pel bene del-
lo stato e della Chiesa , e siccome
in mezzo a si grandi e svariate in*-
cumbenze non é difficile il prendere
un qualche abbaglio, egli, che non
sentiva molto avanti di sé stesso,
amò aversi sempre da vicino perso-
ne di specchiata virtù e prudenza,
le quali frequentemente consultava,
sottomettendosi con somma docilità
in ogni cosa al loro giudizio. Sape-
va egli così saviamente distribuire il
suo tempo, che non avea giorno in
cui alcuna ora non consacrasse alla
orazione ed allo studio, e preso da
caldo amore a quest'ultimo, ad istil-
larlo in altrui, e ad isbandir l'ozio,
istituì nel Vaticano una accademia
di ecclesiastici insieme e di laici , i
quali con frequenti tornate doves-
sero trattare di oggetti riguardanti
la religione ed il progresso sempre
maggiore degli ottimi studi; accade-
mia di cui parlammo al suo articolo,
nel voi. I, p. 4^ di questo Dhionario.
Se Carlo alloggiò in Roma un magni-
fico palazzo, e questo elegantemente
addobbato, non é a credersi che il
cuore di lui fosse schiavo della am-
bizione, poiché anzi se esteriormente
viveva con pompa, affine di unifor-
marsi all'uso della corte, egli sapeva
mortificare sé stesso anche in mezzo
a quella grandezza, e perciò si rese
più meritevole di encomio la sua
umiltà. Quantunque la sua assen-
za da Milano non fosse volonta-
ria, ed egU prestasse l'opera sua
4o CAR
al bene universale della Chiesa, pu-
ve il Borromeo non poteva acquie-
tarsi sul fatto della residenza, e non
fece fine a^ suoi dubbi se non quan-
do il pio e dotto arcivescovo di
Braga, Bartolommeo de' Martiri, con
saggia decisione lo tranquillò intiera-
mente. Morto l'unico fratello suo,
nel mese di novembre dell'anno
1 562, e rimasta così senza consola-
zione e sostegno quella illustre fa-
miglia, i suoi amici ed il Papa me-
desimo lo persuadevano a lasciare
lo stato ecclesiastico, per ripararne
il danno, ma egli affine di liberarsi
da ogni ulteriore sollecitazione, ri-
cevette l'ordine sacro prima che ter-
minasse quell'anno, e non molto ap-
presso fu fatto gran penitenziere, ed
arciprete della basilica di santa Ma-
ria Maggiore, divenendo in seguito
prete del titolo di santa Prassede .
Non è tacersi quanto egli siasi ad-
operato , con sommo zelo e pru-
denza , per la conclusione del conci-
lio di Trento, avvenuta l'anno se-
guente i563, avvertendo i vescovi
e i principi del cattivo stato di sa-
lute del Papa , ed eccitandoli con
caldissime istanze ad affrettarne il
compimento j né è da passarsi sotto
silenzio, come egli, tostochè fu sciol-
ta quella venerabile assemblea, die-
desi ogni premura di far eseguire
tutti i decreti, che riguardavano la
riforma della disciplina. Non appe-
na seppe, che la diocesi di Milano
abbisognava della presenza di lui ,
a togliere alcuni disordini, ai quali
in vano si studiava di rimediare il
piissimo suo vicario generale Orma-
netto, fece istanza al santo Padre,
perchè gU permettesse di partire, e
cosi ardentemente ne lo pregò, che
ottenne di andare a Milano per te-
nervi un concilio provinciale, e far
la visita della sua diocesi . Pio IV
CAR
finalmente glielo concesse, creatolo
prima suo legato a Intere per tutta
r Italia. Il giorno primo di settem-
bre dell'anno 1 565 , s. Carlo parfi
da Roma, e trattenutosi un qualche
giorno a Bologna, di cui era legato,
fu a Milano, dove egli venne accollo
con le dimostrazioni della più sen-
tita esultanza, parendo a quel popo-
lo di rivedete in lui ricopiata la
immagine di s. Ambrogio. Non mol-
to dopo il suo arrivo, apri il santo
arcivescovo il primo concilio provin-
ciale , cui intervennero due Cardi-
nali forestieri ed undici suffraganei
di Milano. Fu comune l'ammirazio-
ne nel vedere con quanto zelo e
pietà venne celebrato questo conci-
lio da un giovane, qual era s. Carlo,
di soli ventisei anni di età. Si trattò
principalmente in questo concilio in-
torno alla riforma del clero, alla
celebrazione dell'offizio divino, all'am-
ministrazione dei ss. Sacramenti, al-
la maniera di tenere il catechismo,
tutte le domeniche e feste dell'anno,
in ogni chiesa parrocchiale, facen-
dosi sopra tutto questo, dei sapien-
tissimi regolamenti. 11 Pontefice, to-
sto che ne fu informato, scrisse al
nipote le sue più. confortanti con-
gratulazioni. Posto termine al con-
cilio, la prima cura di s. Carlo fu
rivolta alla visita della sua diocesi.
Avuta notizia, che il Papa era gra-
vemente ammalato, parti per Roma,
con santa libertà scuoprì allo zio il
suo pericolo , e volle egli stesso
amministrargli il santo Viatico e
l'estrema unzione, né si allontanò
da lui, ma unitamente a san Filip-
po Neri lo assistè sino alla morte,
che avvenne a' io dicembre dell'an-
no 1 5^5. s. Pio V, successore a que-
sto Pontefice, voleva persuadere il
nostro santo a trattenersi in Roma,
come per lo avanti, ma egU, che
CAR
desiderava di riparare ai disordini
della sua diocesi , pregò il Papa a
dispensamelo , sebbene senza riguar-
do alcuno, a solo bene della Chie-
sa, ne avea promosso V esaltazione ;
e rimastosi con lui alcuni gior-
ni soltanto per informarlo delle co-
se dello stato. Indi rinunziò le cari-
che che disimpegnava , dalle quali
traeva una rendita di cinquanta
mila scudi; ed abbandonò quella
capitale, giungendo nella sua Mi-
lano nel mese di aprile del i566.
Ad ottenere con più efficacia la ri-
forma della diocesi, pensò essere di
molto vantaggio l'unire all'eloquen-
za della parola , quella ancora del-
l' esempio , ammaestrato dal divino
Pastore, di cui è detto, che pri-
ma fece e poscia insegnò. Quantim-
que la precedente sua vita fosse sotto
ogni riguardo esemplare, pure egli
si studiò di meglio piti sempre per-
fezionarla, e vi riuscì per modo, che
divenne oggetto della imiversale ve-
nerazione. Troppo lunga cosa sareb-
be r enumerare le distinte virtù di
lui, e difficile il dire in quale più
che nelle altre risplendesse , se in
tutte egli toccava il sommo grado
della perfezione cristiana. Nelle ora-
zioni riceveva grazie e consolazioni
straordinarie, che desiderava non
fossero note ad alcuno , mortificava
continuamente il suo corpo colle più
lunghe astinenze, e con asprezze le
più rigorose, distribuiva ai poveri
ed agli ospitali ogni sua rendita fa-
mi gh are, e quanto a lui veniva da-
gli altri beneficii, non riservando
per se stesso che breve parte dei
suoi averi. Lo zelo pastorale di lui
mal comportando i disordini in che
miseramente era avvolta la diocesi
di Milano , sicché le grandi verità
della salute parevano andate in di-
menticanza, le pratiche di religione
CAR
4^
sconosciute o superstiziose, negletli
i sacramenti, e i sacerdoti per la
maggior parte ignoranti e scostuma-
ti, s. Carlo tenne sei concilii provin-
ciali ed undici sinodi diocesani, e
pubblicò degli ordinamenti e delle
istruzioni pastorali, che si ebbero
poi sempre dai più zelanti pastori
come modelli in simil genere. Seb-
bene da principio il santo arcivesco-
vo abbia incontrate delle difficoltà
nella esecuzione dei decreti dei suoi
concili, pure égli seppe cosi accop-
piare alla dolcezza dei modi una
fermezza inflessibile, che non v'ebbe
in progresso chi non si assoggettasse
alla regola. La predicazione della di-
vina parola era da lui sostenuta con
amorevole assiduità e copiosissimo
frutto : e siccome egli era persuaso,
che la più efficace maniera a per-
petuare la cognizione e la pratica
della religione consisteva nello istrui-
re i fanciulli , non contento di in-
fiammare a ciò i sacerdoti tutti della
sua diocesi, piantò molte scuole, nel-
le quali insegnavansi i primi erudi-
menti della fede, dandone egli me-
desimo il regolamento. L'anno i5jS
istituì la congregazione degli oblati
di s. Ambrogio, composta di preti se-
colari, i quali si offerivano al vesco-
vo per lavorare nella vigna del Si-
gnore, ed a questi affidò in seguito
il reggimento del grande suo semi-
nario, governato in prima dai ge-
suiti , che lo rinunziarono. Formò
ancora in Milano una società di pie
donne , affinchè col buon esempio
loro giovassero al ravvedimento di
altrui, e ne ebbe i più consolanti
risultati. Nelle visite di tutta la sua
diocesi mostrò chiaramente quanto
ardesse il cuore di lui dell'amore di
Dio e del vantaggio delle anime al-
la sua cura affidate, poiché in que-
ste ebbe a sofferire continui disagi
4^ CAR
nel corpo, per la distanza e difficol-
tà dei luoglii, e multe amarezze nel-
lo spinto per la pervei'sità di alcuni,
che si studiavano di opporsi alle sante
intenzioni del loro prelato, lo che
tutto egli valse a superare con in-
vitta costanza , rallegrandosi molto
allorquando per amore di Gesù Cri-
sto dovea sopportare anche il fred-
do, la fame e la sete; e di questa
non curanza del propizio bene per
provvedere a quello degli altri, non
dubbia prova noi abbiamo in quel
tempo nel quale la pestilenza me-
nava i suoi guasti nella diocesi di
Milano. Egli, anziché seguire il con-
siglio di molti, che lo persuadevano
a ritirarsi in alcuna altra parte non
infetta, affine di conservare la pre-
ziosa sua vita, sostenendo che un
vescovo, il quale è obbligato a dare
il sangue pel suo gregge, non pote-
va senza grave colpa abbandonarlo
nel pericolo, volle assistere egli me-
desimo i malati, e amministrar loro
i sacramenti, esortando così anche
col l'esempio i suoi cooperatori a non
curare la propria vita temporale in
confronto degli spirituali bisogni dei
loro fratelli. Ordinò in quella lut-
tuosissima circostanza tre processioni
generali, cui egli intervenne a piedi
scalzi , con una corda al collo , e
con un crocefisso nelle mani, offe-
rendosi vittima al Signore per li
peccati del suo popolo. Ne solamen-
te ai soccorsi spirituali si rimaneva
l'ardente carità di lui, ma per assi-
stere ai poveri fece fondere tutto il
suo vasellame, e diede loro in sollie-
vo ogni suo mobile, per sino anche
il suo letto; ed in un sol giorno
distribuì ai poveri quaranta mila scudi,
e ventimila in un altro. Egli amava di
assistere alle persone moribonde, e
quantunque mettesse innanzi ad ogni
altra cosa i doveri generali, che guar-
CAR
davano il bene della sua diocesi, pure
faceva in modo, che, questi adem-
piuti , gli rimanesse alcun che di
tempo per assecondare cotale suo
desiderio, e ben volentieri aiutava
del suo consiglio e dirigeva nello
spirito quei molti, che a lui accor-
revano , come a privato direttore
della coscienza. In una parola la vita
di lui fu in ogni sua parte conse-
crata per modo alla maggior gloria
di Dio, ed al vantaggio delle anime,
da potersi asserire con franchezza,
essere stato il nostro santo uno dei
più distinti pastori della Chiesa di
Cristo. Ma le durate incessanti fa-
tiche nel governo della sua diocesi,
e le severe sue penitenze, venivano
così logorando i preziosi giorni di
lui, che a dì 24 di ottobre dell'an-
no i584 gravemente infermò, e ren-
dutosi inutile ogni umano rimedio,
il giorno 4 novembre dell'anno me-
desimo nella ancor fresca età di
quarantasei anni, e ventiquattro di
Cardinalato , col riso sulle labbra,
che sembrava un presagio della fu-
tura sua gloria, santamente morì.
Il Signore rese chiaro ben presto il
santo arcivescovo con gran copia
di miracoli , a di lui intercessione
operati, e l'anno i6io fu Carlo so-
lennemente canonizzato nel primo
di novembre dal Pontefice Paolo
V. Tra le sue opere pubblicate par-
ticolarmente in Milano nel 1747 in
voi. V in fol. sono degne di special
riguardo le Istruzioni pei confessori,
che il clero di Francia fece stampa-
re a sue spese; ed Acta Ecclesiae
Mediolanensis , Milano iSqq, in fog.
Si hanno ancora molte sue opere
dommatiche e morali, e la biblioteca
del santo sepolcro di Milano con-
serva trenta volumi manoscritti di
lettere del santo prelato.
Fra le molte vite di s. Carlo
CAR
Borromeo, delle quali riporta un ca-
talogo il Novaes t. IX, p. i i3, una
delle più esatte e piìi ampie, anzi,
al dire del Volpi, delle più belle,
accurate e giudiziose vite de' santi
scritte in italiano, è quella di Giam-
pietro Giussani, medico milanese, e
poi oblato di s. Sepolcro, che fu
stampata in Roma dalla tipografia
camerale nel 1610, e poi in Brescia
nel 161 3. Il Rossi, dotto prete del-
la congregazione degli oblati, la
tradusse in latino, e poi venne ar-
ricchita di osservazioni importanti
dall' Oltracchi, e pubblicata nel ijSo
in Milano. Monsignor Godeau la
scrisse in francese, e la pubblicò a
Parigi nel i663; ed ivi il p. Tou-
ron stampò la sua nel 1761.
CARLO IL Buono (ven.). Fu fi-
gliuolo a s. Canuto re di Danimar-
ca. L'anno 1 1 1 9 divenne conte di
Fiandra per testamento di Baldovi-
no. Mostrossi adorno di tutte le cri-
stiane virtù, ma quelle, che più bril-
larono in lui, furono la carità verso
i poveri e la umiltà. Più volte
diede fondo ai suoi tesori per sov-
venire gì' indigenti , e non fu raro
il caso, che vendesse anche le vesti
per sostentarli. Amava più chi lo
rimproverasse d'un qualche fallo,
che non chi lo esaltasse per le sue
virtù : e perchè a guarentire la mi-
seria dall'oppressione dei grandi sta-^
bili soavissime leggi, si attirò l'odio
di questi, tra i quali Bertulfo, ini-
quo usurpatore, venne nell'empia
deliberazione di torgli la vita, e non
durò molta fatica a trovare di un
tal delitto scellerati esecutori. Ne fu
avvisato il venerabile Carlo ; ma egli,
anziché procurarsi uno scampo, rispo-
se, che se era in piacere al Signo-
re di troncare i suoi giorni, egli
moriva contento, non potendosi per-
dere la vita per una causa miglio-
CAR 43
re. E così avvenne nel fatto, poiché
mentre faceva orazione nella chiesa
di s. Donaziaiio, innanzi all'altare
della beata Vergine , fu assassinato
dai suoi nemici nell' anno 1 1 24.
CARLO MAGNO (b.). Fu figliuo-
lo del re Pipino, e nacque nell'an-
no 742. Rimasto, per la morte del
padre e del fratello Carlomano, so-
lo padrone di tutta la monarchia
francese, si rese chiaro così per la
grandezza delle sue conquiste, da
meritarsi il soprannome di Magno.
Egli si mostrò assai pio, zelante e
caldo per la causa dei Pontefici ,
ed Adriano I ( Fedi ) e Leone IH
(Vedi) ne' varii bisogni dello slato
sperimentarono i benefici effetti del
figliale attaccamento di lui. Il primo
Carlo Magno l'ebbe in conto di
padre, ne pianse la morte, e ne ce-
lebrò le geste; dal secondo ricevet-
te la corona imperiale, rinnovando
in lui con autorità apostolica l'im-
pero d'occidente. Noi non diremo
delle vittorie di questo principe, e
degli avvenimenti maravighosi, che
lo riguardano, venendone trattato
ai rispettivi articoli. Qui è nostro
intendimento di mostrarlo solamen-
te benemerito alla religione ed al-
la Chiesa, e porre in chiaro del-
le azioni di lui quelle soltanto, che
degno lo resero del titolo di bea-
to. Non è a qegarsi, ch'egli non
abbia macchiato i primi suoi an-
ni con quei disordini, ai quali d' or-
dinario la gioventù è troppo in-
chinevole; ma se fU peccatore, sep-
pe ancora redimere i suoi peccati
con larghissime limosine, e coU'e-
satto adempimento dei doveri del
vero cristiano. Non contento di san-
tificare se stesso, egli, che per la
sua condizione più che altri mai lo
poteva, si adoperò di promuovere
la santificazione aneora negli altri ,
44 CÀR
€ ben conoscendo, che il contegno
delle persone consagrate al Signo-
re ha molta forza sui popoli, usò
moltissima cura per la riforma del
clero e dei monisteri, e di qui eb-
bero origine quei molti sinodi, nei
quali si stabilirono quegli esimii re-
golamenti, che trovansi nei Capito-
lari di questo principe. Mostrò la
pili interessante premura peixihè il
divino servizio si facesse con quel
decoro e con quella maestà, che
conviene alla grandezza di Dio, e
decorò a tale effetto con grande ma-
gnificenza le chiese, e le provvide di
vari e preziosi ornamenti per la ce-
lebrazione dei sagrosanti misteri. Lo
zelo di lui fu ardentissimo a toglie-
re quelle nuove dottrine, che a' suoi
giorni tentavano di guastare la pu-
rezza della immacolata fede di Cri"
sto, e ne ebbe i piti confortanti ri-
sultati. Questo ottimo sovrano, che
tanto operò per la maggior gloria
di Dio, e per lo splendore della
santa Sede apostolica, mori nel set-
tantesimo secondo anno di sua età,
a' dì 28 di gennaio dell'anno 814.
Sebbene il decreto di sua canonizza-
zione sia dato a* 29 dicembre 11 65
dall'antipapa Pasquale III; pure la
s. Chiesa in considerazione delle be-
nemerenze di Carlo Magno, tollerò
il culto, che alcuni a lui rendono,
e non abrogò il decreto dell'ille-
gittimo Pontefice: per la qual cosa
può considerarsi come dalla mede-
sima Chiesa beatificato. Così la opi-
narono il Lambertini, e il Contelori.
Il suo nome peraltro non fu intro-
dotto nel Martirologio romano. Egli è
onorato da molte chiese di Francia,
di Fiandra e di Germania, la sua
memoria però non è venerata nella
Chiesa universale.
CARMELITANE. Ordine di Mo-
nache, che seguono la regola dei
CAR
carmelitani (Fedi), dei quali da al-
cuno si fa rimontare l'origine non
solo alla prima età della Chiesa ,
ma altresì a quella de' profeti, cioè
allo stesso Elia, che si vuole istitu-
tore de* religiosi detti dell' antica os-
servanza. A tale questione impose
silenzio Innocenzo XII , mediante
la costituzione, Redemptoris , che
emanò ai 20 novembre i6q8. Il
Bonanni, nella seconda parte del
Catalogo degli Ordini religiosi ,
stampato in Roma nel 1741, al nu-
mero 37, racconta, parlando delle
antiche monache del monte Car-
melo, che verso l'anno 826, essen-
dosi recata in Gerusalemme l'im-
peratrice s. Elena per discoprire il
sepolcro del Redentore, il rinvenne
ove stavano due monache solitarie
nascoste in una spelonca per non
essere uccise dai barbari , secondo
che riporta a detto anno il p. Le-
zana annalista dell* Ordine carme-
litano. Il Bostio, ed altri storici
affermano, ch'erano religiose car-
melitane, denominate anche di s.
Elia, giacche, secondo quegli autori,
in tal' epoca non si conosceva altro
Ordine regolare. Certo è, che la pia
Augusta fondò un monistero presso
il s. Sepolcro, in cui pose molte
vergini, affinchè vivessero colla re-
gola de* solitarii abitanti del monte
Carmelo, dando loro per direttrici
le due monache menzionate.
Il succitato autore parlando poi
al numero 38 delle monache car-
melitane d'Europa, ed altrove, as-
serisce ch'erano sparse ovunque, e
si distinguevano per santità di vita,
avendone mitigata l'antica regola In-
nocenzo IV nel 1248. Ignorasi per
altro qual fosse il primo monistero
di esse in Europa, e sembra che si
principiasse a fondarle nell' epoca, in
cui gli storici riportano il trasferi-
CAR
nieuto de' carmelitani dalla Palesti-
na. Abbiamo inoltre dal p. Luigi
di s. Teresa, autore del libro: La
successione di Elia^ seguito da altri,
che il b. Giovanni Soreth, essendo
generale de' carmelitani, ottenne da
Nicolò V, divenuto Papa nel i447j
il privilegio di poter avere il suo
Ordine i monisteri delle monache,
come gli aveano i domenicani e gli
agostiniani , riputandosi a vergo-
gna, diceva, che gli altri Ordini a-
vessero donne osservatrici delle loro
regole, e che il solo Ordine carme-
litano , . particolarmente istituito pef
onorare la regina delle vergini, non
ne avesse alcuno di queste. Da ciò
inferisce l'autore della Storia degli
Ordini religiosi^ tradotta dal p. Fon-
tana, tomo I, part. I, cap. 44) che
le monache carmelitane fossero isti-
tuite, verso l'anno 1452, dallo stesso
b. Soreth coli' autorità apostolica
della bolla conseguita da Nicolò V,
per cui fondò in Francia i primi
cinque monisteri. Tuttavolta che pri-
ma delle suindicate epoche esistes-
sero monisteri di carmelitane, lo ri-
leviamo dalla costituzione Sanctorum
meritis, presso il bollario dell' Or-
dine, parte I, appendice p. 546, di
Giovanni XXII, con cui accordò in-
dulgenza per la chiesa delle carme-
litane di Messina. Checche ne sia ,
si prese tanta cura il zelante padre
Soreth , che volle sempre visitarle
di persona, mentre talvolta ad altri
commetteva la cura di visitar i con-
venti de' suoi frati , principalmente
il monistero di Liegi (dal quale per
la distruzione recatavi nel 1468 da
un incendio, fece trasferir le mona-
che ad Huy), nonché l'altro di Van-
nes, fabbricato nel i463 dalla ven.
suor Francesca del regio sangue
d'Amboise, già duchessa di Bretta-
gna, che dopo la morte del marito
CAR 45
vi si ritirò, ne prese l'abito, e nel
i4B5 vi morì in odore di santità.
Le monache di Huy, siccome vicine
al convento dei religiosi, aveano in
principio la chiesa intitolata delle
tre Marie in comune: ma ad evi-
tarne r incomodo , la pia duchessa
ottenne dal Pontefice Sisto IV, che
le sue monache passassero in un mo-
nistero di benedettine , dopo aver
loro ottenute molte grazie spirituali
e privilegi. Queste religiose differi-
vano nell'abito dalle altre carmeli-
tane, usando tonaca e scapolare di
color bigio , mantello bianco fode-
rato di pelli d'agnello, e velo nero
in testa.
Vestono le monache carmelitane,
come i religiosi dell'antica osservan-
za, cioè tonaca e scapolare di color
tanè, velo bianco sul capo, cui ne so-
vrappongono altro nero, e recandosi
in coro, assumono anche un manto
bianco a guisa di cappa, essendo
tutto di lana. Egualmente vestono
le monache riformate e della stretta
osservanza, siccome tutte unite al-
l' Ordine carmelitano , e sottoposte
gir immediata giurisdizione del p.
generale. Godono perciò i privile-
gi dei mendicanti; ma è da avver-
tirsi, che non tutte le monache car-
melitane sono soggette alla giurisdi-
zione del p. generale, mentre gran
parte di esse dipendono da quella
de' rispettivi Ordinari. Fra le car-
melitane fiorirono un gran numero
di serve di Dio, e, per non dire che
delle principali, solo nomineremo s.
Teresa solennemente canonizzata nel
1622 da Gregorio XV, fondatrice
de' carmelitani scalzi, e delle carme-
litane scalze (Fedi), e s. Maria Mad-
dalena de' Pazzi, che colla stessa so-
lennità fu esaltata all'onore degli
altari nel 1669 da Clemente IX.
F. il p. Daniele della Vergine Ma-
46 . CAR
ria nella frigna del Carmelo, al
n." 996, e il Martirologio gallica-
no tlcl Soussay a* 4 ottobre.
In Róma le carmelitane hanno
la. chiesa, ed il monistero sotto il
titolo della ss. Incarnazione del Ver-
bo divino, detto delle Barberi ne,
presso le terme Diocleziane, per la
strada che conduce a porta Pia. In
questo luogo anticamente eravi una
chiesa dedicata all' Annunzia^ione di
Maria Vergine, con un ospizio dei
romitani di monte Vergine. Il mo-
nistero fu fatto fabbricare nel 1639
da Urbano Vili, Barberini ^ ove
poi entrò la moglie di d. Paolo
fratello del Pontefice, colle figlie, nel
recarsi da Firenze a Roma; ed il
suo nipote Cardinal Francesco Bar-
berini , detto il seniore, per mezzo
dell'architetto Paolo Picchetti, eresse
dai fondamenti la contigua chiesa ,
da lui stesso consagrata ai 23 ot-
tobre 1670, i cui quadri furono di-
pinti dal rinomato Giacinto Brandi.
Alessandro VII diede in cura a que-
ste monache la contigua chiesa di
s. Cajo (Vedi). Ma il Piazza, Gerar-
chia cardinalizia^ p. 554, <^ice che
fu Urbano Vili, il quale fece tal con-
cessione. Per la vicinanza al pontificio
palazzo del Quirinale, il monistero fu
onorato dalle visite di parecchi Papi,
massime di Clemente XI e Inno-
cenzo XIII; e nel 1724 Benedetto
XIII vi vestì coli' abito religioso due
figlie del principe Pamphilj, Nel
1742 si stampò in Roma il Ritua-
le del ven. monistero della ss. In-
carnazione del Verbo divino in Ro-
ma, e degli altri monisteri dell'i-
slituto carmelitano j ed il Venuti,
nel tomo I, p. 180, della sua Ro-
ma moderna, ci dà notizie sulla
detta chiesa e monistero. Queste car-
melitane però appartengono ad una
specie di riforma, secondo le parti-
CAR
colari usanze introdotte nel moni-
stero dì Firenze da s. Maria Mad-
dalena de' Pazzi, cui danno il titolo
di madre. Quindi, a differenza delle
antiche carmelitane, usano nel di-
vino uffizio il rito romano, ed han-
no costituzioni proprie approvate,
nell'anno 1657 ^i ^^ ;dicémbre,
dal Cardinal Carlo Barberini loro
protettore.
CARMELITANE Scalze. Ordine
di monache, dette anche Teresiane.
Di tutte le riforme dell'insigne Or-
dine carmelitano, la più celebre e
ragguardevole è quella eseguita da
s. Teresa d'Avila. In quella città,
nel i535, entrò ella nel monistero
delle carmelitane, detto dell'Incar-
nazione, il quale seguiva la regola
di s. Alberto, approvata da Onorio
III, e ai 2 novembre ne vestì l'a-
bito. Ricolma delle divine grazie,
superò le prove del noviziato, e fece
la solenne professione. Quindi, ar-
dendo il suo cuore del desiderio
di riformare il proprio Ordine a
vivere con maggiore austerità, e di
più aumentarlo a riparazione dei
danni recati alla Chiesa dai prote-
stanti, incoraggita da una divina
rivelazione, comunicò il suo divisa-
mento ad alcune fanciulle secolari,
che seco convivevano nel monistero,
le quali si dichiararono pronte a
seguirla. La sua cugina Antonia
de Paxas, chiamata poi in religione
Antonia dello Spirito Santo, ed
una dama somministrarono loro
mezzi per acquistare una casa, on-
de col consiglio del confessore e
de' ss. Pietro d'Alcantara, e Ludo-
vico Bertrando, intraprese in Avila
la fondazione del primo monistero.
Ad onta delle gravi difficoltà, che
incorse, nel i562, ne ottenne da
Pio IV, ai 7 febbrajo per organo
del Cardinal penitenziere maggiore,
CAR
la facoltà diretta a due illustri ma-
trone benemerite dell'opera, coli' ap-
provazione ex nunc prò tiinc degli
statuti, e delle ordinazioni da com-
pilarsi dalla priora, e dalle mona-
che intorno al governo del moni-
stero. Cosi la santa v«nne abilitata
a stabilire la riforma, ed erigere un
monistero di Carmelitane, sotto quel
titolo, che le fosse piaciuto, coU'ob-
bligo di seguir Y istituto carmelita-
no, e colla soggezione al vescovo
d'Avila.
La nuova casa fu dedicata a san
Giuseppe protettore dell'Ordine, e
particolare santo di s. Teresa. Vi
introdusse essa la detta sua cugina,
e tre orfane povere , cioè Anto-
nia dello Spirito Santo, Maria della
Croce, Orsola de' Santi, e Maria
di s. Giuseppe, che furono come
quattro pietre fondamentali della
stessa riforma. Vestirono esse una
tonaca grossolana, collo scapolare di
color tanè, coprirono il capo con
una grossa tela, e incedendo scalze
nei piedi, incominciarono ad osser-
vare r antica regola dell'Ordine, se-
condo le dichiarazioni d' Innocenzo
IV. Superate altre contrarietà, santa
Teresa ai 5 dicembre i562 conse-
gui dal medesimo *Pio IV, per lo
stesso mezzo del Cardinal peniten-
ziere maggiore, accedendo poi alla
conferma lo stesso Papa con altra
costituzione, che non potesse il suo
istituto possedere cosa alcuna né in
particolare, né in comune, e vivesse
colle limosine. In principio vennero
escluse le converse, perchè si servis-
sero scambievolmente. Niente sgo-
mentata dai vinti ostacoli, s. Teresa
concepì il meraviglioso disegno di
riformare anche i religiosi del me-
desimo Ordine. Il perchè aiutata
dai due carmelitani p. Antonio di
Gesù, e p. Giovanni della Croce,
CAR 47
poi canonizzato da Benedetto XIII
( il quale per averla ajutata in tale
riforma è riconosciuto qual confon-
datore de' Carmelitani scalzi ), venne
aperto il primo convento in Dur-
velo, e poi quello di Pastrana rico-
nosciuto dall'Ordine per principale,
giacché ivi si perfezionò la regolare
osservanza. V, Carmelitani Scalzi,
detti anche Teresiani.
Frattanto le fondazioni delle mo-
nache si moltiplicarono, e la rifor-
matrice ebbe la consolazione di es-
serlo anche di quello della sua pri-
ma professione , cooperandovi Io
stesso p. Giovanni della Croce, che
ne divenne confessore, e prima di
morire potè vedere già fondati di-
ciassette monisteri, e quindici con-
venti dì sua riforma. Essa fu gra-
ziata da Dio dei più grandi favori,
del dono della contemplazione, della
rivelazione , risplendendo eziandio
per uno spirito superiore e straor-
dinario quale si ravvisa nelle sue
opere ascetiche tutte spirituali, e
piene dell' intelligenza delle cose di
Dio. Dopo la beata sua morte il
suo istituto si propagò per tutto il
mondo, e il Cardinal BerLille con-
dusse sei religiose dalla Spagna in
Francia , fra le quali due erano
state discepole della fondatrice. Il
primo monistero si fondò per esse
in Parigi nel borgo di s. Giacomo,
ed ivi ritirossi la duchessa de la
Valliere, ed avendo la regina di
Spagna Elisabetta mandato in dono
a quella di Francia Maria de' Me-
dici un dito della santa, essa Io
diede al detto monistero.
Tuttora propagate fioriscono le
Carmelitane scalze con singoiar edi-
ficazione, e vantaggio dei popoli. In
alcuni luoghi sono soggette ai su-
periori dell'Ordine, e in altri agli
Ordinari. Ove ciò possa farsi senza
I
43 CAR
certo aggravio, debbono vivere di
iimosiue, e non possedere veruno
slabile. Ne' raonisteri, che hanno
rendite, venti debbono essere le mo-
nache, comprese tre converse, e si
ammette in qualche caso una de-
cima ottava corista. Ne* mouisteri
privi di rendite sufllcienli ricevono
un minor numero di monache. Il
vestiario è quale superiormente si
è accennalo. Solo aggiungiamo, che
portano il soggolo sullo scapolare,
e che al velo nero del capo ne so-
vrappongono altro più ampio, par-
ticolarmente quando si debbono
comunicare. Il mantello, o la cappa
è bianca, e più lunga dei frati; i
sandali sono di canape, e le calze
di panno grosso, secondo le prescri-
zioni dell' istitutrice, benché si chia-
mino scalze. Tutti i loro indumenti
sono di lana, e Tuso del lino è
affatto vietato. Pel loro tenore di
vita austero (giacché dormono su
letti senza materazzi, cioè su sac-
coni di paglia, e non mangiano
carne se non inferme), veggasi il
p. Annibali da Latera, Compendio
della storia degli Ordini regolari j
nel capitolo XII, delle religiose
Carmelitane pag. 122 e seg.
Lungo sarebbe il qui riportare
tutte le serve di Dio, che apparten-
nero air Ordine delle Carmelitane
scalze, per cui ci limiteremo a par-
lare delle due ultime. Clemente XIV
nel 1771 approvò il culto imme-
morabile della b. Giovanna Scopelli,
monaca carmelitana della congrega-
zione di Mantova, che Eugenio IV
arricclù di privilegi, e che fonda-
trice divenne del monistero di santa
JNIaria del Popolo di Reggio. Il Pon-
tefice Pio VI, nel 1791, solenne-
mente beatifico la b. Maria dell' In-
carnazione, fondatrice delle Carme-
litane scalze in Francia, e beneme-
CAR
rita per aver contribuito in quel
regno a propagare sì esemplar isti-
tuto, e ciò ad istanza dell'assemblea
del clero di Francia, di Luigi XVI,
e di altri, che ne supplicarono la
Santa Sede. In Roma vi sono cin-
que monisteri di religiose Carmeli-
tane scalze, cioè di s. Giuseppe a
capo le case, di s. Maria del Monte
Carmelo in s. Egidio nel rione di
Trastevere, de* ss.. Pietro e Marcel-
lino , di s. Maria dell'Assunta detta
Regina CoeH, e di s. Teresa, come
appresso.
Presso la piazza di Spagna sonovi
la chiesa e il monistero di s. Giu-
seppe a capo le case, cosi chiamato
perchè all' epoca della sua prima
erezione, non eranvi come al pre-
sente altre case in sito più elevato
su questa estremità del monte Pin-
cio. La chiesa e il monistero furo-
no, nel 1598, edificati dalla pietà
del p. Francesco Soto spagnuolo,
sacerdote dell'oratorio di s. Filippo
JVeri , e cantore della cappella pon-
tificia, donandolo alle Carmelitane
scalze: il perché fu il primo moni-
stero, che le Carmelitane scalze aves-
sero in Roma, e nello stato ponti-
fìcio, non però soggetto all'Ordine,
mentre il prinfb di quelli soggetti
all' Ordine fu , come diremo, il se-
guente di s. Egidio. Per questo di
s. Giuseppe a capo le case contribuì
ad aumentarne le rendile la celebre
Fulvia Sforza dama romana. Fu di
poi la chiesa, nel 1628, restaurata
dal Cardinal Marcello Laute, che
per la sua carità fu chiamato san
Giovanni Limosinarlo . Egli inoltre
la decorò di buoni quadri, avendo
dipinto il Lanfranco quello di santa
Teresa, mentre 1' altro rappresen-
tante la nascita di Gesù Cristo è
opera di suor Maria Eufrasia Be-
nedetti monaca di questo monistero.
CAR
Andrea Sacchi vi dipinse il quadro
dell'altare maggiore, ossia s. Giusep-
pe, e la s. Teresa sulla porta del
monistero, del quale fu anco bene-
fattore il Cardinal Emmanuele de
Gregorio, che, morendo nel 1839,
volle ivi essere sepolto presso la sua
genitrice.
Il monistero delle Carmelitane
scalze sotto il titolo di s. Maria del
Monte Carmelo, eretto pel primo
come dipendente dall' Ordine dei
Carmelitani scalzi in Roma, e nello
stato pontifìcio, è questo di s. Egi-
dio in Trastevere, nel pontificato
di Paolo V, ai 29 luglio 1610, con
facoltà concesse dal Papa uivce vocis
oraculoy che poi ad istanza della
principessa di Venafro confermò con
suo breve de' 29 marzo 161 1. Ove
è ora la chiesa dedicata alla B. V.
del Carmelo, vi era una piccola
chiesa dedicata ai santi Crispino e
Crispiniano^ con confraternita dei
lavoranti calzolari , che da Urbano
Vili fu trasferita a s. Bonosa. Quin-
di r altra piccola chiesa dedicata a
s. Egidio venne ricostruita e rac-
chiusa nel recinto della clausura ,
e con facoltà di Urbano Vili, data
col breve Devotionis et fideì, de' 1 5
novembre i632, il titolo di san-
t' Egidio fu trasferito alla predetta
chiesa de' calzolari. E altresì a sa-
persi, che anticamente la chiesa di
s. Egidio era dedicata a s. Lorenzo,
e dipendeva dalla basilica di san-
ta Maria in Trastevere, il cui capi-
tolo avendola conceduta ad Agostino
Lancellotti nobile romano, questi la
rifabbricò iiT onore di s. Egidio ab-
bate, restaurandola poscia il conte-
stabile d. Filippo Colonna. Il qua-
dro dell' aitar maggiore, il quale è
tuttp di marmo bianco, rappresenta
Maria Santissima, che dà l'abito a
s. ij^imone Stock, ed è dipinto dal
VOL. X.
CAR 49
<^amassie, quello dal lato sinistro è
di s. Egidio del Roncalli , detto
Pomarancio il giovane, e quello
della parte destra da ultimo è opera
del Pozzi, il quale vi dipinse la Ma-
donna, che pone s. Teresa sotto il
patrocinio di s. Giuseppe. Ai due
tondini di questo altare vi figurò Io
stesso Pozzi, s. Giovanni della Cro-
ce, e la b. Maria dell'Incarnazione.
Il coro è pieno d' insigni reliquie,
ma ciò, che rende celebre questo
monistero si è non solo l'essere esso
il primo in ordine agli altri aggre-
gati ai Carmelitani scalzi, ma an-
cora r essere radice di altri mo-
nisteri, quah sono quello di s. Te-
resa a Terni , di s. Teresa nella
strada pia alle quattro fontane, di
cui in seguito parleremo, di s.- Giu-
seppe a Vienna, e di s. Maria Regi-
na Coeli, del quale pure si tratterà.
La ven. Maria Chiara della Passione,
figlia del contestabile d. Filippo Co-
lonna summentovato, le cui virtù
in grado eroico con solenne decreto
approvò Clemente XIII, quivi prese
l'abito religioso, dopo che Francesca
Mazziotti vi avea meglio stabilito il
monistero.
La vera origine di questo moni-
stero di s. Egidio si dee a dieci divo-
te donne, parte delle quali erano
vedove e nobili. Ritiratesi esse nel
1601 in una povera casa situata
nel luogo stesso del monistero, vis-
sero sino alla menzionata epoca del
1 6 r o, secondo la regola delle Car-
melitane scalze, finche eretta la ca-
sa in monistero, si fecero venire da
quello di s. Giuseppe, fondato in
Napoli, due monache colla qualifica
di priora, e sotto - priora. Quando
si vestì la detta venerabile Maria
Chiara della Passione, era tanto pove-
ro e angusto il monistero, che otten-
ne dal genitore l'erezione del nuovo,
I
(^ CAR
e la riedificazione della chiesa. Dive-
nuta piiora, uscì dal monislero per
fondare quello di Regina Coeli unita-
mente alla m. Teresa di s. Giusep-
pe, colla coopcrazione dei signori
della Corbara nel i654. Ma già,
sino dal i6r8, due altre religiose e-
rano nscite per fondar quello di
Terni, una delle quali, cioè la m.
Caterina di s. Domenico, si recò nel
1629, a Vienna per erigere quel di
s. Giuseppe, mentre nel 1627 per
l'altro di s. Teresa alle quattro Fon-
tane, era stata prescelta la m. Ippo-
lita Maria Colonna, sorella della ve-
nerabile Maria Chiara. Ma non avendo
essa accettato tale incarico, furono
surrogate altre due madri dello
slesso monistero di sant' Egidio.
7^. Eusebius ab omnibus Sanctis,
Enchìrìdion Chronologìcum , Ro-
mae 1787, pag. 44- 72" 1^0. 122.
e 260.
11 monistero di s. Egidio fu sem-
pre riguardato con benevolenza dai
Sommi Pontefici. Urbano Vili si
recava sovente a visitarlo, trattenen-
dosi entro la clausura colla religio-
sa famiglia, vi disse messa privata in
chiesa, e comunicò le monache. Ales-
sandro VII lo aiutò con limosine,
e gli assegnò venti scudi al mese.
Clemente XI, Clemente XII, e Be-
nedetto XIV ne furono egualmente
benemeriti, e da ultimo Leone XII
in molti incontri gli dimostrò la
sua sovrana protezione. Tanta è
dunque la venerazione, che si ha
per questo rispettabile luogo, il quale
viene appellato arcìmonistero. Fra
le sovrane recatesi a Roma che l'o-
norarono in persona, va rammen-
tata la vedova di Giovanni III, re
di Polonia, Maria," che vi si recava
ogni dì , e voleva ivi ritirarsi, se non
era obbligata a far ritonio nel re-
gno, come si legge nella cronaca
GAR
del monistero scritta dal p. Emma-
nuele di Gesù e Maria.
Le Carmelitane scalze del moni-
stero de' ss. Pietro e Marcellino
vicino al Laterano riconoscono per
loro primario istitutore il Cardinal
Domenico Ginnasi, decano del sagro
Collegio, che meritò 1' intima ami-
cizia dei ss. Giuseppe Calasanzio, e
Camillo de Lellis. Avendo egli il
suo palazzo sulla piazza, che da lui
prese il nome, presso le botteghe
oscure, ove oggidì dimorano le mae-
stre pie, collocatevi dal Papa re-
gnante, acquistò la contigua chiesa
di s. Lucia, già antica parrocchia,
e poscia unitala al suo palazzo, di-
vise questo, parte per un collegio
di otto giovani di Castel Bolognese
sua patria, e parte lo donò pel
monistero delle Carmelitane scalze,
che ai 3o giugno 1687 vi restarono
chiuse, da lui perciò dette Tercsiane
Ginnasie. Piacque poscia a Bene-
detto XIV di trasportare vicino a
s. Pietro in Vincoli i monaci ma-
roniti, collocati nel 1707 da Cle-
mente XI, nel monistero, che fab-
bricò loro presso la chiesa dei santi
Pietro e Marcellino, ciò che avven-
ne nel 1754. La chiesa de' ss. Pietro
e Marcellino era stata titolare del
medesimo Benedetto XIV, ed aven-
dola fatta rifabbricare, la fece con-
sagrare dal Cardinal Malvezzi , e
quindi la concesse col contiguo mo-
nistero alle monache Carmelitane
Ginnasie, che vi passarono ad abi-
tarlo, lasciando il primo lor moni-
stero alle botteghe oscure, y. Chiesa
de' ss. Marcellino e Pietro.
Il monistero dell'Assunta di santa
Maria Regina Coeli alla Lungara,
delle Carmelitane scalze riformate,
fu eretto da d. Anna Colonna »mo-
glie di d. Taddeo Barberini, nipote
di Urbano Vili, neirauno i654>
CAR CAR ^'^r
il) un alla cliiesa contigua,, con ar- XIV, a' 7 gennaio, vi ammise alla
chi lettura di Francesco Contini. Ivi professione religiosa d. Isabella Co-
parlicolannente è pregevole il cibo- lonna, col nome di suor M. Anna
rio formalo di pietre di valore , e Teresa Inìelde di Gesù Crocefisso,
il quadro di s. Teresa dipinto dal Ro- che inoltie comunicò ed esortò, e
manelli. Si chiamano queste monache poi vi fece ritorno a farne la vela-
di Regina Coeli [l'aedi)) non perchè /ione, dopo aver celebrata la messa,
secondo il loro religioso istituto, Lo stesso Pontefice vi vestì solenne-
ogni quattro ore recitino quell'anti- mente dell' abito Carmelitano, nel
fona al suono della loro campana, ly^a, d. Lucrezia, altra figlia del
jna sibbene percbè alla Regina del contestabile Colonna , facendo da
Cielo Maria fu dedicato il monistero paraninfo il pronipote di lui d. Gio.
loro. La predelta d. Anna, che era Lambertini.
stata congiunta in matrimonio con II monistero poi e la Chiesa di
d. Taddeo, dallo stesso Urbano Vili, s. Teresa, nella strada pia, alle
con somma grandezza d'animo sos- quattro fontane con disegno di Bai--
tenne il suo gi'ado in molti fasti- tolomeo Braccioli di s. Angelo in
diosi incontri, e mostrò nobile for- Vado, per le monache Carmelitane
tezza nelle avversità della casa Bar- scalze dette le Teresiane, fu eretto
berini. Rimasta vedova, non solo dalla pia d. Caterina Cesi, figlia di
fondò a sue spese questo monistero, d. Olimpia Orsini, e di d. Federico
ma volle ritirarvisi, ed esservi se- Cesi duca di Acquasparta, vedova
polta colf altra confondatrice sua del maichese della Rovere. Questa
sorella d. Vittoria, che professando rispettabile donna, nell'età di Iren-
nel monistero di s. Egidio, nel tatre anni, si vesfi Carmelitana nel
1629, nelle mani del Cardinal s. O- monistero di s. Egidio, ne avendo
nofrio Barberini, fratello di Urbano accettato f incarico di fondare il
Vili, la regola, prese il nome di monistero di s. Teresa la madre
Chiara Maria della Passione. Uscen- Ippolita Maria Colonna che n'era stata
do poi da s. Egidio, nel i654, in deputata, fu surrogata la Cesi, laqua-
compagnia della m. Teresa di san le avea assunto il nome di M. Catc-
Giuseppe, si recò in questo moni- rina di Cristo. Essa, in compagnia
stero ad ordinarne I' instituzione , di altra monaca, si recò a fondarlo,
per cui è riconosciuta per confonda- e vi si ritirò a' 9.3 aprile 1627, nel
trice. Inoltre vi si ritirò, e vi fu pontificato di Urbano Vili, giorno
pure tumulata d. Laura Tomacella in cui si celebra la festa di s. Gior-
loro parente. Il deposito di d. An- gio martire. La prima messa fu ce-
na è di finissimi marmi neri, ed il lebrata ai 2.5 del predetto mese, e
busto è di bronzo. Il p. Biagio della quivi la fondatrice mori in età di
Purificazione carmelitano scalzo, e quarantasette anni , ai i3 maggio
Luigi Ignazio Orsolini pubblicarono 1637. Questa chiesa e monistero,
la vita di d. Vittoria Colonna car- per essere vicini al palazzo aposto-
melitana scalza, confondatrici del lieo Quirinale, furono onorali dalle
monistero, che per la sua santa vita visite di vari Sommi Pontefici, mas-
ebbe il titolo di venerabile, ricono- sime nella festa di s. Teresa. Inno-
scendone le viriti in grado eroico cenzo XIII , avendovi da Cardinale
Clemente XIII. i\el 1746, Benedetto vestilo due pronipoti, figlie del
52 CAR
principe Ruspoli , vi si recò nel
1721 a dar loro solennemente il
sagro velo.
CARMELITANI Calzati dell'an-
tica osservanza. Ordine religioso,
che trae il suo nome, e la sua ori-
gine dal Carmelo {Vedi), montagna
della Siria, abitata in passato dai
profeti Elia ed Eliseo, da cui pre-
tendono i Carmelitani discendere ,
per una non interrotta successione.
Abitando separatamente in quali-
tà di eremiti sul monte Carmelo
parecchi di essi, riunitisi insieme
nel secolo XII, ebbero nel 1209 da
s. Alberto, patriarca di Gerusalem-
me, una regola, che nel 1226 da
Onorio III fu approvata. Tuttavia
essendo quest' Ordine grandemente
benemerito, ed insigne nella Chiesa,
è necessario riportare le differenti o-
pinioni sulla di lui rimota origine,
e le questioni insorte su tale antichi-
tà, nonché quanto altro lo riguarda.
Tra i Carmelitani pertanto è tra-
dizione costante, che il loro venera-
bile Ordine abbia avuto incomin-
ci amento circa novecento anni avan-
ti la nascita di Gesù Cristo, dal san-
to profeta Elia nativo di Tesbe nel
paese di Galaad, il quale fiorì nei
regni d' Acab re d' Israele, e di
Giosafat re di Giuda. Provano essi
tal tradizione con ragioni, autorità
di scrittori, tanto carmelitani, che
stranieri, e con quanto dissero i
Pontefici Romani , principalmente
Giovanni XXII, Sisto IV, Giulio III,
s. Pio V, Gregorio XIII, Sisto V,
e Clemente Vili. Benedetto XIII,
nel 1725, accordò loro di erigere
nella basilica vaticana, fra le statue
dei fondatori degli Ordini religiosi,
quella di s. Elia con questa iscrizio-
ne: Universus Ordo Carmelilarum
fundatori suo sancto Eliae prophe-
tae erexit. Prima dei detti Papi, i
CAR
Carmelitani ne citano in loro favore
altri più antichi, cioè Giovanni V,
Stefano V, Leone IV, Adriano II,
Sergio III, Gregorio VII ed Ales-
sandro III che, al dire di Silvera,
accordarono parecchie indulgenze a
coloro, i quali in alcuni giorni del-
l' anno avessero visitate le chiese dei
Carmelitani, come dicono rilevarsi
dalle loro bolle, approvate da Si-
sto IV nel i477' Confermano poi
la medesima tradizione coli' offizio ,
che da tempo immemorabile recita-
no di s. Elia a' 20 luglio, nel qua-
le apertamente viene egli appellato
duce, fondatore, e padre de' Carme-
litani. Finalmente la corroborano
con diversi martirologi, e con altri
monumenti, che si possono vedere
nel p. Lezana annalista de' Carme-
litani; nella Vigna del Carmelo del
p. Daniele della Vergine Maria; nel-
lo Specchio del Carmelo del medesi-
mo autore; ne' due tomi deW Arse-
nale islorico-teologico del p. Fran-
cesco di Buona Speranza; nell' opera
del p. Sebastiano di s. Paolo; nella
Storia Cronologica, e nel Sacro
Carmelo italiano del p. Mariano
Ventimigha, tutti riportati dal p.
Annibale da Latera, nel suo Com-
pendio della storia degli Ordini re-
golari ^ al capitolo X, e in altri mol-
ti autori, che per difendere la tan-
to contrastata origine de' Carmelita-
ni scrissero in diversi tempi, e par-
ticolarmente verso il fine del seco-
lo XVII, e nel principio del seguen-
te, contro il celebre p. Papebrochio,
ed altri continuatori di Bollando,
nel tomo I : Ada sanclorwn Bol-
landiana vindicataj e fu allora, che
sostenendosi con calore la contro-
versia se l'Ordine del Carmine fos-
se fondato da Elia ed Eliseo profe-
ti, le parti contendenti cominciava-
no ad allontanarsi dai termini con-
CAR
venevoli, per cui il Pontefice Inno-
cenzo XII, Pignatlelliy a* 20 novem-
bre i6g8, colla costituzione 178,
che si legge nel Bollano romano al
tomo IX p. 49 ^> i 1^1 pose silenzio ai
due partiti, sotto pena di scomuni-
ca latac sententiae in caso di con-
travvenzione. Questa costituzione è
anche riportata da Tommaso Pas-
cucci nel Compendio ad consult. ca-
nonicas Pignattelli part. II, p. 348.
Veggasi su questa famigerata que-
stione Papebrocliio in P^ita h. Alber-
ti die 8 aprìlis p. 777, e nel Pro-
pilaeo par. II. p. 89 ; Bellarmi-
no lib. II, de Monachis cap. 89,
p. 240, tom. II; Baronio ad atinum
1 1 8 1 § 1 3, ed il Cardinal ^Petra,
Commentar, ad Const. Jpost., tomo
li, p. 273, non che il tomo I del-
la Chronìca dos Carnielitas del p.
Pereira, il quale parlando dell' ori-
gine della sua religione, dice che il
fondatore fu s. Elia, volendolo pro-
vare con diversi fondamenti, fra i
quali riporta la rivelazione della b.
Vergine fatta a s. Pietro Tommaso, co-
me si legge nell'uffizio di questo santo.
Dopo s. Elia, scrive che s. Eliseo
abbia esercitato il generalato de'Car-
melitani fino all' anno della creazio-
ne del mondo 32o4, cioè 849 anni
prima della nascita del Redentore;
indi descrivendo gli altri generali
del Carmine in tempo della legge scrit-
ta, passa a quelli della legge di grazia,
in cui fu il primo a sostenere, co-
me egli crede, questo carattere s.
Gio. Battista, e lo convalida colla
testimonianza di fr. Gio. da Car-
tagena francescano, nel tomo III de
sacris arcanis Deiparae , ove si
appoggia a molti testi de' ss. Padri.
Dal menzionato profeta EHa questo
Ordine è detto anche Eliano j altri
però lo chiamano Mari-Eliano^ da
s. Elia, e da Maria santissima, la
CAR 53
quale fu veduta, siccome diversi af-
fermano, dalla cima del monte Car-
melo sotto la figura d'una nuvolet-
ta, che ascendeva dal mare. Favo-
rì ella di poi in varie circostanze,
e ricolmò di grazie l'Ordine mede-
simo, per cui in quel monte, e al-
trove è stata, ed è venerata con
particolar culto qual patrona del-
l'Ordine. Dimostrano i Carmelitani
poi la loro discendenza da Elia fino
a Cristo per mezzo di Eliseo, e dei
figli de' profeti, e quindi pegli assidei
ed esseni, i quali erano uomini riputa-
ti giusti e religiosi nell' antico testa-
mento, perchè affettavano un grado
di santità più eminente di quella
ordinata dalla legge, di cui zelan-
do r osservanza, vivevano per lo
più nelle campagne in istretta u-
nione tra loro, separali dalla socie-
tà, e tutti occupati nella contem-
plazione, e nel lavoro delle mani.
Per provare, che questi uomini dab-
bene, e discendenti da Elia, esistes-
sero pure ne' tempi apostolici, che
abbracciassero con molto ardore la
religione cristiana, e si chiamassero
eremiti del monte Carmelo, addu-
cono r autorità del vescovo di Ge-
rusalemme Giovanni II, primo pa-
triarca di quella città, presa dal ca-
pitolo 3o del libro a lui attiibuito,
de Instilutione Monachoruni, e di-
retto a Caprasio, tane totius ordi-
nis eliani archìmandritae^ et abba-
ti generali. Apportano anche l'au-
torità di Giuseppe Antiocheno, il
quale secondo il Possevino fiori nel-
l'anno di Cristo i3o, e nel capito-
Io XII de perfecta mililia primiti-
vae Ecclesiae , dice che i soli-
tari imitatori di Elia ed Eliseo al
tempo degU apostoli, discesero dal
monte Carmelo, predicarono la fe-
de di Gesù Cristo nella Gali-
lea, nella Samaria, e nella Pale-
54 CAR
slina, et in Virginis Marine hono-
rem in montis Carmeli dccliinofa-
bricantes pratorinni, Salvatoris Ma-
iri specialissime servicrwit. Aggiun-
gono alle sopraddette autorità quella
del Cardinal di Vitriaco, nel capo
52 della Storia orientale, da lui
scritta dopo avere scorsi que' paesi ,
ed essersi trovato nel 12 19 in Da-
ni iala coir esercito de' cristiani, ivi
accampato contro il puscià d'Egit-
to. I sopraccitati scrittori, non che
il Bollarlo Carmelitano, par. I, pag.
I, vogliono quindi, che a' religiosi
abitatori del monte Carmelo, e dei
suoi dintorni parte eremiti, e parte
cenobiti, essendosi accresciuti , verso
r anno 4^0, il mentovato patriarca
gerosolimitano Giovanni li desse la
regola contenuta nel menzionato li-
bro de institut. Monadi. _, regola
che da loro si osservò , finche al-
tra non ne ottennero da s. Alberto,
altro patriarca di Gerusalemme, ai
i3 gennaio 1171, o 1181. Il p.
Gros, generale dell'Ordine, verso il
1 4 1 1 , lasciò scritto nel suo Orto
del Carmelo^ che il patriarca Gio-
Tanni II diede al suo discepolo Ca-
prasio non una regola da lui com-
posta, ma quella di s. Basilio, e che
questa essi osservarono sino all'al-
tra loro assegnata nel i2o5, o nel
1209 ^^^ parmigiano s. Alberto.
Tutta volta è in questione, che Gio-
vanni II patriarca gerosolimitano
abbia dato la regola ai Carmelita-
ni. Si legga r autore della Storia
degli Ordini monastici religiosi e
militari, tradotta dal p. Fontana,
ove alla pag. 817 si dice, che i
Carmelitani non hanno ricevuto al-
cuna regola, né quella di s. Basilio,
ne il libro delle Istituzioni dei mo-
naci falsamente attribuito al detto
Giovanni II di questo nome, e
Xm o XLIV vescovo di Gerusa-
CAR
lemme, né altra, meno quella ad essi
data dal patriarca s. Alberto. Di lat-
ti s. Brocctu'do, superiore degli eremi-
ti del monte Carmelo, fu quello che
a lui K\ domandò vedendo aumen-
tarsi il numero de* suoi eremiti ;
locchè dal patriarca s. Alberto gli
venne accordato, onde scrisse una
regola e l' inviò a s. Broccardo e
ai suoi eremiti, che vivevano sot-
to la di lui ìibbidien/a, e dimora-
vano alla fontana di Elia sul mon-
te Carmelo. Tal regola comincia co-
sì : Albertus Dei gratia Jerosoly-
mitanae ecclesìae vocatus patriar-
cha, dilectis in Chris lo Jìliis Broc-
cardo, et caeteris eremitis, qui sub
ejus obedie/Uia juxta fontem Elide
in monte Carmelo morantur, sàlu-
tem in Domino. V. pure" il Butler, Vi-
te de Santi, aprile pag. 945 ^^^^
dimostra aver s. Alberto data la
regola non prima dell'anno 1209.
Questi dopo essere stato trasferito
da Innocenzo III nell' anno 1 204
dalla chiesa di Vercelli a quella di
Gerusalemme, fu il XII patriarca
latino di tal metropolitana. 11 me-
desimo santo chiamato dal detto
Papa al concilio generale Xll, di
Laterano IV, nel 12 15, non vi si
potè recare essendo stato ucciso nel
precedente anno da un italiano, per
vendicarsi delle giuste correzioni fat-
tegli quando era vescovo di Ver-
celli. Mori martire della giustizia ,
sebbene i Carmelitani ne celebrino
la festa agli otto aprile con rito di
confessore.
La regola adunque scritta in die-
ciotto brevissimi capitoli da s. Al-
berto, e da lui data a s. Broccar-
do, superiore degli eremiti del mon-
te Carmelo, successore nello stesso
uffizio di s. Bertoldo Malafaida di
nazione francese, il quale fu il pri-
mo che, lasciato il titolo di abba-
GAR
te e di archimandrita , prendesse
ali' uso de' latini quello di priore
generale; regola che da molti Carmeli-
tani si osserva ; è appunto quella che
nel 1226 ai 3 gennaio, fu approva-
ta da Onorio IH, e altri dicono, tra
i quali Bergier, con diploma dato
in Rieti ai 3o gennaio 1226, cor-
retta in parte da Innocenzo IV, e
mitigata da Eugenio IV, come me-
glio si dirà. Questa regola tratta
dell'elezione del priore, de' suoi do-
veri, delle celle de' frati in mezzo
alle quali prescrive l' erezione di un
oratorio , in cui tutti i religiosi
dovranno adunarsi per assistere al-
la messa, e che fuori di tal tempo,
e dell'uffizio divino stieno ritirati
nelle proprie celle, ove si occupino
in orare, meditare, e nel lavoro del-
le mani, meno un legittimo impe-
dimento. Prescrive altresì l'epoca
per celebrare i capitoli locali, e il
digiuno dall' esaltazione della croce
i^iuo a Pasqua, la perpetua asti-
nenza dalle carni, il rigoroso silen-
zio da vespero sino a terza del di
seguente, la privazione di qualun-
que cosa in particolare, e la recita
da farsi dai frati laici, o conversi di
alcune orazioni in luogo del divino
uffizio. Celebrano però i carmelita-
ni calzati la messa, col rito dell'an-
tico messale Parisiense F. il Dal-
masi Explicatio Missae, tomo IV.
disser. XV. art. 4-
A moderare e correggere tal re-
gola, i Carmelitani spedirono due
religiosi al Papa Innocenzo IV , il
quale vi deputò il Cardinal Ugo di
s. Carlo , e Guglielmo vescovo di
Antaiada ossia Tortosa nella Fran-
cia. Questi vi aggiunsero il voto di
castità, indi dichiararono, che seb-
bene i carmelitani fossero eremiti, ciò
non ostante potessero avere conventi
non jjùlo nelle solitudini (giacché
CAR 5^
alcuni pretendevano che ivi solo po-
tessero dimorare), ma ancora in tutti
i luoghi compatibili colla regolare
osservanza: ordinarono che ne' viag-
gi si potessero nutrire di erbe cotte
nel brodo della carne, e navigando
per mare anche di carne , restrin-
gendo il silenzio da compieta sino
all' ora di prima del giorno appres-
so. Permisero loro ancora di man-
giare nel refettorio, e regolarono la
recita del divino ufficio, ch'essi di-
cono eseguire secondo il rito gero-
solimitano. Tuttociò fu approvato
da Innocenzo IV nel 1248 colla bol-
la, Quac honorem, e confermato da
altri Papi : onde quelli, che osserva-
no le correzioni fatte da Innocenzo
IV chiamaronsi Carmelitani osser-
vanti la regola primitiva, e gli altri,
che seguirono quella mitigata da
altri Pontefici, si denominarono Car-
melitani conventuali.
Nel pontificalo di Giegorio IX ,
predecessore d' Innocenzo IV , per
una rivelazione della ss. Vergine al
beato Alaino generale de' carmeli-
tani , molti di essi dalla Siria e Pa-
lestina passarono in Europa , e
quindi fondarono conventi in Ci-
pro, Inghilterra e Sicilia, propagan-
dosi altresì per la Francia, Germa-
nia, Italia e altri luoghi, per cui il
loro primo capitolo generale tenuto
in Europa , ebbe luogo nel 1 24 j,
nel convento di Ailcsford in In-
ghilterra. Eletto fu successore al
b. Alaino, il celebre b. Simone Stock,
sotto il cui governo 1' Ordine car-
melitano proseguì a moltiplicarsi mi-
rabilmente ; ed il medesimo b. Si-
mone Stock otteime per esso, come
si dirà poi, dalla ss. Vergine lo sca-
polare, e dai Pontefici molti privi-
legi.
In tempo del grande scisma d Oc-
cidente, incominciato nell'anno iSyi),
&e CAR
si divisero i carmelitani in due par-
titi, secondo le ubbidienze che se-
guivano, di Roma o di Avignone ,
ognuna delle quali si elesse un ge-
nerale, argomento di che diffusa-
mente ti^atta il p. Sebastiano Fan-
toni Castrucci carmelitano, ncW Tsto-
ria d'/4fignonej T^whhVicala nel 1678
in Venezia. Per questo in epoca sì
lagrimevole per tutti gli Ordini re-
ligiosi, anche nel carmelitano s'in-
trodusse il rilassamento dall'antico
spirito, che durò sino al i43o, nel
qual anno fu celebrato il capitolo
generale, in cui determi nossi ricor-
rere al Sommo Pontefice per por-
vi un opportuno riparo. Difatti il
Papa Eugenio IV, creato a' 3 marzo
dell'anno i43i, vi prese provviden-
za, e ne mitigò il rigore, dappoiché
permise loro di mangiare la carne
tre volte la settimana , moderò il
digiuno dalla festa della ss. Croce
sino alla Pasqua, moderò il continuo
silenzio, e concedette loro di uscire
dalle proprie celle alcune ore deter-
minate, e di passeggiare dentro la
clausura. Insorto poi il dubbio sul
digiuno, che alcuni superiori vole-
vano osservato anche ne' giorni in
cui era permesso di mangiar carne,
ricorsero a Pio II che, nel i/i^^g,
diede facoltà ai generali prò tem-
pore di ordinare in proposito ciò
che avessero stimato più confacente
in proporzione della qualità delle
persone, de' luoghi e dei tempi.
I Carmelitani vestivano dapprima
un abito bianco ; ma i saraceni ,
presso i quali tal colore è segno di
nobiltà, avendoli obbligati a lasciar^
Io, adottarono gli abiti formati a
striscie secondo l'uso degli orientali,
per cui in passato vennero chia-
mati Fratres Barrati, Bìrratì, Ra-
diati, Stragidatij a motivo di tal
abito screziato a diversi colori, ed
CAR
in Italia furono detti Listati, per
cui in alcune pitture antiche tali liste
compariscono bianche, grigie e ne-
re, ed in altre bianche e tanè ; in
alcune si veggono stese per lungo
da cima a fondo della cappa, e in
altre poste a traverso a guisa di
fascie. Se ne vedono talvolta cinque,
e tal' altra sette, ed anche in mag-^
gior numero. Passati i religiosi in
Europa, stabilirono di lasciare que-
ste liste, ma venne l'ordine sospeso
nel concilio generale XIV , lionese
II, celebrato da Gregorio X nel 1274,
acciocché fosse più maturamente esa-
minato. Assunto però nel i285 al
pontificato Onorio IV, non solo egli
lo confermò, come si ha pure da
Tolomeo da Lucca, Histor. Eccl. lib.
XXIV, capo i4> nia per le istanze
del p. Pietro di Milland generale
de' carmelitani, concesse, che lasciato
l'abito d'allora siccome non decen-
te , assumessero la cappa bianca ,
ciocché si effettuò nel capitolo ge-
nerale adunato nel 1287 in Mont-
pellier, nel qual anno principiarono
ad usare anche uno scapolare eguale
a quello donato dalla ss. Vergine
al b. Stock, siccome affermano molti
autori, fra' quali Sandero, Cornelio
a Lapide, Papebrochio stesso, e il
gran Lambertini, De festia, t. II ,
p. 871. Fu approvato tale scapola-
re dalla congregazione de' Riti nel-
r ufìlzio della commemorazione so-
lenne della b. Vergine del Carmelo
a' 16 luglio, ed era di color tanè,
simile a quello dell'abito o tonaca,
e del cappuccio, che portano di con-
tinvio. Sullo scapolare sovrappongo-
no nelle funzioni, e quando escono
dal convento a beneplacito, la detta
cappa bianca con altio cappuccio
di egual colore ; abito che inoltre di
poi fu approvato da Bonifacio Vili
ai 25 novembre \ic)5, coli' autorità
f
CAR
della costituzione, Jiistis pctentìum ,
come racconta s. Antonino in Chron.
part. Ili, tit. 20, cap. 5. F. il Ga-
ra mpi nelle sue Memorie della b.
Chiara, ove a p. i44 l'iporta eru-
ditissime notizie suir antico abito
de' Carmelitani.
Dicesi, che il Pontefice Giovanni
XXII, eletto nel i3i6, abbia pub-
blicato in favore de'Carmelitani, ai
3 marzo del sesto anno del suo
pontificato, la celebre bolla, Sacra-
tissinio Itti culmine, emanata in Avi-
gnone, chiamata volgarmente Sab-
bati na, perchè la b. Vergine, sicco-
me molti autori affermano, avea
promesso al beato Simone Stock
di levare dal purgatorio, nel primo
sabbato dopo la loro morte , tutti
quelli che fossero ascritti alla fra-
tellanza o confraternita di s. Maria
del Carmine, della quale tratta il
Baillet a' i5 agosto § 6, num. 34.
Nel pontificato però di Paolo V
avendo egli a' 27 maggio 1606
pubblicato la costituzione, Romanus
PontifeXj che si legge nel tomo V
del Boll, roman. par. Ili, p, 227,
Gon essa sospese tutte le indulgenze
accordate da' suoi predecessori a' re-
golari. Ciò non pertanto i Carmeli-
tani di Portogallo seguitarono a pre-
dicare la Sabbatina, bolla che seb-
bene sospetta a molti eruditi, fra i
quali a Launoio in Dissert. de car-
melitani scapularis sodali lio , tom.
II, pag. 4^45 P^i' i^on trovarsene
l'originale, ne per essere stata ap-
provata dai Pontefici in forma spe-
cifica, ma solo in forma comune,
tuttavolta era stata confermata in-
torno alle indulgenze e privilegi, che
concedeva a' religiosi e confrati del
Carmine, da Clemente VII ai 1 2 a-
t;osto i53o colla costituzione Ex
Clementi j da Paolo III colla coi\.\-
iuzione Proi^isionis nostrae del i534j
CAR 57
da s. Pio V, colla costituzione, Su-
perna, dispositione del 1 5^*0 ; da Gie<
gorio XIII, colla costituzione, Ut
laude;}, del 18 settembre 1577; da
Clemente X, colla costituzione, Coni-
missa nobis, degli B maggio 1673,
non che da altri Pontefici.
Insorte per la suddetta bolla di
Paolo V da per tutto gravi dispu-
te, e principalmente in Portogallo ,
di cui fece la storia Paolo di Tutti
i Santi, nella Clavìs aurea par. II,
cap. i5, i Carmelitani furono denun-
ziati air inquisizione di Lisbona, ed
il Pontefice, dopo maturo esame,
per fermare il corso alla controver-
sia, fece inviare nel 161 3 all'inqui-
sitore generale di Portogallo il pon-
tificio decreto , in cui si permet-
teva a' pp. carmelitani di predicare,
« che il popolo cristiano poteva pia-
« mente credere il soccorso che
« godono le anime de' religiosi , e
» de' confratelli del Carmine, cioè
» che la beatissima Vergine co' suoi
>i meriti, e colla sua intercessione,
>i principalmente nel giorno del sab-
» Lato, aiuterà le suddette anime,
>i che moriranno in grazia; se in
» questa vita avranno portato l'a-
« bito , serbata la castità nel loro
» stato, quelli che sapranno legge-
« re , avranno recitato 1' uffizio pic-
« colo della Madonna, e non sapen-
» do recitarlo, avranno osservati i
» digiuni della Chiesa, e si saran-
" no astenuti dalla carne il mer-
« coledì ed il sabbato, eccetto se
>y in tali giorni accadesse il Natale
>i del Signore. Vietava però che si
» potessero dipingere le immagini
>y della medesima Vergine Maria in
« atto di scendere nel purgatorio
>^ per levarne quell'anime ". Questo
decreto, secondo Lambertini, De fé-
stis B. M. Plrgiìiisj § 77y p. 282,
trovasi nel bollario dei carmelitani
58 CAR
tomoi, p. 62, lom. II, p. 601 , con-
servandosene roiiginale nella segre-
taria del consìglio generale dell'in-
quisizione di Lisbona.
Dai carmelitani ebbero origine le
carmelitane (Fedi)^ nel secolo XV
i carmelitani rifoi inati ( Vedi ) , nel
secolo XVI i carmelitani scalzi o
Teresiani (Vedi), oltre i carmeli-
tani del tei-zo Ordine ( Vedi ). In
questo benemerito Ordine, che colla
costituzione 65 di s. Pio V, emanata
nel 1567, fu riconosciuto per men-
4icante, insieme alle sue monache,
in ogni epoca fiorirono moltissimi
dotti e santi religiosi, come leggia-
mo nel citato autore della Storia
degli Ordita religiosi, tradotta dal
j». Fontana t. I, p. I, e. 44» «o»
che dai pp. Gio. Gros, Francesco
di s. Angelo, Emmanuele Romano Do-
menico di Gesù, ed altri carmelita-
ni, i quali composero interi volumi,
per enumerare i soggetti del loro
Ordine illustri per santità di vita ,
per le dignità ecclesiastiche eserci-
tate, e per la loro profonda dottri-
na. Un altro parimenti ne diede in
bice il p. Domenico di Gesù, che
tratta de* soggetti presi da questa
religione per conterir loro la prima
dignità della Chiesa. Essi, come ri-
leva il Novaes nel tomo I, p. 84
delle sue Dissertazioni , contano fra
i loro religiosi tre Pontefici, due an-
tichissimi, cioè s. Telesforo greco,
eletto nel i ^1 , s. Dionisio greco ,
creato nel 261, e il b. Benedetto
XII esaltato nel i334, che da car-
melitano passò abbate di Cistello ,
sebbene il Baluzio non sia di tal
parere. Leone XII, dopo avere tras-
Jatato dalla sede vescovile di Rieti
a quella di Osimo e Cingoli mon-
signor Timoteo Maria Ascenzi car-
melitano, mentre nel 1828 lo vo-
leva creare Cardinale, venne rapito
CAR
dalla morte ; ma il Papa regnante
nel concistoro de' 6 aprile i83f),
annoverò al sagro Collegio Placitlo
Maria Tadini, dell' Ordine della b.
Vergine del Carmelo dell' antica
osservanza, attuai degnissimo arci-
vescovo di Genova, e gli conferì il
titolo presbiterale di s. Maria in
Traspontina degli stessi carmelitani.
Quest' Ordine insigne, oltre la
congregazione di Mantova, e la vi-
caria di Sardegna , ora elevata a
provincia, ebbe sino a trentacinque
Provincie, sotto l'ubbidienza di un
solo generale, il quale risiede nel
convento di s. Maria in Trasponli-
na di Roma, siccome capo dell'Or-
dine. In Madrid dimorava il vicario
generale delle provincie Cismonta-
ne: ma per le attuali vicende per
la Spagna ora non vi è che un com-
missario apostolico, colle facoltà di
vicario generale per la sola peniso-
la, eletto dal Papa regnante, e re-
sidente in Roma. Il procuratore ge-
nerale dell'Ordine gode il privilegio
di pronunziare il discorso nella Cap-
pella pontificia, nella quarta dome-
nica di quaresima, e nella quarta
domenica dell'avvento.
La prima chiesa concessa in Ro-
ma a' Carmelitani dell'antica osser-
vanza, fu quella di s. Giuliano ai
trofei di Mario sul monte Esquili-
no. Presentemente hanno i Carme-
litani tre conventi in Roma , colle
chiese annesse che sono parrocchie,
e titoli Cardinalizi, cioè i." la chie-
sa dei ss. Silvestro e Martino ai
Monti, che Bonitàcio Vili nel 1295
diede in cura a'Carmelitani, i qua-
li ne furono assai benemeriti, giac-
ché ripete l'attuai forma dafp. Gio-
vanni Antonio Filippini romano,
generale dell' Ordine, che v' impie-
gò grossa somma di danaro, e scuo-
prì l'antica chiesa sotterranea; 2." La
CAR
chiesa di s. Grisogono in Trasleve-
re, presso la quale fu già l' abitazione
de' Pontefici, e che Sisto IV nel
1480 diede ai CarmeUtani riformati
della congregazione di Mantova (/^e-
di); 3.° La chiesa di s. Maria in
Traspontina in Borgo nuovo nel
1484 concessa ad essi da Innocenzo
Vili, ma che per essere stata demolita
affine di fortificare Castel s. Angelo,
fu data loro l'attuale incominciata
a edificarsi da Pio IV nel i564j
insieme al contiguo convento per
abitazione dei Carmelitani , peroc-
ché già in avanti possedevano la
vecchia chiesa di Traspontina. Al-
l' articolo Chiese^ si riportano le no-
tizie delle tre qui mentovate.
Sino al pontificato poi di Leone
XII, i Carmelitani ebbero il con-
vento e la chiesa di s. Maria di
Montesanto, o Regina Coeli sulla
piazza del popolo in Roma, loro
concessa nel 1662 da Alessandro
VII, venendo poi rifabbricato il
convento dall' architetto Girolamo
TeodoH. Abbiamo dal Bonanni ,
Catalogo degli Ordini religiosi ,
capo LXVI, che i rehgiosi Carme-
litani di detto convento non por-
tavano cappello, coprendosi del solo
cappuccio i vestivano come gli altri,
ma di panno più grosso di color
grigio, ed il mantello, o cappa di
color bianco. Nelle memorie dei
Carmelitani il detto panno grosso
veniva chiamato carpila^ e ne trat-
ta il Du-Cange.
Lo stemma dei Carmelitani cal-
zati e scalzi è sovrastato da una
corona, sulla quale sorge un brac-
cio, la cui mano stringe una spada.
Nella targa evvi un monte acumi-
nalo con tre stelle, cioè due late-
ralmente alla sua estremità, l'altra
nel mezzo dello stesso monte. Sullo
stemma di questo Ordine, si può
CAR 59
vedere il p. Ventimiglia, Cronolog.
de' generali latini a pag. i, e il p.
Daniele, Speculum Carni, tom. I,
pag. 102, ove riportandosi lo stem-
ma vi è la figura di Elia sul Ta-
borre, avente nella bandiera lo stem-
ma dell' Ordine come sopra.
E però da avvertirsi, che lo stem-
ma de' Carmelitani scalzi dilFerisce
in questo sol punto, che la sommi-
tà del monte è intersecata da una
linea orizzontale, che forma una
croce, a denotare la vita più peni-
tente, che essi menano osservando
la primitiva regola. Il monte poi
dello stemma figura il monte Carmelo;
le stelle rappresentano Maria Santiss.
che la Chiesa appella Stella /narisj
la corona è figura della di lei so-
vranità, essendo regina de' patriar-
chi, e di tutti i santi ; la spada fi-
nalmente impugnata dalla mano di
Elia, è simbolo del di lui zelo.
CARMELITANI Riformati. La
prima riforma di quest' Ordine, do-
po le mitigazioni della loro regola
fatte da Papa Eugenio IV, si fu
quella introdotta dal b. o ven. (co-
si detto pel culto immemorabile
che gode) Giovanni Soreth france-
se di Normandia, il quale avendo
principiato a riformare diversi con-
venti, eletto XXV generale latino
del suo Ordine in Avignone nel
i45»r, si applicò con indefesso zelo
per restituire ne' Carmelitani l'anti-
co splendore, e la primiera osser-
vanza. I religiosi da coro a suo
tempo vestivano di nero, e i laici
o conversi di color tanè , ond' egli
lasciato il primo, prese il secondo.
Nel capitolo generale celebrato nel
1472 in Asti fu quell'abito con una
costituzione adottato per tutti i suoi
correligiosi, i quali tuttora 1' usano,
giacché vuoisi, che questo (osse l'aa-
tico colore dell' abito carmelitano,
I
6o CAR
secondo l'opinione di alcuni, oltre
quanto si disse all'articolo precedente
Carmelitani. Il b. Sorelli inoltre fon-
dò quattro monisteri di Carmelitane
nel i45»2, uno de' quali a Liegi, che
fu poscia trasportato ad Huy. Un
altro ne fondò a Vannes , benché
per altro il fondasse Francesca di
Ainboise duchessa di Brettagna, che
dopo la morte del duca Pietro II suo
marito, vi prese il velo l'anno i^Sy.
Questo santo religioso soffri molte
peripezie per introdurre tal riforma
ne* conventi , visitando a questo fine
quasi tutte le provincie d' Europa.
Quindi pel desiderio di vivere con
maggior ritiratezza , presso Nantes
edificò un altro convento in un luo-
go chiamato Coets, ove pieno di
meriti morì nel i^S5 santamente,
sebbene il p. Annibale nel suo Com-
pendio ec. , dice , che morisse ad
Angres, nel 1 4? i > e che Dio ha
illustrato il suo sepolcro con molti
prodigi.
L'altra celebre riforma de'Car-
melitani, è quella della Congrega-
zione di Mantova, della quale si fa
autore il p. Tommaso Conecte fran-
cese, che avendola incominciata ver-
so il i4^4» e ^^^ seguente anno
nel convento di Girona sulle Alpi,
nella diocesi di Sion, recandosi poi
a Roma, la stabili nel convento del-
le Selve nella Toscana. Da questo
essendo passato all' altro convento
di Mantova, riuscì il più celebre, e
diede il nome alla medesima con-
gregazione e riforma. Taltavolta vi
sono alcuni, che riconoscono per di
lei autore il p. Giovanni Lapi fio-
rentino, e vogliono che coU'autorità
d' una bolla di Eugenio IV avesse
principio nel convento di Mantova,
mentre altri scrivono che fosse isti-
tuita nel i4i3 in quello delle Sel-
ve dal p. Giacomo Alberto profon-
car
do teologo, a cui il p. Bonanni nei
suo Catalogo^ capo LXVI, dà per
compagno non solo, ma assegna an-
co il merito principale di tale isti-
tuzione al b. Angelo Agostino, det-
to comunemente Angelino, donde il
p. Francesco Tommaso insigne in
pietà e dottrina, e il p. Pietro Ste-
fano tolosano, che fu il primo vi-
cario generale della congregazione,
passarono a Mantova a fare la ri-
forma carmelitana. L' opinione per
altro più abbracciata è, che il det-
to p. Conecte introducesse la con-
gregazione nel convento di Girona,
al quale essendosi unito quello delle
Selve, e l'altro di Mantova sotto il
governo d'un superiore, che dap-
principio avea il titolo di presiden-
te, si rivolsero tutti e tre al Pontefi-
ce Eugenio IV per l' approvazione,
ed egli venuto in cognizione della
osservanza ed esemplarità con cui
vivevano tali religiosi , sottrasse i
conventi dalla giurisdizione del pro-
vinciale, e li lasciò soggetti a quella
soltanto del priore generale dell'Or-
dine, concedendo loro molti privi-
legi, e la facoltà di eleggersi un vi-
cario generale, che li governasse. Il
generale de' Carmelitani dell'antica
osservanza non volle approvarne la
elezione, ma iiel 144^ 'vi supplì
Eugenio IV con autorità apostolica,
prescrivendo nella bolla perciò ema-
nata, che, eletto il vicario generale
da due terzi del capitolo, si avesse
come per confermato senza rivol-
gersi al padre generale , e ciò si do-
vesse godere dall' Ordine finché
continuasse a vivere nella esatta
osservanza stabilita.
Ben presto fiorì e si propagò la
congregazione di Mantova, contando
in Italia più di cinquanta conventi.
Sisto IV avendo fatta proseguire la
basilica della s. Casa di Loreto in-
CAR
cominciata da Paolo li, per mezzo
del Cardinal della Rovere suo ni-
pote, e primo protettore di questa
riforma, ne concesse ai pp. di que-
sta congregazione la cura , per cui
vi dimorarono alcun tempo. Il me-
desimo Cardinale , essendo passato
dal titolo di s. Balbina a quello di
s. Grisogono, volle che questa anti-
chissima chiesa fosse officiata dai
suoi Carmehtani, facendo fabbricare
il contiguo convento.
Il p. Penso scrisse la vita degli
uomini illustri, che si resero distinti
nella congregazione di Mantova, ma
merita special menzione il p. Giam-
battista Spagnoli, detto il Mantovano,
rinomato per santità di vita, e per
le sue opere, nonché per essere sta-
to eletto sei volte vicario generale
della medesima , e poi generale di
tutto l'Ordine nel i5i3, fatto in Ro-
ma nel capitolo generale. Procurò
egli di dilatare in diversi conventi
la riforma, e per mantenere in essa
il color tanè contro chi bramava si
adottasse il nero nell'abito, rinunziò
al generalato, e morendo nel 1 5 1 6,
gli fu eretto un magnifico sepolcro
nella chiesa di Mantova. Inoltre Fede-
rico I, duca di Mantova, collocò la
sua statua appresso quella di Virgi-
lio nell'arco trionfale da lui eretto,
perchè, oltre queste doti, il p. Spa-
gnoli fu tenuto pel poeta più eccel-
lente de' suoi tempi. I religiosi di
questa congregazione differivano da-
gli altri, perchè in tutto Tanno nella
feria seconda e quarta non mangia-
vano carne , vivevano con vita co-
mune, e per altre particolari con-
suetudini. Vestivano come gli altri
Carmelitani , ed una volta non si
distinguevano da questi che pel
cappello, il quale nella parte supe-
riore era bianco , cangiandolo po-
scia in quello ecclesiastico di color
CAR
6i
nero. Nel secolo decorso i religiosi
tralasciarono di eleggere il vicario
generale, e di seguire la costituzio-
ne e nome della congregazione man-
tovana, riunendosi all'Ordine carme-
litano dell' antica osservanza , sotto
la immediata giurisdizione del priore
generale.
Mentre il p. Spagnoli era gene-
rale de' Carmelitani, ebbero luogo
due altre riforme , una in Francia
detta la congregazione d' Alby , la
quale governavasi da un vicario ge-
nerale eletto dal capitolo generale
della congregazione di Mantova, che
nel i58o fa riunita all'Ordine da
Papa Gregorio XI li, l'altra istituita
presso Genova in un convento, che
prese il nome di Monte Oh velo, per
opera del p. Ugolino, il quale non con-
tento dell'osservanza della regola mi-
tigata da Eugenio IV, volle intro-
durre quella anteriormente dichia-
rata e corretta da Innocenzo IV,
disegno che effettuossi solo nel con-
vento di Monte Oliveto , il quale ,
sebbene fosse solo , e soggetto inte-
ramente al generale dell'Ordine, pu-
re nel pontificato di Leone X prese
il titolo di congregazione . Nella
Francia fu operata inoltre altra ri-
forma di Carmelitani verso l' anno
i6o4 ^^^1 P- Pietro Bonhourt nel
convento di Rennes nella Brettagna ;
poi fu perfezionata dal p. Teobaldo
e in seguito dai pp. Riccardo e
Giovanni Baray, Nel capitolo provin-
ciale tenuto in Gand nel i6o3, pre-
sieduto dal p. Silvio, si fecero diversi
decreti per istabilir la riforma, e in
breve per opera de' suddetti religiosi, e
di altri che loro si unirono, vennero
fondati nuovi conventi sotto la me-
desima osservanza , co' quali si for-
mò la provincia Touranie. Da que-
sta , ad onta delle opposizioni degU
altri Carmehtani, la riforma si dif-
Oi CAR
fuse non solo in Francia, ma uelle
Fiandre e in Italia.
Nell'anno 1619, i pp. Desiderio
rianca da Catania, e Alfio Lican-
dro, ambedue della provincia di s.
Alberto, intrapresero altra riforma
nella Sicilia, ed i pp. Perrone e Sta-
tella altra pure ne fecero in detta iso-
la nel 1727. La prima era composta
di quattordici conventi, cioè due nello
stato pontifìcio, tre nel regno di Napoli,
e nove in Sicilia , e si appella di
Monte Santo. La seconda è compo-
sta di nove conventi , e si chiama
Scala Paradisi. La prima fu dichia-
rata provincia, nel 1646, da Papa
Innocenzo X; la seconda lo divenne
col l'approvazione di Benedetto XIII.
L'una e l'altra non formano un corpo
distinto, e separato dall'Ordine, stan-
do subordinate al priore generale. Am-
bedue non ammettono gradi, e so-
lamente differiscono in questo , che
la seconda pratica vita comune, e
la prima non la osserva, per la po-
vertà de' suoi conventi ora divenuti
sette. Tutte e due queste riforme
professano il primiero istituto car-
melitano, avendo rinunziato all'in-
dulto di Eugenio IV , si astengono
dalle carni come i carmelitani scalzi,
e seguono la regola moderata da In-
nocenzo IV.
La congregazione di Torino fu fatta
nel i633, in quella città, ad istanza di
Vittorio Amadeo I, duca di Savoia,
venendo destinato ad incominciarla il
regio commissario p. Teodoro Stra-
nio generale, e a promoverla il p.
Luigi Bulla, cui successe il p. Do-
menico di s. Maria, che felicemente
vi riuscì , istituendola nel convento
della città di Torino, donde si di-
latò ad altri conventi della provin-
cia del Piemonte. Il p. Antonio Fi-
lippi l'ornano, eletto in Roma gene-
rale, a' 3o maggio 1648, si adope-
CAR
ro con tutta V efllcacia per intro-
durre la stretta osservanza nella Ger-
mania, e gli riuscì di stabilirla in
diversi conventi di quelle provincie
per mezzo dei pp. Antonio della pro-
vincia di Touranie, e Gabriele della
Nunziata della provincia di Fiandra,
destinati a tal fine suoi commissari.
Ad indurre tutti i conventi ad ab-
bracciarla, mandò una circolare alla
maggior parte de' Carmelitani, ma
altro non ottenne, che molti, lasciata
la tonaca di color nero , ne vestis-
sero altra di color tanè , o grigio
scuro, onde tutti quelli, che l'adot-
tarono, vestono come gli altri del-
l'Ordine, e poco tra loro distinguon-
si, avendo tutti le stesse costituzioni
prescritte nel i635 dai religiosi del-
la provincia di Touranie. Tali co-
stituzioni essendo state confermate da
Urbano Vili nel 1639, fu quindi co-
mandato dal generale capitolo tenuto
in Roma nel i64^> che si osservasse-
ro colla conferma pontificia d'Inno-
cenzo X in tutti i conventi riformati
dell'Ordine, fondati e da fondarsi, af-
fine di mantenere l'uniformità.
Finalmente nel generalato del p.
Teodoro Strazio, fu eseguita in Fran-
cia altra riforma particolare dal p.
Biancardo, in cui si dovea osservar
la regola del patriarca s. Alberto sen-
za le dichiarazioni d' Innocenzo IV,
e senza le mitigazioni di Eugenio IV,
onde quelli che professarono tale rifor-
ma furono appellati Carmelitani del
primo istituto. Indi unitisi al p. Bian-
cardo alcuni religiosi , fabbricarono
un eremo in Grateville, luogo della
diocesi di Bazas, ove le celle, secon-
do la regola primitiva, erano sepa-
rate; ogni frate vi mangiava solo;
ne' viaggi si astenevano tutti dalle
erbe , ed altri cibi cotti nel brodo
della carne; e facevano il solo voto
di ubbidienza , intendendo di com-
CAR CAR 63
prendere in questo gli altri due. La a piendere le giuste misure, affine
<jual riforma approvata dapprima di mandare ad effetto un tanto di-
«lal medesimo generale p. Strazio , \isamento.
e poi nel i636 da Url>ano Vili, si Ad eseguire la meditata riforma,
estinse per altro poco dopo. la s. Vergine pose gli occhi sul p.
CARMELlTAINi Sc\lzi, o Tere- Giovanni di s. Mattia, e sul p. An-
siANi. Ordine religioso. S. Teresa tonio d'Eredia, ambedue cospicui
di Gesù nacque a' 28 marzo i5i5 carmelitani per santità di vita, i
in Avila nella vecchia Castiglia, da quali, siccome bramosi di vivere
Alfonso, o Alonso Sanchez de Ce- con maggior austerità, aveano deter-
peda , e da Beatrice d' Ahumada. minato di passare fra i certosini .
Entrata nel monistero delle carme- Sì abboccò quindi pel primo col
htane di detta città, vi professò la p. Antonio, ch'era priore del con-
regola religiosa nel i535 secondo vento di Medina del Campo, e poi
alcuni, benché il p. Federico di s. col p. Giovanni, che s' era recato
Antonio nella sua P^ita dica, che da Salamanca a quest'ultima città,
la professasse nel 153^. Quindi comunicò loro il progetto della ri-
ispirata da Dio, stabih di vivere forma de' carmelitani, per ristabi-
sotto la regola prescritta all'Ordine Urlo nel primiero fervore ed osser-
carmelitano dal patriarca s. Alberto, vanza, e gli allettò a seguirne il
e^poi mitigata dal Romano Ponte- divisamento, abbandonando quello di
fice Innocenzo IV, con tanto ardore farsi certosini. Frattanto d. Raffaele
di spirito, che non volendo servirsi Mexia Velasquez , cavahere abitante
delle concessioni apostoliche, la os- in Avila, e concittadino di s. Te-
servò esattamente nel suo antico resa, le offri una casa di campagna,
rigore con tutta la perfezione , ed che aveva a Durvello , per erigervi
ebbe l'autorizzazione, nel 1 562, da un convento di carmehtani scalzi,
Papa Pio IV di stabilire uaa rifor- ed essa avendola accettata, fece sa-
ma di monache, le quali seguissero pere ai summentovati rchgiosi, che
il suo esempio. Vinte insormonla- avea trovalo il luogo per incomin-
bili difficoltà, in Avila stessa apri ciar la sospirata riforma, purché
il primo monistero alle carmelitane essi avessero coraggio di al3Ìtarvi,
scalze ( F^edi)^ col qual nome fu- essendo piccolo e disagiato, al che
rono appellate le religiose da lei risposero esser pronti,
fondate. Ben presto il suo istituto Recatasi la santa istitutrice a
propagossi colla erezione di parecchi Vagliadolid, ed ottenuta l'approva-
monisteri, e da tale successo ani- zione dai due provinciali di Casti-
mata, concepì l'alto disegno d'in- gha, presente e passato, richiesta
trodurre la riforma anche ne' frati dal p. generale dell' Ordine , inviò
dell' Ordine carmelitano , onde col il p. Giovanni a Durvelo, dandogli
consiglio del p. Gio. Battista Rubeo l' abito per la riforma , ed alcuni
generale, il quale l'avea facoltizzata sacri arredi per l'altare. Il religioso,
a fondare un maggior numero di assunto tal abito, vi dimorò solo
monisteri di monache, purché rima- dal principio di ottobre 1 568 sino
nessero sotto la giurisdizione de' su- a quello di novembre, ed a' 27 di
periori dell'Ordine, piena di mira- questo mese, a lui si congiunse il
bile e portentoso coraggio, cominciò p. Antonio d' Eredia , con mi frale
64 GAR
laico. Essi, dopo aver passata tutta
la notte in orazione, nella mattina
seguente davanti il ss. Sacramento
rinnovarono la professione della ri-
forma, come fece il laico, rinun-
ziando solennemente alla regola mi-
tigata. Indi cambiarono i loro nomi,
secondo il costume introdotto da s.
Teresa tra le sue religiose, ed il
p. Antonio aggiunse al suo quello
di Gesù, e il p. Giovanni quello
della Croce. Quindi visitali dal p.
provinciale, il primo fu fatto priore,
e il secondo sottopriore. Questo se-
condo, per essere stato il principal
cooperatore di s. Teresa, è ricono-
sciuto dai carmelitani scalzi quale
confondatore , e poi meritò 1' onore
degli altari.
Sebbene il convento di Durvelo
fosse il primo della riforma e la
sua culla, pure per principale viene
riconosciuto quel di Pastrana eretto
a' i3 luglio io69j perchè quivi la
regolare osservanza si stabifi nella
sua vera perfezione, ed anche per-
chè quello di Durvelo, stante l'an-
gustia del sito nel 1570, venne
trasferito nella città di Manzera,
onde ritornato all'antico proprieta-
rio, venne dipoi nel 161 2 dai Car-
melitani scalzi acquistato, e vi eres-
sero un bel convento, proseguendosi
per altro a celebrare i capitoli ge-
nerali in Pastrana , che sempre volle
conservar la maggioranza. 11 p. Gio-
vanni della Croce ne'diversi conventi
successivamente fondati, esercitò l' uf-
fìzio di maestro de' novizi , e fu
priore in quello d'Alcalà, ma sog-
giacque ad una fiera persecuzione,
dalla quale liberollo il credito di
s. Teresa, senza ch'ella potesse an-
dar esente da egual sorte. Nel i582,
tornando essa da Burgos, ove avea
fondalo un monistero di monache,
morì a' 6 ottobre in Alba, donde
CAR
dopo tre anni fu trasportato il suo
venerando corpo ad Avila sua pa-
tria ; ma Sisto V nel 1589 ordinò,
ad istanza del duca d'Alba, che si
restituisse al monistero, ove avea
cessato di vivere. Ivi conservasi in-
corrotto, senza la mano sinistra, che
venendo troncata dal provinciale
de' carmehtani scalzi, fu riposta iu
Avila, e senza un piede, che nel
16 15, fu mandato in Roma nel
convento di s. Maria della Scala,
nella qual città nel 1622 canoniz-
zata venne da Gregorio XV. In
quanto poi al p. Giovanni della
Croce, dopo aver sostenuto con in-
vitta pazienza molte tribolazioni ,
rese tranquillamente lo spirito a
Dio, a' i4 dicembre 1^91 , nel
convento di Ubeda nell'Andalu-
sia; ed avendo Anna di Penaloso
levato segretamente dal sepolcro in
cui giaceva in Ubeda il corpo di
lui, trasportandolo di notte in Se-
govia, Clemente Vili ordinò, che
fosse restituito al suo convento, e po-
scia venne canonizzato da Benedetto
XllI nel 1726. V. s. Teresa, e s.
Giovanni della Croce.
La santa riformatrice prima di
morire provò la dolce compiacenza,
di veder fondati più di diciassette
monisteri di carmelitane scalze, e
quindici conventi di carmelitani
scalzi, e mentre viveva, fu portato
il suo Ordine anche nelle Indie, e
dopo la sua morte meravigliosa-
mente si propagò per tutta la cri-
stianità, fiorendo tuttora con im-
menso vantaggio delle popolazioni.
Nel principio questi conventi erano
soggetti non solo al p. generale,
ma ancora a' rispettivi provinciali
de' carmelitani dell' antica osservan-
za i^Vedl^^ i quali solo costituivano
dei priori, acciò vigilassero per man-
tenere in essi la riforma, finché nel
CAR
i58o, il Pontefice Gregorio XIIT,
ad istanza di Filippo II re di Spa-
gna, con una costituzione emanata
a' 11 giugno, separò i carmelitani
scalzi dai calzati , o dell' antica os-
servanza, dando ai primi un pro-
vinciale particolare eletto dal loro
ceto, sebbene li lasciasse soggetti al
priore generale di tutto T Ordine.
Sisto V, nel iSSy, vedendo che i
conventi degli scalzi si moltiplicavano,
concesse loro di poter eleggere un
vicario generale, finche Clemente
Vili col disposto della costituzione
76, che si \^%%'^ nel Bollano ro-
mano, tom. V, par. II , pag. 4^8 ,
a' 20 dicembre 1598, li divise e
separò affatto dagli altri carmelita-
ni , lor permettendo d' eleggersi il
propi'io generale, ed annoverandoH
eziandio fìa gli Ordini mendicanti,
lo che poi approvò Gregorio XV.
Ecco poi come si espresse Cle-
mente vili, nella citata bolla Pa-
storalis officii de' 20 dicembre iSgS:
« Omnes et singulas personas praefa-
»* tae congregationis discalceatorum,
M illiusque conventus, domus, col-
« legia, et provincias tam virorum,
» quam mulierum , ab omni supe-
»i rioritate, jurisdictione, gubernio,
« regimine, et administratione, sub-
w jectione, obedientia, visitatione,
« correctione, et emendatione tam
*» generalis Ordinis carmelitarum,
« quam aliorum praelatorum , et
•' superiorum quacumque auctori-
« tate fungentium , et functurorum,
» et quantumvis amplissimis privile-
» giis, et facultatibus utentium et
" usurorum , perpetuo eximimus et
>* liberamus .... ipsamque congre-
>■> gationem discalceatorum . . . sub
" immediata nostra et sedis aposto-
" hcae protectione, subjectione, gu-
« bernatione , et obedientia recipi-
»> mus et subjiciraus. " Ordina poi,
VOL. X.
CAR 6^
che il capo di questa congregazione
si chiami preposito generale dell'Or-
dine degli scalzi , ossia dei primitivi,
di quelli cioè, i quali osservano la
regola dell'Ordine della beata Ma-
ria del monte Carmelo, ed aggiunge
la concessione , le comunicazioni ,
r estensione all' Ordine degli scalzi ,
al suo preposito generale, ed a' suoi
religiosi, di tutti i singoli privilegi,
facoltà, grazie, prerogative, indulti,
favori e concessioni accordate, o
da accordarsi in futuro all'Ordine
carmelitano dai romani Pontefici,
dai legati della santa Sede, dagl'im-
peratori e principi.
Quindi la riforma de' carmelitani
scalzi dell'uno e l'altro sesso, dal
medesimo Clemente Vili fu, a' i3
novembre 1600, coli' autorità della
costituzione 2 33 presso il citato Bol-
lano pag. 3 16, divisa in due con-
gregazioni, di Spagna e dell' Italia.
In questa bolla, che comincia, In
Apostolico dignitatis , assumendo
il Pontefice per causa della sua de-
terminazione, l'aver saputo da testi-
moni degnissimi di fede, e l'aver
conosciuto per . esperienza propria
» quantum utilitatis in Ecclesia Dei
>i piis eorum exercitiis, tum oratio-
» nibus, mortificationibus, asperitate
M vitae, tum praedicationibus, confes-
« sionibus et sacramentorura admi-
» nistratione ", giornalmente ripor-
tisi per i carmelitani scalzi, erige la
congregazione d' Italia, da possedere
i conventi già fondati in Italia , e
tutti gli altri che si fonderebbero
nell'Italia stessa, e negli altri luoghi,
e regni fuori di quelli di Spagna ;
e dichiarandola immediatamente sog-
getta alla Santa Sede, vuole che sìa
governata, e retta ah uno prceposìto
Clini definito rum inlerventu , juxta
regularia ejusdeni ordinis statuta.
Quindi alla nuova congregazione,
5
m
CAR
alle sue case , ai conventi , ai suoi
superiori, o sudditi, accorda di po-
ter godere, senza alcuna differenza,
di tutti i privilegi e di tutte le gra-
zie , tanto spirituali che temporali ,
già concesse, o da concedersi alla
congi'egazìone di Spagna dalla Sede
apostolica. Così l'Ordine carmelitano
venne ad avere tre generali, ciascu-
no indipendente dall' altro. Indi a
ciascuno di essi venne aggiudicata
la facoltà di ascrivere al sacro abi-
tino, e di erigere fuori di Roma le
confraternite del sacro scapolare esclu-
sivamente agli Ordinari : e appunto
in grazia d'una tale separazione dai
carmelitani calzati, e di una tale
autorità ne' generali dei carmelitani
scalzi , il Papa Pio VII , dietro ad
un favorevole voto d'un maestro
di cerimonie della cappella pontifi-
cia, con rescritto emanato per orga-
no della segreteria de' memoriali ai
5 febbraio 182 1, accordò facoltà di
aver luogo fra gli altri superiori ge-
nerali nelle cappelle pontificie al ge-
nerale, e procuratore generale della
congregazione d'Italia, salva prcela-
tione illorum, qui enunciato privile'
gio jam inveniuntur donali.
La prima per la Spagna, e pel
Portogallo conteneva dieci provincie,
una delle quali in America, e que-
ste numeravano cento sessantun con-
venti di religiosi , e novantaquattro
monisteri di monache. Quella d'Ita-
lia abbracciava tutte le altre nazio-
ni , con un generale residente in
Roma, possedea trecent'ottantatre con-
venti neirEuropa, che formavano ven-
titre Provincie , fra' quali sette ne
avea la Francia, in cui eranvi ses-
santanove monisteri, ed oltre a ciò
ebbe sino a venti conventi nell'Asia.
Sebbene questa congregazione d'Ita-
lia, detta di s. Elia, non avesse dà
principio che due conventi di frati,
CAR
uno in Genova con un moni stero
di monache, l' altro in Roma presso
la chiesa di s. Maria della Scala, eb-
be un commissario generale indipen-
dente dagli spagnuoli, e restò sogget-
ta per ordine dello stesso Clemente
Vili al Cardinal Pinelli, allora pro-
tettore deirOrdine carmelitano tan-
to dei calzati, che degli scalzi. Gli
spagnuoli diedero il motivo di fon-
dare le due congregazioni, come quel-
li che pretesero la riforma di s. Te-
resa non dovesse uscire dalla Spa-
gna, facendo ogni sforzo perchè non
s'introducesse altrove. Ma stabilita
in Itaha, rapidamente passò in Fran-
cia, in Germania, in Polonia, in Fian-
dra ed altrove, ed anche in Persia,
giacché fino dal loro nascere parti-
rono per le missioni , ebbero con-
venti in Hispahan , in Sindi , nel
Mogol, nel Malabar, in Bassora, in
Goa, nel Monte Libano, in Aleppo,
nel Monte Carmelo, e in altri luo-
ghi dell'Indie Orientali e della Si-
ria, non che in America, esistendo-
ne moltissimi tuttora , i quali frut-
tuosamente esercitano le sante mis-
sioni, d'intelligenza e dipendenza
dalla congregazione di Propaganda,
la quale, come si dirà , prova ed
istruisce in Roma nel collegio di
s. Pancrazio i carmelitani scalzi nei-
l'apostolico ministero. Paolo V diede
poscia ai carmelitani scalzi la facoltà
di fondare conventi colla sola licen-
za del vescovo, e sotto il suo Pon-
tificato essi passarono in Francia ,
mentre regnava Luigi XIII, che loro
permise di stabilirsi in Parigi, po-
nendo nel 161 3 la prima pietra
nella chiesa di essi la regina madre
Maria de Medici.
Si professa dai carriielitani scalzi
la regola di s. Alberto senza le miti-
gazioni di Eugenio IV, e si praticano
da essi molte austerità , che sono
CAR
descritte dal p. Annibale da Latera,
nel citato Compendio, al capii. XII J,
Dei frati carmelitani scalzi. Si al-
zano a mezza notte per recitare il
mattutino, meno i conventi di stu-
dio, inoltre a differenza de' calzati ,
celebrano la messa e recitano l'uffi-
cio divino secondo il rito della Chie-
sa romana ; fanno ogni giorno due
ore di orazione mentale, si discipli-
nano, non mangiano carne che nei
viaggi di mare, osservano parecchi
digiuni, e dormono sopra un saccó-
ne di paglia. Vestono tonaca e sca-
polare color tanè, ed un mantello
bianco di panno . Sullo scapolare
portano il cappuccio color tanè, su
cui pongono quello di color bianco
quando assumono il mantello egua-
le, incedono scalzi, co'sandali di cuoio,
ma i carmelitani della congregazio-
ne di Spagna li usano fatti di ca-
nape, vietandosi affatto a tutti l'uso
del lino. Siccome in quasi tutti gli Or-
dini religiosi, oltre i sacerdoti, vi sono
i laici religiosi assegnati alla vita ope-
rativa di Marta, ed impiegati negli
uffici servili, cosi parimenti ve ne
sono fra i carmelitani scalzi , e si
chiamano fratelli Donati. Tra le opere,
eh' essi esercitano in servigio dei con-
venti, l'una è il cercare l'elemosina,
siccome mendicanti, sebbene per in-
dulto pontifìcio posseggano dei beni.
I laici di queste due congregazioni
non vengono ammessi alla professio-
ne solenne, se non dopo fatta una
lunga prova di più anni , compita
la quale, emettono i tre voti di ob-
bedienza, castità e povertà al pari
dei tre religiosi coristi ; con questo
che nella congregazione d' Italia vi
aggiungono un quarto voto, di non
pretendere giammai alcuna mutazio-
ne di abito, o di salire a grado più
alto di quello, al quale Iddio gli ha
chiamati. Qtoiiidi i laici, o conversi
CAR 67
della congregazione d'Italia, ovvero
di s. Elia , non portano alcun cap-
puccio, fanno uso del cappello nero,
colle sole due falde laterali alzate;
quelle però della congregazione di
Spagna non si distinguono nel ve-
stire dai sacerdoti, facendosi essi sol-
tanto la corona clericale, comune ai
sacerdoti d' Italia. Finalmente i con-
versi esercitano la professione di spe-
ziale, in que' conventi ove vi sono
le spezierie, delle quali si tratta al
termine di quest'articolo. Di questi
laici si fa menzione dal p. Cassia no
carmelitano scalzo alla parola Do-
natiy e dal Bonanni, Catalogo degli
Ordini religiosi^ cap. 68, nel quale
ne riporta la figura, come ne' capi
precedenti esibisce quelle de' carme-
litani calzati, riformati e scalzi.
Nelle costituzioni de' carmelitani
scalzi si ordina, che in ogni pro-
vincia vi sia un convento fabbrica-
to in qualche solitudine, all' uso
delle Certose, e che questo non sia
se non un solo, detto comunemente
deserto. Siccome i primi religiosi
carmelitani furono eremiti, che vi-
vevano sotto la ispezione d' un su-
periore, quindi i carmelitani scalzi
si fecero la detta legge di aver in
ciascuna provincia un convento, con
suo deserto, o romitorio. E a sa-
persi, che questa casa somiglia a
quella de' certosini, e solamente il
recinto è più vasto, sia in giardino
che in boschi, affine di contenere
più celle separate. Quando il prio-
re ha permesso ad uno de' suoi re-
ligiosi di passare qualche tempo in
una di queste celle, vi si ritira per
darsi unicamente alla orazione, e
agli altri esercizi della vita mona-
stica, cui adempie in privato alle
stesse ore che nel convento . Regna
tra essi un silenzio quasi continuo, e
appena si veggono alcuna volta in
68 CAR
questa specie di deserto. Non pos-
sono abitarvi ne novizi, ne giovani
professi, ne i deboli, i cagionevoli, i
malinconici, e i poco inclinati agli
esercizi spirituali: sempre poi devo-
no esser abitati da tre o quattro
solitari, che devono dimorarvi, per
istruire e formare gli altri. Ma ul-
teriori notizie sulla istituzione di
questi deserti, sulle osservanze di
chi tì si ritira, sulle penitenze, sui
digiuni, sulle orazioni, e a chi in
essi si possa accordare l' ospitalità ,
esclusi i secolari, ne porge il p. An-
nibali citato, capitolo XIII pag. 224,
e seg. Per causa di tali deserti, al-
cuni scrittori annoverano i carme-
litani scalzi tra' solitari dell' Occiden-
te. I carmelitani scalzi di Francia,
per supplire in qualche modo al
difetto di un terreno vasto, che po-
tesse servire di romitorio, aveano
fatto edificare una piccola cella nei
loro giardini, ma poi Luigi XIV
donò loro il gran romitorio presso
la città di Louviers nella diocesi
d'Evreux in Normandia, che descris-
se Villefore nelle sue Vile de^ Pa-
dri del deserto di Occidente, to-
mo IL
Innumerabili persone illustri per
santità, per dottrina, per dignità ec-
clesiastiche, ed eziandio per isplendi-
di natali, sono fiorite tanto tra le
carmelitane scalze, che tra i religio-
si del medesimo Ordine, il cui gene-
rale della congregazione d'Italia pren-
de il titolo anche di priore del
monte Carmelo. Fra quelli, che si
sono distinti cogli scritti e con ope-
re stampate, meritamente prendono
il primo luogo s. Teresa loro isti-
tutrice, e s. Giovanni della Croce di
lei coadiutore, de' quali abbiamo o-
pere ascetiche piene di dottrina e di
sapienza celeste. Nel secolo decorso
fr. Giannantonio Guadagni fìoren-
CAR
tino, nipote di Clemente XIT , e
carmelitano scalzo, fu fatto, ad on-
ta della sua ripugnanza, vescovo di
Arezzo, e nel 1 78 i dallo zio fu crealo
Cardinale prete di s. Martino a'Mon-
ti, e vicario di Roma, morendo con
fama di tal santità, da trattarsene
la beatificazione. Parlano lungamen-
te dei carmelitani scalzi, gli autori
della vita di s. Teresa, Francesco
Martinez, e principalmente Giambat-
tista Lezana, Annal. Ord. B. M. V.
de Monte Carmelo, Romae i656.
In Roma i carmelitani scalzi
hanno tre chiese di titolo Cardina-
lizio, cogli annessi conventi, cioè s.
Maria della Scala , s. Maria del-
la Vittoria, e s. Pancrazio fuori la
porta di questo nome. Di esse si
tratta all' articolo Chiese, onde qui
diremo soltanto come sieno state con-
cedute all'Ordine.
S. Maria della Scala fu edifica-
ta nel 1592 dal Cardinal di Como,
in onore della b. Vergine, la cui
immagine trovossi su d'una scala
in questo luogo, quindi fu conce-
duta nel i597 dal Pontefice Cle-
mente Vili ai carmelitani scalzi.
La chiesa di s. Maria della Vit-
toria fu eretta dai carmelitani scal-
zi in onore dell' apostolo delle genti
in uno tiir annesso convento, cui
venne aggiunta la facciata dal ce-
lebre Cardinal Scipioni Caffarelli
Borghese, in compenso della sta-
tua di Ermofrodito da essi rin-
venuta ne' fondamenti della medesi-
ma. Passati dieci anni, nel 1622,
prese il titolo di s Maria della Vit-
toria per le vittorie riportate in Ger-
mania sugli eretici, e per la di lei
immagine collocata nell'altare prin-
cipale; proveniente dalla detta re-
gione. Nella dispersione generale
degli Ordini religiosi, avvenuta do-
po il 1809, il convento fu venduto
CAR CAR 69
e. spogliato j finché i religiosi car- chiesa di s. Susanna, cioè nel con-
nielitani scalzi lo ricuperarono nel vento delia detta chiesa di s. Paolo.
j8i4- Giunto ciò a notizia di certo Fran-
La chiesa di s. Pancrazio fu da- cesco Cimini signore napoletano, pel
ta a' Carmelitani scalzi nel pontifi- desiderio che nutriva per la conver-
cato di Alessandro VII. Nel conven- sione degl' infedeli , lasciò morendo
to contiguo evvi il collegio de' reli- nel 1608 a' carmelitani scalzi l'an-
giosi, che si vogliono recare alle mia rendita di tremila ducati, per-
missioni nella dipendenza della sa- che la erogassero pel seminario delle
era congregazione Cardinalizia di loro missioni. Intanto avendo Paolo
Propaganda, istituzione eh' ebbe la V fatto incominciare l'erezione di
seguente origine. Il p. Pietro della un analogo ospizio presso piazza
Madre di Dio, carmelitano scalzo, e Farnese, per istabilirvi un apposito
commissario apostolico, desiderando convento per le missioni, nel i6i5,
d'impiegare i suoi correligiosi nelle temendo che ne potesse derivare
missioni, manifestò questo di visamen- pregiudizio alla congregazione, col
lo al Pontefice Clemente Vili, di dichiararsi da essa indipendente,
cui era predicatore, il quale con risolvette, che il seminario, o colle-
suo breve spedi quattro carmelitani gio si collocasse nel nuovo convento
scalzi in Persia a' 14 luglio i6o4; della chiesa di s. Paolo alle Teniie
ma essendo egli morto menti e i Diocleziane, che poi prese il nome
religiosi erano arrivati iu Polonia , di s. Maria della Vittoria, col titolo
Paolo V nel i6o5 li autorizzò a di Seminario della Conversione di
proseguire il viaggio. In questo an- s. Paolo j onde progiedendo felice-
no si adunò in Roma il primo ca- mente per le cure del p. generale
pitolo generale, dopo che la con- Giovanni di Gesù Maria , nel pon-
gregazione d' Italia, appellata di s. tificato di Alessando VII ed in virili
Elia, si era divisa da quella di Spa- del suo breve, Decet Rom. Pont.
gna chiamata di s. Teresa, ed in dato a' 24 settembre i655, confer-
esso i capitolari emisero il voto mando quello da Urbano VII! ema-
di recarsi alle missioni a predicare nato nel 1682, Ronianus Ponti/ex,
il vangelo. Quindi vedendo necessa- acquietò le controversie insorte, e
ria l'erezione di opportuni semina- per l'autorità dell'altro breve, In-
vi o conventi per istruir quelli, che scrutabili, del primo marzo 1662,
si sentivano chiamati a tal carri e- fu trasferito nel convento di s. Pan-
ra, ottennero dallo stesso Paolo V, crazio, concorrendovi coli' assenso il
a' i5 dicembre i6o5, il decreto Cardinal Maidalchini, abbate com-
Totius orbis terrarum, col quale mendatario della chiesa. Perlmrto per
venne loro conceduta facoltà di lo zelo e la prudenza del p. Dome-
erigerne uno in Roma, e tempo- nico della ss. Trinità, generale d'al-
raneamente, coli' autorità del bre- lora , a' 6 marzo di detto anno,
ve Romani Ponlificis , emanato ebbe incominciamento colla dipen-
dali© stesso Paolo V nel 1 6 1 3 , denza dal generale prò tempore ^ e
venne destinato il convento di suo definitorio, restaiirandosi la chie-
s. Silvestro di Monte Compatri sopra sa colla spesa di duemila scudi.
Frascati , e poco dopo s' incomiticiò Sulle qualità, che si richieggono da
r eiezione d' un ospizio presso la quei religiosi , i quali bramano recarsi
70 CAK
alle missioni, ed altri uffici relativi,
tratta Carlo Bartolomeo Piazza, Ope-
re pia di Roma, trattato IV, capo
XXVIII. Noi solo ricorderemo, che
fra le altre cose, dopo otto giorni
dal loro ingresso, debbono emettere
il voto di recarsi a qualunque mis-
sione, sia per conversione di eretici,
sia di gentili, sia d'infedeli.
Inoltre i (Carmelitani scalzi hanno
in Roma l'ospizio di s. Teresa presso
il collegio inglese, residenza del ge-
nerale e procuratore generale della
congregazione d' Italia, abitandovi
anco il procuratore generale di quel-
la di Spagna. Anticamente questa
avea l'ospizio e la chiesa di s. Anna
alle quattro Fontane, che Pio VII
diede alle monache adoratrici per-
petue del ss. Saciamento, le quali
il regnante Pontefice ultimamente
ha trasferite nel monistero, e chiesa
di s. Maddalena al Quirinale. La
congregazione d' Italia , sulla piazza
del monte di Pietà, aveva l'ospizio
con una chiesa dedicata a s. Teresa,
e a s. Giovanni della Croce, fabbri-
cata l'una, e l'altro nel palazzo già
de' Barberini, ove abitò Urbano Vili
nel suo Cardinalato, cioè al destro
lato di detto edifizio, al quale nel
suo ingrandimento fu compresa la
chiesa e l'ospizio, il che avvenne
nel pontificato di Clemente XII. Fu
acquistato tal palazzo dal Cardinal
Francesco Barberini nel 1784, per
residenza de' superiori generali della
congregazione d' Italia. La chiesetta
fu benedetta dal Cardinal Guadagni
a' 16 gennajo 1735, ed il Papa,
col breve , Exponi nobis nuper fé-
ceruntj emanato a' 2 1 marzo, con-
cedette diversi privilegi a tal con-
vento , che dichiarò soggetto in
perpetuo ai superiori maggiori. Non
andò guari, che per 1' edifizio della
deposi teria , furono incorporati ad
CAR
essa la chiesetta ed il convento, "
perchè i carmelitani scalzi nel i75i,
fecero acquisto del palazzo Rocci
presso il mentovato collegio inglese,
e la chiesa di s. Maria di Monscr-
rato, ove trasportarono V ospizio,
ed edificarono sotto il medesimo
una piccola chiesa.
L' origine poi delle spezierie an-
cora pel pubblico nei carmelita-
ni scalzi è accaduta in vari tempi,
secondo la varietà delle provi ncie.
La spezieria del convento della Sca-
la in Roma conta ciica cento cin-
quanta anni. I poveri ne han go-
duto, e ne godono per le carità
fatte loro continuamente, fra le
quali non è piccola quella di ca-
var sangue, e denti a chiunque
vi concorre, senza pretendere co-
sa alcuna , o a pagamento , o in
rimunerazione ; e la gratitudine
della mendicità soccorsa compar-
ve precipuamente nei pontificati di
Clemente XIV e Pio VI, negli at-
testati, che distesero in proposito i
parrochi della regione di Trasteve-
re. L' utile ritratto dalla vendita dei
generi andò sempre, almeno in par-
te, pel culto di Dio, e nella manu-
tenzione, e nell'ornato delle chiese.
Il Papa Leone XII, per organo del
Cardinal Bertazzoli, allora proletto-
re di tutto r Ordine carmelitano ,
nel 1828, accordò che il risultato
delle spezierie della provincia roma-
na cedesse non solo a benefizio del-
le chiese e conventi , di cui forma-
no una proprietà; ma eziandio ad
utile delle altre case della provin-
cia stessa troppo bisognose di aiuto
dopo le note vicende del 1 8 1 4- E
il regnante Gregorio XVI, con di-
spaccio del Cardinal Lambruschini
prefetto della congregazione degli
studii , in data de' 29 settembre
i838, ordinò con piena soddisfazio-
CAR
ne de religiosi, il modo da tenersi
in Roma nelf esame ed approvazio-
ne de' nuovi conversi esercenti , ad
oggetto di rilasciar loro, o l'alta, o
la bassa matricola. Non è poi a ta-
ccisi , che nel Pontificato di Pio
Vili, e dal settembre 1829, gode
la spezieria della Scala l' onore di
poter somministrare l'occorrente per
la sacra persona del sommo Pon-
tefice , ed in seguito meritò anche
d' essere prescelta a dare i medica-
menti alla famiglia, e guardia sviz-
zera pontificia, nonché alla brigata
de' carabinieri.
CARMELITANI del terz' Ordi-
ne. Sebbene alcuni autori carmeli-
tani facciano antico quest' Ordine
quanto il loro, secondo che si è in-
dicato all'articolo Carmelitani cal-
zati dell'antica osservanza (Vedi),
riportando fra le altre opinioni quel-
le di Diego Martinez Coria nel Trat-
tato sui terziarii, stampato nel i5g2,
in Siviglia j pure 1' altro carmelita-
no Silvera, OpuscuL var. Rcsol. 38,
ingenuamente confessa che, nel 1476,
sotto il pontificato di Sisto IV, del-
la Rovere, ebbero principio i ter-
ziarii carmelitani , essendo stato il
primo istitutore nel 1221 d'unter-
z' Ordine di s. Francesco, dappoiché
quel Papa concesse ai superiori dei
carmelitani di poter dare l'abito, e
la regola dell'Ordine loro alle per-
sone dell'uno e l'altro sesso, che
r ave'ssero domandata. Comunque
sia, i fratelli e le sorelle del ter-
z' Ordine de' carmelitani, anticamen-
te non avevano altra regola che
quella del primitivo Ordine, data dal
patriarca s. Alberto, avendone verso
il 1635 nel pontificato d'Urbano Vili
avuta un' altra dal p. generale Teo-
doro Strazio, la quale, nel 1678,
fu riformata dal p. Emilio Giaco-
melli, vicario generale dei carmelitani.
CAB 7»
In questa regola pertanto si dà
la facoltà di ammettere nel terz' Or-
dine ogni sorte di persone d'ambo
i sessi , nonché ecclesiastici e seco-
lari, fanciulle, vedove e maritate,
purché di vita esemplare si mostras-
sero degne del patrocinio della b.
Vergine, alla quale devono profes-
sare una special devozione. Sono poi
esclusi coloro, che fossero slati ri-
cusati da un altro terz' Ordine, i
sospetti d'eresia, i disubbidienti al-
la sede apostolica , e quelli che a-
vessero alcun' altra imperfezione, do-
vendo aver mezzi da vivere, ovve-
ro il modo di procacciarselo con la-
vorare onestamente. Consistono gli
obblighi dei terziaiii di fare un an-
no di noviziato innanzi di profes-
sare. I chierici hanno da recitare
r uffizio divino secondo il rito della
Chiesa romana , o delle rispettive
diocesi, e i secolari che sanno leg-
gere sono egualmente tenuti a re-
citarlo secondo il rito de' carmelita-
ni, ovvero quello della Madonna,
mentre quelli, che non sanno legge-
re, devono ogni giorno recitare venti
Pater ed Ave, e nelle domeniche
e feste solenni quaranta pel mattu-
tino, quindici pel vespero , e sette
per cadauna delle tre ore canoni-
che. Sono obbligati a digiunare in
tutto l'avvento, in tutti i mercordi
dell'anno tranne quello che cade
neir ottava di pasqua , nella vigilia
dell' Ascensione , e del Corpus Do-
mini, in quelle delle principah fe-
ste della Madonna, compresa quella
del Carmine, la cui festa cade a* i6
luglio, e in tutti i mercoledì e sab-
bati inclusive dall'esaltazione della
ss. Croce all' avvento, e dal Natale
sino a quaresima. In tutto l'anno
poi si devono astenere ne' mercole-
dì dalla carne, eccettuato quello in
cui cadesse la natività di G. C.
72 CAR
L'abito de* fratelli, e delle sorelle
del terz'Ordine deve essere una veste
lunga, elio dia nel colore nero o rosso,
fermata con una cintura di ciiojo
larga due dita, collo scapolare lar-
go mezzo piede, e lungo sino alle
ginocchia, e colla cappa bianca, che
dovrà arrivare alia metà delle gam-
be. Le sorelle adoperano un velo
bianco senza soggolo, ma tanto es-
se che gli uomini, ne' luoghi in cui
non sono compatibili tali abiti, por-
tano vesti secolari d'un colore, che
si avvicina al tanè. In alcuni luoghi
si videro terziarie de' carmelitani
scalzi colla cappa della predetta lun-
ghezza simile a quella dei religiosi, e
per lo pili esse fanno il voto di casti-
tà, che per lo più viene emesso an-
che dalle altre terziarie, le quali vivo-
no nelle proprie case coli* abito del-
l' istituto. In Italia e nella Spagna,
moki del terz' Ordine carmelitano
fiorirono per santità di vita.
Non si dee confondere quest'isti-
tuto colla confraternita dello scapo-
lare della Madonna del Carmine,
dell' origine del quale non conven-
gono gli autori, sebbene sia certo,
che fu istituito dopo che il b. Si-
mone Stock ricevette Io scapolare
dalla ss. Vergine , coli' ingiunzione
di farlo assumere dai suoi religiosi
qual divisa del loro Ordine. Certo
è altresì, che simili confraternite già
esistevano nell'anno 1262, mentre
nel bollano dell' Ordine parte I ,
pag. 27, si registra una costituzione
di Urbano IV degli 8 maggio 1262,
in cui concede ai carmelitani di
ascoltare le confessioni confratrum,
et familìariwn. La confraternita del
Carmine non è il terz'Ordine, come
alcuni hanno scritto, giacché le con-^
fraterni te non hanno regola, ma
solo statuto. È vero che ai terzia-
ri! non conviene il nome di reli^
CAR
giosi, perchè non fanno i voti so-
lenni, ciò non ostante le loro con-
gregazioni sono veri Ordini, e sotto
un tal nome sono stati approvati
dai Sommi Pontefici. F. Manua-
le de' terziarii carrnelkanij JNizza
1745.
CARMELO (Carmelus nions).
Monte della Turchia asiatica nel
pascialato d'Acri , il cui nome si-
gnifica vigna di Dio^ per la sua
gran fertilità ed amena posizione.
S' innalza cinquecento tese sopra il
hvello del mare, e può dirsi un
composto di colline unite, che cir-
condano una valle, ima delle quali
si estende fino al Mediterraneo.
Nella divisione della terra di Ca-
naan, fatta da Giosuè, questa mon-
tagna toccò alla tribù di Aser, aven-
do a mezzodì quella di Manasse.
Posto in. quella parte di Palestina
fra la Galilea e la Samaria, gli si
danno tredici leghe di circuito, ed è
celebre questo monte negli annah
della religione pel soggiorno ed i
miracoli dei profèti Elia ed Eliseo,
e pel soggiorno di migliaia di reli-
giosi nelle grotte scavate nella roc-
cia , di cui si veggono gli avanzi.
Nella falda del monte si addita la
grotta, che dicesi di Elia, e che
onorala viene anche dai turchi e
dagli arabi. Più in alto v* ha quella
del discepolo Eliseo , che fu perciò
assai celebre anche presso i giudei.
Quivi adoravasi in un tempio fa-
moso una divinità chiamata Carme-
lo, e vuoisi che Vespasiano impe-
ratore, verso r anno 72 dell' era
cristiana, vi offrisse un sagrifizio
alle deità ivi adorate.
I Carmelitani , che riguardano
i menzionati due profeti per loro
fondatori principali, vi ebbero mo-
nistero e romitaggio sino dalla più
rimota antichità. Dell* attuale mo-
CAR
nislero ivi esistente si parlerà in ap-
presso. Sì chiamarono monache del
Monte Carmelo quelle trovate dal-
l'imperatrice s. Eleira nel IV secolo,
come si disse all' articolo Carmeli-
tane. 11 Bostio asserisce, che Maria,
una di esse, fu preposta dall'impera-
trice a dirigere il monistero dalla sua
pietà fondato presso il s. Sepolcro, a-
vendo avuto a succederle nella quali-
fica di superiora s. Sindetica, s. Sara,
ed una vergine chiamata Romana, ov-
vero Nonna. Sopra questo monte l'Or-
dine carmehtano indubitatamente
ebbe l'origine, raccontando il p. Sa-
raceno a carte 287 del Menologio
Carmelitano, che nel 1209 o nel
12 12, Giovanni di Vescy signore
di Alnelvico, e Riccardo di Grey,
signore di Codenore, ambedue no-
bili inglesi , e crociati della sagra
guerra contro gì' infedeli, traspor-
tarono in Inghilterra alcuni religiosi
del Carmelo, e che in Alnelvico si
fondasse il primo convento di que-
st' Ordine. Così ancora si ha, che
s. Luigi IX, re di Francia, al suo
ritorno dalla crociata in Palestina,
passò al monte Carmelo, ed ottenne
dal superiore sei religiosi, che seco
condusse a Parigi, ove si stabilirono
sotto il nome di carmelitani. Con-
cesse loro parecchie grazie e privi-
legi verso l'anno i245, siccome
afferma il vescovo di Chalons nella
Topografia de Santi j e quindi dal
Carmelo passarono altri nella Spa-
gna, altri in ItaUa ed altri altrove.
Così propagaronsi mirabilmente per
r Europa, approvandoli e proteg-
gendoli sempre i romani Pontefici.
Fra i venerandi monumenti della
redenzione, che gelosamente si con-
servano, e con singoiar divozione si
venerano ne' santi luoghi della Pa-
lestina, è, e fu sempre celebre fino
dai primi secoli della Chiesa il San-
CAR 73
tuario eretto, e da tempo immemo-
rabile dedicato alla beata Vergine
del monte Carmelo, la cui conser-
vazione fu sempre a cuore de' fedeli,
soprattutto ai religiosi Carmelitani
custodi di esso. Questo sagro tem-
pio , che nelle vicende de' secoli fìi
replicate volte demolito dagl' infe-
deli, e ricostrutto dai Carmelitani,
venne, nel 182 1, diroccato quasi
dalle fondamenta per una fatale
irruzione militare. Pio VII, mosso
dalle preghiere de' Carmelitani scal-
zi , che si accinsero a riedificarlo
colle pie oblazioni , autorizzò i su-
periori dell'Ordine a questuare per
rinvenirne i mezzi. Difatti, nel 1828,
nel giorno appimto della festa del
Corpus Domini y in cui sette anni
prima era stato distrutto l'antico,
fu gettata la prima pietra negli
stessi ruderi e suU' area del prece-
dente. Quindi premuroso il regnante
Pontefice, che si portasse a compi-
mento opera così rilevante, concesse
a'superiori de'detti Carmelitani scal-
zi, nel i836, che continuassero la
colletta, e con lettere del Cardinal
Sala, prefetto de' vescovi e regolari,
de' 26 gennaio, raccomandò agli
arcivescovij vescovi ed altri Ordinari
de' luoghi i religiosi dell' Ordine,
che il preposito generale de'Carmeli-
tani scalzi invierebbe per la colletta.
Felici furono i risultati sì prima
che dopo, giacche la questua non
solo si effettuò in Europa, ma ezian-
dio neir Africa e nell' Asia : ond' è
che il tempio è già risorto piì^i son-
tuoso e più imponente del demo-
lito. Tutto il fabbricato sorge in
forma quadrata, ed in mezzo vi sta
rinchiusa la chiesa di forma a croce
greca con cupola. Sotto il presbi-
terio di essa si vede la celebratissi-
ma grotta , che servì di abitazione
al profeta Elia; e suU' aitar mag-
^ CAR
gioi*e, adornato di marmi bianchi,
forniti dal monte istesso, si venera
la statua prodigiosa della Regina
del Ciclo, che fu coronata in Roma,
nel 1823 ai 4 marzo, nel palazzo
del Quirinale dal sagrista monsignor
Menochio vescovo di Porfirio, alla
presenza del Pontefice Pio VII. Nel
convento, oltre le abitazioni de' reli-
giosi, e tuttociò che è indispensabile
per tutelarne la sicurezza, vi è, co-
me sempre vi è stalo, un comodis'
simo ospizio pei viaggiatori em^opei,
a' quali viene prestata edificante as-
sistenza, al paro di quella che viene
praticata verso i levantini in un'al-
tra fabbrica poco distante.
E da notarsi, che il monte Car-
melo, posseduto ed abitato per tan-
to tempo dai padri carmelitani del-
l' osservanza , e da essi poi a forza
lasciato per le vicende luttuose ac-
cadute in qae' luoghi, venne alla fi-
ne ricuperato dal principe di quel
territorio, ed ottenuto dai padri car-
melitani scalzi della congregazione
d' Italia, col patto di pagargli un an-
nuo tributo. A' 29 novembre i63i,
ne presero essi possesso, e vi stabi-,
lirono una residenza col titolo di s.
Elia. Nel seguente anno i632, dal
capitolo generale adunato in Roma,
al novello generale fu di comune
consenso aggiunto il titolo di priore
del santo ìiionte Carmelo, colla fa-
coltà di destinare un religioso a sos-
tenerne le veci; e Urbano Vili, con
bolla de' 3 dicembre i633, volle
che i carmelitani scalzi godessero il
diritto, che chiamasi pri^'ativo^ di
abitar soli in quel sagio monte, co-
me abbiamo dal p. Federico di s.
Antonio nella Vita di s. Teresa,
lib. V, cajx) 17.
Il medesimo Papa regnante Gre-
gorio XVI, annuendo alle preghie-
re de' religiosi, nel i835, dichiarò
CAR
privilegiato perpetuo l'altare maggio-
re della nuova chiesa per tutte le
messe, che vi sarebbono celebrate
da qualsivoglia sacerdote secolare o
regolare; poscia, nell'anno 1837, ac-
cordò lo stesso privilegio per l'alta-
re erettovi ad onore di s. Luigi IX
re di Francia , e da ultimo , dopo
la favorevole sentenza della s. con-
gregazione de' Riti, con breve apo-
stolico de' 26 novembre 1839, in-
nalzò la chiesa stessa al grado di
basilica minore, con tutti e singoh
privilegi, grazie, preeminenze, esen-
zioni ed indulti di cui godono, e
potranno godere le altre chiese de-
corate di egual titolo.
Fu poi sempre con tal divozione
venerata la beatissima Vergine nel
monte Carmelo, che i religiosi abi-
tatori del monte ne presero il no-
me per la cappella da essi ristorata
in onore di lei, e in avanti dedi-
cata a s. Elia. Sì antico è il culto
di s. Maria del Carmine, o di mon-
te Carmelo, che se ne facevano l'uffì-
zio e la messa sino dal 1226 a' 16
luglio, dai carmelitani, a' quali con-
fermò l'uso Sisto V nel 1587. Quin-
di Innocenzo XI, col disposto della
costituzione Àpostolatus, Bull. rom.
t. VII, p. 92, a' 24 marzo 1679,
lo estese a tutti i dominii portoghe-
si, e Benedetto XIII , prima a' i5
agosto 1725, lo concesse a tutto lo
stato pontificio, estendendolo poscia
a tutta la Chiesa, coll'altro suo de-
creto de' i4 settembre 1726. Di
questo argomento tratta il p. Giu-
seppe Pereira di s. Anna, carmeH-
tano portoghese, nel suo Cronico de
Canno Porlugal. t. I, par. IV, cap.
IV.
CARMELO, o DI s. Maria del
Cabmine. Ordine militare ed eque-
stre, istituito in Francia dal re En-
rico IV, sotto il titolo, l'abito e la
CAR
regola della Madonna del monte
Carmelo. Composto era di cento
cavalieri francesi, de' quali otto po-
tevano essere ecclesiastici. Dovevano
principalmente combattere gli ere-
tici, e in tempo di guerra dovéano
marciare presso il re. Approvato
venne con autorità apostolica da
Paolo V, Borghese, nel 1609 ai
16 febbraio, colla costituzione Mi-
li tanti iwi j o 93 5 che si legge nel
Bollano romano tomo V par. Ili,
pag. 297 , come eziandio ripor-
ta il Giustiniani, Istoria degli Or-
dini equestri, ec. p. 349- Doveva-
no inoltre i cavalieri provare quat-
tro gradi di nobiltà, avere trenta
anni di età, astenersi il mercoledì
dall' uso delle carni , recitare ogni
giorno o r uffizio, o la corona, ed
il sabbato ascoltar la messa. Giura-
vano difendere la Chiesa romana,
di essere fedeli al sovrano, ed os-
servare la castità conjugale. Consi-
steva la collana in un nastro di se-
ta color castagno , ossia tanè , dal
quale pendeva una croce di oro di
otto punte, biforcata nelle estremità
di color violaceo. Nel mezzo di essa
era incisa l' immagine della beata
Vergine del Carmelo, avente in am-
bedue le mani gli scapolari (Fedi),
chiamati volgarmente abitini, e cir-
condata da raggi d' oro. Il mantel-
lo de' cavalieri si ornava della stessa
croce. 11 primo gran maestro di
quest' Ordine fu Filiberto Nerreta-
no, cavaliere di quello di s. Lazza-
ro, per essere stato con indulto di
Paolo V, pubblicato a' 3i ottobre,
unito r Ordine del Carmelo a quel-
lo di s. Lazzaro insieme alle com-
mende, che quest' ultimo possedeva.
Alcuni anzi pretendono, che il detto
Ordine del Carmine sia stato piut-
tosto unito a quello di s. Lazzaro
di Gerusalemme, che separatamente
CAR 75
istituito, ciò che il Giustiniani ci-
tato non approva. Il principale sta-
bilimento di questi cavalieri era in
Boignì presso Orleans. Aggiunge il
Novaes, tomo IX p. 107, che i ca-
valieri dell'Ordine dei suddetti due
titoli furono soli francesi, come quel-
lo de' ss. Maurizio e Lazzaro di Sa-
voia era pe' savoiardi ed italiani.
Per la menzionata unione parteci-
parono anche i francesi addetti al-
l' Ordine di s. Maria del Carmine
delle prerogative concedute a quello
di s. Lazzaro. Ma nelle ultime vi-
cende della Francia , avvenute nel
declinare del secolo XVII 1 , questo
del Carmelo fu estinto con o-
gni Ordine di qualunque altro isti-
tuto.
CAR.NEVALE, Carnovale o Car-
nasciale, Baccanalia, geniales ante
quadragenariuni jejuniiun dies. Co-
si chiamasi quel tempo di godimen-
to e di particolar tripudio e sollazzo,
che incomincia nel giorno seguente
alla festa di Epifania, cioè a' 7 gen-
naio, e dura sino alla mezza notte,
che precede il primo giorno di qua-
resima. In generale dopo la festa di
s. Antonio abbate , che cade a' 1 7
di detto mese, cominciano le masche-
re (/^et/z), locchè altrove ha luogo do-
po quella della Purificazione, che si
celebra a'2 febbraio. In Roma poi,
ove per la sua breve durata, e per
altre circostanze vuoisi essere il più
brillante, le maschere incominciano
nel sabbato di settuagesima, qualora
non sia impedito dalla vigilia e fe-
sta della Purificazione, o dalla festa
di s. Mattia. F. Carnevale di Roma.
Tutta volta si costumò in Italia di
principiare il Carnevale dal giorno
seguente alle feste di Natale, e pro-
seguirlo sino a quello delle ceneri ,
in cui s'incomincia la quaresima,
eccettuate le chiese di rito anibro-
76 CAR
siano, nelle quali si protrae sino alla
prima domenica di quaresima. La
derivazione della parola Carnevale ,
o Carnovale, secondo la Crusca, Du
Cange, Muratori, Politi, ed altri vie-
ne da carna-aval^ perchè in tal tem-
po si mangia molta quantità di carne,
onde indennizzarsi in qualche modo
dell'astinenza, che si deve osservare
nella successiva quaresima ; giacche
nella bassa latinità fu detto caniis
Itvamen , non che carnis privium^
mentre gli spagnuoli dissero latina-
mente carnes tolkndas^ come si ha
dal messale mozarabico. Altri spie-
garono carno-vale, addìo alla carne,
perchè i monaci e i chierici con di-
versa misura mangiavano carne nelle
6ettin)ane precedenti la quaresima ,
mentre il rimanente del clero ed
il popolo proseguivano a cibarsi di
carne sino al principio di quaresima.
In quei giorni si diede il nome di
Carnevale, perchè in essi si dava
l'addio e il comiato alla carne, ve-
nendo anche detto carnis privium
sacerdotunij cioè cominciamento del-
la quaresima dei preti. Quindi la
settimana di sessagesima fu detta dai
greci apocreos, che equivale al no-
stro carnis prii^iurn. ^eì lunedi suc-
cessivo alla domenica di quinquage-
sima si escludevano poscia dai cibi
ordinari le ova e i latticini ; rito ,
che nei secoli VII e Vili s'intro-
dusse in diverse chiese e monisteri.
Ma Ottavio Ferrarlo dice all'oppo-
sto, essere il vocabolo Carnevale, il
medesimo che Carnalia, scilicet fe-
sta ut saturnalia, liberalia, ec, de-
rivato anche questo dal copioso uso
della carne, e questa etimologia fu
adottata pure dal Menage ; ed il Mu-
ratori citato non si oppone a chi
vuol derivata la voce da carnasciale
dalle due voci egualmente italiane
carne, e scialare , mentre altri spie-
CAR
gnrono tal nome per sollievo, e sol-
lazzo della carne.
Qualunque sia la spiegazione di
questo vocabolo, sembra probabi-
le, che la cosa significata debba la
sua origine alle feste del paganesimo,
da cui ebbero origine que' godimenti
profani del primo dì dell'anno, dei
re, e del carnevale in cui tanti cri-,
stiani non arrossiscono di gozzoviglia-
re, al segno che Gislenio Busbech,
ambasciatore ottomano di Solima-
no II, trovandosi in una città cat-
tolica in tempo di carnovale, tornan-
do in Costantinopoli , raccontò che
in certo tempo dell'anno i cristiani
diventano pazzi, ma in virtù di cer-
ta cenere, che nelle chiese si met-
teva loro sul capo, tornavano in sé
e guarivano dalla pazzia. Certamen-
te che il tempo di carnevale lo è
di foiba, di danze, di mascherate,
e di giuochi e divertimenti licenziosi,
tutta volta non è si deplorabile co-
me le feste de' gentili, da cui vuoisi
originato.
Di fatti le principali feste che i
greci, e i romani spendevano in goz-
zoviglie e dissolutezze erano i bac-
canali, le strenne, e i saturnaU. I
Baccanali istituiti dalla rimpta anti-
chità ad onore di Bacco passarono
dall'Egitto in Grecia , e da questa
in Roma, ove si celebravano due
volte all'anno, cioè nel declinar del-
la stagione invernale nell'ultimo gior-
no di febbraio. A questi da vasi il
nome di Brwnalia , al paro che
quelli de' 25 agosto sul terminar
dell' estate. In questa festa di Bacco
si vedevano uomini e donne a cor-
rere a torme sulle principali strade,
vestiti di pelU di animah, e ornati
di foglie d'edera, o di vite a guise
di ghirlande con cui coronavano il
capo, urlando, cantando e danzando,
portavano in mano un piccolo picco
CAR
che chiamavano tirso circondalo di
pampini , e di edera , facendosi ac-
compagnare dai corni , dai timpani,
ed altri simili stromenti . I greci
chiamavano sifUUte feste Dionisìaj
uno de' nomi di Bacco, e le diceva-
no anche Orgìa^ cioè festa furibon-
da , perchè in esse molti nbbriaqa-
vansi sino a perdere il senno. 11
dotto p. Paciaudi, ne' suoi commen-
tari! de Uinhcllac gestaiione^ Roma
1752 racconta §U antichi riti super-
stiziosi j e descrive l' origine di si
empie feste, le quali diventarono co-
tanto criminose ed enormi , che il
senato si vide costretto a sopprimer-
le. Continuarono nondimeno in pa-
recchie Provincie dell' impero, come
in Grecia, furono tolte, allorquando
vi penetrò la luce del vangelo di
Gesù Cristo.
I saturnali in Roma si celebrava-
no verso li i5 dicembre, e si con-
tinuavano per tre, cinque o sette
giorni , mentre le donne h celebra-
vano il primo giorno di marzo. Per
tutto il tempo ch'essi duravano gli
schiavi erano trattali nelle famiglie
come i padroni, e alcuna volta que-
siti li servivano a mensa ; essi altresì
aveano libertà d'insultarli, e di dir
loro ogni villania con parole, e per-
sino di rimproverarne i difetti, e ciò
in memoria del Secol d'oro di Sa-
turno, o di Noè avanti la divisione
della terra, e della distinzione delle
condizioni. Queste feste che in orì-
gine potevano essere innocenti, avea-
no poscia degenerato in una ecces-
siva licenza, e negli ultimi tempi il
popolo vi si abbandonava con ogni
sorta di disordini, e dissolutezze. Du-
rante i Saturnali in Roma tutti gli
affari erano sospesi , si passavano le
intere notti in tripudi e in pranzi
sontuosi : il numero dei convitati
non era minore di tre, ne maggiore
CAR 77
di nove , in onoie delle grazie , e
delle muse. In ciascuna brigata sce-
glievasi il re della festa, mentre sin-
ché essa durava i combattimenti dei
gladiatori, e molli altri licenziosi di-
vertimenti attruppavano il popolo in
diverse piazze, e queste non che le
case risuonavano di grida, e di schia-
mazzi, essendo per tutto tumulto, e
disordine. F. Rollin, Storia romana^
sui Saturnali tomo IV.
Le strenne o calende di gennaio,
ossia il primo giorno dell' anno , a
Roma erano un giorno di festa , e
licenziosità in onore di Giano, e di
Strenia dea dei doni. Tal festa ven-
ne istituita da Tazio re de' Sabini ,
e poi collega di Romolo. Pertanto
nel primo giorno del nuovo anno
il popolo portava un ramo di ver-
bene tolto da un boschetto consa-
crato a Strenia. I quali rami di ver-
bena erano riguardati come buon
augurio pel nuovo anno : ed è per-
ciò che in tal giorno ciascuno face-
va de* presenti agli amici , massime
i chenti a' loro padroni , i vassalli
a' loro principi^ e quindi i gentiluo-
mini agli stessi imperatori. Delle
strenne, donde ebbero origine le
mancie che tuttora si danno per la
ricorrenza del Natale , e del primo
dell'anno, è a vedersi Mart. Lipenii
Strenariiim civilium historia a
pri-
ma origine ad nostra usque tempo*
ra deducta y lÀpsìad 1670.
Sebbene i cristiani abborrissero il
culto di Giano e di Strenia, tutta-
volta ne' primi secoli della Chiesa ,
mostrarono attaccamento alle loro
antiche pratiche e superstizioni, non
che a' loro doni, giuochi e banchet-
ti che reciprocamente si davano. Di-
versi concili condannarono non pei*-
tanto questi abusi, e i ss. Ambrogio
ed Agostino , e altri zelanti pastori
fecero ogni sforzo per isradicarlo. Nel
78 CAR
declinar del V secolo il zclanle Pon-
tefice s. Gelasio I dovette superare
grandi ostacoli onde abolir da Roma
le feste lupercali che si celebravano
nel mese di febbraio al Dio pane,
e di Cerere, istituendo invece la fe-
sta della Purificazione, cui s. Sergio I
aggiunse la processione colle candele
accese. Ed altrove per le calende di
gennaio si celebrò per lungo tempo
in ogni famiglia la stravagante festa
de' pazzi, nella quale sceglievansi un
Papa, un decano, e un re de pazzi,
e al favore di quest'anarchia dome-
stica venivano commessi i più gravi
disordini , violandosi impunemente
tutte le leggi della disciplina , non
serbandosi, più ne sobrietà, ne buon
ordine, ed in onta del cristianesimo
usandosi ogni sorta di dissolutezza.
V. Martinetti, Opuscula quinque ^
Romae 1828, capit. V, § III, Dei
Bassi tempi, ove tratta anche della
festa dell'asino j che celebravasi nel-
l'ottava di Natale alla Circoncisione,
in memoria d'aver assistito alla na-
scita del Salvatore, e di averlo por-
tato neir entrata in Gerusalemme.
Finalmente altra profana e ridicola
usanza ei'a nello scegliersi un re nel-
la vigilia dell'Epifania, il quale avea
la colpevole libertà di godere, e far
godere altrui a discapito della mo-
destia e temperanza cristiana ; avan-
zo delle sregolatezze de' pagani, che
i cattivi cristiani frammischiarono
colle loro pratiche, nella medesima
stagione in cui la celebravano i sud-
delti, per cui il Deslions scrisse una
dissertazione sopra : // ve beve , co-
me si pubblicò la Storia della festa
de' pazzi a Losanna, nel 1 7^0.
Ma lo zelo de' Pontefici, le prov-
videnze de' concini, la vigilanza dei
vescovi, il rimprovero de' saggi, e il
progresso de' lumi sbandirono poco
a poco gli avanzi del paganesimo,
CAR
rimanendone una traccia nelle ferie
carnevalesche, o carnascialesche, a-
vanzo degli antichi succennati sa-
turnali, e delle antiche feste in ono-
re di Bacco, di Strenia, e di Cere-
re, nonché della festa de' pazzi in
cui aveano luogo mascherate bizzar-
re, e la più sfrenata licenza, dap-
poiché gli antichi si servivano delie
maschere non solo sul teatro , ma
eziandio ne' banchetti , ne' trionfi ,
nelle gueiTC, nelle feste degli dei,
soprattutto ne' baccanali , e talvolta
pure ne' funerali. L'uso delle ma-
schere fu molto praticato nelle ce-
rimonie religiose, e nelle festività
di certe divinità, come ne' Saturna-
li in cui compari vasi in pubblico
anche col volto imbrattato di fulig-
gine, ed Ovidio e Censorino ci di-
cono, che durante la festa di Mi-
nerva chiamata i Quinquatri, corre-
vasi per le strade colla maschera
sul volto. S. Asterò, vescovo di Ama-
sia, che fiori nel IV secolo, e nel
principio del V, parlando delle ma-
scherate, che si facevano nelle calen-
de di gennaio , e raccontando le
varie pazzie del popolo, fra le altre
nota il vestirsi gli uomini da donna,
e viceversa, come si fa oggidì nel
carnevale. Anche Polidorio Virgilio
lib. V. De rer. invent., è di senti-
mento, che il carnevale derivi ezian-
dio dai giuochi Quinquatri, et Me-
galensìj ad quos romani personali
dccedehant. Dicesi poi maschera la
persona dal figurare con essa rap-
presentare e fingere altro personag-
gio. Maschera pure dicesi quella
intera copertura del volto , ovvero
quella che dicesi mascherina con un
naso e con due occhi, che si mette
sulla faccia per trasformarla ; e l'uso
di essa nel Carnevale si rendette
quasi comune nel secolo XVI. Le
maschere si fanno di cera, di tela
e Ali
dipinta e dì carta pista, sotto diver-
se forme e sesso. V. Maschera.
Molte, e grandi pazzie ne' secoli
successivi si praticarono in Italia in
tempo di carnevale , specialmente
in Venezia ed in Firenze, dalle
quali trassero origine diverse di
quelle, che si permettono tvittora
nelle città italiane. Il Bottaio, il
Firenzuola, il Varchi, ed altri par-
lano de' giuochi carnevaleschi , cosi
il Bonarroti e il Berni, il quale,
come di cosa comune disse del co-
stume che i fanciulli avevano nel
Carnevale di tirare a sassi per una
strada. Questo pericoloso giuoco fan-
ciullesco in appresso si riformò e
si temperò dalle persone più civiH
ed agiate, le quali costumarono
lanciarsi a vicenda nel carnevale
de' frutti, ed anche delle palle, e
de'gusci a guisa d'ova pieni d'acqua.
Da questo può darsi, che abbia avuto
origine il costume in vigore presso
molte città d'Italia, particolarmente
ti'a le persone mascherate, di gettarsi
a vicenda confetti, o altri grani
innocui, o mazzetti di fiori, od al-
tro, che solo serve a promovere
le risa e il sollazzo del popolo. Ec-
co dunque donde provengono il di-
vertimento dell'attuai carnevale, le
mascherate che in esso si fanno ,
rappresentanti talora anche qualche
fatto storico, mitologico, e bizzarro;
non che le corse de' cavalli , i sol-
lazzi propri delle consuetudini dei
luoghi, i teatri, i festini, le danze,
i banchetti, le cene ed ogni altra
sorta di divertimenti tutti propri di
questo tempo, che si può dire af-
fatto democratico, vedendosi senza
riserbo trattare e scherz:are il no-
bile col plebeo, e colla stessa indif-
ferenza i diversi ceti delle persone
coti egualità e domestichezza.
Se la Chiesa tollera l' inveterato
CAR 79
uso de' divertimenti carnevaleschi,
massime le mascherate, sempre ge-
mendo contemporaneamente promuo-
ve esercizi di pietà, dappoiché sono
pericolose le conseguenze delle tras-
formazioni, come quelle che all' oc-
casione favoriscono il mal costume,
e la gozzoviglia non propria de' se-
guaci del Vangelo, altro non essen-
do i carnevaleschi baccanali se non
una imitazione delle abbominevoli
crapule de' pagani allorché si dava-
no in preda alle loro passioni, ed è
perciò che furono costantemente ri-
provati dalla voce della ragione, da
quella del vangelo, dai sacri canoni,
dai conciUi, e da tutti i Pontefici,
e zelanti pastori delle chiese, dai
primi secoli fino a noi. La Chiesa
dalla settuagesima ricopre i suoi al-
tari , e veste di penitenza i suoi
ministri, sospende il cantico àeWal-
leluia, e alle parole di allegrezza
frammischia le lagrime, e i sospiri
della tristezza. Ella pertanto nel tem-
po del carnevale prende il segno di
duolo nel colore paonazzo, soppri-
me i cantici, e ci propone a consi-
derare la funesta caduta de' nostri
primi genitori, e gli effetti lagri-
mevoli di s\ gran peccato ; ecco il
suo spirito nella settuagesima. Nella
sessagesima poi ci ricorda il tremen-
do castigo dell' universal diluvio,
col quale Dio punì il mondo per
quei peccati appunto, che nel carne-
vale più facilmente si commettono;
e nella domenica di quinquagesima
ci pone avanti gli occhi la passione
di Gesù Cristo, le beffe, gli strapaz-
zi, e i tormenti eh' egli soffrì per la
nostra salute, affine d' eccitare in
noi i sentimenti di compunzione per
ben disporci al digiuno della qua-
resima. Osserva il Bellarmino, che
prima si andava con ben altro gau-
dio ed allegrezza incontro a tal
8o CAR
digiuno, giacché i cristiani senza
danze, e senza maschere si sollazza-
vano con moderazione e lecitamen-
te. Riguardo agli ecclesiastici, non
solo è proibito loro il danzare, ma
di essere spettatori ai balli ; e i
concili Laodiceno nel 827, l'Aga-
tense, quello di Trento, il provin-
ciale di Milano, ed altri che si pos-
sono vedere in Benedetto XIV, De
Syiiodo DIoecesnna lib. 7 cap. 61,
emanarono le relative determinazio-
ni, che riguardano eziandio gli spet-
tacoli profani.
Tralasciando di rammentare quan-
to i zelanti Sommi Pontefici e ve-
scovi fecero nei tempi anteriori a
quelli, che accenneremo, per consa-
crare i pericolosi giorni di carneva-
le con pratiche di vote di edificazio-
ne e penitenza , meritano special
menzione il Cardinal s. Carlo Bor-
romeo, che alla sua diocesi di Mi-
lano fece molte notificazioni e i-
struzioni pastorali contro i diverti-
menti carnevaleschi; il Cardinal Pa-
leotto arcivescovo di Bologna, che
per arrestare i progressi del mal co-
stume, istituì in dette città pubbli-
che preghiere, dette allora le tren-
t'ore ne'tre giorni di quinquagesima
con sermone e indulgenza ; s. Filip-
po Neri, che stabih a Roma con
molto profitto più processioni alle
sette chiese principali nei detti tre
giorni. In molte città di differen-
ti regni, e principalmente in Ro-
ma si pratica la divozione della es-
posizione del ss. Sacramento in for-
ma di quarant' ore con indulgen-
za , benedizione , sermone , e al-
tre pratiche religiose, locchè é in
uso anche oggidì, affine di contrap-
porre spirituali esercizi alle pra-
tiche carnevalesche; cosa che pure
stette tanto a cuore di propagare
al Cardinal le Camus vescovo di
CAR
Grenoble. In moltissimi luoghi è
in costume eziandio in que'giorni il
pio esercizio del Carnevale Santi-
ficato.
A reprimere gli eccessi del car-
nevale, monsignor Oraziani vescovo
d' Amelia celebrò nel i5cf5 in quel-
la città un sinodo provinciale, nel
pontificato di Clemènte Vili, ed o-
gni anno in tempo di carnevale
Papa Clemente IX si ritirava nel
convento di s. Sabina sul mpnte
Aventino, solamente per occuparsi
nelle opere di pietà. Clemente XI ,
a reprimere i disordini carnevale-
schi, agh II gennaio 1719, ed ai
4 gennaio 172 1, emanò due apo-
stolici brevi; e Benedetto XIII del
1724 passava i giorni del carneva-
le in pii esercizi nel convento di s.
Sisto de' domenicani suoi correligio-
si. Quindi ne primordi del 1748,
il gran Benedetto XIV si occupò
ad estirpare molti e gravi abusi
introdottisi nel tempo di carnevale,
dirigendo a tal fine a tutti i vescovi
dello stato ecclesiatico l'erudita lette-
ra circolare Inter coetera ^ emanata
il dì primo gennaio, che leggesi nel
suo Bollano tomo II, p. 875, in
cui vietò l'abuso di prolungare do-
po la mezza notte dell' ultimo gior-
no di carnevale i festini e le ma-
schere, e r uso di esse ne' venerdì
e ne' giorni festivi. Alla pravità di
siffatti baccanali, con isquisita dot-
trina. Benedetto XIV oppose gli
esercizi di pietà, che caldamente
inculcò ai vescovi di esercitare, e-
sortando i fedeli a praticarli, mas-
sime ne' tridui col ss. Sacramento
esposto, pe' quali concesse indulgen-
za plenaria a quelli, che vi assi-
stessero, e ciò in riparazione degli
scandali e sregolamenti del carne-
vale. Clemente XIIl, che, nel 1758,
gli successe , estese tal' indulgenza
CAR
plenaria a tutta la Chiesa, median-
te una costituzione apostolica, in
cui esorta i ministri di Gesù Cri-
sto a consacrare particolarmente i
detti tre giorni ali' orazione pian-
gendo tra il vestibolo e 1' altare,
come gli invita Dio per bocca del
profeta, Joel. 1 1. 17, affine di cal-
mare la sua collera, e preservare i
popoli in questi giorni di tentazio-
ne dai pericoli, ai quali sono e-
sposti , di andare smarriti dalle
sue vie.
Finalmente abbiamo , che il
vescovo d' Ipri, Felice di Waz-
vrans, nell'anno 1768, indirizzò al
clero della sua diocesi una istruzio-
ne pastorale, colla quale vietò agli
ecclesiastici di assistere ai festini ed
alle assemblee di divertimento car-
nevalesco, di stare sulla porta, e
alla finestra per vedere le masche-
rate ec, e di farsi vedere in tali
giorni per le strade pubbliche, quan-
do non vi fossero costretti dai do-
veri del proprio ministero j facen-
dosi solo vedere nelle chiese e per le
strade, che ad esse conducono, o a vi-
sitar malati negli ospedali ; in somma
li esortò a vivere nel raccoglimento in
tutto questo tempo separati di cor-
po e di spirito dalle persone del
mondo, ed assistere ai divini uffìzi,
e alle preghiere delle quarant' ore.
V. TraUato dé'giuochi e de diverti'
menti permessi^ e proibiti ai cri-
sliani ,^on\dL 1768, capitolo XII. Dei
ballij delle maschere ed altri diver-
timenti carnevaleschi j Pompeo Sar-
nelli, tomo III Lettera XVII I, Delle
Maschere.
CARNEVALE di Roma. Al pre-
cedente articolo si è detta 1' origine
di questo divertimento, che precede
la quaresima, e che rinnova in qual-
che modo con moderazione ed one-
Ià i saturnali, i lupercali, i quin-
voi. \.
CAR 81
quatri, ec, tutte feste clamorose ce-
lebrate dagli antichi dominatori del
mondo, i quali, come ci racconta
Giovenale, due cose avidamente de-
sideravano : panCj e feste. Oggidì il
popolo in tal tempo suol darsi alla
più viva allegrezza e tripudio, a ri-
creazioni, a teatri, accademie, festi-
ni, coir uso delle maschere sul vol-
to, con travestimenti di varie fog-
gie, anche senza maschera, contraf-
facendo ad un tempo negli abiti i
costumi, e la favella di varie nazio-
ni. Prima di descrivere le notizie^
che abbiamo riunite, per non in-
terrompere l'argomento, ed a mag-
gior chiarezza, accenneremo somma-
riamente le cose principali.
In Roma il carnevale è riputato
dagli esteri d' ogni nazione il pili
brillante, giocondo e caratteristico
degli altri luoghi, sia per la sua
breve durata, sia per l'apparato del-
la principale e magnifica strada del
corso, sia per l'intervento copiosis-
simo de' cocchi , sia per certe ma-
scherate lepide, graziose e dilettevoli
proprie del costume di alcune classi
dei romani, e sia pel gran concorso
di spettatori, particolarmente forestie-
ri, che con piacere ne prendono
parte, non meno che per altre cir-
costanze diverse. Imperocché quelli^
che soprammodo contribuiscono a
rendere brillante il carnovale roma-
no sono i romaneschi ( col qual no-
me vengono distinti gli abitanti di
Roma, che dai nobili e cittadini so-
no considerati pegl' idiotismi, e pei
barbarismi del loro Hnguaggio), cioè
quelli particolarmente di alcuni rio-
ni della città , come di Monti ,
Regola, Trastevere, ec. In quegl'idio-
tismi è chiara 1' espressione alla
universale intelligenza, ed in mezzo
ai rustici modi, d' altronde cortesi ,
spontanei, senti palesarli sentimenti
6
8a CAR
$ì generosi, ingenui, e di un deli-
cato gusto, insieme a motti arguti,
graziosi, e pieni d* energia, che ben
per essi si è spiegato come Roma
sia la patria perpetua dell' immagi-
nazione su d' ogni classe di persone,
e quanta piacevolezza v* abbia allo-
ra che in un modo tutto partico-
lare sono usati nelle mascherate
carnevalesche, ed allora che si fan-
no con tanta naturalezza a contraf-
fare alcun personaggio di maggior
condizione, interponendovi di bellis-
simi episodi, che più fanno sensibile
il grado che rappresentano.
Otto sono in Roma i giorni pre-
scritti alle mascherate, ed alle car-
riere de' cavalli, dette corse de^ bar-
han\ giacché è solito principiare il
carnevale nel sabba to precedente la
domenica di sessagesima , qualora
non sia impedito, ed esclusa questa,
il venerdì e la domenica di quin-
quagesima, termina il martedì avanti
il giorno delle ceneri. Al suono del
campanone di Campidoglio, cioè ad
ore diciannove i mascherati sortono
per la città, ma però ad ore venti-
quattro debbono togliersi la masche-
ra dal volto, per riprenderla se si
rechino ai festini, che sono cinque.
Gli otto pallii, o premi de'cavalli di
razza italiana, vincitori delle corse,
consistenti in varie canne di drappo
di stoffa, di seta, di velluto, di tela
d'oro, o di tela d'argento, nella mat-
tina del primo giorno di carnevale
dal Campidoglio sono portati per
la città sopra altrettante aste dai co-
sì detti fedeli di Campidoglio ( Fedi),
in cavalcata, preceduti dai loro trom-
betti, schierandosi essi anche avanti
al palazzo, ove risiede il sovrano
Pontefice. I più nobili di detti pallii
si danno nel giovedì gi-asso, e nel-
r ultimo giorno al cavallo vincitore,
insieme ad altro premio in danaro,
CAR
il quale è maggiore in delti due
giorni come i più solenni, ed i più
brillanti del carnevale. V ha un se-
condo premio in solo danaro , pel
secondo cavallo, il quale arriva alla
meta, che chiamasi la n'pre<ia dei
barbari, cioè al termine del corso
presso il palazzo di Venezia. La
partenza dei barbari è innanzi V o-
belisco della piazza del popolo, do-
poché il cavalier mossiere abbia or-
dinato il suono della tromba per la
quale per mezzo dello scrocco, si tira
il canapo, che tratteneva i cavalli
corridori. La detta piazza, e le al-
tre principali sono guarnite pel buon
ordine da vari corpi di milizie, ol-
tre quelle amovibili, che perlustrano
il corso, e le altre strade, affine di
prolungare il tragitto alle carrozze.
Nel primo giorno, nel giovedì
grasso, e nell' ultimo giorno il go-
vernatore di Roma , accompagnato
da monsignor procuratore generale
del fìsco, o, in sua assenza, dal pri-
mo luogotenente del governo, non
che il senatore coi conservatori di
Roma, ed i priori de' capo-rioni, dai
rispettivi palazzi con treno di for-
malità, circondati colle proprie guar-
die e domestici, si recano alla detta
piazza del popolo. In mezzo al corso
incedono sino alla loggia posta in
un angolo del palazzo di Venezia ,
da dove giudicano , o decretano il
premio al vincitore. In caso di dis-
crepanza, o d'irregolarità della corsa,
il pallio si destina dal Pontefice a
qualche chiesa, o moni stero, e tal-
volta a quello di s. Antonio sull'Es-
quilino. Negli altri giorni i suddetti
magistrati dalle loro residenze con
minor formalità vanno direttamen-
te alla menzionata loggia.
Non si deve poi passare sotto si-
lenzio, leggersi nei Diari di Roma,
che nel primo giorno di carnevale
CAR
cavalcavano pel corso il governa-
tore , il senatore ed i conservatori
di Roma, col priore de' capo-rioni,
e i primari uffiziali del tribunale
criminale. In ogni giorno della cor-
sa al secondo sparo de' mortari ,
cioè alle ore ventitre, tutto il corso
deve essere sgombrato dalle carroz-
ze, ed allora , quando ne voglia
profittare, con nobile treno percor-
re tutta la via, per distinzione e
privilegio, uno degli ambasciatori x'e-
sidenti in Roma, avendone prima da-
to l'avviso , e preso i debiti concerti
con monsignor governatore, il quale dà
le opportune provvidenze per la re-
golarità della corsa. Quindi , come
si pratica ogni giorno, un drappel-
lo di dragoni cavalcando al galop-
po, dalla mossa si reca alla ripresa,
ove giunti, segue la carriera de' bar-
bari.
Sulla celebrazione del carnevale,
e sul buon ordine di esso ha giu-
risdizione monsignor governatore di
Roma, che con autorizzazione so-
vrana emana il bando per le ma-
schere, corse e festini; mentre sul-
r ammissione de' cavalli alla carrie-
ra, e sul conferimento del premio,
incombe al magistrato romano pub-
blicare i relativi regolamenti. Final-
mente hanno termine le feste car-
nevalesche collo spettacolo singolare
e giocondissimo de' moccoletti , col
quale non intendesi fare i funerali
al morto carnevale , come si dice
volgarmente, ma rinnovare la me-
moria delle feste di Bacco, di Ce-
rere , ovvero de' giuochi Circensi ,
come meglio si dirà in ultimo; sol-
lazzo, che ha luogo nella via del
Corso principalmente. Tutti si for-
niscono di più moccoli di cera , li
accendono, e lungo il corso succede
la gara di levarseli e scambievol-
mente smorzarli, senza distinzione dal
CAR 83
principe al plebeo , da classe a clas-
se di persone: tanta è l'uniformità
della comune gioia. Questo diverti*
mento de' moccoletti, che incomincia
appena terminata la carriera de' ca^
valli, e dura sino ad un' ora di not-
te, forma il carattere , ed è il piìi
luminoso elogio de' romani, con co-
stante stupore ed ammirazione dei
forestieri ; dappoiché mentre l' im-
menso popolo appassionato per tal
sollazzo n' è tutto caldo ed immer-
so, ali* avviso dato dell' ora suonata
del termine, prontamente ubbidisce
e quietamente si ritira senza il più
piccolo inconveniente, dandosi così
fine al carnevale, meno i teatri, e i
festini, che però devono terminare
avanti la mezza notte.
Non solo Roma si distingue pel
suo brillante carnevale, ma, qual si
conviene alla capitale del cristiane-
simo, riesce esemplare e di edifica-
zione per divote opere, che contem*
poraneamente ella pratica in molte
chiese , monisteri, oratorii, ec. con
esercizi spirituali, prediche ed altre
pratiche religiose, massime coU'espo-
sizione del ss. Sacramento nelle ba-
siliche, ad altri sacri templi. Tale
esposizione si fa con magnificenza ec-
clesiastica, e con sacro decoro, princi-
palmente nella chiesa dell'oratorio
della ss. Comunione generale, detto
del p. Cara vita, dal lunedì di sessa-
gesima per tre giorni inclusive, nella
basilica di s. Lorenzo in Damaso
dal giovedì alla domenica di quin-
quagesima, e da questa sino alla
sera dell' ultimo giorno di carneva-
le, nella chiesa del Gesù. In questa
chiesa, e nella detta basilica si fa
tale esposizione con cappella Car-
dinalizia ( Fedi ) , ed in tutti e tre
i luoghi si reca il sovrano Ponte-
fice accompagnato dalla sua corte
a venerare il ss. Sacramento; men-
84 CAR
tre nel marted\ sera, dopo la corsa,
nella chiesa del Gesù, si reca con
formalità il summentovato senato
romano, terminandosi colla benedi-
zione del Venerabile. Non è poi a
passarsi sotto silenzio, che l'esposi-
zione all'oratorio del Cara vita si
eseguiva con una macchina con
qualche simbolo allusivo. E per dire
di quelle di alcuni anni, nel 17 i8,
si figurò la visione d'Ezechiele; nel
IJ2 1 quella di s. Giovanni i^idi in
medio seniorum A§nunijx\e\ ifii il
miracolo della moltiplicazione dei
pani , mentre alla chiesa di Gesti
esprimevasi il sogno di Giuseppe
ebreo. Nel 1724 poi al Cara vita si
rappresentò la pesca nel mare di
Tiberiade, ed al Gesù, Gedeone coi
suoi trecento soldati.
Notizie sul carnevale, che i Roma-
ni festeggiavano nei bassi tempi
sino al secolo decinioquinto , e
parte del decimosesto.
Air articolo Carnevale abbiamo
detto quante e quali erano le feste,
che principalmente aveano luogo in
Roma, presso gli antichi romani,
nei tempi chiamati poscia carneva-
leschi. Indi a poco a poco , massi-
me ne' secoli di mezzo, i giuochi di
Agone e di Testaccio formarono per
molto tempo il carnevale in Roma.
A questi succedettero le corse, come
divertimento assai gradito ai roma-
ni, ond' ebbero talora luogo al Te-
staccio, monte artificiale vicino alla
sponda sinistra del Tevere, non che
per le strade che da Campo di fio-
ri conduce ai Banchi, prossimi al
ponte sant' Angelo , ed eziandio
per quella denominata Florida e
poi Giulia, finché nel pontifica-
to di Paolo II , eletto nell' anno
1464, furono stabilite sulla attuale
CAR
via del corso (l'antica via lata) ^
avendo principio dall'arco di Domi-
ziano presso il palazzo Piano, e di
là giungendo al palazzo di Venezia
edificato dal medesimo Pontefice.
In esse correvano negli otto giorni
di carnevale vecchi, giovani, ragaz-
zi, ebrei, cavalli, asini e bufali, con-
sistendo il premio in alcuni pezzi di
drappo detto pallio. Questi spettacoli
adattati al gusto de' tempi, diedero
il nome di Corso alla suddetta stra-
da, e ad esempio di Roma, molte
città d' Italia e d' oltremonti cos\
chiamarono la strada più retta e
decorosa. Cos\ le corse successiva-
mente si allungarono, come il car-
nevale si variò in Roma, seguendo
quelle e questo nel modo superior-
mente accennato, per quell' ingegno
e gusto dai romani sempre mani-
festato nel variare i loro popolari
spettacoli, ed i pubblici divertimen-
ti loro.
A formarsi un' idea del carnevale
di Roma ne' secoli di mezzo, biso-
gna necessariamente descrivere i tan-
to famigerati giuochi di Agone e
di Testaccio , come quelli, che per
diversi secoli formarono appunto il
carnevale romano. Quelli però nel
pontificato di Paolo III, Farnese^ e
specialmente quelli nell' anno 1 54*),
riuscirono i più splendidi e magni-
fici. Quindi noi stimiamo opportu-
no di darne una breve descrizione,
tratta da una contemporanea rela-
zione, che si conserva mss. nella bi-
blioteca della principesca famiglia
Altieri, eguale a quella, che si legge
nel mss. della biblioteca Albani, ci-
tato dal Marini, ne' suoi Archiatri
pontificii j p. 72. Eccone il titolo:
// vero progresso della festa d'A-
gone e di Testaccio celebrata dai
signori romani nel giovedì, e nel
lunedi di carnevale dell'anno i5>45,
i
CAR
conte solevano fare gli antichi ro-
mani ^ col vero significato de' carri
trionfali. Eccone la descrizione.
>» Giovedì, che fu alli 1 1 di feb-
braio 1 545, si celebrò la festa di
JVavona secondo il modo antico;
tutti quelli, che avevano da en-
trar in così solenne pompa, si ri-
dussero nella piazza di Campido-
glio, donde si partirono sulle 20
ore, e vennero verso la piazza di
Agone, coir ordine infrascritto. E-
rano primi nell'ordinanza molti
trombetti a cavallo vestiti di ros-
so, presso i quali venivano i mi-
nistri della giustizia colle insegne
loro ; seguitavano gli artieri del-
la città in tutto settemila , che
durò il passare circa quattr'ore
con trombe , e tamburi , ripar-
titi in tante compagnie quan-
te sono le arti, e divisi in tante
parti, quanti erano i carri trion-
fali, fra i quali trammezzate anda-
vano dette fanterie, sotto le loro
bandiere armate bravamente d'ar-
mi bellissime".
Indi r autore segue la descrizio-
ne de* carri ; ma non essendo della
natura di quest' opera il tener die-
tro ad ogni particolarità, ci limitere-
mo a dire in compendio ciò che può
riguardare il sostanziale della festa.
Il primo carro pertanto era quello
del rione di Tiastevere rappresen-
tante il carro massimo. Il secondo
del rione Ripa, sopra del quale gran-
deggiava con vari emblemi la sta-
tua della Fortuna. Il terzo del rio-
ne di s. Angelo, che figurava la cit-
tà di Costantinopoli. Il quarto del
rione di Campitelli, ove si vedeva-
no espressi al naturale gli orti delle
Esperidi. Il quinto del rione della
Pigna colla statua di Cibele turri-
ta. Il sesto del rione di s. Eusta-
chio , nel quale era rappresentato
CAR 85
una specie di concilio in atto di con-
dannare gli eretici. Il settimo del
rione della Regola, con un cervo,
che inseguiva alcuni serpenti, aven-
done afferrato uno colla bocca. L'ot-
tavo del rione Parione con uno smi-
surato grifone suo simbolo, posto
alla custodia d' un nascondiglio d'o-
ro. Il nono del rione Ponte , con
due cavalieri a cavallo affrontati in-
sieme sopra un ponte , uno vestito
alla romana, l'altro alla barbaresca,
de' quali il primo restava vincitore.
Il decimo del rione di Campomar-
zo con due eserciti sopra , da una
parte di turchi, e dall'altra d'ita-
liani, tedeschi, spagnuoh e francesi,
che venivano alle mani, dichiaran-
dosi la vittoria pei secondi. L'unde-
cimo del rione Colonna rappresen-
tante i due monti Abila e Calpe
con un braccio di mare ad essi in-
termedio, pel quale veleggiava una
nave verso l'oriente direttamente.
Dopo tal carro seguiva gran quan-
tità di guastatori con vettovaglia,
artiglieria e diversi arnesi propri
d' un campo militare , e quindi il
duodecimo carro del rione di Tre-
vi, con un cavaliere armato alla ro-
mana, che con una lancia in mano
superava un barbaro, già messosi
sotto i piedi con vigore. Per trat-
tenimento della festa, oltre l' ordine
e il consueto, era vi un gran Mongi-
bello rappresentato sopra un altro
carro tirato dri cavalli, ai cantoni
del quale vedevansi bellissimi tro-
fei, e sotto il Mongibello fu prepa-
rato un magnifico fuoco artificiale,
che si fece eseguire nell' entrare in
Agone, con grande meraviglia ed
allegria di tutti gli astanti. Appresso
seguitava il carro del rione de' Mon-
ti, che figurava la favola di Pro-
meteo legato al monte Caucaso. In-
di venivano in bella ordinanza 1 con-
86 CAR
testabili di lutti i tredici rioni di
Koma (giacché allora Borgo non lo
era) in numero di ti'ecento , eoa
ispade, e con targoni allautica, nei
quali erano dipinte le insegne dei
loro rispettivi rioni ; i gentiluomini
delle città di Sutri e Tivoli chia-
mati dal senato romano alla festa;
ed otlantadue giovanetti, che dice-
vansi'giuocatori, vestiti all'antica con
diverse livree d'oro e d'argento e
di seta sopra bravissimi cavalli ,
scortati ognuno da molti staffieri ,
aneli' essi con gran lusso vestiti chi
di raso, e chi di velluto. Veniva in
ultimo un numeroso coro di musi-
ca tramezzata da molti trombetti a
cavallo. Chiudeva la processione dei
carri quello del Papa, la cui sta-
tua in abito pontificale si ergeva
nel mezzo, ed ai Iati si ammirava-
no quattro bassorilievi allusivi alle
virtù di lui. Tutte queste macchine
ambulanti erano tirate dai bufali.
Il carro pontifìcio era seguito da
due sindaci del popolo romano, Ma-
ria Maccaroue, e Alessandro de Gras-
si, ed in mezzo ad essi marciava
l'officiale dell'anello col bastone in
mano, e l' anello in cima ( che fu
messer Francesco Salamoni ), da tre
manescalchi con paggi e staffieri ,
Bruto Goffiedi, Vincenzo Dolce, e
Pier Domenico Madaleni; dal ca-
porione con simile corteggio , che
furono, di Ripa, Cola Evangelista ,
di s. Angelo, Lelio de' Fabj ; di Cam-
pitello, Tiberio Margano; della Pi-
gna , Antimo Capizucchi ; di s. Eu-
stachio, Rotilio Alberino; della Re-
gola, Giulio Americi; di Campo
Marzo, Pietro Cardello; di Pario-
ne, Alessandro Cinquini; di Ponte,
Gio. Battista Altoviti ; di Colonna,
Vincenzo del Sordo; di Trevi, Ri-
naldo de Bracciano ; di Monti, Mu-
zio de Mantaro; dal priore de'ca-
CAR
porioni, Adriano Velli, da' due can-
cellieri Curzio Frangipane e Belar-
dino CaflUrelli, che conducevano in
mezzo Giuliano Cesa ri no gonfalo-
niere di Roma, il quale portava il
gran gonfalone romano, riccamente
vestito e pieno di gioie fino agli
speroni, gioie che si valutarono a
trentamila scudi. Seguito egli era da
quattro paggi vestiti all' antica di te-
la d'oro, oltre venti staffieri con
superbe livree. Finalmente procede-
vano i conservatori di Roma Sante
da Corneto, Lorenzo Velli, e Ales-
sandro d' Alessi, non che il senatore
cogli altri uffiziali del Campidoglio.
Questa sontuosa e magnifica ca-
valcata partita dal Campidoglio per
la strada nuova, si recò alla piazza
della Pigna, o de'Cesarini, proseguì
per le case di Valle, ed a quelle
de' Massimi, voltando per campo di
Fiore, donde passò alla piazza Far-
nese. Nel palazzo di sua famiglia,
ed ai balconi era vi Paolo IH con
molti Cardinali, i duchi di Castro
e Camerino suoi nipoti, con molti
signori e signore. Fatta la cavalcata
un giro per la piazza, voltò per
corte Savella , e per Banchi , pel
ponte s. Angelo, s'avviò pei Coro-
nari , piazza di s. Apollinare , da
dove entrò per piazza d'Agone ora
Navona, e circondatala più volte,
si schierò in essa come un batta-
glione. Alle ore ventiquattro ognuno
di queUi, che la componevano, si
ritirò alla propria abitazione. Fu
opinione generale, che tal festa co-
stasse centomila scudi, senza com-
prendere le vestimenta, giacché an-
che gli artigiani erano vestiti deco-
rosamente.
Alla descrizione della festa di
Agone, segue immediatamente l'al-
tra di Testaccio pubblicata dal Cre-
scimbeni, Sialo della basilica di
CAR
s. Maria in Cosmedin , pag. 90, e
che qui si aggiungerà a piena co-
gnizione e schiarimento de' giuochi
suddetti, portando tal descrizione
la data di Roma 2 i febbraio 1 545,
ed è la seguente.
'» Domenica passata si doveva
« fare la festa in Testaccio, ma per
» la perversità del tempo fu dilfe-
>' lita al giorno seguente. Il luned\
« adunque andò tutto l'ordine della
» festa in Testaccio, nel medesimo
« modo che aveva fatto giovedì in
*» Agone, meno i carri. Questo luo-
M go è il più comodo, e il più bello
» pegli spettacoli, che si possa imma-
« ginare al mondo. A ponente è il
» monte Testaccio, a levante un
w piccolo colle, sul quale evvi il
»* monistero di s. Saba, a setten-
'» trione è quella parte dell' Aven-
« tino, che ha fortificata Paolo III,
« ed alcune case di vigne, a mez-
« zogiorno sono le mura di Roma,
« lungo le quali sta un torrione
»> ogni dieci canne. Tutti questi
» luoghi erano pieni di gente , ve-
» dendo ciascuno comodamente. 01-
» tre queste parti più eminenti vi
w era un gran numero di palchi,
^» e di carri legati insieme , che
»» servivano e per la vista e per
>» difesa. Nel mezzo è un gran
» prato, dal quale dalla banda di
>» tramontana era il catafalco di
w Madama. Il luogo fu lutto cir-
>» condato dalle fanterie , e dai ca-
« valli, e dappoi con bella pompa
" fecero di sé mostra tutti quelli,
*» che il giovedì l' aveano fatta sì
»» bella in Agone. Intanto s* inco-
« minciò la gran caccia, nella quale
»» furono morti tredici tori, e fu-
'» rono rovinate giù da Testaccio
» sei carrozze, e sopra ciascuna di
» esse era un pallio rosso, e un
f» porco vivo, per guadagno dei
CAR 87
quah si fecero non manco prove,
che in ammazzare i tori. Fra
molte livree, che si videro quel
dì , ve ne fu una di trentasei
mattaccini vestiti di rosso a ca-
vallo con zagaglia in mano, e
questi furono i primi ad assaltare
i tori. Ma la più nobile cosa,
che si vedesse, fu una livrea di
sei cavalieri, che fecero il Cardi-
nal Farnese, il Cardinal di santa
Fiora , e il duca di Camerino
nipoti del Papa. Questi erano
vestiti da soldati all' antica, e i
vestimenti erano d'oro, d'argento
e di seta con ricami, trapunti,
fregi e lavori sopra lavori, e con
tal vaghezza, che a me non basta
l'animo a descriverli. Colla mede-
sima nobiltà erano anche ornati
i loro bellissimi ciivalli, i quali
furono di tanta destrezza e ga-
gliardia, che a tutto il popolo
parve miracolo le cose, che fe-
cero sopra di quelli i cavalieri;
Li compagni dei prelati Cardi-
nali , e duca in questa livrea ,
furono il duca di Melfi, il conte
di s. Fiora, e il principe di Ma-
cedonia. Si corsero ancora tre
palili; pei barbari di broccato
d' oro, pei cavalli di velluto cre-
misino, e per le cavalle di velluto
paonazzo. Il corso cominciava do-
ve le mura della città si congiun-
gono col Tevere, e passava per
mezzo la prateria , e terminava
alla cima del monte Aventino,
sicché ciascuno poteva benissimo
vedere dal principio al fine, lo
non entro a ragguagliarvi di al-
cuni altri particolari , perchè sa-
rebbe troppo lunga la stoi'ia;
sicché questo vi basti di quella
giornata, 11 dì di carnevale cor-
sero il pallio gh asini e le bufale,
secondo l' usanza e bagordi , e
ss
CAR
»> tumulti a furia. Sicché questo vi
« basti di quella giornata. La notte
»» si recitò una commedia in casa
»» di CafFarelli. Il primo giorno di
*> quaresima fu la stazione a santa
*» Sabina, la quale fu tanto solen-
« ne, che molti vennero in disputa,
»» chi fosse più bello, il carnevale,
»> o la quaresima di Roma. "
Osserva il Ratti, Della famìglia
Sforza^ par. II, Roma 179^, che
bisogna convenire, che veramente i
giuochi celebrati nel detto anno di
Agone, e di Testaccio facessero gran
colpo sull'animo de romani e de-
gli altri, che v' intervennero, dap-
poiché molti si diedero premura di
stenderne diligenti relazioni, acciò
non se ne perdesse la rimembran-
za. Due altre sono pure citate dal
Crescimbeni, e la prima stampata
con questo titolo: Lì grandi trionfi^
festCj pompe, e livree fatti dalli
signori romani per la festa di Agone
e di Testaccio. L' altra manoscritta
fu compilata da Gio. M." Zappi tibur-
tino, che fu uno de' giuocatori, e il
porta - stendardo della sua patria.
Un* altra lunga e curiosa descrizio-
ne di una festa di Testaccio, come
eseguita l'anno 1372 a' i5 agosto
nel pontificato di Gregorio XI resi-
dente in Avignone , è riportata a
pag. 589 e seg. da Marco Ubaldo
Ricci nella sua eruditissima Notizia
della romana famiglia Boccapadidi^
Roma 1762. Secondo la narrazione
eh' egli riporta d' una di tali feste ,
la corsa a Testaccio consistette nel
correre che fecero da quel monte
al piano due carri o carrozze per
volta tirate dai tori, con quattro
porci legati dentro, ed una can-
na di panno rosato per palho;
e che appena giunsero sulla piazza,
trecento persone colle spade nude ,
vi si scggharono sopra per impadro-
CAR
nirsene, laonde ne rimasero da cen-
to ferite , perchè i carri in tutti
furono tredici, con altrettanti tori,
i quali appena giunti alla meta era-
no uccisi da innumerabili colpi. Poi
si fecero dal detto monte alla colon-
netta posta alle radici di Aventino,
le corse de' barbari , delle cavalle ,
e di cavalli chiamati turchi tutù
cavalcati da putti , e con palili al
vincitore per premio. Quanto poi
sieno antichi sillìjtti giuochi, si ri-
leva da una bolla di Urbano V,
eletto in Avignone nel 1 362 , con
cui protestò contro la forza , che
i romani adoperavano per obbliga-
re le città, e luoghi vicini, come
Anagni, Corneto, Magliano, Piper-
no, Sutri, Terracina, Tivoli, Tosca-
nella, Velletri ec, a mandar uomi-
ni da ogni comunità per accrescer-
ne la solennità, siccome afferma nei
suoi Archiatri il citato Marini, to-
mo II. p. 72.
Non riesca discaro, che qui si dia
un cenno sulla piazza Navona o Ago-
ne, e sul monte di Testaccio. La
piazza Navona, una della pili gran-
di di Roma, prese il nome dal cir-
co Alessandrino o Agone, onde giuo-
chi di Agone furono detti quelli nel-
la medesima celebrati. Di essa Fran-
cesco Cancellieri ci dà erudite noLizie,
nel suo Mercato, lago, e palazzo pan-
filiano nel circo Agonale^ detto vol-
garmente piazza Navona, Roma
181 I. In essa attualmente si fa u-
na gran fiera, o mercato nel mer-
coledì d' ogni settimana, ed ogni
mattina il mercato delle erbe e co-
mestibili. Nel mese poi di agosto nei
sabbati, e nelle domeniche, viene al-
lagata dalle tre celebri fontane, che
decorano la piazza, ed in alcune
circostanze vi si tengono le corse
del fantino, delle quali poi riparle-
remo, specialmente in occasione del
CAR
passaggio per Roma di qualche
monarca, come da ultimo ebbe luo-
go per Francesco II re delle due
Sicilie. Tali fantini sono giovani a
cavallo a dorso nudo, divisi in tre
squadre e vestiti di colori diversi. 11
monte poi di Testaccio, Testaceiif!,
si formò da una immensa quantità
di frantumi di terra cotta. Alcuni
dicono che Tarquinio assegnò tal
luogo a' fabbricatori di vasi, tanto per
la comodila dell' imbarco sul Teve-
re, che per giovarsi delle sue acque,
e siccome loro proibì gettare quelli,
che si rompevano, nel fiume, così
col porli in questo sito, in progresso
di tempo ne divenne un monte deli-
zioso, e molto comodo alla conserva-
zione del vino neil' eslate. Il Can-
cellieri dice, che vi fosse anticamen-
te celebrato il mercato, e il Vasi ,
tom. II. p. 4^7, Itinerario di Ro-
ma, dà al monte di Testaccio an-
che altra origine. Nel 1 686 il Mar-
tinelli stampò un libro sul monte
Testaceo o Testaccio j V Eschinardi
scrisse, nel 1 697, una lettera sul mon-
te Testaccio j ed altrettanto fece il
Contucci, riportala nel t. III. Arcad.
Canniti. Attualmente nel maggio,
neir estate, e massime nell' ottobre
è frequentato questo monte dai ro-
maneschi, e dalle niinenti per le
vignale, ovvero sia per certe ricrea-
zioni consistenti in colezioni, balli,
canti dei ritornelli, della tarantella,
e simili curiose composizioni, fra il
suono de' tamburelli, dei calascioni^
e dei mandolini.
Ritornando all'origine del carne-
vale romano, dopo l' abolizione dei
Saturnali, Lupercali ec, ed altri an-
tichi giuochi, consistevano gli spet-
tacoli in principio nella festa di
giovedì grasso, o di sessagesima, det-
ta di Agone, e nell'altra dell'ulti-
ma domenica, cioè quella di quinqua-
CAR 89
gesima, detta di Testacelo. Quindi vi
fu aggiunto un terzo giorno interme-
dio tra i due suddetti, cioè il sabbato
destinato alla caccia de' tori, come ap-
parisce dalla bolla di Martino V, Cir-
cumspecta sedis apostolicae, emanata
in Roma J^II id. niartiis an. 1^1^.
Divenuto poi nel 1464 sovrano Pon-
tefice il menzionato Paolo II, Bar-
bo, veneziano d' animo grande, vi
aggiunse le otto corse de' palili, che
ancora oggidì sono in uso, sebbene
dalla loro prima istituzione rifor-
mate. Paolo li conobbe meglio dei
suoi predecessori il vero genio del
popolo di Roma, e le due molle
principali, che lo fanno agire, a se-
conda di chi il deve condurre col-
lo stesso di lui vantaggio ; paneni,
et circenses. Onde si studiò parti-
colarmente di contentarlo in am-
bedue queste cose, coli' abbondan-
za de' viveri, e coi pubblici spetta-
coH , de' quali volendo godere egli
stesso , siccome di naturale piuttosto
allegro, ordinò, che le corse, le
quali per lo innanzi si facevano a
strada Florida o Giulia, si facessero
dall'arco di Domiziano, poi detto di
Portogallo, sino al palazzo di s. Marco,
detto poi di Venezia, da lui eretto
ed abitato ; benché alcuni dicono ,
che i cavalli partissero dalla piazza
Flaminia, o del popolo. Ma poi ve-
dremo r arco demolito da Alessan-
dro VII, acciocché le corse libera-
mente seguissero dalla detta piazza
sino a quella di Venezia.
Racconta dunque il Platina, nel-
la Fita di Paolo II, di cui fu
contemporaneo, e a p. ^56, che
avendo egli quietate le cose d' Ita-
lia colla celebre pace del 1468^ per
la quale furono fatte feste per tut-
ta r Italia, e per due giorni in Ro-
ma, il Pontefice indi ordinò, ad i-
mitazione degli antichi, alcuni giuo*
go C AR
chi e feste magnifiche, e diede un
sonluoso banchetto al pupulo. il
Viaiiesio da Bologna, eh' era vlce-
caiuerlengo , dispose le cose se-
condo il volere del Papa. I giuo-
clii furono otto pullii , che nel
carnevale per otto giorni continui
si donarono a quelli, che nel corso
restarono vincitori. Correvano i vec-
chi, correvano i giovani, correvano
(|uelli, che erano di mezza età,
correvano i giudei, e si facevano
ben satollare prima, perchè corres-
sero con minor velocità. Correvano
i cavalli e le cavalle, gli asini, e
i bufali con piacere di tutti. Si
correva dall'arco di Domiziano si-
uo alla chiesa e al palazzo di s. Mar-
co, ove stava il Papa, prendendo
grandissimo piacere per queste fe-
ste ; e dopo la corsa a' fanciulli lor-
di di fango per aver cors©, faceva
dare un carlino a cadauno.
Leggiamo poi nel Novaes altre
analoghe particolarità, che merita-
no qui riportarsi. Molto procurava
questo Pontefice , egli dice , di di-
vertire il popolo romano. A que-
sto, al senato, ed a' forestieri face-
va egli nel tempo di carnevale un
lauto banchetto nel suo palazzo
di s. Marco, incaricandone dell'as-
sistenza il suo nipote Cardinal Mar-
co Barbo, con diversi prelati, per-
chè nulla mancasse al buon ordine, e
alla squisita sua magnificenza. Finito
il pranzo, gittava al popolo gran
quantità di danaro dalie sue fine-
stre. Regalò una volta al popolo ro-
mano quattrocento scudi, alloi'chè
gli preparò una splendida e nume-
rosa mascherata, che descrive il
<Caqesio, f^ita Paidi II, p. ^^^ la
quale non si vede così maestosa al
tempo d' oggi, per i carri, figure ,
personaggi, guardie di cento sessan-
ta e pili giovani scelti, pel senato
CAR
che vi si conduceva colla maggior
pompa degli antichi romani, circon-
dalo dai magistrati di Roma stessa, e
per altre decorazioni degne soltanto
di queir eterna città. Si dilettava il
detto Papa di queste mascherate, e
delle feste di carnovale, che spesso
vedeva con trasporto dietro ad una
finestra in compagnia di alcuni Car-
dinali. In quel tempo fu dal Papa
scoperta una congiura tramata con-
tro i preziosi suoi giorni; ma e-
gli , lungi dal vendicarsi dell' au-
tore, il ricolmò di confusione colla
sua magnanimità, e facendo uso del
suo animo grande, ordinò che si
continuassero secondo il solito i di-
vertimenti carnevaleschi, col solo di-
vario di alcune pattuglie di uomini
armati, distribuite per la città, per
precauzione prudenziale.
Negli statuti di Roma compilati
sotto lo stesso Paolo II, dopo esser-
si detto, che gli ebrei pagavano al-
ia camera capitolina mille cento
trenta fiorini di soldi quarantasette
r uno, gli ultimi trenta dei quali
erano stati aggiunti in memoria dei
trenta danari, che i medesimi sbor-
sarono a Giuda per prezzo del
tradimento fatto al Redentore nel-
r orto di Getsemani ; e dopo
essersi stabilito in quante e quali
incumbenze ed usi detta somma si
doveva ripartire ed erogare, spiegasi
in che consistessero i giuochi carne-
valeschi , secondo il nuovo stabili-
mento , e disposizione del sovrano
Pontefice Paolo II, ne' seguenti ter-
mini, che riportiamo dal latino tra-
dotti ; « Parimenti che si debbano
M celebrare con solennità i giuochi
« di Agone e di Testacelo. Primie-
» ramente che si facciano, e poi si
>i portino in essi quattro anelli di
« argento dorati, due in Agone, e
>t due in Testaccio, in uno de' quali
CAR
debbano giuocare coH'asta i cit-
tadini , e neU' altro gli scudieri.
Parimenti nel campo di Testaccio
si portino tre pallii d'oro e di
seta, al primo de' quali corrano
i cavalli de' romanii al secondo i
cavalli de' forensi , al terzo poi i
conduttori degli asini. Parimenti
si portino sei carri, due de' quali
erano soliti a farsi dai molinari,
ne' quali solevano porsi i soliti
animali, cioè due giovenchi, e due
porci in ciascun carro, compresi
particolarmente que' giovenchi, che
erano soliti portarsi dai monisteii
di s. Paolo, e de' ss. Saba e Gre-
gorio in ciascun anno pei detti
giuochi. E gli stessi carri debbono
essere coperti di panno rosso ad
onore del popolo romano. Pari-
mente si aggiunse alla suddetta
festa, per grazia di Paolo II, che col
danaro della camera si facciano al-
tri sei pallii, uno per gli ebrei, che
corrono il giorno di lunedi prima
della domenica di carnevale (cioè
domenica di quinquagesima), un
altro pei . fanciulli cristiani nel
giorno di martedì , un altro pei
giovani cristiani nel giorno seguen-
te di mercoledì, un altro pei ses-
sagenari nel giorno di venerdì,
un altro per gli asini nel giorno
di lunedì di carnevale, un altro
per le bufale nel giorno di mar-
tedì di carnevale ".
Si sa inoltre, che per le feste
celebrate in tempo di carnevale
nel secolo XiV a piazza Navona ed
a Testaccio, e che si descrivono a
p. 589, nella citata Storia di ca-
sa Boccapaduli _, 1' università degli
ebrei, come più sopra dicemmo, pa-
gava mille cento trenta fiorini d'oro
per istromento del popolo romano
inserito nella bolla di Bonifacio IX
del 1899, che si legge nel mentovato
CAR 91
Marini, degli Archiatri , t. II, p. 62,
colla quale il Pontefice esentava da
questa contribuzione l'ebreo Angelo
suo medico, e la famiglia di lui.
Martino V, avendo pietà della mi-
seria della loro sinagoga , accordò
agli ebrei di Roma di poter pone
in contribuzione quelle ancora dello
stato pontificio, e questa grazia fu
dal predetto Paolo lì approvata e
confermata. Oltre a ciò gli ebrei
prima che incominci il carnevale ,
mandano alcuni deputati dai con-
servatori di Roma, implorando la
continuazione della protezione del
popolo romano, ed offrendo un maz-
zo di fiori, con ima cedola di venti
scudi per erogarli nell'addobbamento
dei palchi della magistratura roma-
na sulla piazza del popolo. Ad essi
risponde il primo conservatore, che
continuando gli ebrei di Roma ad
esser fedeli e quieti ec. , non reste-
ranno privi né della loro protezio-
ne, né di quella del sovrano Pon-
tefice ; indi i medesimi deputati van-
no a fare un eguale omaggio al se-
natore di Roma, che dà loro eguale
risposta.
Lo stesso Marini nella medesima
opera, e tomo, alla p. 241, riporta
due lettere di Leonardo da Sarzana
scritte a Giacomo di Volterra sulle
grandi feste, e giuochi fatti in Agone
a' 4 febbraio 1492 per la sconfitta
de' Mori, e presa di Granata; delle
quali ci lasciò memoria anche Carlo
Verardo cameriere , e segretario ili
Paolo li. Ma essendo molto inte-
ressanti quelle fatte nel carnevale
dell' anno 1 55o, appena eseguita
la elezione di Giulio III , lo che
fu a' 7 febbraio , si crede oppor-
tuno darne qui un estratto. Nel-
le miscellanee della celebre biblio-
teca casanatense evvi un opusco-
lo rarissimo con questo titolo : La
9^1 CAR
trionfante festa fatta dalli signori
romani per la creazione di Papa
Giulio ÌIlj col significato delle fi-
gure fatte neWapparato della scena
della cotnmedìay colle dichiarazioni
di tutti i giuochi de^cavalli^ caccia di
toriy ed altri bellissimi conviti ^V^o-
ma. Questo libro fu dedicato a d. Gio-
vanna d'Aragona moglie di Ascanio
Colonna, per ragguagliarla di quanto
di bello si fece in Roma- dal popolo
pel nuovo Pontefice, e per dimostrar-
le la magnificenza e grandezza del-
l'animo de' romani, che non voglio-
no cedere agli antichi, dappoiché la
spesa occorsa fu grande, come son-
tuosi riuscirono gli spettacoli, il cui
apparato venne eseguito in soli quat-
tro giorni. Segue la descrizione.
» Primieramente il giorno di car-
nevale (perciocché quel dì era
costituito a cotal festa), nella piaz-
za di Campidoglio si fece una
caccia di tori, alla quale fu pre-
sente quasi tutto il popolo colla
nobiltà di questa corte, e di que-
sta città, cosi di donne, come di
uomini, dalla qual piazza, avanti
che la caccia incominciasse, si
partivano quaranta gentiluomini,
con quaranta servitori tutti a ca-
vallo ordinati in due squadre di
livree diverse l'una dall'altra, cioè
venti di loro coi servitori, vestiti
di velluto cremisi con maniche di
tela d'argento , e similmente era
ornato il resto del vestir loro ,
avendo in testa una berretta aguz-
za, la quale, insieme colla veste,
eh' era larga con una storta al
fianco, onde sembravano tanti tur-
chi : questa fazione era guidata
dal sig. Giuliano Cesarini, gonfa-
loniere e generale di questo po-
polo. I venti altri gentiluomini ,
coi loro servitori aveano in dosso
un abito della stessa lunghezza ,
CAR
ch'era di velluto turchino con
maniche ed ornamento di tela
d' oro: questi avevano un non so
che dell'abito moresco, ed erano
guidati dal principe di Macedonia.
Gli stivaletti delle gambe erano
fatti all'antica , ed all'antica era-
no le trombe che portavano, es-
sendo i loro trombetti vestiti della
medesima maniera dei predetti ,
con altri suoni e stromenti mo-
reschi. Questi, mentre la caccia si
faceva in Campidoglio , passando
per la città sopra bellissimi ca-
valli , fecero il giuoco de' carro-
selli nella piazza di s. Pietro alla
presenza di Sua Santità, e poi ri-
tornati in Campidoglio, essendo già
la caccia finita, giuocarono il me-
desimo giuoco in quella piazza ,
che fu bellissima e vaga cosa ve-
dere, e terminato questo giuoco,
entrarono nel palazzo de' signori
conservatori , e dopo loro gran
moltitudine di popolo di ogni gra-
do, dove fu celebrata una solen-
nissima e magnifica cena, alla
quale furono convitati il nipote,
e fratello di nostro Signore, colle
loro donne , le quali furono ono-
rate da molte gentildonne romane,
mangiando tutte le donne ad una
sola tavola. In un' altra tavola
mangiarono sette Cardinali col
duca Orazio Farnese, ed altri si-
gnori. L'altra fu dei nipoti del
Papa, con uno de' signori conser-
vatori, ed altri signori e gentiluo-
mini. Finita la cena, tutta questa
brigata si condusse in luoghi dis-
posti e ordinati nel teatro per
vedere una bellissima commedia
nella corte di detto palazzo, il
quale era ornato da tre faccie di
quadri di tela grande ed istoriati ;
la quarta faccia di questa corte
era occupata dalla scena : la più
CAR
n gran parte di questi quadri con-
« tenevano alcuni grandi fatti di
» Giulio Cesare, alludendo con quel-
>' li al nome di nostro Signore, che
« pure si chiama Giulio. La com-
f' media fu bella e ben recitata, e
« tanto procedette in lungo la festa,
» che terminò verso le dieci ore ".
Paolo IV, Caraffa, che eletto nel
i555, regnò sino all'agosto i55^,
sebbene grave ed austero, ogni anno
nel tempo di carnevale, invitava un
giorno a pranzo tutto il sagro Col-
legio de' Cardinali , solendo dire :
essere cosa convenevole y che il prin-
cipe qualche volta si ricreasse coi
suoi fratelli, e co' suoi figli Ma
asceso al trono del Vaticano nel
i585 Sisto V, e trovando Roma,
e lo stato ecclesiastico pieno di mal-
fattori e di abusi, su tutto prese
opportuna provvidenza con felici
risultati. Avendo poi bisogno di ri-
formarsi il carnevale romano , nel
quale accadevano licenze, abusi, e
prepotenze insoffribili, volle egli ri-
mediarvi col solo terrore. Fece per-
tanto alcuni giorni prima del car-
nevale erigere alcuni patiboli, ed
alzare le travi colle corde, queste
per castigar le braccia a chi le al-
lungasse contro il prossimo; quelli
per istringere le fauci a chi togliesse
ad altrui la vita; indi comandò che
lungo il corso, pei' evitare le disgra-
zie, che accadevano con frequenza
per la calca del popolo insolente, si
facesse uno sleccato di travi da am-
bedue le parti, acciocché nel mezzo
rimanesse luogo libero a'carri trion-
fali, alle carrozze, a' barbari, e di
qua e di là camminasse sicuro il
popolo. Questi preparativi, e le re-
lative disposizioni bastarono a repri-
mere i gravi disordini invalsi, che
in tal circostanza succedevano. Non
si vide più gettata addosso, o in
CAR 93
volto la polvere, o la farina, e non
i razzi matti di fuochi artifiziali;
ma fu introdotta la costumanza di
tirare per gentilezza i confetti. I no-
bili rispettarono il popolo, e questo
si astenne dal molestare i barbari
corridori , laddove per lo innanzi
ciascuno si faceva lecito di spaven-
tarli per impedirne la vittoria.
Il merito maggiore per 1' incolu-
mità degli spettatori alle corse, per
quella de' cavalli, provenne dalla
regolarizzazione della via del corso,
e dalle previdenze del governo. E
primieramente dobbiamo ad Ales-
sandro VII, Chigi, non solo il rad-
drizzamento e miglioramento di tal
via, ma la demolizione dell'arco di
Marc' Aurelio detto di Domiziano, e
di Portogallo, eseguita nel 1662 per
renderla più libera e più dritta. Fu
chiamato di Portogallo, perchè aven-
do il Cardinal Evesano inglese fab-
bricato un palazzo, ora degli Otto-
boni duchi di Fiano, presso san
Lorenzo in Lucina, abitollo il Car-
dinal da Silva, portoghese, ed amba-
sciatore di Portogallo a Paolo III.
Quindi Clemente XII, nel 1786,
grandemente ne migliorò la strada
sia col dirizzarla, che col renderla
eguale; Pio VII tolse l'inconveniente,
che nel tempo della carriera de' ca-
valli fosse ingombro dalle carrozze
e carri, e finalmente la perfezione
di tal via venne compita e nobili-
tata neir odierno pontificato. Gio-
vanni Mantovano, dotto poeta lati-
no, che fiorì nel i4oo, nel descri-
vere il carnevale di Roma, paragona
le corse de'cavalli alle feste Equirie,
delle quali si fa menzione all'artico-
lo Chiesa di s. Maria in Acquiro,
ove appunto si facevano le corse
dei cavalli con tanto entusiasmo
degli antichi romani. F. il Loca-
telli , Il perfetto cavaliere. Dei tor-
94 CAR
nei pag. 4' ^ Delle Giostre j e dei
Carroselli pag. 4^2, e Delle corse
pag, 4»6, 417, 421.
Le corse non solo per la via
Lata , ma , come si disse, ebbero
luogo prima di essa per la slrlida
Florida o Giulia, per la via del-
la Lnngara , e per quelle delle
porte Cavalleggieri e Fabrica , e
per altre, nonché nella piazza Na-
vona. Difiitti il padre Eschinardi,
nella Descrizione di Roma p. 282,
ci assicura, che per la strada Giulia
s' introdussero le corse, ed anche
nel piano del monte Testacelo^ e
ne'tempi posteriori dalla piazza Far-
nese a quella Vaticana, locchè con-
ferma Pompilio Totti, Ritratto di
Roma moderna, pag. 335, e nella
loggia del collegio Bandinelli presso
s. Giovanni de' fiorentini siedevano
i giudici per decretare il pallio al
vincitore, il qual premio si poneva
su d'un ferro, che ivi rimase sino
a' nostri giorni. Indi per la nascita
di Luigi XIV, siccome l'ambascia-
tore di Francia abitava a strada
Giulia, si fecero tre corse di barbari
e cavalli coi pallii. Nel 1709, abi-
tando la regina vedova di Polonia
Maria Casi mira al palazzo de Tor-
res alla Trinità de' monti, fece fare
la corsa di due pallii ai putti, e
agli asini. Per la festa poi di s. An-
tonio di Padova, celebrata a s. Sal-
vatore in Onda a ponte Sisto, seguì
una corsa di ragazzi col pallio.
Nella piazza di Agone o Navona,
quando ha luogo la summentovata
corsa del fantino, ecco come segue.
All'intorno di essa si erigono de' pal-
chi a vari ordini , che seguono la for-
ma rettilinea della piazza, essendo
r interno di essa difeso, e chiuso da
uno steccato. I cavalli corridori devono
portare sul dorso nudo un fantino
o giovinetto, e sono divisi in tre
CAR
squadre, che si distinguono dalle
vesti: ognuna fa per tre volte il
giro del circo con veloce corso, indi
i tre vincitori d'ognuna si riuniscono
affme di eseguire una quarta corsa,
e quegli che vince prende il premio.
Questo divertimento riesce piacevole,
tanto per la vastità, e adornamenti
delia piazza, che per rinnovarsi la
memoria de'giuochi agonali, ivi ce-
lebrati ne' precedenti secoli nel car-
nevale. Ad avere poi una chiara
cognizione delle feste carnevalesche,
e straordinarie celebrate in Roma
ne' bassi secoli, sono a vedersi Gio.
Camillo Peresio, // Maggio roma-
nescOj ovvero il pallio conquistato^
nel linguaggio del volgo di Roma,
Ferrara 1688, e Giuseppe Berneri,
Il Meo Patacca _, ovvero Roma iti
feste nei trionfi di Vienna, nel lin-
guaggio romanesco, Roma 1695.
Ora passiamo a dire quando in
Roma si sospende il carnevale, quan-
do si sono anticipate, o posticipate
le corse de' cavalli e 1' uso de'pallii
in caso d' irregolarità, od altra eve-
nienza accaduta nelle carriere dei
barbari. Il carnevale, e le corse pri-
mieramente si sospendono in Roma
nella celebrazione degli anni santi.
Gregorio XIII, nel iSyS, prima di
celebrare l'XI anno santo, proibì i
baccanali, e ordinò che le spese de-
gli spettacoli carnevaleschi fossero
(!onvertite in vantaggio de' pellegrini.
Anche Clemente X, avanti di cele-
brare nel 1675 il XV anno santo,
ad esempio de'suoi predecessori, vietò
il carnevale, ed erogò in favore del-
l'arciconfraternita della ss. Trinità
de' pellegrini , i seimila scudi che,
secondo il consueto, si spendevano
pei divertimenti carnevaleschi, ed
impose ai giudei, che alla medesima
somministrassero il valore de' pallii ,
non avendo luogo neppure le car-
CAR
riere de'caTalli. V. Anni Santi, ove
si riportano le sospensioni del car-
nevale in tal tempo, e l' erogazione
del danaro, che suole spendersi pel
medesimo.
Nel pontificato d'Innocenzo XIII
incontrandosi nel mercoledì di car-
nevale la festa della Purificazione
della b. Vergine, il pallio che si do-
vea correre nella vigilia, fu anticipa-
to nella precedente prima domenica
di carnevale o sessagesima, e l' al-
tro del mercoledì nella domenica
di quinquagesima. Sotto Clemente
XII, essendo caduta la predetta fe-
sta nel venerdì di carnevale, vacò
questo nel giovedì grasso, ma la cor-
sa venne eseguita nell'antecedente do-
menica. Dipoi per la copiosa neve
che cadde si sospesero le corse, e
fu proibito il mascherarsi finché
non cessasse la neve. Seguita, nel
1740, la morte di Clemente XII ai
6 febbraio, non ebbe più luogo il
carnevale. Benedetto XIV, con lettera
3o gennaio i 75 1, trasferì la vigilia di
s. Mattia dal l'ili limo giorno di carne-
vale, in cui cadeva in quell' anno, al
sabbato precedente, esortando però
gli ecclesiastici secolari e regolari
a non prevalersi dell' anticipazione
del digiuno, ma a digiunare nella
vera vigilia del santo apostolo. Re-
gnando Papa Clemente Xlll, s' in-
cx)ntrò altresì la vigilia del giorno
di s. Mattia nell' ultimo giorno
di carnevale, onde il divertimento
terminò la sera del lunedì, ed afiìnchè
non fosse pregiudicato il consueto pe-
riodo di otto giorni, si anticipò il
^;uo incominciamento dal giovedì di
settuagesima ; indi nel 1764 tal fe-
sta cadde nel primo sabbato di car-
nevale, onde questo s' incominciò
nel lunedì appresso, e fu di soli set-
te giorni: però Clemente Xlll fece
di poi eseguire la corsa nel giove-
CAR 9^
dì 26 aprile. Lo stesso caso avven-
ne nel 1 766 per la festa della Pu-
rificazione. Quindi si fece altrettan-
to, meno la corsa, ed il pallio da
Clemente XIII fu donato alla chie-
sa di s. Marco. Neil' anno seguente
questo Pontefice, stante le circostan-
ze de'tempi, ordinò che il carneva-
le si facesse senza le maschere, e
senza i teatri, permettendo le sole
corse de' barbari. E siccome la fe-
sta di s. Mattia cadde nel primo
martedì, accordò che la corsa aves-
se luogo nel giovedì precedente. Po-
scia, nel 1769, per essersi incon-
trata la festa della Purificazione nel
giovedì grasso, vacò il carnevale in
quel giorno, e nell' antecedente, per
cui Clemente Xlll fece regalare i
due palili alla suddetta chiesa di s.
Marco. Quindi per la repentina
sua morte , accaduta nella not-
te della menzionata festività, si sos-
pesero il carnevale, i teatri, le cor-
se, i festini e qualunque altro diver-
timento. Mentre si celebrava il con-
clave, essendosi recato in Roma l'im-
peratore Giuseppe li, col fratello
Pietro Leopoldo I, gran duca di
Toscana, il sagro Collegio a' 27 e
28 marzo fece fare due corse dei
barbari, ed una grandiosa girando-
la. Nel 1770, e nel pontificato di
Clemente XIV, nel secondo sabbato
di carnevale, osservandosi la festa di
s. Mattia, non si permisero le ma-
schere, bensì la carriera de' cavalli.
Regnando Pio VI, nell' anno 1780,
per essere caduta la Purificazione
nel mercoledì di carnevale, e per-
ciò minorandosi il carnevale mede-
simo di due giorni, compresa la vi-
gilia, in considerazione che nel gen-
naio trovavasi in Roma l'arciduca
Ferdinando governatore di Lombar-
dia coir arciduchessa Beatrice di
Modena sua consorte, il Pontefice,
96 C A R
per far ad essi vedere un tratto del
brillante carnevale romano, o per
indennizzare il popolo de' due giorni,
che avrebbe perduto di maschere,
permise queste, non che le corse dei
barbari nel mercoledì 1 2, e lunedì
17 gennaio. Nel 1782, stante la fe-
sta della Purificazione , il carne-
Tale incominciò nel lunedì di ses-
sagesima ; e nel 1784 Pio VI, a
contemplazione del re di Svezia Gu-
stavo III, e dell'arciduchessa Maria
Amalia, moglie del duca di Parma,
fece celebrare in gennaio una cor-
sa di cavalli. E cadendo dipoi la fe-
sta di s. Mattia nell'ultimo giorno
di carnevale, il Papa permise, che
i secolari osservassero la vigilia nel
sabbato precedente, e tollerò che nel
lunedì e martedì si continuasse il
carnevale. Non così fu nell' anno
1 789, in cui avvenne lo stesso ca-
so, onde l'ultimo giorno si permise
la corsa, ma si proibirono le ma-
schere. Nel 1 793, pegli avvenimenti
dolorosi della rivoluzione di Fran-
cia, Pio VI pubblicò un giubileo
per tutto lo stato ecclesiastico, proi-
bendo il carnevale, e qualunque rap-
presentanza teatrale per l' intero an-
no ; proibizione, che venne estesa al
1 794, mentre nel 1 766 furono vie-
tate le sole maschere. Nel 1808, e
stante la invasione francese. Pio
VII non permise il carnevale, e nel
1809 ^° ^'^*^ò ^^ onta che i fran-
cesi lo avessero pubblicato; ma i
romani ubbidirono al loro legittimo
principe e padre,- il quale loro a-
vea rammentato per allusione alla
sua situazione, che quando s. Pie-
tro era in carcere, la Chiesa indiriz-
zava a Dio senza intermissione pre-
ghiere per lui. Pertanto ad onore di
Roma, Pistoiesi nella Fila di Pio FII^
tom. II. pag. 149. 25 1. 252. 253,
riporta il mirabile contegno de' ro-
CAR
mani, che nel tempo del diverti-
mento carnevalesco stettero colle fi-
nestre, e botteghe chiuse, ed il cor-
so adatto deserto, fu solo popolato
dal bargello e dalla truppa. In quel-
r occasione si pubblicarono gloriose
epigrafi pel Pontefice, ed alcuni sa-
tirici motti, di che fanno talvolta
uso con naturalissima arguzia i ro-
mani, contro i fiancesi invasori.
Correndo l'anno 18 18, per la vi-
gilia e festa della Purificazione , fu
accordato di anticipare di due gior-
ni il carnevale, indi per la regola-
rità d'una corsa. Pio VII, in seguito
d' istanza de' conservatori di Roma,
concesse il pallio alla chiesa di s. An-
tonio abbate all'Esquilino, e il pre-
mio di scudi trenta a quella d'Ara-
celi. Lo stesso Pontefice nel 1823
accordò l'anticipazione d' un giorno
pei divertimenti carnevaleschi ; ma
Leone XII, essendo avvenuto nel
1826 il caso del 18 18, volle che il
carnevale fosse di soli sei giorni. Fi-
nalmente il carnevale venne sospeso
nel i83i nel medesimo giorno in
che doveasi celebrare, per misure di
precauzione, indi per alcun tempo
rimasero sospesi i moccoletti, e nel
i833 fu di soli sette giorni, mentre
nel 1837, ricorrendo nel carnevale
la vigilia e festa della Purificazione
di Maria Vergine, fu di soli sei giorni.
Finalmente per quanto spetta la
regolarità delle corse de' barbari, dei
pallii, de' premii dei cavalli corridori
di razza italiana ec, prima del car-
nevale la magistratura romana ema-
na un editto con relativo regolamen-
to, ed ogni giorno della carriera,
pubblica l'individuazione de' cavalli
o cavalle, che si esporranno alla
corsa. Così il governatore di Roma
con editto rende noto, che il sovrano
Pontefice permette in determinati
giorni il carnevale colle corse dei
CAR
cavalli, coir uso delle maschere, e
collo spettacolo de' notturni festini.
Rinnova inoltre nel medesimo edit-
to la proibizione di mascherarsi con
abiti da religioso, da ecclesiastico o
da abbate; di portare materie in-
decenti, di offendere con parole e
di usare fuochi d' artifizio ; esclude
dal corso i cavalli a sella, le mule,
e i legni tirati da un sol cavallo, e
guidati alla postigliona , non che i
carri con due ruote; prescrive le
piazze donde i legni o carrozze deb-
bono introdursi pel corso, non che
quelle per l'uscita, conservando l'an-
damento nella detta via di due sole
fila , che ne usciranno al secondo
sparo. Proibisce lo spaventare, arre-
stare e frastornare i barbari nella loro
carriera ; e rigorosamente rinnova il
divieto de'confetti composti di calce,
pozzolana, o gesso , onde eliminare i
gravi e ripmvevoli inconvenienti, per-
mettendosi invece 1' uso di confetli
composti di coriandoli, anisi, miglio,
farina, zucchero , i cannellini , e si-
mili, non quelli di maggior grandez-
za come le mandorle e i pistacchi,
vietando di tirarli villanamente con
impeto, e con qualsivoglia indiscreto
stromento. I moccoletti poi di sola
cera pura, neh' ultima sera di car-
nevale, si permettono sino ad un'ora
di notte, coU'osservanza delle solite
discipline.
Merita, che di questa breve fe-
sta sia ricercata l'origine piti analoga
e dignitosa al popolo romano, e che
tolgasi da quella trivialità e bassezza
di dire, che si fanno l'esequie al car-
nevale, gridandosi ovunque : è morto
carnevale, come se il carnevale si
potesse personificare e mettere sopra
una bara. Altra più nobile origine
può applicarsi a questi lumi notturni
sia dalle stesse feste di Bacco, sia
da quelle di Cerere che fu compa-
VOL. X.
CAR 97
gna di Bacco. Ma volendo uscire
dalla favolosa mitologia, vuoisi che
siane derivato l'uso dagli stessi fatti
romani, cioè dai giuochi circensi, dai
giorni di tripudio, che" si facevano
ad onore degl'imperatori, e segna-
tamente dal trionfo celebre di Tito.
In quanto alle feste di Bacco, ci
narra il celebre Eggelingio, in Mysier.
Cereris et Bacchi, pag. 69, che
Bacco si chiamava ancora Nyctolio,
cioè notturno, perchè ammetteva fe-
ste con faci e cerei dopo il tramon-
tare del sole. Queste feste si chia-
mavano Lampterie, ed in esse con
lumi e piccoli vasi di vino correva
la gente tripudiante per le strade.
Lo attesta espressamente Pausania
in AchaìciSy dicendo: « v'ha in Ate-
» ne un tempio presso il bosco, che
« si chiama di Bacco Lampterio ,
» poiché al tramontar del sole si
» recano lumi nel tempio, e crateri
>y di vino si bevono per tutta la
w città ". E certo, che tuttociò era
un semplice tripudio, mentre la sto-
ria non dice, che si commettessero
indecenze. L'uso poi di accendere e
smorzare i lumi con quella piccola
lotta che noi vediamo, si deduce dal
correre, che facevano gli ateniesi al
tempio presso il bosco, ove non po-
tevano entrare se non col lume ac-
ceso. Quindi parte si estinguevano i
lumi nel correre pel vento, e parte
si estinguevano da quelli , eh' erano
più prossimi al tempio, onde non
fossero sopraffatti. Ciò si accenna an-
cora dal Tonston , de fest. grcec. ,
part. I, e. 3, Fasoldo de fest. ^rcec.
decad. 9 , sez. 3. Circa poi alla ce-
lebrità di questo tempo, P^. il Nico-
lai De ritu bacchanalium , e. 7,
p. 195.
Si racconta di Cerere, che, rapi-
tale la sua figlia Proserpina, ed
avendo stabilito di cercarla per tutto.
(aitasi notte, ed incontratasi con
Bacco, si uni a lui per tale ri-
cei'ca, e si accesero da entram-
bi i lumi. Dal qual fatto vogliono
molti autori, tra* quali il Preistero,
in Àntiq. grcecis , lib. IV, che in
alcuni giorni solenni delle calende
di marzo uscisse il popolo coi lumi
per unirsi a Cerere e Bacco.
Ma ripetendo ancora una voli a
di aìBtenersi esclusivamente dal pren-
dere alcuna derivazione dalla mito-
logia, a volerne stabilire una pro-
babile origine , basta conoscere
l'indole dei romani ne* giuochi cir-
censi e florali. Imperocché non con-
tento il popolo di essersi diver-
tito nel giorno, gridava di voler
accese le lampade al cader di esso,
e alTapprossimarsi della notte, onde
il popolo accendeva lumi e cerei
per prorogare lo spettacolo, come ci
attesta il Gronovio, Antiq. tom. Vili,
pag. 2069, il Fabro in Agonistico 3
lib. Ili, cap. 3g, il Bhodigino, Lect.
autiq. lib. XXV , e l' erudito Sto-
chausen nel suo trattato de cultu
ac usu luminwn antiquo _, p. Soc^
Ne solo in tali giuochi e feste il
popolo romano accendeva lumi e
cerei al cader della notte , quanto
neir ingresso trionfale de' suoi impe-
ratori. Pietro Fabro Setnestr. lib. I,
cap. 6, ed il Laurenzio, de prandio
et coena vet. cap. 9, raccontano che
non solo gl'imperatori reduci da una
vittoria, se venivano di notte in Ro-
ma , erano ricevuti dal popolo con
lampade e lumi , ma gli stessi im-
peratori e consoli, dopo la cena trion-
fale invitavano il popolo romano nd
accompagnarli co' suoni e co' tripudi.
Francesco Modio, De triitmphis ve-
teruni, ed in altro trattato^ de ludis
et spectac. veter.^ narra ciò partico-
larmente parlando di Giulio Cesare,
di Nerone, di Gallieijo, di Vespasia-
CAR
no, e massime di Tito, il qtmle rcdu»
ce dalla gran conquista di Gerusa-
lemme, e marciando trionfalmente
in mezzo ai principali ebrei ridotti
in ischiavilù col candelabro avente
le sette lucerne accese, tutto il po-
polo lo accompagnò con lumi feste-
volmente, come osserva anche il ci-
tato Stochausen, a pag. 3oo e seg.
Dalle quali reminiscenze può forse
avere avuto origine il prolungamen-
to del tripudio carnevalesco, coll'ac-
censione e festa dei moccoletti.
Finalmente all'articolo Candela.
{Fedi) dicemmo pure come nelle
feste Lupercali e di Cerere, dai gen-
tili celebrate con torcie ardenti sulla
metà di febbraio , le donne massi-
mamente portassero in mani fiaccole
o candele accese; come nella cele-
brazione delle feste saturnali si dis-
pensavano dei cerei , e come nella
superstiziosa processione Amburbiale
il popolo con candele accese circon-
dasse la città e i campi nel primo
di febbraio, mese in cui per lo più
cade la ricorrenza del carnevale.
Laonde, anco per quanto dicemmo
superiormente, sembra che il diver-
timento dei moccoletti nell' ultima
sera di carnevale, sia anch' esso de-
rivato dalle suddescritte feste lumi-
narie.
CARO, e CARISSIMO. La Cru-
sca dice, che colla parola caro vuoi-
si significare, grato, giocondo, pre-
giato, caritSj gratiiSj /ucunduSj don-
de viene il carissimo^ superlativo di
caio, caritsimus j grntissinius. Ag-
giungiamo col p. Lupi, Dissertazìo-
nij pubblicate dal Zaccaria tomo I,
p. i53 che Caro e Cara comin-
ciarono ad usarsi come nomi pro-
pri, dopo r impero di Caro e Ca-
rino, cioè M. Aurelio Caro, che fu
assunto al romano impero l' anno
282 dell'era cristiana, e M. Aure-
CAR
lio Carino suo successore immedia-
to. Onde osserva, ch^^ non di rado
si usò per nome proprio quello, che
prima era solamente aggettivo; ed
un santo fanciullo martire trovò che
avea nome Carissimo.
Il Garampi, Del sigillo p. ^Qt ,
racconta che in un placito tenutosi
nell'anno i 189 da Innocenzo II per
una causa del monistero di s. Gre-
gorio, Oddone signore di Poli, ch'era
r avversario del monistero , parlò
sempre così : » Domine Papa , ego
« ad vestram praesentiam libenter
« adveni , Carissime , non ad haec
« responsurus etc. Rogamus, carissi-
« me Domine, ut me ad haec re-
» spondere non cogas etc. Sicut no-
»» stri Carissimi Domini etc. Fac
>». Domine Papa ad praesens justi-
>i tiam etc. ". Francesco Parisi nel-
le sue Istruzioni per le segreterie^
tomo III, p. 16, Be' titoli iti spe-
cie § Carissimo^ dice che di questo
si serve il Pontefice romano nelle
lettere all' imperatore, ed altri costi-
tuiti in regia dignità , come ancora
alle loro mogli : Carissime in Chri-
stojili noster, salute in ^ ec. ed in cor-
po, la Maestà vostra^ ec. Anche i
sovrani usano il carissimo , come
noi r usiamo co' parenti ed amici ,
e nel 1 369 l' imperatore Carlo IV
scrivendo a Landolfo Colonna, gli
scrisse carissime. Rileva il Bercaslel,
Histoire de VEglise tom. XIX, p.
56 1 che, allorquando nel i5<^^ ri-
cevette la solenne assoluzione da
Clemente Vili il re di Francia
Enrico IV, questi diede a' Caidinali
il titolo di cugino j mentre fino .al-
lora dai monarchi di Francia non
aveano avuto che quello di caro
antico.
Dalle regole poi dei religiosi Al-
; cantarini, Constitutiones, ec. Valen-
; eia, lyoS a pag. i38, si legge:
CAR 99
« Perchè non siamo privati di una
" regola fissa, determiniamo, che il
« titolo di nostro carissimo fratel-
« lo si compartisca nel carteggio al
« nostro fratello provinciale, ed ai
» padri di provincia ".
CARO Ugo, Cardinale. Ugo Ca-
ro , denominato da s. Teodosio , o
di s. Thiery, o meglio di s. Caro,
nacque a san Chers in Vienna del
Delfìnato. Volgarmente si chiamava
Ugone Cardinale, ed era dottore in-
signe, e profondo in teologia. Per-
venuta la fama di lui a Gregorio
IX, lo spedi con altri dotti e pii re-
ligiosi al patriarca Germano di Co-
stantinopoli a trattare 1' unione del-
la chiesa greca colla latina. Quindi
nel 1244 "venne promosso all'arci-
vescovato di Lione, e nel medesimo
anno da Innocenzo IV, nel tempo
del generale concilio, fu creato Car-
dinal prete di s. Sabina con altri
undici soggetti. Nel i25i fu spe-
dito legato in Germania a pacifica-
re quelle provincie , ed a favorire
Guglielmo di Olanda eletto re di
Germania in vece di Federigo II ,
nonché a correggere i molti disor-
dini , che per la condizione dei tem-
pi si erano introdotti in quelle chie-
se. Allora ebbe a trattare la causa
dell'arcivescovo di Treveri accusato
di aver favorite le ostilità praticate
contro i crocesignati dal popolo di
Coblentz. Estese le sue premure al-
la chiesa di Liegi, approvò la festa
del Corpus Domini nuovamente in-
stituita in quella diocesi, e volle che
nel 1252, si celebrasse da tutto il
clero delia sua legazione. Divenne
carissimo al Pontefice per le sue doti
distinte , postillò tutta la sacra Scrit-
tura , e ne commentò alcuni libri ,
e, secondo alcuni, fu il primo a di-
viderla in capi toh , e con molti
individui del suo Ordine terminò
100 CAR
le Concordanze della Bibbia, che
Io resero immortale. Stabilì nella
sua patria un convento a' frati del
suo Ordine, e consunto dalle fati-
che, dopo i conclavi di Alessandro
e di Urbano IV, mori in Orvieto
nel 1264, diciannove anni dacché
era stato insignito della porpora. Fu
sepolto nella chiesa del suo Ordine,
e la salma di lui fu trasferita a Lio-
ne, ove si collocò nella chiesa dei
domenicani con chiarissimo elogio
al manco lato dell'aitar maggiore,
presente Guido vescovo Cardinal di
Sabina legato a Intere, che fu poi
Clemente Papa IV. Il Marracci, ri-
cordando questo dottissimo ed illu-
stre Porporato , esalta a cielo la di-
vozione di lui, che nudriva speciale
verso la santissima Vergine.
CAROFFÈ, Caroffum. Piccola
città di Francia, chiamata anche
Charroux nel dipartimento della
Vienna, circondario di Civray, edi-
ficata su di un ruscello, che più
abbasso si riunisce alla riva destra
del Charente, nella diocesi di Poi-
tiers. Eravi una famosa abbazia di
benedettini fondata con approvazio-
ne di Carlo Magno dal conte di
Limoges Rotegario in uno ad Eu-
frasia sua consorte; e siccome Carlo
Magno vi pose nella chiesa un pez-
zetto della ss. Croce, la chiesa fu
dedicata al ss. Salvatore. In questo
monistero, che viene pure appellato
San-CaiTof, Sanctum Carro/uni, se-
condo la Gallia Christiana toxxì. II,
col. 1277, *' celebrarono i seguenti
cinque concili, detti Carrofeiisi.
Il i.° vi venne convocato nell'an-
no 983, sotto Lotario I. Gallia
Christ. tom. II, pag. 5 11.
Il 2.° fu tenuto l'anno 989, in
favore del monistero, e si fulmina-
rono pene contro quelli, che deru-
bano le chiese, o i poveri, e contro
CAR
coloro, che percuotono gli ecclesia-
stici. Labbé tomo IX, Arduino to-
mo VI.
Il 3." si adunò nel 1028, sopra
la fede cattolica , e contro i mani-
chei , che propagavano i loro errori
nelle Gallie, non che per la confer-
ma della pace. Diz. portatile dei
Concili pag. 90.
Il 4-° concilio si convocò nel 1080,
ovvero nel 1082, secondo il Labbé
tom. X, e l'Arduino tom. VI. Vi
fu deposto il vescovo di Saintes
Rosone, sebbene altri vogliano, che
vi si consacrasse soltanto un altare.
Il 5.° celebrato nel 1 1 86 nel
pontificato di Urbano UT, e presie-
duto dall' arcivescovo di Bourges
legato apostolico, si occupò di vari
punti della disciplina ecclesiastica.
Ivi.
CARPASSO { Carpasien.). Città
vescovile nell' isola di Cipro, ora
semplice borgo della Turchia asiatica
sulla costa settentrionale di Cipro,
con piccolo porto. Dipendente dalla
metropoli di Salamina, nel XII se-
colo, si unì all' antica sede di Ce-
raimia ( Cerines ), nella diocesi di
Antiochia. Due vescovi si conoscono
di Carpasso , che fii detta anche
Carpasia. Divenne in seguito ve-
scovato in partibus, titolo che pur
ora conserva monsig. Michele Fle-
ming, de' minori riformati, e che
gli fu conferito a' io luglio 1829
da Pio Vili, in uno al vicariato
apostolico di Terra Nuova nell' A-
m erica.
CARPATO (Charpatus). Città
arcivescovile tra Rodi e Creta nelle
isole Cicladi dell' esarcato d' Asia ,
chiamata xoìgarmenic Scarpanlo. Fu
eretta in vescovato nel V secolo,
ed in arcivescovato nel nono, ed è
dipendente dalla metropoli di Rodi.
Se ne fa menzione pure negU atti
CAR
de' concili, e si conoscono sette dei
suoi vescovi.
CARPEGIVa Gasparo, Cardinale.
Gasparo Carpegna, dei conti di
Carpegna, congiunto al Cardinal
Ulderico di tal nome , nacque a
Roma nel 1626. Appena prelato,
Innocenzo X lo fece uditore della
segnatura, poi segretario della con-
gregazione delle Acque. Egli com-
pose le ardue differenze tra la corte
di Roma ed il granduca di Toscana
circa il corso delle Chiane, che sor-
gevano fra i due confini, e che ri-
tenute pregiudicavano ambe le parti,
e ritrovò un comune soddisfecente
riparo. Dappoi Alessandro VII lo
ascrisse agli uditori di Rota; e Cle-
mente IX ai consultori del s. Offi-
zio ; poi Clemente X , che avealo
affine , a premio de' suoi preclari
meriti , lo dichiarò suo datario ; e
poscia ai 22 dicembre 1670, lo
creò Cardinal prete di s. Pudenzìa-
na. Oltre a ciò, lo fece vicario di
Roma; prefetto della congregazione
dei vescovi e regolari; di quella dei
l'iti , e lo ascrisse a quelle del san-
to ofìizio , del concilio , ed altre
molte, nelle quali tutte guadagnò
assai nella comune estimazione per
la sua equità e profonda dottrina.
Clemente XI lo stimava tanto ,
che desiderando il consiglio di que-
sto Cardinale in una importantissima
causa, non ebbe difficoltà di andare
con trentacinque porporati al palazzo
del Carpegna malato, ai 22 luglio
del 1708, a tenere solenne congre-
gazione nella camera di lui, come
apparisce da chiari monumenti , e
segnatamente da un quadro , che
conservavasi nell'appartamento del
conte Carpegna, il quale ricorda-
va tale avvenimento . Si formò
questo porporato un rispettabile mu-
sco, del quale parla il Bonarroti,
CAR 101
già uditore di lui, non che una bi-
blioteca. Dopo i conclavi d'Inno-
cenzo XI, Alessandro Vili, Inno-
cenzo XII, e Clemente XI, morì a
Roma vescovo di Sabina nel 1714»
di ottantotto anni, e quarantatre
di Cardinalato; e senza pompa fu-
nebre fu sepolto nella tomba dei
suoi maggiori a S. M. in Vallicella,
rimpetto alla cappella detta dell' In-
coronazione. Nel i683 a Roma pub-
blicò un' opera morale ; e per la sua
letteratura, fu il primo Cardinale
ad essere acclamato nella celebre
accademia di Arcadia. V. Josephus
Montereius, Rariorum maximi mO'
dilli numismala selecta ex biblio-
theca Em. Card. Carpignae com-
mentariis illustrata , Amstelodami
i685. Ma il museo per la maggior
parte passò al Vaticano, e la biblio-
teca in progresso fu alienata.
CARPEGNA Ulderico, Cardina-
le. Ulderico Carpegna della nobile
famiglia Carpegna di Roma, ma na-
to a Milano nel iSgS, conseguita
da Gregorio XV l'abbazia di s.
Maria di Mutino in Montefeltro, per
qualche tempo fu alla corte del Car-
dinal Antonio Barberini fratello di
Urbano VIII, che nel i63o lo pro-
mosse a vescovo di Gubbio, per la
morte di suo fi'atello Pietro Carpe-
gna . Ristaurò a tutte sue spese ,
il seminario di quella cattedrale e
soccorso da saggi uomini lo ridusse
a perfetta disciplina. Morto il duca
di Urbino, Urbano VIII, che aveva
ricuperato quel ducato alla SantaSede,
per esaltare il Carpegna , e fare co-
sa grata agli urbinati, ai 28 novembre
del i633, lo creò Cardinal prete di
s. Anastasia, chiesa, cui poscia il
Carpegna abbellì magnificamente. Da
Gubbio, nel iGSg, passò al gover-
no della chiesa di Todi , cui dopo
un lustro rinunziò al Pontefice; a
IDI CAR
dopo altri titoli, sotto Alessandro
VJI passò al vescovato di Albano,
e vi stabilì il seminario. Benevolo
coi poveri, in tentìpo di giubileo
ne raccolse nel proprio palazzo gran-
de quantità. Èi'a slimato poi pel
suo saggio parei'e e consiglio dal sa-
gro Collegio e dalle congregazioni
dei vescovi e regolari, del buongo-
verno, deir indice e da altre molte
alle quali era a^Jcrilto. Da ultimo,
dopo aver favorita la elezione d'In-
nocenzo X, Alessandro VII, dei due
Clementi IX e X , e d' Innocenzo
XI, mentre era vescovo di Porlo
dal 1675 sotto Clemente X, e pro-
tettore dell' Ordine di Premostiato,
morì a Roma nel 1679 ^' ottanta-
quattro anni e quarantasei di Car-
dinalato, e fu sepolto in chiesa a s.
Andrea della Valle, poco lungi dalla
porta maggiore, con bellissima lapi-
de, fi^giata del suo elogio e delle
insegne Cardinalizie. Nel 1678 asse-
gnò il Caipegna dieci luoghi di Mon-
te ai sacerdoti della congregazione
della Missione, coli' obbligo di fare
ogni anno le missioni in due luo-
ghi della diocesi di Porto. Pier An-
tonio Guerrieri, Genealogia di casa
Carpegna isloricamente compilata ,
Rimini 1667.
CARPENTRASSO o CARPEN-
TRAS. Città vescovile di Provenza in
Francia, nel dipartimento di Valchiu-
sa, capoluogo di circondario e di can-
tone, edificata in una bella posizione
a' piedi del monte Ventouz, e sulla
riva sinistra dell' Auzon. Fu capitale
del contado Venaissino(^(efl?/), già do-
minio della Santa Sede dal secolo
XIII, fino agli ultimi del XVIII,
non che fu allora residenza della curia
della provincia, del giudice delle ap-
pellazioni, spettandogli quelle dei giu-
dici di Lilla, e Valreas, il quale era
temporaneo, e costituito dal vice-le-
CAR
gato pontificio. Inoltre in Carprcn-
trasso risiedeva pure il rettore del
contado Venaissino, la cui serie in-
cominciata nel 1235, regnando Gre-
gorio IX, riportasi a quell'articolo.
Egli vi teneva il luogotenente, e
giudicava non solo immediatamente
nel dipartimento di Carpentras, ma
anche era giudice supremo di tutta
la provincia Venaissina, con amplis-
sima giurisdizione conferitagli dai
Romani Pontefici. Carpentrasso è di
forma quasi triangolare, ed è rino-
mata ancora per la sua numerosa
nobiltà , pei molti e considerabili
suoi edifizi, essendo la cattedrale di
bella proporzione, ornata di colon-
ne prese da un antico tempio di
Diana, che esisteva a Venasque. Es-
sa eja dedicata a s. SufBedo, ed
avea un capitolo composto di dodi-
ci canonici. Fu celebre anche l' o-
pulenza del mercato di Carpentrasso,
che tuttora si tiene ogni venerdì
con grande concorso, ed è celebre
tuttavia per le magnifiche mura di
pietra che la circondano, erette
principalmente dagli antipapi Cle-
mente VII, e Benedetto XIII,
notandosi specialmente l'alta tor-
re, che domina sulla porta di O-
range.
Carpentras vanta rimotissima o-
rigirie, fu capo de' Memiiiij o Mi-
nimi , popoli subalterni ai ha vari ,
onde Plinio la chiamò Carpentora-
cte Meminorum, e Tolomeo Forum
Neronis sub Tricastinis Meniinis ,
quorum civitas forum Neronis j il
che diede argomento al p. Labbè,
per conciliare i detti autori, di di-
re che sia una stessa cosa. Carpen-
to racle ^ e forum Neronis. Giulio
Cesare trovandosi nella Provenza, vi
fece dedurre molte colonie da Tibe-
rio Nerone. Questi v' istituì le fie-
re e i mercati, vi eresse un tribù-
CAR
naie per rendere ragione alle altre
terre de' Menimi, onde dal concor-
co de' carri e cocchi scoperti, elio
in grandissimo numero acconevano
ai mercati ed alle fiere, vuoisi de-
rivato il nome di Carpentras, e dal
detto Nerone l' altro di Forum Nc~
ronis. Tuttavolta dagli avanzi di un
arco trionfale, incassato nelle co-
struzioni dell' antico palazzo vescovi-
le, rappresentante in lilievo un con-
quistatore, che tiene due re incate-
nati, e che credesi appartenere al
monumento innalzato in onore di
Gneo Domizio Enobarbo, e di Quin-
to Fabio Massimo, vincitori degli
HJlobrogi e degli auvergnati, si rile-
va che la città era già importante,
come veniva comprovato da una i-
scrizione di caratteri romani antichi
fuori della porta Auriaca, nell'orto
Brutinelli. Certo è che Carpentras-
so divenne una delle principali cit-
tà della Calila JVarbonese. Se poi
fosse eretta sulle rovine di Vindi-
sca, o Venasco, o se fosse questa u-
na diocesi riunita a Carpentrasso,
si dirà parlando in appresso della
sede episcopale e de' più insigni suoi
vescovi, non che di quanto riguar-
da l'origine della sovranità della
Santa Sede. Pasciamo ora piuttosto
a dire del trasferimento della sede
medesima in Provenza per quanto
può riguardar Carpentrasso, e dei
successivi suoi avvenimenti.
Eletto al sommo pontificato,
col nome di Clemente V, l'arcive-
scovo di Bordeaux Bertrando de
Got a' 5 giugno i3o 5, subito chia-
mò i Cardinali in Francia, ov'egli
trovavasi, e vedendo l' Italia in pre-
da alle fazioni, stabilì la residenza
pontifìcia in Avignone non molto
distante da Carpentrasso. Indi nel
1 3 I o volle visitare la provincia del
Yeuaissino, che elevò al grado di con*
CAR to3
tea i onde nelle monete che fece co-
niare a Morilleux, o Monteux, castel-
lo da lui eretto presso Carpentrasso,
ed ove alcun tempo dimorò, prese il
titolo di Conte del Vcnaissin. En-
trato l'anno i3i4, trovandosi Cle-
mente V malconcio in salute, tras-
portò la sua corte e curia a Car-
prentrasso come capitale del conta-
do ; indi volendosi recare a Bor-
deaux, cessò di vivere a Riquemaure
ai 2 0 aprile di detto anno. Il suo
corpo fu trasportato in Carpentrasso,
ove colla corte dimoravano i Cardina-
li, e vi restò per molto tempo senza
sepoltura, perchè i suoi parenti e do-
mestici non si occupavano che della
sua eredità. Finalmente venne tras-
ferito a* 27 agosto ad Usesta dio-
cesi di Bazas, e fu sepolto nella col-
legiata de' canonici regolari da lui
fondata, i quali aveano avuto dai
Cardinali sentenza favorevole contro
Ja chiesa di Caipentrasso, che ricu-
sava di ceder loro il pontifìcio ca-
davere, ad onta della volontà espres-
sa dal defunto, che aveva ordinato
dover esser tumulato nella colle-
giata.
Quindi ventitre Cardinali, fra i
quali sei italiani ed il resto francesi,
si rinchiusero in conclave nel palazzo
del vescovo di Carpentrasso. Ma sicco-
me essi erano riso'uti di non eleg-
gere per Papa un guascone, come
pretendevano i molti Cardinali dì
questa provincia (T^. s. Antonino
nella sua Cronaca tit. XXI. cap.
IV, ed il Villani al cap. 79 del lib.
IX), perciò i parenti di Clemente
V , ovvero i medesimi Cardinali
guasconi, annoiati della lunghezza
del conclave e degli ardori della
stagione estiva, attaccarono il fuoco
al conclave stesso, per cui i sacri elet-
tori si trovarono costretti ad uscirne
per un'apertura fatta nel muro di die^
I
io4 CAR
tro al palazzo, a' 24 luglio 1 3 1 5,
dopo quasi tre mesi che vi erano
entrati. Per cagione di questi tu-
multi^ nati prima anche tra gli a-
bitanti di Carpentrasso, e per altre
ragioni, durò la sede vacante due
anni, tre mesi e diciassette giorni,
finche in Lione fu eletto Giovanni
XVII, già cancelliere di Roberto con-
te di Provenza, e vescovo di Avi-
gnone.
Gregorio XI, il settimo de' Pon-
tefici che facessero residenza in A-
vignone (Vedi), nel 1877, riportò la
sede Papale a Roma, ove essendo
morto nel seguente anno, fu collo-
cato sulla cattedra apostolica Urba-
no VI, napoletano. Non andò gua-
rì, che i Cardinali francesi, disgu-
stati dal suo rigore, e anelando di
far ritorno nel delizioso soggiorno
di Provenza, si ribellarono, ed a'20
settembre 1378, elessero scismati-
camente r antipapa Clemente VII ,
il quale trasferendosi, a' 20 maggio
1379, ^^ Avignone, vi stabili il la-
grimevole scisma, che crudelmente
lacerò la Chiesa più di cinquanta-
un anno, e siccome i fedeli non sa-
pevano qual fosse il legittimo Pon-
tefice, così Clemente VII ebbe nel-
la sua ubbidienza parecchi regni e
nazioni, e dominò da sovrano in
Avignone divenuto, fino dal i348,
della Santa Sede, e sul contado Ve-
naissino unito ad Avignone in quel-
Tanno da Clemente VI.
Celebratosi il concilio di Pisa, vi
fu deposto Benedetto XIII successo-
re dell'antipapa Clemente VII, e
nel i4o9> "vi fu creato Pontefice
Alessandro V. Il pseudo-Papa da
Avignone ritirossi a Paniscola nella
Spagna, per lo che il novello so-
vrano Pontefice provvide al gover-
no di Avignone e del contado Ve-
naissino, coli' istituire la legazione
CAR
apostolica. Questa colla forza dello
armi ne cacciò Rodrigo de Luna,
nipote del falso Pontefice, che coi
suoi soldati dominava molti luoghi,
e quindi tutti furono sottomessi al-
la sovranità ed alla religiosa ubbi-
dienza di Alessandro V.
Carpentrasso dopo tal' epoca go-
dette pace e tranquillità ; se non
che nel secolo XVI le guerre civi-
vili e religiose la sturbarono. Di
fatti, nel i562, gh eretici ugonot-
ti si accamparono col loro esercito
innanzi la città, ma furono valoro-
samente respinti dagli abitanti, on-
de recandovisi il general pontificio
Serbelloni, parente di Pio IV, ne
volle rimunerare la fedeltà e il va-
lore, ed è perciò che nella sala del-
la rettoria donò al governatore San-
ta Galla una catena d'oro colle chia-
vi della romana Chiesa pendenti, e
simili nella forma, ma minori nella
grandezza ne diede agli altri capi-
tani. Ne' secoli successivi soggiacque
Carpentrasso al dominio straniero in
varie epoche, finché poi venne riu-
nito alla Francia.
Primieramente la città, insieme
al contado Venaissino e ad Avigno-
ne, nel 1662, regnando Alessandro
VII, Chigi, fu invasa dalle truppe
di Luigi XIV re di Francia, adon-
tato per le offese fatte in Roma
dai soldati corsi al suo ambasciato-
re de Crecquy ; ma pel trattato
di pace de' 12 marzo 1664, i detti
domimi si restituirono alla sede a-
postolica. Essi però nuovamente fu-
rono occupati per ordine dello stes-
so monarca, nel 1688, nel pontifi-
cato d' Innocenzo XI, Odescalchi,
per le vertenze insorte delle fran-
chigie e regalie, e per le censure
fulminate contro l' ambasciatore La-
vardino. Ma nel seguente pontifica-
to di Alessandro Vili, OUohoni, nel
CAR
1690, fu a lui restituito lo stato di
Avignone, compreso Carpenti-asso, a-
vondo del tutto fine le differenze, nel
1692, sotto Innocenzo XII. Dipoi, es-
sendo Luigi XV, re di Francia, malcon-
tento della corte di Roma, perchè
Clemente XIII, Rezzonico, sostene-
va la benemerita compagnia di Ge-
sù, che si voleva soppressa, e irri-
tato pel monitorio inlimato al suo
parente Ferdinando di Rorbone du-
ca di Parma, ordinò l' invasione de-
gli stati della romana Chiesa in Pro-^
venza, per cui, nel 1768, Carpen-
trasso fu presa dai francesi, come
quella, che dovea seguire la sorte di
Avignone e del contado. Accomo-
date nondimeno le cose da Clemen-
te XIV, Gauganelli, nel 1774? ^u
evacuata in un agli altri dominii
pontifici. Non tardarono ulteriori av-
venimenti a ritogliere ad essi Car-
pentrasso, dappoiché nel declinar del
secolo XVIII, propagandosi lo spiri-
to di vertigine della rivoluzione fran-
cese in Avignone, alcuni ribelli si
diedero alla repubblica di Francia,
e nell'aprile del 1791 assediarono
Carpentrasso, che presero insieme al
resto del contado, il quale con A-
vignone per la forza delle armi fu
ceduto interamente alla Francia col
trattato di Tolentino de' 19 febbra-
io 1797, dal Pontefice Pio VI, il
quale fu a ciò costretto per salva-
re i pochi stati, che gli erano ri-
masti dalla francese occupazione.
Quindi è, che il successore Pio VII,
prima nel congresso di Vienna del
18 15, e poi nel 18 17 al re Luigi
XVIII, protestò per garantire i di-
ritti della Santa Sede, acciocché il
ducato d' Avignone, e il contado Ve-
naissino o fossero ad essa restituiti, o
reintegrata fosse con un compenso,
come megUo può vedersi all' articolo
Avignone, in cui molte notizie ri-
CAR io5
guardano esclusivamente Carpentras-
so, qnal capitale del Venaissino. Ora
la città di Carpentrasso conta circa
diecimila anime, è residenza di un
tribunale ordinario, dividesi in due
cantoni, con altri tre, cioè Mour-
moiron, Pernes patria di Flechier,
e Sault.
Passando a parlare della sede ve-
scovile di Carpentrasso e dei prin-
cipali suoi vescovi, si dee premette-
re, che questa città fu anco appel-
lata P^indiscay o Vindausica, Ven-
dacensis urls, per l'unione fatta del-
la diocesi dell'antica Vendacense al
vescovo di Carpentrasso, la cui sede
alcuni con poco fondamento vorreb-
bero originata nel secondo, o nel
terzo secolo. Incominciò pertanto
Vindausica ad essere città verso l'an-
no 407 > e decimoterzo dell'impera-
tore Onorio, quando inondarono le
Gallìe, a bello studio lasciate senza
difesa da Stilicone, i vandali in un
agli alani, i quali con altri barbali
la devastarono. Allora è verosimile,
che Carpentrasso provasse gli effetti
di eguali ostilità, e di colà si tras-
ferisse il vescovo a Vindausica, che
forse fu una delle poche terre , le
quali ne rimasero immuni, per te-
stimonio di s. Girolamo. Quindi in-
torno a quel tempo datasi in luce
la notizia delle provincie, vi si leg-
ge Civitas Carpenctoratensisj mine
Vindausica. Ma poi riparatasi la
città di Carpentrasso, essa riassun-
se l'elezione del proprio vescovo,
continuando parimenti i vescovi di
Vindausica, onde in un tempo stes-
so avea Carpentrasso il suo vescovo,
e r avea altresì Vindausica nel 45»o,
vedendosi ambedue sottoscritti in una
lettera de' vescovi della Gallia al
Pontefice s. Leone I. Distrutta dai
longobardi Vindausica, la sua dio-
cesi si unì alla sede di Carpentrasso,
io6 CAR
uè più si trova da indi in poi al-
cun vescovo Vendacense distinto dal
Caipentoratense , benché alcun ve-
scovo di Carpenti-asso talora s'inti-
tolasse vescovo Vendacense per la
seguita unione delle due chiese. Che
in Carpeiitrasso vi fosse il vescovo
ne' tempi precedenti alle invasioni
barbaresche, lo persuade il pensiero
che il vescovato fosse eretto in una
città, ove per essere capo de' popoli
Memini doveva risiedere alcun ma-
gistrato romano, in conformità alia
regola per ordinario osservata nella
primitiva Chiesa nell'erezione delle
sedi episcopali ; oltre di che se da
Carpentrasso non si fosse trasferito
il vescovato di Vindausica, non po-
trebbe agevolmente intendersi il sen-
so delle parole della Notizia delle
Provincie^ Civitas Carpenctoratcnsis
mine Vindausica. JVè in altro tem-
po può collocai*si questa traslazione,
per conformarsi al tempo delle No-
tizie.. Alcuni han creduto, che ne
seguisse la traslazione quando i bor-
gognoni estendendo nelle Gallie il
loro dominio, fra le città vescovili,
che nel 4^3 occuparono presso il
Keno, s' insignorirono di Carpentras-
so, ond'è che essendo i borgognoni
eretici ariani, si ritirasse in Vindau-
sica il vescovo cattolico. Ciò per al-
tro ripugna, perchè non prima del
452, o del 4^2} si estesero i bor-
gognoni sino alle sponde della Du-
renza, tempo assai posteriore alla
notizia delle provincie. Essi anzi al-
lora erano cattolici come lo era Gan-
deuco o Gondiaco loro re; e quan-
do gli successe Gondebaldo suo pri-
mogenito infetto di arianismo, non
perciò abbandonarono i vescovi catto-
lici delle altre sedi, le città del di lui
dominio, compreso quello di Lione,
nella qual città risiedeva Gondebaldo;
per la qual cosa non vi è ragione che
CAR
il vescovo di Carpentrasso abbando-
nasse la sede propria. Pertanto l'ac-
caduto dee piuttosto riferirsi al tem-
po dell' invasione vandalica verso
l'anno 4o7- Distrutta poi Vindau-
sica, in suo luogo venne edificata la
terra di Venasca , la quale sempre
fu appellata Venasca , o Venasco ,
nello stesso tempo, che la città di
Carpentrasso era detta città Ven-
dacimse, e Findausica.
Ritornando alla sede di Carpen-
trasso, prima della incursione van-
dalica nelle Gallie, seguita nel 4o7>
come dicemmo , sotto l' impero di
Onorio, avea essa i suoi vescovi. Seb-
bene in gran parte fosse stata di-
strutta dalle armi de' barbari, ne
fu però trasportata la sede in Vin-
dausica , come luogo più forte , e
quindi per gì' infedeli di più difficile
accesso. Ma quando pochi anni do-
po Carpentrasso fu riedificata, o ri-
parata, riassunse la elezione del pro-
prio vescovo, senza che Vindausica
perdesse il suo; onde ripeteremo,
che nello stesso tempo sedeva uà
vescovo in Carpentrasso, mentre un
altro reggeva la chiesa di Vindau-
sica. Distrutta quest' ultima nel sesto
secolo dai longobardi, si riunì la sua
diocesi a Carpentrasso, alla distru-
zione della quale andò congiunta la
perdita de' monumenti de' primi suoi
vescovi, onde il primo di essi a noi
noto è Sabino, che sottoscrisse la let-
tera a s. Leone I in uno a Superven-
tore vescovo Vendacense nel ^5\ ,
essendo ambedue sottoposti alla me-
tropoli d' Arles, né si sa con qual
fondamento Io Scaligero le facesse
suffi'aganee di quella di Vienna.
Giuliano, vescovo di Carpentras-
so , nel 5 1 7 , intervenne ai concilii
Epaonense ed Arelatense, e sotto
di lui fu tenuto in Carpentrasso un
concilio di sedici vescovi, del quale
CAR
si parlerà in fine , e che fu no-
tabile prerogativa di questa chiesa.
Gli successe Principio, e a questo s.
Siffredo, o Suffredo, vescovo di Vin-
dausica, per essere comunemente col-
locati tra i vescovi di Carpentrasso,
considerandosi allora i due vescovati
uniti, ovvero secondo altri, non es-
sendo ancora sede episcopale Car-
pentrasso, ma solo compresa nella
diocesi Vendacense. Chi lo descrive
nel catalogo de' vescovi di Carpen-
trasso, gii dà luogo tra Principio e
Clemazio, che fu oriondo del Lazio,
e che tratto dal monistero di Lerins,
fu ordinato vescovo da s. Cesario
d' Arles , e che poi in una casuccia
presso la chiesa di s. Maria da lui
fabbricata, morì santamente a' 29
novembre, come nota il martirolo-
gio gallicano. Dopo pochi anni, al-
cuni temerari involarono il suo cor-
po ; ma percossi per via da repen-
tina cecità, restarono inabili a pro-
Seguire il cammino , onde scoperti
allorché erravano all' intorno di Car-
pentrasso, arrestati che furono, con-
fessarono il fallo ; quindi il clero ,
e il popolo trasferitosi processional-
menle nel luogo, ove i lei aveano
deposto le sante ossa, le trasporta-
rono onorevolmente nella loro città,
e come dono della Provvidenza lo
elessero per ispeciale patrono, dedi-
candogli la cattedrale.
Il vescovo Licerio si sottoscrisse
nel sinodo di Chàlons del 65o, ed
è registrato col titolo di vescovo
Vendacense : ond' è verosimile , che
la sede di Vindausica, prima di-
strutta nel 5^5, fosse unita a questa
di Carpentrasso ne' tempi di Lice-
rlo, o poco innanzi. JXell' anno 98-2
divenne vescovo Leirardo , il quale
lasciò il suo nome in benedizione,
poiché istituì in Carpentrasso un ca-
pitolo di sessanta canonici , lo che
CAR 107
riuscì per questa chiesa di sommo
splendore, sebbene in progresso di
tempo si diminuissero a segno, che
nel secolo XVIII rimasero dodici.
Il vescovo Raimondo, che governò
dal II 55 all'anno 1170, per do-
nazione di Raimondo V conte di
Tolosa, acquistò per sé, e suoi suc-
cessori il dominio temporale della
terra di Venasca nel i 159, Andrea fu
vescovo nel r i85; e Guglielmo Reroal-
di lo era nel 1 2 i 2, nel qiial anno scris-
se al Pontefice Innocenzo III contro i
conti Tolosani. Egli, ovvero il suo pre-
decessore Andrea, fu espulso dalla se-
de da Raimondo VI conte di Tolo-
sa. Dalla confessione di tal delitto
fatta poi dallo stesso conte, e dagli
ordini analoghi dati dal pontificio
legato Mi Ione, si raccoglie che Rai-
mondo VI eresse una fortificazione
a Carpentrasso, e vi esercitò molte
violenze ; ma s' ignora quali esse
fossero^ e qual fosse il tenore del-
l'ammonizione. Sì rileva per altro
dalla lettera scritta da Ugo vescovo
di Riez e da Tedisio legati aposto-
lici a Papa Innocenzo III, che Rai-
mondo VI fu dal medesimo Ugo e
da Milone condannato a mille mar-
che d'argento, per riparare i danni
da lui portati ai vescovi di Carpen-
trasso e di Vaison. Poco dipoi, siccome
riporta il Pagi, nella critica dell'anna-
lista Baronio all'anno 1229, cioè nel
pontificato di Gregorio IX, dalle terre
tolte a R.aimondo VII, furono date al-
la Chiesa romana quelle del Venaissi-
no, di cui Carpentrasso era, e continuò
ad essere la capitale, onde nel det-
to anno cominciò il dominio tem-
porale della santa Sede, tanto in
Carpentrasso che nel contado, di cui
Gregorio IX fece rettore nel 1240
il vescovo di Carpentrasso Gugliel-
mo Bariolis, prelato di merito, e di
non comuni talenti.
n>8^ CAR
Secondo gli atti concistoriali, sotto
il vc^scovato di Berengario di Masa-
no, avvenne il trasfeii mento della
sede ponliticia nella Provenza. Nel
i35ji, Papa Clemente VI coniniise
a Golfredo, secondo vescovo di Car-
|>enfrasso, e a quello d' Usez , e
all'abbate di s. Rufo di Valenza,
il processo informativo per la cano-
nizzazione di s. Elzeario, che poi
celebrò Urbano V nipote del santo.
Fu sotto Goffredo, che il detto
Pontefice acquistò dalla regina Gio-
vanna signora di Provenza , pel
prezzo di ottantamila fiorini la città
d'Avignone, che congiunse al Ve-
iiaissino. Indi, nel iSSy, Innocenzo
VI promosse a questa sede il nipote
di Clemente VI, Giovanni Roger di
Limoges, il quale ebbe la consola-
zione di vedere, nel iSyo, eletto
Papa il proprio nipote Gregorio XI,
che neir anno seguente lo traslatò
ad Auch, e poi a Narbona, sosti-
tuendogli nella sede di Carpentrasso
Giovanni Flandrini. Mentre questi
governava il vescovato nel iSyG,
Gregorio XI partì dalla Provenza,
e ristabilì in Roma la sede del Som-
mo Pontefice. Accaduto il grande
scisma, r intruso Clemente VII esal-
tò il Flandrini prima alla metropoli
d'Auch, e nel i3go all'antica rdina-
lato, morendo nella falsa ubbidien-
za ; onde negli antipontiflcati di
Clemente VII e Benedetto XIII,
furono vescovi di Carpentrasso Gu-
glielmo III, che avea accompagnato
Gregorio XI in Roma , Pietro IV,
Giovanni V, e nel i4o6 fu innal-
zato a questa sede Paolo Campioni,
cui successe nel i4i i legittimamente
Lodovico Fieschi de' conti sovrani
di Lavagna, siccome eletto da Gio-
vanni XXIII.
Quindi fiorirono altri zelanti ve-
scovi, e commendevoli per le loro
CAR
gesle, ed alcuno decorato della di-
gnità Cardinalizia , come Giuliano
della Rovere, nipote di Sisto IV,
che il creò, mentre n'era vescovo.
Cardinale di s. Pietro in Vincoli
nel i47i> trasferendolo poi nel
14/4 ^lla sede d'Avignone, che a
suo riguardo elevò al grado metro-
politico nel li'j^: onde sottraendo
Carpentrasso, Cavaillon, e Vaison,
vescovati del contado Venaissino,
dalia giurisdizione di Arles, li sot-
topose a quella della nuova metro-
poli, e poscia nel i5o3, il Cardinal
della Rovere fu sublimato al triregno
col nome di Giulio IL Nel 1482
fu vescovo di Carpentrasso Pietro
de Valentaris, che Leone X, nel
i5i3, fece rettore del contado; gli
successe il celebre Giacomo Sadoleto,
amplissimo Cardinale, e a questo il
nipote Paolo, che congiunse ancor
egli col vescovato la rettoria del
Venaissino, il qual magistrato in
un al luogotenente, come sopra di-
cemmo, aveano residenza in Car-
pentrasso. Giacomo Sacrato, altro
nipote del Cardinal Sadoleto, nel
1572, fu dichiarato vescovo di Car-
pentrasso, diede alla luce alcuni
Commentarli sui salmi, e sulle epistole
di s. Paolo, fu rettore alcun tempo
del contado, e nel iSqi chiamò
nella città i religiosi cappuccini.
Finalmente altri vescovi illustri go-
vernarono questa sede, alcuni dei
quali furono decorati della porpora
Cardinalizia, ed altri riunirono il
rettorato del Venaissino ed anche
la vicelegazione d'Avignone. A van-
taggio di questa diocesi, a' 9 agosto
1780, Pio VI stabili la dotazione
pel collegio di Carpentrasso, istituito
nel 1607, mediante il contenuto
della lettera apostolica in forma di
breve, Aeternce Sapientice Consilio j
ma pel concordato del 1801 restò
CAR
la sede di Carpenlrasso soppressa ,
essendone slato l'ultimo vescovo Giu-
seppe Beni di Gubbio . Essa era
composta di trenta chiese parroc-
chiali, oltre l'abbazia di s. Madda-
lena situata nella stessa diocesi. V.
Gallia Christ. tom. II, pag. 893.
li concilio Carpento ralense fu
celebrato in questa città nell' anno
527 o 529 nel pontificato di san
Felice III detto IV, e nel vescovato
di Giuliano, che vi si sottoscrisse
in uno a quìndici altri vescovi con
la presidenza di s. Cesario metro-
politano di Arles, e vi si compila-
rono vari canoni. Agricio, o Agrocio
vescovo d'Antibo, che irregolarmente
avea conferito un'ordinazione, venne
dichiarato perciò sospeso per un
anno dal celebrar messa; e in un
canone si diede proibizione ai vescovi
di esigere assegni dalle parrocchie,
quando abbiano rendile sufficienti
per vivere, e sostenere il decoro
episcopale. Concìl. tom. IV, p. i663.
Reg. XI. Arduino tom. II.
CARPI. Città vescovile antichis-
sima dell'Africa proconsolare, chia-
mata da Tolomeo Carpis. Secon-
dino , vescovo di questa sede , as-
sistette al concilio di Cartagine, al-
la cui metropoli era sottoposta ,
mentre in questa governava s. Ci-
priano. V. Concil. s. Cypr. Nell'al-
tro concilio cartaginese convocato
da Aurelio l'anno 4' 9? e ad uno
intimalo da Bonifacio nel secolo VI,
intervennero i vescovi di Carpi; cosi
nel concilio di io5 celebrato nella
basihca lateranense, tenuto nel 649
dal Pontefice s. Martino I, si fece
menzione di certo Basso vescovo di
Carpi. Dicesi però, che attualmente
non sia che un semplice villaggio
ili vicinanza di Tunisi.
CARPI (Carpen). Città con resi-
denza vescovile nel ducato di Mo-
CAR 109
dena, sulla sponda del canale Navigho,
che mette nel Panaro, e prende da
essa il suo nome. È cinta di mura
con belle strade, e cospicui edifìci,
fra i quali primeggia il palazzo detto
il Castello, antico soggiorno de' prin-
cipi della famiglia Pio, che adorna
col suo prospetto la piazza princi-
pale decorata di ampio portico. Que-
sta città fu assai florida, e dicesi che
prendesse la denominazione dai po-
poli Carpi della Valeria, che si vo-
gliono trapiantali da Diocleziano nel-
la bassa Pannonia presso l'Istro, pri-
mitivamente dimoranti forse nei mon-
ti Carpazi. Lo stesso Diocleziano ,
verso l'annno 294, dal Danubio li
stabilì in Italia, e massime in que-
sto luogo. Eretta Carpi in principa-
to per la famiglia Pio, nell'anno
i3i9, divenne capitale di esso, essen-
done stato Manfredo il suo primo
signore, come Io fu di Modena, colla
qualifica di vicario imperiale. Il prin-
cipato si mantenne nella famiglia
Pio sino al i55o circa, dappoiché
Alberto, rinomato per le sue opere
contro Erasmo, e perciò chiamato
/■/ dotto, nelle guerre, che nel prin-
cipio del secolo XVI desolarono
l'Italia, essendo stato costretto a se-
guir le parti del re di Francia Fran-
cesco I, contro l'imperatore Carlo V,
dopo la malaugurata battaglia di
Pavia, vide il suo principato invaso
dagl'imperiali, confiscato il feudo, e
dato quindi dal medesimo impera-
tore ad Alfonso I, duca di Ferrara,
mediante formale investitura . Da
allora in poi gli Estensi il conserva-
rono incorporato a' loro dominii.
Tuttavolla l' Estense Ercole I , in
compenso d'una parte della contea
di Carpi, concesse alla famiglia Pio
la distinta terra di Sassuolo sulla
riva sinistra del Secchia, e poscia il
duca di Modena Francesco 1 vi fab-
no CAR
bricò un maestoso palazzo con giar-
dini, e parchi amenissiini. In Roma
la famiglia Pio ebbe un bellissimo
palazzo a Campo di fiori, facendovi
eseguire la facciata esterna dall' Arcuc-
ci. Produsse Carpi uomini di gran
rinomanza, e fra gli altri il Bissoli,
inventore dei caratteri greci; Ugo delle
stampe in legno; Alghisi del piano
per le fortificazioni; Rossi, de' lavori
a scagliola colorata, non che dotti,
e letterati. Ridolfo Pio de' principi
di Carpi vi nacque a' 22 febbraio
i5oo, fu creato Cardinale da Pao-
lo III, e mori decano del sagro Col-
legio, personaggio degno d'eterna
memoria, a segno che sarebbe suc-
ceduto nel pontificato a Paolo IV,
se il Cardinal d^Este non vi si fosse
opposto nel fondato timore, che il
Cardinal Ridolfo avrebbe ricuperato
alla sua famiglia questo dominio.
Carpi divenne sede vescovile suf-
fraganea della metropoli di Bologna
per le istanze di Francesco III, duca
di Modena, fatte al Pontefice Pio VI,
il quale nel concistoro de' i3 di-
cembre 1779, la eresse in seggio
episcopale, e vi preconizzò per pri-
mo vescovo Francesco Benincasa ex
gesuita di Sassuolo, diocesi di Reg-
gio. Il secondo vescovo fu Carlo Bei-
Ioni lodigiano, egualmente preconiz-
zato da Pio VI, nel 1794; indi
Pio VII, nell'anno 1822, fece altret-
tanto con Filippo Cattaui modenese;
Leone XII nel 1826 con Adeodato
Caleffi di Carpi, e il regnante Pon-
tefice nel i83i con Clemente Ma-
ria Bassetti parmigiano, e nel 1889
con l'attuale Pietro RalFaelli della
Garfagnana, a nomina del duca re-
gnante Francesco IV. La sontuosa
cattedrale, modellata sul disegno del-
la basilica di s. Pietro di Roma, e
dedicata all'Assunzione di Maria Ver-
gine in cielo, fu fondata verso il
CAR
i5i6 dal principe Alberto Pio, ed
ha contiguo l'episcopio. Il suo capi-
tolo si compone di tre dignità, pri-
ma delle quali è l'arcidiacono , con
quattordici canonici prebendati , di
due mansionari , e di altri preti e
chierici pel divin servigio, deputan-
do un cappellano per la cura par-
rocchiale. Il magnifico tempio di san
Nicolò si deve pure alla splendidezza
del principe Alberto. Bella egualmen-
te è la chiesa di s. Francesco. La
prima chiesa però di Carpi è anti-
chissima, e la sua fondazione rimon-
ta all'ottavo secolo, giacché verso la
metà di esso Astolfo , re de' longo-
bardi, ne ordinò l'edificazione. Sino
dal suo principio fu insignita quella
chiesa di un arciprete mitrato, im-
mediatamente soggetto alla Santa
Sede, portandone ora il titolo abba-
ziale lo stesso vescovo. La mensa è
tassata di duecento settantasette fio-
rini. Questa città ha un seminario
vescovile, un ospedale, un monte di
pietà e parecchi stabilimenti di be-
neficenza riccamente dotati, oltre un
convento di religiosi, un monistero
di monache e due conservatori. /^.
Mirandola.
CARPO (s.). Fu vescovo di Tia-
tira neir Asia minore, ed arrestato
unitamente a Papilo, suo diacono,
nell'anno 25 1 , durante la persecu-
zione di Decio , sostenne con lui il
martirio nella città di Pergamo, per
ordine del governatore Valerio, che
non lasciò intentata ogni maniera
di tormenti a smuovere la loro co-
stanza nel confessare la fede di Gesù
Cristo.
CARPOCRAZIANI. Eretici disce-
poli di Carpocrate. Era costui di
Alessandria, o, come altri vogliono,
di Samosata, e visse nel secolo se-
condo della Chiesa. La di lui setta
professava un impasto di eirori i
CAR
più grossolani. Egli insegnava, che
Gesti Cristo era figlio naturale di
Giuseppe, nato come gli altri uomi-
ni, e distinto per la sola di lui vir-
tù ; che il mondo era creatura de-
gli angeli ; che per giugnere a Dio
bisognava compire tutte le opere
della concupiscenza , cui doveasi in
tutto obbedire, e di più che l'anima
passerà in diversi corpi finche abbia
commesse le azioni più turpi. A que-
sti deliri aggiugnea, che l'uomo pos-
sedè due anime, la prima delle quali
se stava senza la unione della se-
conda rimanea preda degli angeli
ribelli, così pure, che in natura non
esisteva alcun male, ma soltanto nel-
la nostra opinione. Ad altri non po-
chi assurdi insegnati da quell' impo-
store, i discepoli di lui aggiunsero,
ch'erano falsi i libri dell'antico testa-
mento, e negavano la risurrezione dei
morti. Adoravano le immagini di Pita-
gora e di Platone, da'principii del quale
avea Carpocrate dedotto il suo siste-
ma. Essi distinguevano i loro seguaci
con una marca nell'orecchio. La vi-
ta scandalosa, che conducevano, die-
de causa a molte accuse contro i
veri fedeli, che perseguitati vennero
a sangue e barbaramente immolati.
CARRA , o CHARRES ( Car-
rhen. ). Città vescovile in parlibus
di Mesopotamia, la cui sede fu eret-
ta nel IV secolo, e sottoposta alla
metropoli di Edessa. Venne chia-
mata anche Harran, e conta undici
vescovi, che vi ebbero la loro sede;
come fu patria di diversi uomini
illustri. Vuoisi, che sia Carran , o
Charan città di Mesopotamia, nel-
la quale Giacobbe abbia dimorato
circa venti anni , e nella quale si
ammogliò, e nacquero quasi tutti i
suoi figli, come pure dicesi che in
essa sia morto il suo bisavolo pa-
dre del patriarca Abramo. Né maa-
CAR III
ca chi la dice rifabbricata dai par-
ti. In questa città furono uccisi i
Crassi.
Attualmente Carra è vescovato
in partlbus , che riconosce Edessa
pure in partìbus per metropoli ; e
nel i838 a'25 settembre, il regnan-
te Gregorio XVI conferì quel ve-
scovato all' attuai vicario apostolico
di Moldavia monsignor Pier Raf-
faele Arduini de* minori conven-
tuali.
CARRANZA (da) Bartolomeo.
Scrittore del secolo decimosesto ,
nato a Miranda nella Navarra l'an-
no i5o3. Corse i primi studi nella
nuova università di Alcalà, e poscia
entrò nell'Ordine dei domenicani.
Ben presto fu in grado di dive-
nirne maestro, e i di lui superiori,
che ne ammiravano la precocità del-
l'ingegno, Io destinarono ad inse-
gnare teologia nell'università di Sa-.
lamanca, dove ottenne la prima cat-
tedra , posto allora consecrato ad
un solo distinto merito. Nel capito-
Io generale del suo Ordine, tenuto
a Roma, l'anno i53g, egU presie-
dette a tutte le tesi, e per tal ma-
niera si distinse, che Paolo III lo
dichiarò qualificatore del s. ufficio,
e gli conferì la berretta di dottore.
Carlo V, di cui godeva la più alta
riputazione, lo inviò al concilio di
Trento, e là si fece osservare pel
suo zelo e per gli scritti suoi. In-
terrotto il concilio, se ne tornò in
Ispagna, ove accettò il provincialato
del suo Ordine. Tornato al conci-
lio, e nuovamente ripatriatosi , ri-
nunziò all'essere confessore di Fi-
lippo d'Austria, erede presuntivo di
Carlo V, ma ricevette l'incarico di
suo elemosiniere e predicatore. Quel
principe lo condusse in Inghilterra,
quando vi si recò per isposare la
regina Maria, e ben utilmente per
112 CAR
quel regno, che ne senti il benefi-
cio dello ardentissimo zelo di lui
per la religione cattolica. Filippo,
divenuto successore di Carlo V ,
promosse il Carranza all'arcivesco-
vato di Toledo. Ma egli, che avea
già ricusati due vescovati, non ac-
cettò la nuova sede che per forti
sollecitazioni del re. Carlo V lo ri-
chiese della sua assistenza negli ulti-
mi suoi giorni. Ma sparsa voce, che
egli morisse con sentimenti poco
cattolici, tosto ne fu incolpato l'ar-
civescovo, il quale nella sua esalta-
zione avea incontrati molli nemici,
che inoltre l' accusarono di gravi
sospetti di eresia, fondati in alcune
note marginali, poste da esso in li-
bri eretici. Venne subito incarcerato,
e condotto da due vescovi alla inqui-
sizione. Il Carranza, conoscitore dei
sentimenti che animavano i suoi giu-
dici , non volle sottomettersi ai loro
processi, e domandò al Papa dei
commissarii. Pio IV glieli accordò
ben volentieri , e spedi in Ispagna
il Cardinal Boncompagno, fr. Feli-
ce Peretti, monsignor Castagna, il
p. Bonucci, e monsignor Aldobran-
dini: i primi tre divennero Ponte-
fici, e gli ultimi due Cardinali. Ma
insorte delle questioni tra i commissa-
rii e gli ufficiali dell'inquisizione, l'af-
fare non ebbe termine. Pio V, suc-
cesso a Pio IV, avocò l'affare a
Homa, dove il Carranza fu condot-
to, ^ chiuso in Castel s. Angelo,
ma trattato con onore. Raccontasi,
che nello entrare in prigione dices-
se : >i Io mi trovo sempre tra il
« mio pili grande amico e il mio
« più grande nemico: il primo è
« la mia innocenza; il secondo il
« mio arcivescovato di Toledo ".
Infatti le pingui rendite di quella
sede furono il motivo, per cui di-
venne il bersaglio de' suoi nemici .
CAR
Sette anni passò in quel castello, e
poi con alcune penitenze fu assolto,
ma colla condizione che abiurasse
certe proposizioni pel solo rispetto
della inquisizione spagnuola. Car-
ranza vi si assoggettò coi sentimenti
del vero cristiano e di un innocen-
te calunniato; ed il Bernini, Storia
deW Eresie f tom. IV, capo X, pag.
45 1, descrive il processo, e l'esito
di questa causa. Sarebbe forse ritor-
nato alla sua chiesa, se poco dopo
la sua assoluzione non fosse stato ra-
pito a' viventi. La morte di lui ac-
cadde a'2 maggio 1576, nel convento
della Minerva. Egli prima di mo-
rire, alla presenza del ss. Sagramen-
to protestò, che non aveva mai a-
vuti sentimenti eretici ; nondimeno
per solo effetto di umiltà, cercò di
scusare i suoi giudici. Il giorno dei
suoi funerali stettero chiuse tutte
le botteghe come in una gran fe-
sta, e come quello di un santo fu
onorato il suo corpo. Gregorio XIII
fece porre sulla tomba di lui un
epitaflo, nel quale parla vasi del de-
funto come di un uomo egualmen-
te illustre pel suo sapere e pei co-
stumi, modesto nelle prosperità, e
nelle avversità paziente. Le sue ope-
re sono : I .° La Somma dei Con,'
cìlii e de Papi da s. Pietro sino
a Giulio IIIj 2.° Controversia sul-
la residenza de' vescovi e degli al-
tri pastori j 3.° Sermone recitato
nel concilio di Trento la prima
domenica di quaresimaj 4-° Istru-
zione sulla Spagnaj 5° Commenti
sul catechismo cristiano ^ ec. Gli viene
attribuito anche un Trattato sulla
pazienza.
CARRARA Francesco, Cardina-
le. Francesco Carrara nacque da
nobile prosapia a Bergamo a' 6 no-
vembre 17 16. Fatti regolarmente i
suoi studi, volle abbracciare lo stato
CAR
ecclesiastico, e bramoso di dedicarsi
air immediato servigio della santa
Sede, si pose in prelatura, ove per-
corse un' onorata carriera , pel ze-
lante disimpegno delle cariche affi-
dategli . Divenuto segretario della
congregazione del Concilio, Pio VI,
ai i4 febbraio del lyBS, creoUo
Cardinale dell* ordine de' preti , e
poscia gli conferì la chiesa titola-
re di san Silvestro in Capite, don-
de passò a quella di s. Girolamo
degli Schiavoni. Venne aggregato alle
congregazioni Cardinalizie del conci-
lio, di propaganda, de' vescovi e re-
golari, e dell'indice. Fu fatto pro-
tettore della chiesa e nazione ber-
gamasca in Roma, e degU ospedali
di Perugia, Spoleto, Viterbo e Narni,
ove si ricevevano i projetti. Morì
poscia
a Roma a' 26 marzo del
1793, di settantasette anni, ed otto
di Cardinalato, compianto per l'egre-
gie sue doti, e fu esposto e sepolto
nella chiesa del suo titolo Cardi-
nalizio.
CARRETTO (del) Carlo Dome-
nico , Cardinale. Carlo Domenico
Carretto nacque dai marchesi del
Finale, ed era originario di Geno-
va. Promosso all' arcivescovato di
Tebe , ad istanza di Luigi XII re
di Francia , che molto si giovava
de* suoi consigli, fu creato diacono,
non già prete Cardinale, come altri
scrisse. Insieme col vescovo di Ti-
voli fu destinato alla corte del me-
desimo re Luigi XII, affine di sta-
bilire la pace tra i principi cristia-
ni, e poscia, nel iSoy, coli' inter-
posizione pure di Luigi XII, otten-
ne da Papa Giulio II l'arcivesco-
vato di Reims , che dopo diciolto
mesi ebbe a rinunziare per quello
di Tours ; chiesa che, nel 1 5 1 4, col
consenso di Leone X, mutò in quel-
la di Cahors. In Tours aveva Luigi
VOL. X.
CAR ii3
XII congregata un' assemblea di ve-
scovi e di dottori principali della
Francia, i quali avevano stabilito
di dover mandare alcuni oratori al
Papa, perchè trattassero la pace, e
dove r avessero trovato renitente, si
appellassero al futuro concilio. Ma
il Cardinale del Carretto vi si op-
pose e molto si adoperò perchè il
re, abbandonato il conciliabolo pi-
sano, aderisse al concilio lateranen-
se. Doti eminenti di cuore e d' in-
gegno possedeva questo Cardinale ,
per cui oltre gli encomii di chiari
scrittori, ebbe quelli di Leone X
in una lettera indiriìta al gran mae-
stro di Rodi fratello dello stesso
Cardinale. Varie chiese fondò nella
Marca del Finale, ed alcune ne ri-
staurò arricchendole di oggetti pre-
ziosi. Generoso co' poveri, de' quali
si fece il padre ed il proteggitore ,
intervenne al concilio lateranense
celebrato sotto Giulio II, e si trovò
al conclave di Leone X. Mori nel
1 5 1 4 j dopo nove anni di Cardina-
lato, ed ebbe sepoltura nella sua
titolare di s. Cecilia senza alcuna
pompa funebre.
CARROZZA. Sorta di carro con
quattro ruote, chiamata in latino ,
curruSj carrum, rheda ec. La sua
origine, non che quella del nome,
vuoisi derivata dagli antichi carri, per
cui il dizionario francese delle origini
dice, che anticamente le vetture di
qualunque genere portavano altresì
il nome di carri; ed è perciò che
carro dicesi ancora in termine d'ar-
te al complesso dei pezzi di legna-
me su cui si stabilisce la cassa del-
le carrozze, sterzi, calessi e simili.
Si osserva, che in Francia non è
antico r uso, né il nome delle car-
rozze, che in origine appellavansi
cochesj nome il quale pretendesi
primieramente derivato da una cit-
fò»bW»9«^? S^'
Ii4 CAR
là d* Ungheria, ove si erano fabbri-
cate la prime carrozze. Dubita il
Menagio , se i francesi prendesse-
ro quel nome dall'italiano carroc-
cio, carro militare usato nelle guer-
re, egualmente con quattro ruo-
te, sul quale gli antichi italiani por-
tavano la bandiera del comune, ed
una campana per dare i segnali ,
ovvero se siasi formalo in Francia
quel vocabolo proveniente da car-
ruca, che presso gli antichi era un
carretto, il quale serviva a portale
persone. Avendo servilo il carroccio
eziandio da campanile, se ne trattò
a questo articolo. Soltanto qui ci
permettiamo aggiungere, che l'in-
venzione del carroccio si attribuisce
ad Ariberto arcivescovo di Milano,
il quale oppose le armi italiane al-
l' imperatore Corrado , e che al-
l'altro arcivescovo milanese Ottone
Visconti se ne deve l'abbandono
nel secolo XIV, nella spedizione
contro Castel Sperio, in cui si sos-
tituì al carroccio un grande sten-
dardo colla effigie di sant'Ambro-
gio. Diremo ancora , che in esso
si celebrarono talvolta anche i di-
vini misteri, onde il perderlo nelle
battaglie riputavasi di grande ver-
gogna.
Sebbene non sia nostro divisamen-
to che di parlare dell'origine delle
carrozze, daremo tuttavia alcun cen-
no soltanto di quelle de'primari della
gerarchia ecclesiastica, e di ciò che
ad esse è relativo, senza parlare del-
la forma ed uso di quelle degli al-
tri, e molto meno delle tante loro
variate foggie. Premettiamo innanzi
tutto alcuni cenni sulle diverse prin-
cipali specie degli antichi carri , e
sulla origine loro donde derivò quel-
la delle carrozze. Plinio pertanto
pretende, che Cimone sia stato il
primo, il quale abbia scritto sull'o-
GAR
rlgine de' carri, non che suU' arte di
cavalcare. 11 tragico Eschilo attri-
buisce a Prometeo la primaria in-
venzione de' carri a due ruote, altri
a Tritolemo; e Virgilio fa autore
di quelli a quattro ruote il re di
Atene Erittonio, che non potea cam-
minare per le gambe torte. Pure si
sa, che i cirenaici furono, se non
gl'inventori dei carri, almeno quelli
che li perfezionarono. Anticamente
non ne era permesso l' uso a tutti
indistintamente, giacche abbiamo, che
per un tempo fu un privilegio de-
gli eroi e delle matrone. Gli arconti
e gli efori invigilavano sui disordi-
ni e sugli abusi de' carri. 1 romani,
che presero molto dai greci nelle
costumanze, ebbero pure i loro car-
ri, sino dai primordi della repub-
blica, limitandosene l'uso ad alcu-
ne sacre cerimonie, ai giuochi del
circo, come si ha dal Panvinio, de
liidis circensibus, ed alla pompa
trionfale, n' era ma vietata ogni
mollezza. Si dà il merito della in-
venzione dei carri trionfali a Ro-
molo, a Tarquinio il vecchio, o a
Valerio Publicola. Essi erano do-
rati e tirati dai cavalli, dai leoni,
elefanti, ec. ma erano discoperti, e
senza seditore, onde il trionfatore,
o condottiero v'incedeva in piedi.
Tuttavolta le dame e matrone ro-
mane, sino dall'ultimo re di Roma,
usarono una specie di carro dome-
stico egualmente scoperto, e più tar-
di coperto a due ruote detto Car--
pentunij il quale poi divenne un di-
stintivo privilegiato per le persone
della famiglia imperiale. Vero è,
che alle stesse matrone sotto jl go-
verno tribunizio fu accordato il di-
ritto di servirsi d' un altra foggia
di cocchio denominato Pilentum. Ev-
vi per altro chi dà la gloria della
invenzione del carro ai Cinesi tre
I
CAR
mila anni circa avanti l'era cristiana.
È pur noto, che gli egiziani ebbero
i carri, ed i loro principi inventaro-
no i carri falcati , così detti per-
chè armati di falce, o lame taglien-
ti al timone , intorno alle spon-
de, ed alle ruote. Erano essi ti-
rati da cavalli , e spingevansi in
guerra contro l' inimico. Non man-
cano altre nazioni di pretendere
alla preferenza in tal micidiale in-
venzione.
E a tutti noto, che la sacra Scrit-
tura fa menzione dei carri di Fa-
raone, e da essa sembra che Assa-
lonne sia stato il primo ad intro-
durne la costumanza fra i suoi i-
si'aeliti, i cui re aveano viaggiato
come i progenitori patriarchi su cam-
melli, asini e muli. Certo è, che il
suo fratello Salomone possedeva un
gran numero di carri pel servigio
delle sue tante mogli. Si chiamaro-
no poi bighe, trighe, e quadrighe
quei carri cui si attaccarono due, tre,
o quattro cavalli. Per essi è a veder-
si Mellerus de Synoride, seu Bìgis
currilibus veterani j e il primo tomo
del Meurzio , e la dissertazione del
Politi sidl^ uso delle (Quadrighe degli
antichi. Sulla famosa quadriga di
creta de veienti, nel 1812, pubbli-
cò in Roma Cancellieri un libro in-
titolato, le sette cose fatali dì Ro-
ma antica.
Anche la carretta fu una specie
di carro somigliante al Carpentuni
de' latini, e anticamente fu presa in
significato di carrozza, essendo tutta
dorata, e coperta di drappi. Il p.
Menochio nella Centuria IX, 70,
eruditamente scrisse quanto il popolo
romano si dilettasse degli spettacoli,
massime di veder correre le carret-
te. Anche dal dizionario della lin-
gua italiana abbiamo, che la car-
retta si disse cocchio , il quale non
CAR ii5
era molto dissimile dalla carrozza.
In fatti tra le cose memorabili di
M. Antonio Valena, egli notò che
prima delle carrozze, particolarmente
in Roma, si usavano i cocchi, donde
derivò il nome di cocchiere al gui-
datore, detto pur carrozziere da
carrozza.
Venendo adunque all'origine del-
le carrozze, la prima, che si vide
in Italia nella città di Firenze, vo-
gliono alcuni che fosse verso la metà
del i5oo. Prime ad usarle furono
le marchesi di Massa di casa Cibo,
una delle quali era maritata al mar-
chese di Mantova. K. Charpentìer
alla voce Currus. Ed è perciò che
il Pontefice Pio IV, nel concistoro
de' 27 novembre i564, con grave
discorso, che riporta Cancellieri nei
suoi Possessi a pag. 1 1 o , esortò i
Cardinali a non prevalersi delle car-
rozze introdotte in que' tempi da
alcune dame, ma di proseguire ad
andare a cavallo con quella maestà
ecclesiastica, che tanto avea sorpreso
e piaciuto all' imperatore Carlo V,
il quale dopo il suo ritorno da Ro-
ma nella Spagna avea detto che la
cosa, la quale a lui più d' ogni al-
tra era piaciuta nella capitale del
cristianesimo , era la cavalcata, con
cui andavano i Cardinali alle cap-
pelle e concistori. Proseguirono i
Cardinali ad andare per la città a
cavallo , o in lettiga ( Fedi ) , sino
al termine del secolo XVI , come
afferma il citato Valena, e sebbene
le cavalcate ( P^edi) terminassero
col secolo decorso, nei primi del
secolo XVII, i Cardinali, i prelati,
ed anche i Pontefici incominciaro-
no a far uso delle carrozze. /^. Bor-
gia, Memorie di Benevento ^ tom. Ili,
p. 3o6 , e Vittorelli nelle Addizio-
ni al Ciacconio all' anno 1 564, nelU
vita di Pio IV.
ii6 CAR
Nella Spagna fu, nel i546, in
tempo del suddetto Carlo V, intro-
dotta la prima carrozza, per vede-
re la quale concorsero gli abitanti
di città intere; quindi vi si accreb-
bero in tal numero, che nel 1577
il re Filippo II le fece proibire con
pubblica legge, giacche la gente or-
dinaria e di mediocre condizione si
credeva disonorata se non usava la
carrozza. In Francia l'origine delle
carrozze rimonta al i45>7, nel qual
anno Ladislao V, re d'Ungheria e
Boemia, per mezzo del suo amba-
sciatore, fece presentare in Parigi
alla regina mogUe di Carlo VII un
carro sospeso, o carrozza da tutti
ammirata, cioè un cocchio assai ric-
co e tremolante, dal che alcuni pre-
tesero inferire, che sino da quell'e-
poca le carrozze fossero sospese su
cinghie di cuojo, o di molle di fer-
IX). Indi sul fine del regno di Fran-
cesco I, fu il primo a condursi in
carrozza Giovanni de Lavai Debois
Dauphin, signore della corte, il qua-
le non poteva agevolmente cavalca-
re per l'eccessiva grassezza del suo
corpo. Vi furono poscia nella corte
due sole carrozze provenienti dall'I-
talia, e ne facevano soltanto uso la
regina, e nel i55o la duchessa
d' Angouléme Diana, figlia naturale
di Enrico II. Fuori poi della corte
il primo a servirsene fu Cristofano
Tuano, dopo che fu dichiarato pre-
sidente del parlamento , come si ha
dal Tuano nella sua vita, e fece
fere la carrozza a cagione della got-
ta, che il tormentava, e gì' impedi-
va camminare e cavalcare. Ma sic-
come le signore ancora usavano le
lettighe, o andavano dietro i pro-
pri scudieri, così la moglie del Tua-
no non volle servirsene, continuan-
do ad andare in groppa dietro un
domestico. Nel i588, Giulio di
CAR
Brunswich proibì l' uso delle carroz-
ze a* suoi sudditi, temendo che per
tal cagione si perdesse il lodevole
costume nobile e coraggioso di mon-
tare a cavallo con tutte le oppor-
tune armi ; da ciò si deduce quanto
r uso delle carrozze erasi propagato.
Dall'Italia ancora si recò in Fran-
cia il comodo dei cristalli e degli
specchi alle carrozze, e vuoisi che
pel primo Bassompierre ne facesse
applicare alla sua carrozza , e che
il secondo verso il 1640 sia stato
il principe di Condè, giacché sino
allora erano slate chiuse con corti-
ne di cuoio, che si calavano nell'en-
trare e nell' uscire. Già nel i63i
nella Spagna l'infante Maria fu
veduta in una carrozza a due luo-
ghi con vetri e cristalli ; ne dee poi
tacersi, che a' nostri giorni il vapo-
re già a tante macchine applicato,
venne pure esteso alle carrozze. V,
la Dissert. des Largesses des Ro-
mains , e de V ancienneté des Car-
rossesj nel t. IF, Variétés Histor.
p. 81, Paris 1752.
In Roma, dopo il discorso sum-
mentovato fatto da Pio IV al sagro
Collegio, contro l'uso delle carroz-
ze , per un tempo fu più raro, mas-
sime ne' Cardinali e prelati ; ma nel
popolo presto ne divenne invece co-
tanto grande l'abuso, senza distin-
zione di ceto, che nella prammatica,
o riforma sul vestire ed altro fatta
nel i588 dal senato romano per or-
dine di Sisto V, si presero provvi-
denze anche sul numero ed uso
delle carrozze. Tutta volta non andò
guarì che per la comodità di esse
a chi poteva tenerle ne fu comune
r usanza , come la seguirono i Car-
dinali ed i prelati, particolarmente
nei viaggi , dappoiché si continuò
ad andare in portantina, o lettiga,
ovvero a cavallo, alle cappelle ed ai
t
CAR
conclslorl, senza far menzione delle
cavalcate, colle quali lo stesso Pon-
tefice prendeva il solenne possesso,
e recavasi alle cappelle dell' Annun-
ziata, e della Natività, sebbene v'ince-
dessero anche in sedia, o lettiga a-
perta . Confeima l' uso delle car-
rozze ne' prelati e Cardinali, nell' in-
cominciar del secolo XVII, il viag-
gio, che nel Pontificato di Clemen-
te Vili fecero insieme in carrozza
per Benevento i prelati Ludo visi e
Barberini, che poi divennero Papi,
il primo nel 1621 col nome di
Gregorio XV, e il secondo col no-
me di Urbano Vili. Del medesimo
Gregorio XV racconta l'Amidenio,
che essendo da prelato amicissimo
dell'altro prelato Pamphily ( che nel
1644 pei" morte di Urbano Vili fu
eletto Pontefice col nome d' Inno-
cenzo X), riavutosi il Pamphily da
una grave infermità, andò per la
convalescenza in Marino, ove mon-
signor Ludovisi fu a visitarlo, trat-
tenendosi seco alcuni giorni ; e lo
stesso Amidenio volle servirh della
propria carrozza, rilevando anzi l'o-
nore ricevuto di aver servito due
prelati in un tempo medesimo ; pre-
lati che ambedue ascesero sulla cat-
tedra apostolica.
Per essere poi distinti i Cardinali
dagli altri, Urbano VIII concesse ai
cavalli delle loro carrozze i fiocchi,
e ciuffi rossi ai finimenti, ed ecco
come Gfaciulo Gigli nel suo Diario
ne indica il tempo preciso : « Nel
« 1625 i Cardinali alla loro antica
« pompa aggiunsero un altro segno
'> nuovo, ponendo alla testa dei ca-
'• valli della carrozza i fiocchi rossi,
» dove prima li usavano neri, ed
" il primo che l'incominciò fu il
» Cardinal Magalotto, fratello della
« cognata del Papa a' 10 giugno
'> i63o "- Non solo in questo se-
CAR 117
colo s* incominciò a far distinzioni
nella forma e negli ornati delle car-
rozze, di che si parlei'à in appresso,
ma furono adottati anche de' ceri-
moniali , ed il Sestini , che stampò
il suo Maestro di camera a Liegi
nel 1634, ecco quanto dice in pro-
posito, al suo capo 4o , Del ferma-
re la carrozza: « I Cardinali fanno
fermare la carrozza agli altri Car-
dinali , agli ambasciatori regi , a
quelli di Toscana e Savoia, al
prefetto di Roma, e ai principi
j assistenti al soglio. Sogliono an-
cora farla fermare agli agenti dei
j duchi serenissimi, ai prelati, baro-
ni e dame, ma non tutti, e non a
tutti. I Cardinali adunque la fanno
fermare o ad altri Cardinali, o a
dame, o ad altri personaggi. Se
ad altri Cardinali, i piìi anziani
sono gU ultimi a fermarla, ed i
primi a partire; se a dame, sono
i primi a fermare, e gli ultimi a
partire ; se ad altri personaggi ,
sono gli ultimi a fermare, e i
primi a partire ".
M Quando il Cardinale incontrasse
per la strada il ss. Sacramento,
non solo smonta dalla carrozza ,
ma l'accompagna essendo il sacer-
dote di ritorno fino alla chiesa, e
quivi s' inginocchia, e fa orazione
ricevendo la benedizione colla ss.
Eucaristia, e andando il sacerdote
dair infermo , il Cardinale lo ac-
compagna sino alla porta della
casa dell' infermo, premessa la ge-
nuflessione, e il ricevimento poi
della benedizione; altrettanto os-
serva il Cardinale andando in qua-
lunque abito e modo ".
»* Se il Cardinale trovasse per la
città , o fuori a spasso altri Car-
dinali a piedi , smonta anch' egli
a fare i soliti comphmenti,e quan-
do si sono licenziali, suol cammi-
tt8 CAR
» nare un poco prima di rimonta^
»y re. Se trovasse qualunque altro
y> personaggio, non suole smontare,
» quando non voglia parlargli di
» qualche adare. Se più di un Car-
»» dinaie fosse in una carrozza , ed
»> incontrasse ambasciatori e baroni,
" a' quali fosse solilo fermarsi, il
« più anziano , che sarà nel primo
» luogo, suol domandare al Cardi-
»» nal padrone della carrozza, se egli
»» usa fermare a tal signore, e ris-
•> pondendo di sì , il detto anzia-
« no accenna che si fermi , ed an-
" Cora che si parta ". Sembrò in-
dispensabile riportare questo tratto
del cerimoniale aulico per osservare,
che orar senza tante etichette, o ne-
gf incontri con personaggi, o passan-
do avanti ai quartieri, si esaurisco-
no le convenienze col semplice sa-
luto, e col calare il cristallo più o
meno secondo il personaggio che si
•vuol complimentare, toccando al
maestro di camera , od al gentiluo-
mo il vegliare alla calatura del cri-
stallo; onde oggidì i Cardinali ed i
prelati non sogliono smontare dalla
carrozza, se non incontrandosi col
ss. Sacramento, o col sovrano Pon-
tefice.
Nel predetto secolo XVII si ac-
crebbe in Roma talmente il numero
delle carrozze, che Maurizio di Sa-
voia, creato Cardinale nel 1607 da
Paolo V, dignità che poi, nel 1642,
rinunziò pel ducalo, siccome princi-
pe splendidissimo, fu veduto nelle
pubbliche funzioni col seguito di
duecento carrozze , ed un corteggio
d' innumerabili cavalieri. Nel i65o
essendosi recati a Roma alcuni am-
basciatori da Papa Innocenzo X, ab-
biamo che il principe Ercole Trivul-
zio , ambasciatore straordinario di
d. Marianna d'Austria, moglie del
re di Spagna Filippo IV, andò alla
CAR
prima udienza del Pontefice col cor-
teggio di cento sessanta carrozze; e
quando fece altrettanto il duca del-
l'infantado, ambasciatore di detto
monarca, il suo seguito componevasi
di trecento carrozze, delle quali cen-
to appartenevano al principe Ludo-
visi, ottanta al contestabile Colonna,
sessanta al principe di Gallicano, e
venticinque alla principessa di Bute-
ra. In progresso le carrozze de' Car-
dinali si fabbricarono con tanta ric-
chezza , che assunto al pontificato
nel 1676 il venerando Innocenzo XI,
Odescalchì, in concistoro segreto ri-
provò con patetico discorso ai Car-
dinali le carrozze superbe, e le livree
fastose, pregandoli per le viscere di
Gesù Cristo a star lontani dalla pom-
pa, non conveniente all' ecclesiastico
decoro. Assunto dipoi, nel 1724,3!
pontificato Benedetto XIII, voleva
uscir di palazzo senza guardie, in un
cocchio a bandinelle tirate, ma doven-
dosi accomodare alle istanze de' più
prudenti di sua corte, si uniformò
alle anteriori consuetudini. Spesso
poi accadde, che andando quel Pon-
tefice in carrozza per Roma, e pre-
gato di benedire alcun infermo, scen-
deva dalla carrozza per esaudire la
pia ricerca.
Parlandosi a' rispettivi articoli, e
specialmente a Viaggi de' Papi, In-
gressi, Cappelle, Possessi, Cavalcate,
Udienza, massime all'articolo Treivi,
Cavalli , e ad altri che riguardano
i Papi, Cardinali , prelati e relative
funzioni, insegne e preeminenze, ci
limiteremo solo qui a dire generica-
mente alcun' altra notizia sulle car-
rozze, e quali persone in esse si am-
mettono. Pertanto il Sommo Pon-
tefice nel treno nobile o semipub-
blico conduce seco in carrozza due
Cardinali, in quello di città detto
impropriamente di campagna, il mag-
CAR
gioì domo e il maestro di carnei a, e
in quello per le trottate, due came-
rieri segreti, non mai portando veruno
a spalla. Abbiamo di Pio VI, che re-
candosi , nel 1782, in Germania,
come arrivò a Neustadt, l'impera-
tore Giuseppe Jl volle aprire lo
sportello della carrozza, ed invitollo
ad entrare nella propiia , onde il
capo della Chiesa, e il capo dell' im-
pero entrarono insieme in Vienna.
Quando poscia Pio VI recossi in
Augusta , fu incontrato dall' elettore
» ^ di Treveri con magnifica carrozza
P tirata da otto cavalli, ove entrò con
detto principe , facendo l' ingresso
nella città fra le maggiori distinzioni.
Nelle villeggiature pei dintorni di Ro-
ma, Pio VII, nel 1802, recossi in car-
rozza col re di Sardegna Emmanuele
IV e col Cardinal duca di Yorck, e nel
180 5 col detto re, e con monsignor
maggiordomo, passando nella secon-
da carrozza il maestro di camera.
Nell'anno precedente avendo incon-
trato il detto Pontefice il Cardinal
duca di Yorck con monsignor Ce-
sarini, fece passare alla seconda car-
rozza il maggiordomo e il maestro
di camera , e fece ascendere nella
sua i detti personaggi. Allorché poi,
nel 181 5, fu visitato in Castel Gan-
dolfo nella villa Barberini , dal te-
nente maresciallo Nugnet , già co-
mandante imperiale in Italia le ar-
mate austriache. Pio VII, che fatto
lo aveva principe romano, per usar-
gli una singolare onorificenza , lo
condusse seco in carrozza al palazzo
apostolico. Ed il regnante Pontefice
recandosi aVelletri nel i83i e 1839,
entrò nella carrozza del Cardinal
I Bartolomeo Pacca , decano del sa-
gro Collegio , vescovo e legato di
Velletri , ed il volle inoltre a sini-
stra, e a spalla per distinzione.
La carrozza del Pontefice dalla
CAR 119
parte di dietro ha una sedia, ed é
fiegiala nel cielo dallo Spirito Santo.
Nei treni di città e nobile il coc-
chiere nobile cavalca i cavalli ti-
monieri, in quelli delle trottate,
e ne' viaggi ascende in cassetta.
Due palafrenieri vanno sempre die-
tro la carrozza coll'ombrellino pie-
gato, ma nei treni nobili, detti anco
semipubblici, procedono a piedi. Lo
sportello suole aprirsi dal cavallerizzo
(Fedi), cedendo ai sovrani, ai Cardi-
nali e agli ambasciatori. Nei viaggi,
in mancanza del cavallerizzo, apre lo
sportello il generale delle poste, e
in assenza di questo, l'esente delle
guardie nobili, che fa altrettanto
nelle trottate, come quello, che ca-
valca allo sportello della carrozza
preceduto e seguito dalle altre guar-
die nobili. Le carrozze sono più, o
meno nobili secondo i treni. Da ul-
timo Leone XII fece fare quella
pel treno semipubblico, che costò,
compresi i finimenti, ventiseimila
scudi, e riuscì la più ricca cari'ozza
sovrana. Il colore del carro e della
cassa delle pontificie carrozze è rosso
con dorature, intagli e guarnizioni
di metaUi dorati. 11 suo interno e
foderato ed addobbato di drappi
di seta rossa, e velluto di egual
colore, con corrispondente tappeto.
Le carrozze palatine , dette frul-
loni ^ o fiirloni, hanno il carro, e
la cassa dipinti di vernice violacea
scura, e la parte superiore esterna
col cielo di color nero. Sono fode-
rate neir interno di seta e dama-
schi rossi , e ne godono l' uso i pri-
mari prelati, e gli uffiziali della
corte pontifìcia. Dietro alla cassetta
del cocchiere evvi una tavola ove
ascendono i domestici, ma al frul-
lone, di seguito alla carrozza del
Pontefice, i domestici vanno dalla
parte di dietrO| ove evvi una tavo-
l'io CAR
letta più bassa, su cui montano i
gai-zoni della scuderia pontificia.
Vuoisi, che l'uso dei domestici di
ascendere la detta tavoletta nel da-
vanti del frullone, sia derivato dal
non dover volgere le spalle al Papa,
allorché sieno nel frullone precedente
la carrozza pontifìcia.
I Cai-dinali in sede vacante non
portano veruno a spalla in carrozza.
Quando vanno in abito cardinalizio
portano seco quei delia propria an-
ticamera, ed allorché si recano in
alcun luogo formalmente, portano
con se vescovi e prelati. Sino al
secolo passato usarono i Cardinali
grandi carrozze dette carrozzoni,
o carrozze a coda, in cui andavano
comodamente sei od otto persone.
Nelle odierne non più di quattro se
ne ammettono. Oggi di due specie
sono le carrozze de' Cardinah, cioè
le berline, e i frulloni , non com-
prendendosi i carrozzini e le ba-
starde che usano la notte, o nel-
l' andare a trottare. Le berUne so-
no nobilissimi legni col carro di-
pinto di vernice rossa, con intagli,
metalli e dorature. La cassa é de-
corata di fregi e di esterne miniature,
e r interno é addobbato con dama-
schi , satini rossi , con guarnizioni ,
mentre la coperta della cassetta del
cocchiere per lo più é di drappo rosso.
Il frullone ha egualmente il carro di-
pinto di vernice rossa, come lo é
la cassa con dorature; ma il tutto
riesce meno ricco della preceden-
te , solendosi foderare 1' intemo di
panno, velluto, o seta. All'articolo
Cappelle si tratta del modo come
i Cardinali si recano alle cappelle
e funzioni pontificie, non che coa-
qual treno, e si dice che il solo
Cardinal decano, e i Cardinali prin-
cipi , o i marchesi , che godono le
insegne principesche, intarsiano l'oro
CAR
alle seterie dei finimenti e delle
guarnizioni di seta delle carrozze.
Ninno in Roma può usare più di
due cavalli, meno i sovrani, ed i
ciuffi e fiocchi di seta rossa di che
guarniscono i Cardinali i finimenti,
possono essere anche di lana, ma
di egual colore. In ogni tempo, e
persino ne' viaggi un domestico dei
Cardinali porta dietro alla carrozza
r ombrellino rosso e paonazzo, se-
condo le epoche. Siccome antica-
mente, e prima che i Cardinali a-
dottassero le carrozze, cavalcavano
e viaggiavano coli' ombrellino per
ripararsi dal sole e dalla pioggia ;
COSI e per segnale di dignità, e in
memoria del precedente uso, sempre
un loro domestico lo porta quan-
do escono dal proprio palazzo. Pii-
ma i Cardinali, quando uscivano in
abito Cardinalizio, incedevano con
due carrozze; ora in questo modo,
cioè in berlina e frullone, quasi tutti
i Cardinali intervengono alle fun-
zioni, usando però i principi tre
carrozze nelle solennità. Usano poi
tutti una sola carrozza quando in
abito Cardinalizio si recano alle con-
gregazioni, udienza del Papa e fun-
zioni minori. Giornalmente apre lo
sportello il domestico più anziano
di servizio, nelle funzioni , e in altre
circostanze il decano degli stessi do-
mestici. E troppo noto, che anche le
seconde carrozze de' Cardinali nel tre-
no, hanno i cavalli coi ciuffi e fioc-
chi, sebbene i primi si vorrebbono
da alcuni critici esclusi, ed usati so-
lo dai cavalli della carrozza ove si
trovano i Cardinali. Egli é perciò
che i frulloni o carrozze Cardinalizie,
^e non seguono il treno, cioè la
prima ove é il Cardinale, i cavalli
debbono essere senza i ciuffi, e mai
da veruno deve interrompersi il
treno , od il seguito delle carrozze.
CAR
Ora, che non si praticano più le
pompe funebri di portare il cadave-
re dei Cardinali delle prime cariche
sul letto , i Cardinali defunti dal
palazzo alla chiesa si trasportano
nella carrozza di lutto di color ne-
ro con addobbi d'oro, e i cavalli con
finimenti guarniti di fiocchi, e ciuf-
fi di seta nera frammista d'oro.
Quando i Cardinali usavano il lut-
to, le loro carrozze erano coperte
di velluto nero, imbollettate di nero,
con colonne del medesimo velluto
ed ogni altra parte di nero. Anche
i principi , e le principesse defun-
te sono trasportate alla chiesa in
carrozza, a meno che non dispon-
gano diversamente. I quattro prelati
di fiocchetti , cioè governatore di
Roma, uditore della camera, teso-
riere, e maggiordomo, sono così chia-
mati perchè hanno fuso de' fiocchi
e ciuffi di seta paonazza ai fini-
menti della loro carrozza, né pos-
sono usarli di colore rosso. Godono
eguale privilegio i patriarchi; ma i
vescovi, allorché si recano a cele-
brare le funzioni, e nelle feste so-
lenni adoperano ciuffi e fiocchi di
seta verde. Tanto i prelati di fioc-
chetti, quanto i patriarchi hanno
l'uso del frullone nelle festività, co-
me i Cardinali. Il maestro di came-
ra del Papa, procedendo la sua car-
rozza appresso il treno pontificio,
usa il frullone cardinalizio, e ai fi-
nimenti dei cavalli si uniscono i
fiocchi e i ciuffi di seta di vario co-
lore, escluso il rosso, il paonazzo
e il verde, e ciò per l' uniformità
colla carrozza del maggiordomo, che
per altro l'usa di colore paonazzo,
e che pur segue il treno. Se però
il maestro di camera fosse pa-
triarca o vescovo, farà uso del co-
lore conveniente a lui. Però tan-
to la carrozza del maggiordomo, che
CAR 121
quella del maestro di camera, do-
ve essi vadano in carrozza col Pon-
tefice, sono tirate da quattro ca-
valli. Quando poi essi vanno nella se-
conda muta palatina, allora debbo-
no usare soli due cavalli, in fiocchi
e ciuffi. Tutti gli altri prelati non
possono usare i fiocchi. Solo è loro
permesso di usare le guide, ed i
guinzagli di seta di vari colori, esclu-
si i sopraddetti, come non è loro
permesso il frullone, ma solo la car-
rozza della forma ordinaria di quelle
degli ecclesiastici.
Finalmente non sì dee passare sot-
to silenzio, sebbene lo si dica a'ris-
pettivi articoli, che nella corte ro-
mana gli ambasciatori e i principi
assistenti al soglio nelle solennità ,
e ne' treni di formalità adoperano,
oltre l'ombrellino celeste nel cielo
della carrozza, i fiocchi di seta di
tal colore fiam misti con oro, facen-
dosi i primi precedere dai lacchè ,
mentre altri usano il colore proprio
della loro corte. Così il senatore di
Roma, e i conservatori col priore
de'caporioni per pontificia concessio-
ne, allorché incedono con formalità,
hanno il distintivo de' ciuffi e fioc-
chi di seta bleu intarsiati con oro.
I principi romani, e i marchesi di
baldacchino (Vedi) adoperano l'om-
brellino e i fiocchi, come i principi
assistenti al soglio. V. Antonio Loca-
telli, // perfetto Cai^aliere, e. XXI,
pag. 4o6, e seguenti; Dei cavalli
da carrozza.
CARSEOLT. Antica città d' Italia
presso i sabini sulla via Valeria.
Venne anche chiamata città dei mar-
zi, e città degli equi, forse per essere
stata posseduta alternativamente dagli
uni e dagli altri. Vi si mandarono
due colonie in epoche diverse , una
delle quali, secondo Tito Livio, vi
fu stabilita l'anno 4^4 di Roma.
Ì12 CAR
Nei primi secoli della Chiesa divenne
patrimonio della Santa Sede, e san
Gregorio I, del 590, ne fa menzio-
ne nelle sue epistole. La Chiesa ro-
mana vi teneva per ramministrazìo-
ne del luogo un rettore, ovvero di-,
fensore.
CAKT\(Charta,pnpyrns). Com-
posto che si fa per lo più di cenci,
o di lini macerati, e si riduce in fogli
sottilissimi per uso di scrivervi. Del-
la carta, che usavano gli antichi per
iscrivere, fra gli altri eruditamente
tratta il p. Menochio , tomo II, p.
44o- La materia, sulla quale si co-
minciò da principio a scrivere, sem-
bra che fossero i mattoni di creta
cotta , o la pietra ; uso pei primi
esercitato dai babilonesi e dai fe-
nicii, che, secondo Plinio, scrissero
le loro leggi e consuetudini in pie-
tre cotte e sui marmi. Si usò an-
cora a scrivere sulle foglie , onde
derivò la parola foglio. Dalle foglie
si passò a scrivere nelle sottili cor-
teccie degli alberi , i quali, secondo
Ulpiano, erano di tre specie, cioè
Tilia, Pìiylira, e Papyro. Si ado-
perarono anco tavolette sottili, colle
quali si formavano libri, dandosi ai
fanciulli per insegnar loro l'alfabeto, e
ve n' erano anche di avoiio. Si scris-
se pure sul piombo, indi sulle pelli
di animali dette pergamene, siccome
invenzione di Cumene re di Peiga-
mo. Indi, secondo Plinio lib. XIII
cap. 1 1 , fu introdotta la carta al
tempo di Alessandro Magno; ma ciò
deve intendersi per le membrane e
per le pergamene. Ne' bassi tempi ,
queste pelli divennero così rare, che
si usava nelle antiche biblioteche
raschiare i codici de' primi tempi ,
contenenti scritture di autori classi-
ci greci e latini , e sopra vi si scri-
veva la nota delle spese giornalie-
re, e simili bagatelle. Da ciò tras-
CAR
«ero origine i così detti codici pa-
limsesti , che il eh. Cardinal Angelo
Mai seppe con immenso studio rein-
tegrare, scoprendo in essi la Repub-
blica di Cicerone i trattato eh' e rasi
perduto , non che altre opere insi-
gni della dotta antichità. Questa ra-
rità, ed il forte prezzo delle carte
pergamene nel medio evo, indussero
gì' industriosi italiani a trovare un
equivalente, e lo trovarono nella
carta fabbricata cogli stracci di lino,
invenzione, che Montfaucon stabili-
sce nel secolo XI ; ma lo Stelluti ,
ne' suoi Commenti a Persio, volle
provare, che sino dal 900 fosse stata
inventata in Fabriano sua patria.
L'opinione più comune assegna l'in-
venzione della carta nel secolo XII
ai greci rifuggiti in Basilea, e parti-
colarmente in Itaha, i quali inse-
gnarono r arte di fabbricare la car-
ta bambagina o di cotone , che nel
loro paese già praticavasi, onde fu
detta bambagina e cutanea. Altri
ne danno il vanto alla Germania,
né manca chi sostenga ripetersi in
Italia r origine della carta nel bor-
go di Colle in Val di Elsa nella
Toscana, atfermandosi ivi essere le
più antiche cartiere d' Italia. Certo
è che, nel secolo XIII, l' uso ne di-
venne generale, e nel seguente già
in Italia vi erano molte cartiere.
La loro introduzione in Francia ri-
monta verso l'anno i34o.
Carta si chiama pure un atto
autentico col suggello di un princi-
pe, d' un signore, d' una chiesa , di
un capitolo, o di una comunità, e
che serve a tutelare i diritti di uno
stato, comunità o signoria. Si dis-
sero Carte talvolta i libri, e quin-
di sagre Carte si chiamano i libri
della Bibbia. Carta si dice pure
dai legisti una scrittura di obbli-
go e di contratto qualunque sia
I
CAR
pubblico, o privato. La istituzione
poi della carta bollata, cioè carta
sigillata nello stato pontifìcio per
r autenticità de' contratti e per le
scritture, rimonta a Clemente XII ,
comunque sia stata effettuata nel
174» dal Pontefice Benedetto XIV.
CARTACO (s.), il giovane, so-
prannominato Mocuda, fu vescovo in
Irlanda. Discepolo di s. Cartaco, il
vecchio, e di s. Congallo, predicò il
santo vangelo nel territorio di Riar-
raigh, e di là passato a West-
Meath , vi fondò il monistero di
Rathenin o Raithin , che riuscì ce-
lebratissimo in tutta l'Europa per
pietà e pe" sapere. Ne ebbe per
quaranta anni il governo, e la re-
gola, ch'egli dettò, conservasi tuttora
in lingua irlandese. Obbligato coi
suoi discepoli alla fuga per le per-
secuzioni di un re di quelle regioni,
si ritirò nella provincia di Leinster,
fondandovi un monistero. Mori ai
i4 di maggio del 687. Al nome
di lui fu dedicata la chiesa mag-
giore di Lismore, e la città per
lui è chiamata Lismore-Mochuda.
CARTAGENA ( Charlaginen.) .
Città con residenza vescovile nella
Spagna nel regno di Murcia, che
vanta antichissima origine. Posta in
fondo ad una piccola baia nella
costa Murciana meridionale, si slima
fondata, o almeno considerabil mente
ingrandita, dal cartaginese Asdru-
bale Barca, che la eresse in capitale
delle sue conquiste, imponendole il
nome della metropoli africana, per
cui cliia mossi Carthago nova. Pure
fu appellata anche Spartana , che
vuoisi essere il nome' suo antico
dall'abbondanza di quel giunco chia-
mato Spartani, che ivi vegeta spon-
taneo. Da qui si mosse Annibale
per andar a formare il memorando
assedio di Sagunto. Dopo la trion-
CAR ia3
fale occupazione di Scipione, e I9
battaglia in cui Annibale fu disfatto
sotto le mura di Cartagine in Afri-
ca, Scipione la prese l'anno di Ro-
ma 542 , e in tal' occasione il ro-
mano eroe rese con magnanima
azione a' propri parenti un'avvenente
schiava, e al di lei sposo il prezzo
offerto pel suo riscatto. Indi a'temr
pi di Cesare divenne questa città
colonia romana, colla dipendenza
di cinquanta città della Spagna,
delle quali fu capitale. Molto soffrì
nelle vicende del romano dominio,
e nel quinto secolo fu devastata
prima nel 4^9 dai vandali, poscia
dai visigoti , onde decaduta dal suo
splendore, solo interamente si riebbe
verso l'anno i57o, per averla rifab-
bricata e fortificata il re Filippo
II, che conobbe la bontà del suo
vasto e importante porto, rianiman-
do il commercio decaduto sotto il
dominio de'mori. Nel 1706 Giovan-
Leak, nella guerra di successione,
la prese per l'arciduca Carlo, ma
poco di poi il duca di Bervick la
ridonò al potere di Filippo V. Va-
lidissime sono le sue fortificazioni,
grande è l'arsenale, come ampli
sono i cantieri di costruzione, onde
è una delle più belle città di Spa-
gna.
La sua sede vescovile rimonta
a' primi tempi della Chiesa, per mo-
do che nel terzo secolo eia metro-
politana, e si pretende che il suo
primo vescovo, nominato Basilio,
fosse martirizzato l'anno 5'j di Cri-
sto. Rovinata in seguito dai goti e
dagli svezzesi, i diritli metropolitani
passarono a Toledo; ma il vescovo
Diego Martinez, vedendosi ogni gior-
no interrotto nelle funzioni del suo
episcopale ministero, e negli uffizi
divini dalla moltitudine de'mori, di
cui ridondava la città, ed al vedere
ia4 CAR
non meno le frequenti incursioni
dei corsari africani, col permesso
del Pontefice Nicolò lY, e del re
Sancio IV, nel 1291 ne trasferì la
sede in Murcia (Fedi). Sgombrata
di poi interamente la città dai mori,
nel i36o, Papa Innocenzo VI, con
bolla data in Avignone, decretò che
il vescovato di Cartagena non sa-
rebbe più soggetto a Toledo, cioc-
che per altro col pontificio bene-
placito non ebbe effetto, dappoiché
l'arcivescovo di Toledo continuò ad
esercitar la sua giurisdizione metro-
politica, come sugli altri suffraganei
a lui soggetti. Non si deve poi pas-
sar sotto silenzio , che Papa Calisto
III fece amministratore di Cartagena,
cioè la conferì in commenda al suo ni-
pote Cardinal Roderigo Borgia, che
poi nel 1492, fu eletto Pontefice col
nome di Alessandro VI. 11 capitolo
di Cartagena compone vasi di sei di-
gnità, di otto canonici, di preben-
dati,, e di cappellani, risiedendo il
vescovo parte in Cartagena, e parte
in Murcia, onde dicesi anche vesco-
vo di Murcia. Oltre la chiesa prin-
cipale, vi sono in Cartagena due
altre chiese, diversi conventi, un
ospedale, un ospizio pegli esposti ec.
CARTAGENA nelle Indie Occi-
dentali ( de Cartagena in Indiis).
Città dell'America meridionale, nella
nuova Granata, con residenza d'un
vescovo. E capo luogo della provin-
cia dello stesso nome, ed è edificata
su di un' isola sabbioniccia al mar-
gine d' una baja formata dal mare
delle Antille. Vuoisi essere stata la
prima città, che gli spagnuoli circon-
dassero di mura nell' America , tro-
vandosi tuttora ben fortificata, e
difesa da buone opere. Vuoisi ancora,
che il di lei nome avesse origine
dalla somighanza del suo interessante
porto, con quello di Cartagena nella
CAR
Spagna. Tanto la sua baja, una
delle migliori della costa, che il vi-
cino paese chiamato Calamari, fu-
rono scoperti da Rodrigo di Bastidas
nel i520, e fu sottomessa da don
Pietro de Heredia nel i533. Vi
fondò egli la città di Cartagena,
che per la sua deliziosa situazione,
e per la sicurezza della baja poco
dipoi diventò il centro del com-
mercio di quella parte d' America.
La sua opulenza attirò a Cartagena
r ingorda cupidigia di alcuni avven-
turieri d'Europa, ed infatti fu sac-
cheggiata dai corsari francesi nel
i544> ^^ egualmente fu spogliata
e incenerila dall' ammiraglio inglese
Drack nel i585. Nuovamente venne
presa e saccheggiata da Pointis alla
testa d'una spedizione francese; ma
attaccata da una flotta inglese co-
mandata da Vernon , nel 174*»
questi dopo gran perdite venne co-
stretto a levarne l* assedio. Nella
guerra delle colonie spagnuole con-
tro la metropoli, Cajtagena soffrì
molto, per essere stata assediata
dagl' indipendenti e dai realisti ,
a' quali dovette arrendersi per man-
canza di viveri, sebbene poi facesse
ritorno al partito de' primi.
Il seggio vescovile, regnando Carlo
V, fu instituito dal Pontefice Paolo
III, nel i537, e venne dichiarato suf-
fraga neo della metropoli di s. Fede
di Bogota; ma nel pontificato di
Clemente XI, essendosi dichiarati
contro il vescovo l' inquisitore gene-
rale della città , la curia laica, l'ar-
civescovo di s. Fede, ed il vescovo
di s. Marta, tutti ledendo la giu-
risdizione del vescovo, che d'altronde
coraggiosamente difende vasi, il Pon-
tefice, dopo aver il tutto sottoposto
a diligente e maturo esame, col conte-
nuto della costituzione. Ex commissi,
presso il tomo X par. I, pag. i55
CAR
del Boi. /?ow., emanata ai 19 gen-
naio 1706, dichiarò invalidi tutti
gli atti contro il vescovo di Carta-
gena, esortò i detti prelati a prov-
vedere alla loro coscienza, denunziò
scomunicati i laici, che n* erano com-
plici, comandò, che domandassero
perdono al vescovo, citò a Roma il
canonico Rentacur, rimosse dalla
città il tribunale dell' inquisizione,
esentò il monistero di santa Chiara
dalla giurisdizione de' minori osser-
vanti, che si erano pure dichiarati
contro il vescovo, ordinò al generale
che li castigasse, e l'accomandò al
medesimo vescovo la costanza nella
difesa de' diritti della sua chiesa.
Ciò riuscì di onore non meno per
tutta la chiesa, che al corpo episco-
pale. Cartagena è decorata di begli
edifizi; ma sopra tutti grandeggia
la cattedrale, non racchiudendo es-
sa neir interno ricchezze minori di
quelle magnifiche, che mostra nel-
r esterno. Essa è a Dio dedicata
sotto r invocazione di s. Caterina
"Vergine e martire. Il suo capitolo
componesi di quattro dignità, oltre
quella del decano, che è la prima.
"Vi sono quattro canonici con due
prebende, non che cappellani e altri
ecclesiastici pel servigio della chiesa.
Nella cattedrale la cura delle anime
viene amministrata da un cappellano
del capitolo. Vi sono pure altre
chiese, conventi di domenicani, fran-
cescani ec. , due monisteri di mona-
che, pii sodalizi, seminario ed ospe-
dale governato dai religiosi della
carità. La mensa è tassata ne' libri
della camera apostolica, in trentatre
fiorini e mezzo.
CARTAGINE (Carthago). Me-
tropoli vescovile della provincia pro-
consolare d' Africa, capitale di un
possente impero, che occupava una
parte dell' Afiùca e della Spagna,
CAR
25
nonché le isole di Sicilia e di Sar-
degna, antichissima città, che Silvio
Italico denominò Alma. E posta in
quella parte dell'Africa, oggidì de-
nominata il regno di Tunisi. Nel-
la punta più boreale dell'Africa,
apresi l' ampio seno cartaginese, il
quale veniva determinato all'est dal
promontorio di Ercole, attualmente
Capo-bon, ed all'ovest dal promon-
torio di Apollo, che frapponevasi al
vicino seno ipponese. Una vasta pen-
isola sporgeva nel mare in fondo
alla baia, e separava così il seno
orientale ov* è Tmiisi dal seno oc-
cidentale ov' è Utica. Presentemen-
te il lido del mare si è avanzato
così, che la punta del promontorio
cartaginese forma continuazione di
spiaggia sino all' altra del promon-
torio di Apollo. Le mura, che chiu-
devano il recinto di Cartagine era-
no triplici, e di una solidità straor-
dinaria. Vi s'innalzarono toni e ba-
stioni ad una certa distanza, sicco-
me caserme, scuderie, magazzini, e
stalle per trecento elefanti si trova-
vano nel piano basso, standovi aq-
quartierata una numerosa guarni-
gione. Il porto era emporio di traf-
fico , mentre in altro si eseguivano
gli armamenti marittimi , con am-
pi cantieri, in uno a parecchi edifizi
magnifici.
Cartagine fu in origine chiamata
Cadmtja, cioè l'orientale, secondo
l'idioma fenicio, stante la sua posi-
zione, o dal nome di Cadmus, co-
mune ai capi delle loro colonie; in-
di Cacabe, o testa di cavallo, da
quella che si rinvenne nello scavar-
ne i fondamenti. Ma le denomina-
zioni egualmente fenicie Cariai rt-
dad o Carthada^ volte poi in Car-
tagine a tutte le altre prevalsero.
Varie sono le opinioni sulla sua fon-
dazione, ma la più comune sembia
Ile CAft
quella^ cli6 ne attribuisce l' origine
ad una colonia di tirii o fenici i ver-
so l'anno del mondo 2498, due-
cento sessanta anni dopo la fonda-
zione di Roma. Dopo un secolo ÌA
regina Bidone, vedova di Siclieo,
fuggita da Tiro per le sevizie del
le Pigmalione suo fratello, giunse
a Cartiigine con tutte le sue ric-
chezze. Vi fece costruire una for-
tezza col nome di Bostra _, chia-
mata di poi Byrsaj per indicai^e un
luogo forte, sebbene Appiano Ales-
sandrino dica, che nel principio delle
guerre puniche fosse della Birsa,
poiché Didone domandò ed ottenne
tanto di terrd quanto avrebbe po-
tuto comprendere il giro d'una pel-
le di toro. In questa cittadella poi
fu eretto un tempio ad Esculapio^
che la moglie di Asdrubale incendiò
per dispetto.
Didone ampliò la città di Carta-
gine, ed accrebbe la sua importanza.
Nondimeno è derivata la sua prin-
cipale grandezza dall'esteso commer-
cio, donde affluirono le dovizie, le
conquiste, il potere, la gloria. Di-
venne emula di Roma al segno da
destarle gelosia per le sue possenti
forze di mare e di teira, pel nume-
ro e per la ricchezza de' suoi abi-
tanti, per la vastità, e per la splen-
didezza de' suoi edifizi, ma soprat-
tutto per la riputazione delle sue
armi vittoriose. I cartaginesi conser-
varono religione, idioma e costuman-
ze ereditate dalla Fenicia, non che
unione colla madre patria, e con le
altre colonie fenìcie. Quindi si dissero
Phoeni quasi fonici, indi Poeni ,
o Punici. Ad onta che fosse stata
Cartagine la capitale d' un grande im-
pero, e la principale città dell' Afri-
ca, si rese più famosa, come si dis-
se, pei suoi avvenimenti militari, e
per la sua rivalità con Roma, che
CAè
^ro<)ussero quelle guerre cotahto fa-
mose, conosciute col nome di punì'
che. La prima durò ventiquattro an-
ni, ed ebbe origine dai Mamertini
signori della città di Messina, i qua-
li assaliti dal re Gerone, e dai car-
taginesi, invocarono l'aiuto de' ro-
mani, che comandati da Appio Clau-
dio presero Messina, e vinsero il
supremo generale Xantippo. I tor-
menti, e l'inaudito eroismo di Atti-
lio Regolo, diedero fine a tal guer-
ra. La seconda guerra punica inco-
minciata r anno di Roma 536, do-
po che Annibale prese la città di
SaguntOj alleata fedele de' romani,
durò diciassette anni, e fu a Roma
funesta e gloriosa ad un tempo per
le perdite cagionatele da Annibale
in Italia, e per le strepitose vitto-
rie di Scipione nell'Africa. In que-
sta seconda guerra punica, la re-
pubblica romana trovossi suil' orlo
del precipizio; se non che Anniba-
le non mai vinto dalle fatiche^ lo
fu dalle delizie di Capua. Di che
profittando i romani con rafforzarsi
vigorosamente^ vendicarono le gravi
perdite sofferte. La terza guerra non
durò che quattro anni, cioè fino al-
l'anno 608 di Roma, e i46 avanti
r era cristiana, epoca in cui Scipio-
ne, // giovane, prese e rovinò questa
superba città, che aveva con tanto
valore disputato a Roma 1' impero
del mondo, e dalla quale, per lo
stato deplorabile in cui era ridotta,
appena sortirono cinquemila abitan-
ti, superstiti dalla valida e famosa
resistenza, che fecero al console Mar-
zio, quando intesero ch'egli dovea
distruggere la loro città, per riedi-
ficarla sul continente in distanza di
ottanta stadii.
Dopo circa trenta anni, che Sci-
pione avea rovinata Cartagine, i ro-
mani vi mandarono una colonia.
CAR
la quale fu la prima da essi spedita
fuori d' Italia ; e sotto la condotta
del tribuno Gracco e gli auspici di
Giunone, vi fecero edificare una
nuova città, che si chiamò Giuno-
nia. Da quel tempo divenne colonia
romana, ma il progetto di restituirle
il suo antico splendore non ebbe in-
cominciamento che sotto Giulio Ce-
sare, allorquando v' inviò altri colo-
ili, i quali la ristabilirono poco lungi
dall'area primiera. Da allora in poi
Cartagine, ripreso il suo antico no-
me, tornò ad essere metropoli del-
l'Africa proconsolare, e quindi di
tutta l'Africa romana, e fu riguar-
data come la seconda città dell'im-
pero, giacché sebbene Antiochia di
Siria, ed Alessandria di Egitto fos-
sero città grandissime e rinomate a
segno di essere considerate le prime
dopo Roma, pure non esitava Car-
tagine a darsi il titolo di città mag-
giore dell' impero romano dopo
Roma.
Finalmente, nell'anno 3i8, Car-
tagine nuova vide incominciare i
disastri, che successivamente ne pro-
dussero la totale rovina come la
vecchia. In quell* anno suddetto fu
saccheggiata da Massenzio tiranno
dell'impero; ed i vandali passati
nell'Africa, e capitanati da Genseri-
co, la presero ai 19 ottobre 4^9.
I re suoi successori ne conservaro-
no il dominio sino all' impero di
Giustiniano I, nel quale avendo Be-
lisario suo generale sbarcata una po-
derosa armata, la tolse nel 534 a
GelimerOj e al timore de' vandali nel-
r Africa. Quindi gì* imperatori d'O-
riente r ebbero in possesso sino a
Leonzio, sotto l' impero del quale gli
arabi saraceni la presero verso l'an-
no 695 , la saccheggiarono e la ri-
dussero al nulla, dopo settecento an-
ni di esistenza ( quanti n' erano toc-
CAR i'x^f
cati in sorte alla prima), onde at-
tualmente non si veggono che ro-
vine, le quali ne fanno deplorare la
distruzione.
La chiesa di Cartagine si rese su-
bito rispettabile dopo la promulga*
zione del vangelo, e ben presto pre-
se lo stesso posto neir ecclesiastico ,
come lo avea avuto nel civile, di-
venendo nel secondo secolo metro-
poli della splendidissima chiesa Afri-
cana proconsolare , nonché primate
della provincia d* Africa. Il suo pri-
mo vescovo, del quale si faccia men-
zione, fu Agrippino, ed i successon
metropolilani , tanto prima che do-
po il concilio niceno , esercitarono
la loro autorità su tutte le chiese
di dette provincie. Commanville nel-
1* Histoire de tous les Àrchéi^échés
et Evéchés , Paris, 1700, fa l'enu-
merazione a p. i5i, delle sedi sot-
toposte all'ecclesiastica giurisdizione
di Cartagine, e ne registra centotre
di notizie certe. Cartagine, e tutte le
chiese dell'Africa dipendettero dalla
Chiesa Romana, e non da quella di
Alessandria, sebbene le africane chie-
se fossero più vicine alla Libia che
a Roma, perché quelle regioni avea-
no ricevuto il lume del vangelo pel
ministero de' romani inviali dai Som-
mi Pontefici, e non per quello de-
gli egiziani; nonché per avervi i ro-
mani stabilite delle colonie, la cui
lingua latina si propagò nella na-
zione, che perdette l' originario lin-
guaggio fenicio. Perciò era ben giu-
sto, che Cartagine fosse governala
piuttosto dai latini , che dai greci.
In fatti questa chiesa insigne diede
solenni riprove alla sede Romana
della sua sommissione e gratitudine,
anche sotto il dominio straniero van-
dalico. All' articolo Africa, e parti-
colarmente in molti altri analoghi a
questo, si parla di ciò che riguarda
iiS CAR
le glorie e vicende di sì illustre
chiesa, ove fiorirono Tertulliano, s.
Cipriano , e tanti padri e pastori ,
che ne accrebbeio lo splendore, men-
tile si vedranno i principali suoi av-
venimenti, registrati ne' fasti del cri-
stianesimo, in quanto venne tratta-
to nei suoi numerosi seguenti con-
cilii.
Ma dopo che la chiesa di Car-
tagine dovette soffrire le vicende la-
grimevoli degli scismi, e il peso del-
le invasioni barbariche, vide il suo
infelice fine nella occupazione dei
saraceni, onde dopo il 691 l'aspet-
to di questa chiesa fu interamente
cangiato, dappoiché l'ignoranza e
r empietà occuparono pressoché tut-
ti gli spiriti, e si videro a disonore
della religione, molti cristiani, il cui
coraggio avea saputo resistere agli
sforzi infernali degli scismi e delle
eresie, correre in folla sotto gli sten-
dardi di Maometto, cangiando il van-
gelo coU'alcorano. Tuttavolta alcuni
vi rimasero ancora fino al pontifi-
cato di s. Leone IX, dopo la metà
del secolo XI; ma questa non fu
che una debole luce, la quale tutto
ad un tempo terminò di risplende-
re, come può vedersi nelle belle
dissertazioni di Emmanuele Schel-
strate, massime in quella stampata
in Colonia, De Ecclesia africana
sub primate Carlhaginiensi.
Attualmente la chiesa di Carta-
gine é arcivescovato in partibuSy
colle seguenti sedi, egualmente in
parlibus, per suffraganee: Assuro^
Calamata, Costanùna, Graziano-
polij Bona, Irina, Laro, Madara^
Mauara, Mayula , Oria, Ruspa,
Tabarca, Telepta, Numidia, Fera^
Targa, Usula, Utine, Tagasta, Za-
mora, Lambesa e Mileto. Gli ul-
timi prelati, cui fu conferito questo
arcivescovato, sono l'attuale arcive-
CAR
scovo di Tours, monsignor Mont-
blanc, il Cardinal Filippo de An-
gelis, nominalo da Pio Vili nel con-
cistoro de' 18 mai*zo i83o, elevalo
alla porpora, e alla sede di Monte-
fiascone, nel i838, dal Papa re-
gnante, e il presente nunzio aposto-
lico di Baviera monsignor Michele
Viale Prelà , fatto arcivescovo di
Cartagine dal medesimo Gregorio
XVI, nel concistoro de' 12 luglio
i84i.
Concila di Cartagine.
Il primo fu tenuto dal vescovo
di Cartagine Agrippino, coli' inter-
vento di tutti i vescovi dell' Africa,
nell'anno 200, come afferma Tille-
mont, sebbene altri lo credono ce-
lebrato nel 2 1 5 , altri nel 217 e
anche nel 225. Fu contro il bat-
tesimo degli eretici, decidendosi che
faceva d' uopo ribattezzarli. Regia ,
Labbè, e Arduino, tomo I. Il Len-
glet coir autorità di quest'ultimo di-
ce, che il secondo concilio Cartagi-
nese ebbe luogo nel 2i5, sulla di-
sciplina ecclesiastica.
Il secondo ai i5 maggio 25 1 si
celebrò da s. Cipriano vescovo di
Cartagine con molti altri vescovi.
In esso esaminossi la causa di quelli,
eh' erano caduti nella persecuzione
di Decio, e si regolò la condotta da
tenersi con quelli, i quali si erano
indotti a ricevere dalla magistratu-
ra de' certificati di aver sagrificato
agi' idoli, per cui si dissero libella-
tici. I canoni penitenziali, che allora
si formarono, vennero riguardati
come il codice penale della Chiesa,
siccome approvati dal Pontefice s.
Cornelio. Sì trattarono con indulgen-
za quei, che dopo la loro caduta, es-
sendo restati nella Chiesa , aveana
continuato a piangere i loro pecca-
CAR
li ; laddove nel concilio precedente
era stato risoluto di non dar loro
la pace, se non quando fossero in
pericolo di morte, mentre in questo
si ordinò di darla prima. Indi ven-
ne scomunicato per la seconda volta
lo scismatico Felicissimo co' suoi a-
derenti. Regia , Arduino , t. I , e s.
Cipriano nelle sue epistole.
11 terzo si tenne nell'anno 252,
contro Privato, Felicissimo, e Nova-
ziano antipapa. Regia, Arduino t. I.
Il quarto, sopra il battesimo degli
eretici, ebbe luogo nel 253. Vi si
lesse la lettera del vescovo Fido,
onde fu ripreso Terape , e siccome
Fido avea proposto, che non si do-
vessero battezzare i fanciulli se non
aveano otto giorni, s. Cipriano, alla
testa di séssantasei vescovi, decise
non esser necessario attendere tal
tempo : definizione che nella Chiesa
fu assai ammirata. Questo stesso con-
cilio trattò delle preghiere, e del sa-
giifizio pei defonti, come di prati-
che antiche. S. Cipriano, ep. II, p.
117, Baluzio in Collect, e i citati
autori.
Il quinto, adunato nel 254 ^^ s.
Cipriano con trentasei vescovi, fu
contro Basihde vescovo di Lione, e
Marziale vescovo di Astorga, per es-
sere stati libellatici, cioè per aver
preso de' biglietti o certificati, come
se avessero sagrificato. Regia, Lab-
bé, Arduino t. I.
Il sesto, tenuto nel 255, da s.
Cipriano, per la questione del bat-
tesimo degli eretici, era composto
di sessantuno vescovi, ma fu dichia-
rato nullo. Di esso fu soggetto la
celebre questione col Papa s. Stefa-
no I. Alcuni opinano, che gli afri-
cani riguardassero la controversia
come spettante la disciplina, non il
domma. Ibidem.
11 settimo concilio celebrossi in
VOL. X.
CAR
129
Cartagine l'anno 257, e tratta sul
medesimo argomento. I vescovi di
Numidia in numero di diciotto a-
vendo scritto a s. Cipriano per sa-
pere se dovessero ribattezzare gli
eretici , come già praticavano, il con-
cilio risolvette affermativamente. Di-
versi autori sono di parere, che in
detti anni fossero tenuti in Car-
tagine anche altri concilii. Ibidem.
s. Cypr. epist. 70 p. 174- V- Di-
zionàrio portatile de concilii,
L' ottavo, nel 3 1 1 , decise si do-
vesse eleggere in vescovo della città
Geciliano, che fu ordinato da Feli-
ce d^Atponga in vece di Mensurio.
Baluzio, Nova collect.
Il nono egualmente nell' anno
3i I , ove settanta vescovi di Nu-
midia deposero Ceciliano, ed ordi-
nando Majorino, formarono lo sci-
sma de' donatisti. Quest' adunanza
viene riguardata come un conciha-
bolo di scismatici , giacche condan-
narono Ceciliano senza ne accusarlo,
né ascoltarlo. Regia, Labbé, Ardui-
no t. I.
Il decimo si tenne nel 3 1 2 , ed
in esso Ceciliano fu assoluto. Ibi-
dem. Lenglet, all'anno 333, coli' au-
torità dell' Arduino, registra un con-
cilio sopra i libellatici.
L' undecimo nel 34B, o 349, da
Grato vescovo di Cartagine fu con-
vocato coi vescovi di tutte le pro-
vincie dell'Africa. Molti donatisti fu-
rono riuniti alla Chiesa, ed è il più
antico concilio Cartaginese, di cui ci
restano i canoni. Se ne formarono
tredici : il primo proibisce di rinno-
vare il battesimo in nome della ss.
Trinità; il secondo riguarda l'onore
dovuto a' martiri, e vieta di vene-
rare quelli, che eransi precipitati, o
uccisi per pazzia ; il terzo rinnovò
la proibizione a' chierici di coabita-
re con donne ; il sesto inibisce ai
9
i3o CAR
chierici cìi tratiare adàii secolari ; il
tlecimoterzo d'imprestare ad u^iira;
il decimoquarto lulinina le censure
ai laici dispreiza lori de' sagri canoni,
e minaccia ai chierici di essere de-
jK)Sti ed esclusi dal clero : /ìnaimenle
si deci*etò, che per giudicare un dia-
cono occorrono Ire vescovi, sei per
un prete, dodici per un vescovo.
Regia t. IH, Labbé l. If, e Ardui-
no t. I.
Il duodecimo, nel 890, fu con-
vocato da s. Geneoldo , vescovo di
Cartagine. Vi si fecero tredici ca-
noni ; col primo si dichiarò una pro-
fessione di fede , come quella degli
apostoli, e di credere e predicare la
ss. Trinità ; il secondo rinnovò il
decreto di un concilio precedente,
intorno alia continenza imposta ai
tre primi gradi del chiericato; il
terzo nuovamente vietò a' preti la
consagrazione del crisma, quella
delle vergini, e la riconciliazione dei
penitenti alla messa pubblica ; il set-
timo comanda che vengano scomu-
nicati i chierici, 1 quali ricevono co-
loro che furono scomunicati da al-
cun vescovo , senza il permesso di
lui; il duodecimo vieta l'ordinarsi
vescovo , senza il consenso del me-
tropolitano.
Leggesi ancora tra i suoi canoni,
che il vescovo era il ministro ordi-
nario della penitenza, e il sacerdote
solo in sua assenza, o in caso di
necessità. Labbé tom. IT, Arduino,
tom. I. Il Lenglet inoltre, nel 389,
registra un concilio cartaginese per
le disposizioni di un concilio gene-
rale , nel 393, per la pace della
Chiesa , sotto Primiano vescovo del-
la città , eh' ebbe contrari quaran-
tatre vescovi, e, nel 394, sulla di-
sciplina ecclesiastica.
Il decimo terzo si tenne nel 897,
nell'episcopato di Aurelio, che vi
CAR
presiedette alla testa di circa cin-
quanta vescovi , i quali formaronvi
altrettanti canoni. S. Agostino v' in-
tervenne , e la sua disciplina fu ri-
putala santissima. Col pnrno fu or-
dinato a' vescovi di prendere ogni
anno informazione dal primate, sul
giorno in cui devesi celebrare la
Pasqua; il secondo prescrisse che il
concilio generale dell'Africa si adu-
nerebbe ogni anno , e che tutte le
Provincie, le quali hanno delle prime
sedi, vi manderebbero tre deputati
dei loro concili particolari ; il terzo
ordina ai vescovi la piena cognizione
de'sagri canoni prima di essere ordi-
nati; il sesto proibisce di amministra-
re il battesimo o l'eucaristia a' mor-
ti ; l'undecimo vieta di assistere agli
spettacoli ; il deci mollavo proibisce
di ordinare alcuno vescovo , sacer-
dote, o diacono, a meno che non fos-
sero tutti cattolici quei , che si tro-
vavano nella casa di lui ; il ventesimo
primo non permette ai vescovi di ri-
tenere presso di se, e di ordinare
chierici delle altre diocesi ; il vente-
simoquinto vieta a' chierici il recarsi
a trovare femmine senza compagnia:
il ventesimosettimo proibisce loro le
osterie; il ventesimonono comanda
di celebrare la messa a digiimo ; il
trentesimo esige, che si battezzino gli
infermi, i quali non possono parlare,
allorché abbiano prima domandato
tal sagramento. In questo concilio
fu anche proibita la traslazione da
una sede all'altra, e si formò un ca-
talogo delle sagre Scritture conforme
a quello che abbiamo oggidì. Regia
tom. Ili, Labbc t. II, Arduino t. I.
Il quattordicesimo fu celebrato,
nel 398 , da s. Aurelio vescovo di
Cartagine, con circa duecento quat-
tordici vescovi, fra' quali s. Agostino.
Vi si formarono centoquattro canoni
celebratissimi nell'antichità, i quali
I
CAR
per la maggior parte riguardano l'or-
dinazione , e i doveri de' vescovi e
de' chierici. Vi sono proibite le tras-
lazioni, se non fossero per vantaggio
reale della Chiesa; e in tal caso si
stabilisce, che dovessero essere fatte
con autorità di un concilio pei ve-
scovi, e coll'autorità di un vescovo
pei sacerdoti , e pegli altri chierici.
In oltre s'impone alle vergini, che
vogliono farsi consagrare dal vesco-
vo , di dover presentarsi con abito
secondo lo stato cui vogliono abbrac-
ciare; che gli sposi nel ricevere la
benedizione del matrimonio sieno ac-
compagnati dai congiunti e paraninfi,
ed osservino la continenza nella not-
te che segue la benedizione pel ris-
petto che a questa si deve; che ven-
gano scomunicati quelli, i quali e-
scono dalla chiesa durante la predi-
ca; che in caso di bisogno un dia-
cono presente il prete , e col suo
consenso può distribuire l'Eucaristia ;
permette agli eretici, giudei e paga-
ni l'entrare nelle chiese per ascolta-
re la divina parola; e scomunica
come omicidi dei poveri coloro, che
ricusano di soddisfare ai legati fatti
alle chiese, ai moribondi , ovvero
non vi soddisfano che stentatamente.
Ibidem.
Il decimoquinto fu celebrato nel-
l'anno 899. Vi si deputarono due
vescovi per ottenere da gì' imperatori
una legge, la quale proibì di levar
dalla chiesa i rei , che vi si rifu-
giavano. Baluzio, in nov. collect.
Il decimoseslo concilio si adunò
Tanno ^00 o ^01 , colla presidenza
del celebre s. Aurelio, e di seltan-
tadue vescovi, ed incominciò agli 8
di giugno. Venne proposto di depu-
tare a Roma e a Milano, e chie-
derne 1
approvazione, per ascrivere
al
clero i figli dei donatisti convertiti,
giacche la scarsezza de' chierici in
I
CAR i3i
Africa nasceva in parte dall'oppres-
sione de' donatisti, dalla loro molti-
tudine, e dalla sollecitudine de' ve-
scovi rigorosi nella scelta de' chie-
rici. Vi si formarono quindici ca-
noni; il terzo approvò la legge
della continenza pei vescovi , sacer-
doti e diaconi ; il quarto proibì l'alie-
nare i beni della Chiesa, senza l'av-
viso del metropolitano; l'ottavo pre-
scrive doversi eleggere il vescovo
entro l'anno della morte del prede-
cessore ; il decimo vieta a' vescovi
l'esentarsi senza legittima causa dai
concili nazionali ; il decirnoquarto
provvide all' erezione delle cappelle
in onore de' martiri. In questo con-
cilio si decretò pure , che i vescovi
devono abitare presso la cattedrale.
Regia t. Ili, Labbé II, Arduino I.
Il decimosettimo, nel 4^3, fu com-
posto da tutte le provincie dell'Afri-
ca. In esso venne deciso , che non
s' inviterebbono i donatisti a trovarsi
coi cattolici per le ragioni che li
dividevano dalla comunione, ma i
vescovi viciniori si recherebbono da
loro; e fu proposto il modo di con-
cihazione. Fabricius.
Il decimottavo fu tenuto l'anno
494 per invocar l'aiuto dell'impe-
ratore contro i donatisti, e vi fu de-
ciso, secondo il parere di s. Agostino,
di por in vigore la legge di Teo-
dosio, che impose la multa di dieci
lire d'oro sugli eretici. Ibidem.
Il decimonono nell'anno 4^7) de-
cretò di scrivere al Pontefice s. In-
nocenzo I, intorno alla pace della
Chiesa romana coli' alessandrina , e
vi si fecero alcuni canoni.
Il ventesimo si tenne l'anno 4^^?
a' 16 giugno, e vi fu deputato il
vescovo Fortunaziano all'imperatore
contro i gentili e gli eretici.
Il ventesimo primo nel 4^9 è ri-
guardante i donatisti.
i32 CAR
Il Tentesimosecondo, nel 4'o> f"
tenuto in sequela della domanda fat-
ta ad Onorio impemtore, accioccliè
vocasse la libertà accordata ai do-
natisti.
Nel 4 » J si celebrò in Cartagine
coH'autorizzazione di Onorio la fa-
mosa conferenza fra i cattolici e i
donatisti per la loro riunione, affine
di convincere questi ultimi della ne-
cessità di essere nella Chiesa catto-
lica. Vi assistette s. Agostino, il
<[uale confuse i donatisti, la cui setta
sensibilmente diminuì dopo tal con-
ferenza. Baluzio.
Il ventesimoterzo concilio fu te-
nuto l'anno 4 1 ^ contro Celestio di-
scepolo di Pelagio, che seminava i
suoi errori nella città di Cartagine,
e vi fu scomunicato. Regia IV, Lab-
bé li, Arduino I.
Il ventesimo quarto , nel 4 ^ ^ >
egualmente contro Pelagio e Celestio,
era composto di sessantotto vesco-
vi presieduti da Aurelio di Cartagi-
ne, i quali scrìssero a Papa s. In-
nocenzo I, supplicandolo ad unir la
sua autorità ai loro decreti emanati
contro i due eresiarchi, enumeran-
done i principali errori. Regia IV,
Arduino I.
Il ventesimoquinto, nell'anno 4i7j
composto di duecento quattordici
vescovi, alla cui testa fu Aurelio,
è chiamato da s. Agostino concilio
di Africa, perchè v' intervennero pa-
recchie Provincie. Vuoisi che il ve-
scovo di Cartagine lo convocasse do-
po avere ricevuto la lettera di Papa
s. Zozimo. Vi si fecero alcuni de-
creti intorno alla fede contro i pe-
lagiani. Ibidem.
Il ventesimosesto si tenne l'anno
4i8 sul medesimo argomento. Vi
si fecero otto canoni per condanna-
re gli errori di Pelagio e di Cele-
stio. Per altro non riportandolo tut-
CAR
ti gli autori, sembra che sia lo stesso
concilio precedente.
11 ventesimosettimo, del 419, ver-
sò sopra la fede , la disciplina e le
appellazioni . Fra i suoi trentotto
canoni , è da notarsi il XXXV ,
che esclude per testimoni ed accu-
satori, gli schiavi, e le persone in-
fami ec, non che gli eretici, i giu-
dei e i pagani. Il trentesimo ot-
tavo vieta al vescovo d' impor-
re pubblica penitenza al peccato-
re , che avrà a lui solo confessa-
to il proprio fallo. Vi presiedette
Aurelio, in uno al primate di Nu-
midia , e al legato pontifìcio , col-
r intervento di duecento diciassette
vescovi. Ibidem.
Il ventesimo ottavo fu celebrato
contro i manichei. Baluzio in collect.
Il ventesimo nono fu tenuto nel
484, in cui Unnerico re de' vandali,
fautore degli ariani, avendo oid ina-
io a tutti i vescovi cattolici di Afiica
di lecarsi a Cartagine, per rendere
ragione della loro fede (tra i quali
e' era Eugenio allora vescovo di Car-
tagine, che avea generosamente pro-
fessata la fede nicena cogli altri ve-
scovi africani), esiliò più di quat-
trocento di detti vescovi zelanti. Re-
gia t. IX, Labbé IV, Arduino II.
Il trentesimo. Tanno 5iQy presie-
duto da Bonifacio vescovo di Car-
tagine, era composto di sessanta ve-
scovi. In esso rinnovaronsi i canoni
de' precedenti concili, e fu ordinato
che i monisteri sarebbono indipen-
denti dai chierici, come sempre lo
erano stati. Bonifacio rese grazie a
Dio della pace restituita alla chiesa
d' Africa , e vi si lesse il simbolo
Niceno. Regia XI, Labbé IV, Ar-
duino II.
Il trentesimo primo , l'anno 534
o 535, fu tenuto per ricuperare i
beni ecclesiastici usurpati dai van-
CAR
dalij e per ripristinare la disciplina
e la libertà della Chiesa. Mabillon
in Analect..
Il trentesimo secondo, l'anno 594»
fu contro i donatisti. Altri lo cre-
dono celebrato nel 54o. Vi si or-
dinò che tutti i vescovi vegliereb-
bono per iscuoprire i donatisti, sotto
pena di perdere le rendite e la di-
gnità.
11 trentesimo terzo fu tenuto l'an-
no 646 contro gli eretici monoteliti.
Regia t. XIV, Labbé tom. V, Ar-
duino III.
CARTENNA. Città vescovile chia-
mata anche Cariana, della Mauri-
tania Cesarea nell'Africa occidenta-
le, nel dominio romano alla foce
del fiume Cartennus. Si crede ,
che sia Masgraim, o Mostagan sul
mare presso Orano. Si conoscono
due vescovi di questa diocesi , Vit-
tore e Rustico, di cui fa menzione
&. Agostino.
CARTUSIANO Dionisio. V. Dio-
nisio Cartusiano.
CARTUSIANO Guido. V, Guido
Cartusiano.
CAR VAGLIO e JVIENDOZA Pao-
lo, Cardinale. Paolo de Carvaglio
e Mendoza prelato della patriarca-
le di Lisbona, presidente al consi-
gho della regina e del senato, primo
inquisitore del s. uffizio, gran prio-
re di Guimaraes, e fratello al famo-
so primo ministro di Portogallo, ai
18 dicembre del 1769, da Clemente
XIV, fu promosso al Cardinalato, ri-
servato però in petto. Venne poi pub-
blicato a Roma nel concistoro dei 20
o 29 gennaio 1770, mentre a' 17
dello stesso mese era morto a Lis-
bona, ed era stato sepolto nella pa-
triarcale, senza che R.oma ne avesse
sentore, come avvenne di altri por-
porati , pubblicati dopo che erano
morii.
CAR i33
CARVAIAL Giovanni Cardìnàk.
Giovanni Carvaial nacque da illu-
stre famiglia a Turgillo nella Spa-
gna. Si rese celebre in diritto ca-
nonico, e divenne uditore di Ruo-
ta, poi governatore di Roma, ve-
scovo di Palencia, e nunzio in Ger-
mania, che allora era scompigliata,
e per la deposizione fatta da Euge-
nio IV degli elettori di Tre veri e
Colonia, e più per la neutralità di
quella gente, che non ubbidiva al-
l' antipapa Felice V, né al detto le-
gittimo Pontefice Eugenio IV. Ma il
Cardinal si condusse così, che nella
dieta dell' imperio, la quale si tenne
in Magonza, ove assisteva anche il
Cardinal Nicolò di Cusa, e che si
terminò poi nell'altra di Francfort,
fu tolto lo scisma, e la nazione ri-
conobbe Eugenio IV per legittimo
Pontefice. Dopo questa nunziatura,
ebbe la seconda al concilio di Rasi-
lea nel i44i> ^^^ si regolò con tan-
ta soddisfazion del Pontefice, che fu
creato Cardinal diacono di s. Ange-
lo ai 17 dicembre nel i446- Sos-
tenne trentatre legazioni, che por-
tarono grandissimo utile alla s. Se-
de, quella specialmente contro il
turco in Ungheria, che durò per sei
anni. Ne meno si mostrò zelante
per la conversione degli eretici, dei
quali parecchi abiurarono gli erro-
ri della lor setta. Così pure si die-
de a divedere valoroso quando pre-
cedeva i crocesegnati contro il turco,
difendendosi sempre dalle scorrerie
dei barbari, benché talvolta abban-
donato dagli ufficiali e soldati. Di
mezzo a tante occupazioni non di-
menticava però la sua chiesa: che
anzi la beneficò in ogni maniera
possibile, specialmente colla sua li-
beralità verso ai poverelli, e collo
zelo instancabile per la salvezza del-
le anime. Fece a sue spese costruì-
;i34 cah
re un ponte sul Tago presso Pa-
lencia, mancando il quale, parecchie
persone erano perite preda delle ac-
que. A Roma intervenne con assiduità
u!!e cappelle, congregazioni, concistori,
ove parlò con prudenza e modestia con-
giunta per altro a severa libertà, come
quando Paolo li volea derogare ad
alcune leggi, a|le quali prima della
elezione di lui il sagro Collegio e-
rasi obbligato con solenne giura-
mento, llicliiese la sottoscrizione dei
Cardinali pel breve derogatorio alle
medesime, e benché la più parte di
essi segnasse il proprio nome, egli
non volle mai indursi a ciò. Assai
lontano dall' ambizione, abitava una
piccola casa presso s. Marcello af-
fatto disadorna, maceravasi austera-
mente, sosteneva lunghi digiuni , e
precedeva tutti nell' esercizio di ogni
maniei-a di virtù. Egli , come il
grande Antonio di Egitto, sempre
ilare e gioviale consolava chiunque
avesse fissato in lui lo sguardo; era
intrinseco amico di s. Gio: da Capi-
strano; scrisse un compendio delle
sue legazioni, un'apologia a favore
della s. Sede , e parecchie pregia-
tissime lettere. Da ultimo, dopo i
conclavi di Nicolò V, Calisto HI e
Paolo II, mentre era vescovo di Por-
to eletto da Pio II, al conclave del
quale non fu presente, moiù a Roma
nel 1469, di 70 anni e 23 di Cardi-
nalato. Fu sepolto nella chiesa di
s. Marcello , con magnifico elogio del
Cardinal Bessarione. Le memorie
della vita di lui si pubblicarono a
Roma nel lySi ; poi furono scritte
in lingua latina da Domenico Lopez
nel 1754, e pubblicate con questo
titolo : De rebus gestis S. R. E.
Cardinalis Carvajalisy Commenta-
rius.
CARVAIAL Bernardino, Cardi'
naie. Bernardino Carvaìal nacque
CAR
in Palencia nella Spagna da nobili
genitori, nel i4^^> ed era nipote al
Cardinal Giovanni di questo nome.
Divenne assai perito nelle lettere,
nelle scienze e nelle facoltà teologi-
che; e dopo che fu cameriere d'o-
nore a Sisto IV, ebbe da Innocen-
zo Vili il vescovato di Cartagcna
colla nunziatura alla corte di Spa-
gna a Ferdinando ed Isabella, che
lo elessero loro ambasciatore presso
il Pontefice. Poscia dal Papa A-
lessandro VI, ai 21 agosto dell'an-
no 1493, fu creato Cardinal prete
dei ss. Pietro e Marcellino; e nel
1 496 legato a latere per andare incon-
tro all' imperator Massimiliano, nel
qual tempo stabilì una tregua tra lo
stesso Cesare, ed il re di Francia. Co-
me legato governò la provincia di
Campagna a modo da esser lodato
anche da quelli, che dovea punire. Da
Giulio II ebbe la legazione dell'A-
lemagna; poi quella a Ferdinando
re di Napoli, quando quel principe
andava a Roma. Ma avendo rice-
vuti dal Papa alcuni dispiaceri , si
alienò da lui, e fatto capo dei ri-
belli contro quel Papa odiato da
Luigi XII perchè lo avea scomu-
uicatOj guadagnati al suo partito i
Cardinali Borgia, Brissonet, Sanse-
verino e Renato di Briè, sostenuto ,
secondo alcuni, da Massimiliano, con-
vocò a Pisa un conciliabolo contro il
Papa, e lo prosegui a Milano, ove il
Carvaialfu eletto antipapa col nome di
Martino, circostanza poco nota, per-
chè non creduta dagli scrittori. Giu-
lio lo scomunicò coi colleghi in pien
concistoro; ma Leone X lo restituì
allo stato primiero col digiuno di
una volta al mese finche vivesse ;
avendo il Carvaial detestato solen-
nemente a voce ed in iscritto l'er-
rore, come ne diede esempio nel
concilio di laterano. Alessandro VI,
CAR
nel i5o3, k> avea fatto anunini-
stiatore delle chiese di Avellino e Si-
guenca; e nell'anno i523 Adria-
no VI gli diede il medesimo uffizio
per quella di Foligno. In appresso
rinunziò queste due ultime chiese
al nipote, ritenendo quelle di Aster-
ga e d'Ostia, che conseguito avea
da Leone X, nel i52i. Da ultimo,
dopo i conclavi di Pio III, Giulio
IJ, Adriano VI, cui accolse in O-
stia quando ritornava dàlia Spa-
gna, e di Clemente VII, mori a
Roma decano del sagro Collegio,
nel i523, di sessantotto anni e tren-
ta di Cardinalato. Fu sepolto nel-
la veneranda basilica di s. Croce
in Gerusalemme, ove sorge magni-
fico avello adorno di un beli' elo-
gio al lato destro della tribuna di
quella chiesa, cui generosamente avea
beneficato, essendo stata già suo ti-
tolo, e cui ritenne a commenda con
quello di s. Marcello, dacché era
passato al vescovato di Ostia e Vel-
ie tri.
CAR VATE Reginaldo, Cardina-
le. Reginaldo Carvate di Chartres,
cameriere di Eugenio IV, e refe-
rendario apostolico, consegui il ve-
scovato di Beauvais , senza però
andarne al possesso. Avea già nel
i4i4j tla Giovanni XXIII ottenuto
l'arcivescovato di Reiras; e da Eu-
genio IV, nel 1434? ebbe quello di
Embrnn, ma volle tenersi al primo.
Carlo VII re di Francia, nel 14^5,
Io avea dichiarato gran cancelliere
del regno, e poi nel 1429» ricevet-
te da lui come arcivescovo di Reims,
la sagra unzione secondo il costu-
me de' monarchi francesi. Poi nel
1 4 36, il Carvate ebbe in amministra-
zione la chiesa di Agde, e nel 14^9
quella di Orleans. Accolse in Beau-
vais r imperator Sigismondo, andato
in Francia a comporre la pace ha
CAS i3)
le corone belligeranti, e contribuire
ad estinguei" lo scisma. Si annovera
tra i prelati del concilio costanziense,
e fu il primo ambasciator di ubbi-
dienza, spedito dalla Francia dal
re Carlo VII a Martino V, al fine
di riconoscerlo per legittimo Pon-
tefice. Da ultimo, a' 18 dicembre
del 1439, nel concilio generale di
Firenze, Eugenio IV, con altri sedici
soggetti, creolio Cardinal prete di
s. Stefano nel Monte Celio. Mori a
Tours nel i44^j dopo sette anni
di Cardinalato, e fu sepolto nella
chiesa dei frati minori.
CASAE Bastalenses. Sede vesco-
vile dell'Africa occidentale, la cui
provincia s' ignora ; ma si sa che un
suo vescovo assistette, nel /^ii, alla
conferenza di Cartagine.
CASAE Calanenses. Sede episco-
pale dell' Africa occidentale nella
Numidia, suffiaganea di Cirta. For-
tunato vi era vescovo nei primordi
del quinto secolo.
CaSAE Favenses. Antica città
vescovile dell'Africa occidentale, d'in-
certa provincia, il cui vescovo Le-
vando recossi alla conferenza carta-
ginese.
CASAE Madianenses. Sede vesco-
vile della Numidia, nell'Africa occi-
dentale. Il suo vescovo n^ancò nella
conferenza di Cartagine, ed Onorio
parlò in suo nome.
CASAE Nigrae , o Case nere.
Sede vescovile nell'Afi-ica occidenta-
le, provincia di Numidia. Il Ponte-
fice s. Melchiade, nel concilio, che
celebrò al Laterano I' anno 3i3,
condannò Donato vescovo delle Case
nere, capo dello scisma de'donatisfi ,
i quah negavano la vahdità del bat-
tesimo dato agli eretici, e rigetta-
vano r inlàllibililà della Chiesa. II
vescovo Januariano, nel 4* 'j ^* P^^"
tò alla conferenza di Cartagine. 11
i36 CAS
vescovo di questa sede divenne pri-
mate de' vescovi di Numidia , del
partito di Donato.
CASAE SiLVANAE. 5ede episcopale
deli' Africa occidentale , d' incerta
provincia, ovvero nella Bizacena.
CASxALE ( Casalen. ). Città con
residenza vescovile nel Piemonte,
detta Casal Monferrato, per essere
stata la capitale di quel dominio.
Fu riedificata in una beila ed estesa
pianura, sulla destra riva del Po,
da Guglielmo Paleologo marchese
di Monferrato, sulle rovine degli
antichi paesi de'veliati, ove esisteva
r antica Sedala. Ora è capo luogo
della quarta provincia Alessandrina,
e fu chiamata BodigomaguSy e Ca-
sale sanati Evasii, per distinguerla
dagli altri luoghi, che portano pure
il nome di Casale. Questa città ri-
conosce la sua primaria fondazione,
verso l'anno ySo, da Luitprando
re de' longobardi , che chi amolla s.
Evasio, in memoria di un pio ve-
scovo di Vercelh. Qui ebbero lunga
residenza i celebri marchesi di Mon-
ferrato, discesi da Aleramo, figlio
del duca di Sassonia, e da Adelasia
figlia di Ottone II, che dopo esser
vissuti per qualche tempo ignoti ,
furono scoperti dall'imperatore, co-
stituendo tali terre in loro appan-
naggio ; appannaggio che nell XI
secolo fu ereditato dal primogenito
Guglielmo. Da Bonifacio, figliuolo
di questo, nacque Guglielmo Lun-
gaspada^ celebre per le sue imprese
di Teri'a santa, e la cui sorella di-
venne imperatrice de' greci, mentre
egli sposò Sibilla sorella di Baldo-
vino re di Gerusalemme, il quale
essendo morto senza successione ,
lasciò il reame al suo nipote figlio
di detti coniugi, che però poco so-
pravvisse. Estinta la Hnea mascolina
di Aleramo, furono chiamati a re-
CAS
gnare nel Monferrato i Paleologhi,
parenti di essa, e il primo signore
ne fu Teodoro, che conquistò Asti,
e si collegò coi Visconti di Milano.
I successori regnarono sino a Carlo
V, e passato il dominio ai duchi
di, Mantova , il duca Vincenzo vi
eresse una buona cittadella con sci
bastioni. Finalmente Casale passò
sotto la dominazione della casa di
Savoja.
Al principio dell'anno 1629, Ca-
sale fu assediata dagli spagnuoli,
obbligati a ritirarsi dalle forze di
Luigi XIII i nell'anno seguente tor-
narono ad assediarla, ma fu valo-
rosamente difesa dal maresciallo di
Toiras. Nel i64o, avendovi gli spa-
gnuoli di nuovo posto 1' assedio,
sotto il marchese di Legnarez, vi
furono pienamente sconfitti dal conte
d'Harcourt. Nelle turbolenze di Fran-
cia, nel i652 , gli spagnuoli s' im-
padronirono di Casale, e quindi non
la restituirono alla casa di Mantova.
Quest'ultima però nel 1687 la ven-
dette a Luigi XIV re di Francia.
Tuttavolta, questo principe dopo
quattordici anni la restituì alla casa
medesima, demolendovi prima tutte
le fortificazioni, che la rendevano
rispettabile. Finalmente , verso il
1706, Vittorio Amadeo li di Sa-
voja, poi re di Sardegna, se ne im-
padronì j e presa , nel 1 74^» dai
francesi, la ricuperò nel 1746» Carlo
Eramanuele III. Al tempo della ri-
voluzione di Francia soggiacque Ca-
sale alla sorte del Piemonte, e fece
parte del dipartimento di Marengo,
fino al termine del francese impero.
La sede vescovile vi fu eretta ad
istanza del marchese di Monferrato
Guglielmo Paleologo, dal Pontefice
Sisto IV, nel i474> facendola suf-
fraganea della metropoli di Milano,
donde passò poi sotto quella di Ver-
CAS
celli, venendo formata la diocesi con
Tari snierabramenti di quelle di Asti
e Vercelli. La cattedrale, uno dei
più belli edifizi della città , tu de-
dicata in onore di s. Evasio vescovo
e martire. Il capitolo ha due digni-
tà , la prima delle quali è il pre-
vosto, con quattordici canonici, con
due prebende, ed altri preti e chie-
rici. Esso elegge il parroco per la
cura delle anime, ed oltre la catte-
drale, si contano tre altre parroc-
chie. Vi sono i francescani, i soma-
schi , e la congregazione della mis-
sione, varie confraternite, due semi-
nari, ospedale, e monte di pietà.
La mensa è tassata in camera apo-
stolica in fiorini 333.
Fra gli uomini illustri, che fio-
rirono in Casale, vanno particolar-
mente ricordati i tre seguenti Car-
dinali : Marc' Antonio Boba , de' si-
gnori di Bossignano, degno della
porpora, cui lo esaltò nel i565 Pio
IV ; Gio. Francesco Blandrata , dei
conti di s. Giorgio, fatto Cardinale
nel 1596, da Clemente Vili, poco
mancando che non gli succedesse nel
pontificato ; e Giangiacomo Millo
de'marchesi di Tubine e di Altana,
nel 1753 creato da Benedetto XIV
Cardinale , e da lui assai amato.
CASALI Antonio, Cardinale. An-
tonio Casali, di nobile schiatta ro-
mana, e de' marchesi di tal nome ,
nacque a Roma a' 25 maggio del
1.7 1 4. Dopo aver percorso lodevol-
mente la carriera degli studi, aman-
do porsi al servigio della Sede Apo-
stolica, fu fatto prelato, e progressi-
vamente esercitò con lode diverse
cariche. Da segretario di consulta,
poi divenne governatore di Roma;
quindi da Clemente XIV, a' 1 2 di-
cembre 1770, fu promosso al Car-
dinalato; ma non fu pubblicato che
nel concistoro del i5 marzo 1773,
CAS 137
colla diaconia di s. Giorgio in Ve-
labro. Fu ascritto alle congrega-
zioni di propaganda, della sagra
consulta, di Avignone, e della Lau-
relana. Fra le diverse protettone
che sostenne, vanno rammentate
quella dell' ospizio apostolico di san
Michele, delle arciconfraternite del
Gonfalone , del ss. Crocefisso di
s. Marcello , e del Conservatorio
Pio da lui fondato a s. Pietro Mon-
torio mentre era governatore di
Roma, per le povere zitelle, con eri-
gervi una fabbrica di pannine, e
altre manifatture, e chiamato Pio
dalle beneficenze che gli procurò da
Pio VI, massime nel 1782. Morì
in Roma prefetto del Buongover-
no, e diacono di s. Maria ad Mar-
tyres a' i5 gennaio 1787, di set-
tantatre anni , e diciassette di Car-
dinalato. Fu esposto e sepolto nella
chiesa di s. Agostino, ove la nobi-
lissima sua casa ha la propria se-
poltura, nella cappella dedicata a
s. Pietro apostolo. Le sue virtù, le
sue belle azioni, l' ingegno e la pie-
tà, furono celebrate da C. Branca-
doro, poi Cardinale, nell' Elogio
storico del Cardinal Antonio Ca-
sali, Macerata 1787.
CASALIO Gasparo. Scrittore del
secolo decimosesto, nativo di San-
taren in Portogallo. Si ascrisse al-
l'Ordine degli eremiti di s. Agostino
l'anno \5^i. Si distinse nel sapere
per modo, che fu scelto a primario
professore nell' università di Coim-
bra. Venne poscia innalzato alla
sede di Zunsal nell' isola Madera,
dalla quale passò, nel i556, a quel-
la di Leira nell' Estremadura , e
poscia a quella di Coimbra, dove
mori nel 1587 circa. Intervenne
due volte al concilio di Trento. Fu
precettore dell' infante Giovanni III,
che poi lo fece suo confessore, e
ras CAS
capo del consiglio di coscienza. Ab-
biamo di lui le opere seguenti: i.
Dt Sacrificio Missas libri tresj a.
De ccena et calice Domini, libri
tresj 3. De usa calicis libri tres j
4. Axioniata Christiana,
CASANATTA o CASANATA Gi-
rolamo, Cardinale. Girolamo Ca-
sauatta, orioudo spagnuolo, ma na-
to a Napoli nel 1620, per soddis-
fore al desiderio del genitore, si ap-
plicò allo studio della legge. Reca-
tosi a Roma fu cameriere d' In-
nocenzo X; quindi dal 1647 in
poi governò le città e le provincie
ecclesiastiche, come Sabina, Fabria-
no, Ancona e Camerino, che a ve a
a vescovo Emilio Altieri, poi Clemen-
te X, con cui il Casanatta strinse
sincera amicizia. In appresso da Ales-
sandro VII nel i658, fu stabilito
inquisitore a Malta; quindi venne
annoverato tra i prelati di consulta,
e tra i votanti dell'una e l'altra
segnatura ; ed inoltre fu fatto con-
sultore de'riti e della sagra inquisi-
zione, come anche segretario di
Propaganda. Morto Alessandro VII,
il sagro Collegio lo elesse gover-
natore del conclave di Clemente
IX, che neir anno 1 668 lo vol-
le assessore del s. offizio; Clemente
X lo promosse a segretario della
congregazione dei vescovi e regola-
ri, e a premio delle sue belle dòti,
e della integrità ne'suoi impieghi,
ai i3 giugno 1678, lo creò Cardi-
nal di s. Maria in Portico, diaco-
nia, cui nel 1686, cambiò col tito-
lo presbiterale di s. Silvestro in Ca-
pite. Venne eziandio ascritto alle
congregazioni del s. offizio, del con-
cilio, dei riti, di propaganda ed al-
tre ; colla prefettura delle congre-
g<tzioni dei regolari, e della visita
apostolica. Innocenzo XIIj nel 1698,
lo fece bibliotecario della vaticana.
CAS
Questo degnissimo porporato lasciò di
se eterna memoria nella famosa biblio-
teca da lui fondata a pubblico bene
di Roma nel convento dei domenicani
di s. Maria sopra Minerva, ove sorge
la statua di lui eccellentemente la-
vorata dal signor le Gros in finis-
simo marmo. Di più, a tale biblio-
teca lasciò un fondo di ottantamila
scudi, perchè mantenesse a bene
della s. Sede sei religiosi teologi di
varie nazioni, e due altri in una
scuola contigua, a dichiarare ed es-
porre s. Tommaso ; inoltre la volle
assistita da tre religiosi non sacer-
doti, e due bibliotecari perchè po-
tessero servire i ricorrenti alla me-
desima, dacché viene tenuta per una
delle migliori d'Europa, per la sua
ampiezza, maestà e scelta di volumi
in ogni genere di studio. V. Bi-
blioteca Casanatense. Finalmente ,
dopo essere intervenuto alla elezione
dei due Innocenzi XI, e XII, e di
Alessandro VIII, morì a Roma nel-
l'anno 1700, di ottanta anni e venti-
sette di Cardinalato. Ebbe poi tom-
ba nella basilica lateranense, ove tra
le due cappelle di s. Ilario e di s.
Francesco sorge la statua di lui.
Era questo porporato zelantissimo
per la religione cattolica, piacevole
e benigno, ed amante della giustizia
attemperata a clemenza.
CASANOVA Giovanni, Cardina-
le. Giovanni Casanova nacque da
nobili parenti a Barcellona nella
Spagna, e nel i4o4 pi'oft^ssò nel-
r Ordine dei predicatori, ove riuscì
assai dotto in filosofia e teologia.
Volata fama di lui a Martino V,
nel i4i^} Jo ffice maestro del sa-
gro palazzo, distinguendosi poscia
quando scrisse della podestà del Pa-
pa sopra il concilio, contro la con-
venticola di Basilea, ed altri trat-
tati di teologia. Indi, nel 14^4? '*^
CAS
stesso Martino lo promosse a ve-
scovo di Bosa nella Sardegna, e di
poi alla chiesa di s. Asafo nella pro-
vincia di Tarragona. In appresso e
segretamente dallo stesso Martino V,
ai '2 3 di giugno del 14^6, fu innal-
zato all' onor della poi'pora, e, se-
condo Mattei, da Eugenio IV, eb-
be le insegne Cardinalizie col titolo
presbiterale di s. Sisto, e 1' ammini-
strazione della chiesa di Girona nella
Catalogna. Insorti poscia non lievi dis-
sapori col novello Pontefice,' si riti-
rò in Basilea, ove teneasi il conci-
lio ; ma non andò guari che si
riconciliò col detto Pontefice , e
scrisse le sullodate opere . Mori
nel 1436, dopo dieci anni di Car-
dinalato , e portato a Barcellona ,
ebbe tomba nella chiesa dei predica-
tori in marmoreo avello.
CASANOVA Iacopo, Cardinale.
Iacopo Casanova da Valenza, ca-
meriere al Pontefice, e protonotario
apostoHco , a' 3o giugno i5o3, fu
da Alessandro VI creato Cardinal
prete di s. Stefano al Montecelio.
Egli solo si trovava nel palazzo va-
ticano, quando, morto il Pontefice,
il duca Valentino gli diede il sac-
co, e fu costretto a consegnar le
chiavi a chi andò con un picchetto
di soldati, per prendetesi il meglio,
che v'era. Ma dopo un anno di
Cardinalato , mori a Roma , nel
1 5o4, dopo aver contribuito all' e-
saltamento di Pio III e Giulio II.
CASARIENSE Procopio. F. Pro-
copio di Cesarea.
CASATI Clusiano , Cardinale.
Clusiano Casati, conte di Casate, dio-
cesi di Milano, era arcidiacono di
quella metropolitana, quando perve-
nuto a Roma Nicolò III lo fece u-
ditore di Ruota, e perchè lo stima-
va moltissimo, volle eh' esaminasse
la spiegazione della regola dei mi-
CAS 139
norì, cui avea egli composta. Mar-
tino IV a' 2 3 marzo del 1281 lo
creò Cardinal prete dei ss. Pietro e
Marcellino, dei quali ristaurò la chie-
sa con gran dispendio. Dopo il con-
clave di Onorio IV, mori di peste a
Roma nel 1287, ^^i anni dacché
vestiva la sagra porpora, e fu se-
polto nella basilica lateranense. In
questa il Cardinal Iacopo Colonna,
di lui intrinseco amico, fabbricò una
cappella, e un altare per celebrar-
vi la s. Messa a sufhagio dell'ani-
ma dell'amico.
CASCARA, o CASCHARA. Città
metropolitica della provincia patriar-
cale di Caldea, ove Maris predi-
cò il vangelo, e stabili un vescovo,
dopo aver predicata la fede in Seleu-
eia, onde in mancanza del cattoli-
co di Seleucia ne faceva le veci.
Nel secolo XII fu eretta in metro-
poli con tre sufFraganei. Evvi anco-
ra Cascara, sede episcopale di Me-^
sopotamia, nel patriarcato d'Antio-
chia, fondata nel quinto secolo, sot^
to la giurisdizione di Amida.
CASCHAU [Cassovien.).C\t\h. con
residenza vescovile in Ungheria. F.
Casso VIA,
CASELLI Carlo Francesco, Car-
dinale. Carlo Francesco Caselli nac^
que ai 20 ottobre 174© in Ales-
sandria della Paglia, da civili geni^
tori, che lo educarono saggiamente.
Quindi volle aggregarsi all'istituto
religioso de' servi di Maria Vergine,
nel quale sostenne con lode vari uf-
fizi, che gli meritarono i maggiori
gradi. Il perchè, nel 1 781, dappri-
ma fu nominato segretario generale,
poi provinciale, e per la conclusio-
ne di alcuni affari, che gli procu-
rarono r applauso de' suoi confra-
telli, venne da loro proclamato ge-
nerale di tutto l'Ordine nel 1792^
dopo avere esercitato, la carica di
i4o CAS
procuratore generale. Venuto Pio
VI in cognizione della sua pruden-
za e dolti'ina, lo nominò consulto-
re delle congregazioni Cardinalizie
de* Riti, e del s. Offizio; e foi'se
senza le sopravvenute circostanze,
die desolarono il termine del seco-
lo XVII 1, lo avrebbe esaltato al Car-
dinalato. Divenuto Pontefice Pio
VII, bramoso di accomodare gli af-
fari di Francia, sconvolta dalle ac-
cennate catastrofi, e farvi rifiorire
la religione, vi spedì il Cardinal
Consalvi, monsignor Spina, poi Car-
dinale^ e il nostro Caselli colla qua-
lifica di suo teologo consulente, i
quali, ai 1 4 giugno 1801, sottoscris-
sero la tanto celebre convenzione,
ch'ebbe per fine il concordato fra
la santa Sede e quel regno. Nello
incominciare l'anno 1802, lo stesso
Pontefice l' incaricò di accompagna-
re in Roma le venerande ceneri
del suo glorioso predecessore Pio
VI, che ancora giacevano in Valen-
za ove era morto. Indi nel marzo
lo fece arcivescovo di Sida in par*
tibuSj ed avendolo creato Cardinale
nel concistoro de' 2 3 febbraio 1801,
riservandoselo in petto, lo pubblicò
nel concistoro de' 9 agosto del me-
desimo anno 1802, assegnandogli
per titolo presbiterale la chiesa di
6. Marcello degli stessi pp. serviti,
non che le congregazioni del s. uf-
fizio, de' vescovi e regolari, dell' in-
dice, della disciplina , e dell' esame
de' vescovi in sagra teologia. Non
andò guari, che il governo francese
lo dichiarò senatore dell' impero, ed
essendo stato nominato arcivescovo
di Parigi, gli riuscì di farsi dispen-
sare. Poco dopo Pio VII conservan-
dogli il grado arcivescovile, nel con-
cistoro de' 28 maggio i8o4, pre-
conizzollo vescovo di Parma. Strap-
pato poscia il Pontefice da Roma,
CAS
e deportalo in Savona, si ajdunò in
Parigi il famoso concilio nazionale,
ed ivi diede il Caselli nuove prove
di senno, di scienza, e di soda pie-
tà, e siccome impavido sostenitore
dei diritti della santa Sede, cadde
dalla grazia dell' imperatore Napo-
leone. Insignito in progresso dalla
regnante sovrana di Parma e Pia-
cenza della qualifica di suo intimo
consigliere, e di gran croce dell'Or-
dine costantiniano di s. Giorgio, lo
fece di poi gran priore del medesi-
mo, dignità, che avrebbero in pro-
gresso i suoi successori nel vesco-
vato. Finalmente colla lode di ze-
lante pastore, morì in Parma ai 19
aprile 1828, e venne esposto e se-
polto in quella cattedrale. V. Ora-
zione in morte del Cardinale Car-
lo Francesco Caselli, ec. , del pa-
dre Agostino Garbarini priore cas-
sinese, Parma 1828.
CASERTA (Casertan). Città con
residenza d' un vescovo nel regno
delle due Sicilie, capoluogo deHa
provincia di Terra di Lavoro, che
contiene la maggior parte della ce-
lebre Campania felice. Fu edificata
dai longobardi sul declivio di una
collina dei monti tìfatini, e prese il
nome dalla contrada chiamata Casa
irta, perchè componevasi di un ag-
gregato di amenissimi villaggi e di
borghi, capo de' quali fu questa cit-
tà, detta perciò la vecchia j a di-
stinguerla dalla nuova, di cui si farà
menzione in ultimo. Ebbe Caserta
il titolo di principato , che insieme
al feudo fu ceduto dalla nobile fa-
miglia Caetani romana (Vedi) al re
di Napoli Carlo III di Rorbone nel
lySi, ricevendo in cambio Teano. E
per alcun tempo, nel nono secolo, era
stata dominata da Landolfo, fratello
del conte di Capua , mentre, allor-
ché era contea, fu data insieme ad
CAS
altre signorie, con mero e misto
impero da Urbano VI al suo nipote
Francesco frignani, col consenso di
Carlo III Durazzo. La popolazio-
ne di Caserta e il suo lustro mol-
to diminuirono dopo la fondazione
di Caserta nuova. Tuttavolta è piaz-
za di guerra per le sue fortificazio-
ni. In varie epoche fu onorata Ca-
serta vecchia della presenza de' ro-
mani Pontefici , e da ultimo , nel
1729, da quella di Benedetto XIII,
che recossi ad abitare il convento
de' minimi paolotti di s. Fi'ancesco
di Paola.
La sede vescovile di Caserta fu
istituita, verso il 970, dal Pontefice
Giovanni XIII , che inoltre la fece
suffl'aganea di Capua. Vuoisi nondi-
meno, che i suoi vescovi stabilmente
e regolarmente incominciassero a
succedervi nell'anno 1 100 circa. In-
di Pio VII, colle lettere apostoliche,
date V kalend. julii 1 8 1 8 , De
meliori doniìnicae , vi uni la sede
vescovile di Cajazzo. La sua sontuo-
sa e bella cattedrale, sagra a s. Mi-
chele Arcangelo, è molto antica; ed
il suo capitolo è fregiato di quattro
dignità, prima delle quali è il de-
cano : diecinove sono i canonici, che
fruiscono di due prebende, ed altri
preti e chierici sono addetti alle
ufficiature. La cattedrale è pure par-
rocchia, onde il curato si elegge
dal capitolo, coll'approvazione del
vescovo. Vi hanno inoltre due se-
minari , parecchie chiese , quattro
case religiose, ed un monistero di
monache, un conservatorio, sodalizi,
ospedale e monte di pietà. La men-
sa è tassata di duecento quarantasei
fiorini. Fra gli uomini illustri, che
sortirono a patria Caserta, merita spe-
cialmente ricordanza, il Cardinal di S.
Romana Chiesa Giulio Antonio San-
torio, denominato di Santaseverijaa
CAS l^l
dall'arcivescovato da lui avuto. Pei
distinti suoi meriti , nel 1 592 , sa-
rebbe stato eletto Papa per adora-
zione, se non si fosse opposto il
Cardinal Ascanio Colonna.
La città di Caserta nuova contiene
un superbo castello reale incomin-
ciato nel 1750 dal re Carlo III Bor-
bone, poi monarca di Spagna, che
vuoisi il più magnifico , splendido
ed ameno d'Italia, per opera dell'ar-
chitetto Vanvitelli, occupando l'area
dell'ampliato villaggio della Torre.
Al di fuori la figura è ottangolare,
e al di dentro si compone di quat-
tro palazzi, ricchi di pitture, sta-
tue e altri preziosi ornamenti, e fia
le delizie è da annoverarsi il bosco,
già celebre sotto i piincipi di Ca-
serta, e che termina in un castello
circondato da un canale di acque,
le quali derivano da un' ampia pe-
schiera . In una parola tutto è real
magnificenza in Caserta, siccome
proprietà de' monarchi del regno
delle due Sicilie, anche per l' ele-
ganza dq^li altri edifizi, e per 1' a-
menità dei giardini.
CASGARA. Città metropolitana
del Turquestan della diocesi di Cal-
dea, ove il Cam de' tartari permi-
se, che il cattolico di Seleucia nei
primordii del IX secolo spedisse pre-
dicatori cristiani, e dove dopo due
secoli professò il vangelo lo stesso
principe de' turchi, insieme a due-
centomila sudditi. Verso l' anno 1 200
era sovrano di questa città Unge-
ham, detto il re Giovanni, e quan-
do piti tardi nel 1263 vi giunse il
p. Rubruquis, missionario inviatovi
da s. Luigi IX re di Francia, co-
mandava un altro_ Giovanni prete,
che inoltre eseguiva le funzioni epi-
scopah. È troppo noto, che i ve-
scovi nestoriani, in alcune parti del-
le Indie, e in altie ove erano, so-
ìii CAS
lavano ordinare de' fanciulli per ser-
virsene quai diaconi e sacerdoti, on-
de non è a meravigliarsi se i loro
re spesse volte si trovino insigniti
del sacerdozio.
CASHEL ( Cìiamlicìi.). Città con
residenza di un arcivescovo nel!' Ir-
landa, provincia Momonia, o di Mnn-
sler, capitale della contea Tippera-
ry, baronia di Middlethird. Fu edi-
ficata sulla riva sinistra del Suir ,
ma abbruciata nel i654, venne di-
poi rifabbricata. Si veggono ancora
gli avanzi deli' abbazia di Cashel ,
residenza dei re di Munster, ed al
suo ingresso evvi una gran toiTe di
cinquantaquattro piedi di circonfe-
renza.
Ancbe questa sede vescovile fu
eretta da s. Patrizio l'anno 4^5,
allorché fu mandato in Irlanda a
predicar la fede dal Pontefice s. Ce-
lestino I, e non, come altri dicono,
nel secolo decimo. Chiamasi pure
Cassilia, Ternisy o Ivernis. Nel con-
cilio di Meliifonte, celebrato nel
II 52, fu eretta al grado arcivesco-
vile, ciò che approvò il Pontefice
Eugenio III, e le vennero assegnate
per chiese suffiaganee, Emly o Emi-
ley, Limeric, Waterford, Corck, Ross,
Rillala, Clonci, Roscrea e Ardart.
Attualmente T arcivescovo di Cashel
è amministratore perpetuo della dio-
cesi di Emly, ed ha per suffraganee
le sedi di Corck, di Cloyne e Ross
unite, di Rery unita ad Aghadon,
di Limerick, di Waterford unita a
Lismore, di Killaloe e di Rilfenora,
la quale è unita a Chilmaghduag,
che però è sotto la giurisdizione del-
l' arcivescovo di Tuam.
Cashel ha una bella cattedrale ,
edifizio moderno di architettura
greca; e J' episcopio conteneva una
biblioteca di manosaitti interessanti.
Sopra una rupe si veggono le ro-
C A S
vi ne della cattedrale antica, in ui
situazione pittoresca. L'arcivescovo^
che dipende per la santa Sede dalla
congregazione Cardinalizia di pro-
paganda^ risiede in Thiu'les , città
d' Irlanda, baronia d' Eliogurty, che
dà il titolo di conte alla famiglia
Ormond . Ben fabbiicata è Cashel
in fertile paese sul Suire, e la chiesa
è uno de' suoi migliori edifizi. Nella
diocesi da ultimo vi erano quaran-
tasette parrocchie, e molte altre cap-
pelle. Evvi un raonistero di Orsoli-
ne, e molte scuole pei cattolici, i
quali superano i duecento sessanta
mila per tutta la diocesi , dove ol-
tre i quarantasette parrochi, si con-
tavano sessanta vicari , e tutti ri-
traggono il loro sostentamento dagli
emolumenti parrocchiali e da pie
oblazioni.
Due concilii si celebrarono in Ca-
shel, conosciuti anco sotto il nome
di Cassel, e sono i seguenti :
Il primo, adunato nell'anno 1171,
o 1172 per comando di Enrico II
re d' Inghilterra, fu tenuto da Rau-
lo arcidiacono di Landaf, presieden-
dovi Cristiano vescovo di Lismore
in qualità di legato della sede apo-
stolica. Vi si esposero i disordini ,
che regnavano nel paese, onde fu
provveduto con otto canoni. Il pri-
mo ci fa conoscere , che in queste
parti sussisteva la poligamia , giac-
che comanda , che i matrimoni si
contraggano secondo le leggi. Il se-
condo prescrive le decime sul be-
stiame, sui frutti, e sulle altre cose
in favore della chiesa parrocchiale.
Jo. Brompt. 1071.
Il secondo nell'anno i4^3, tenu-
to da Giovanni Catwel arcivescovo
di Cashel in Limerick, versò sopra
la disciplina ecclesiastica. Angl. t. III.
CASIMIRO (s.). Fu questi il ter-
zo dei tredici figli di Casimiro III,
CAS
re di Polonia, e di Elisabetta d' Au-
stria, virtuosissima principessa, e nac-
que il giorno cinque di ottobre del-
l'anno i4t»8. Fin dai più teneri
anni poteva argomentarsi dalla pie-
tà di lui e dallo spirito di mortifi-
cazione , a qual grado di cristiana
perfezione sarebbe un giorno arri-
vato, poiché, sebbene ancora fanciul-
lo, egli trascorreva le intere notti
nella orazione, meditava col più ma-
raviglioso raccoglimento la passione
di Gesù Cristo, portava un cilicio ,
ed abborrendo ogni pompa , non
usciva di casa se non per assistere
alle funzioni e sacre salmodie della
Chiesa. Cresci u^p cogli anni, crebbe
mirabilmente nell' esercizio d' ogni
più bella virtù cristiana per modo
tale da non potersi dire qual mag-
giormente in lui risplendesse; egh
umile con tutti, liberale verso dei
poveri, severo solamente con se stes-
so ; la purità di lui era più da an-
gelo che da uomo, e quantunque
fosse più volte sollecitato a congiun-
gersi in matrimonio, vi resistette con
somma costanza! Gli ungheresi mal
contenti del loro re Mattia, volendo
innalzare sul loro trono il nostro
santo giovanetto, ne fecero al pa-
dre la domanda , e questi obbli-
gò il figliuolo a porsi in capo ad
un' armata per sostenere il diritto
di sua elezione. Ma come seppe
il buon Casimiro, che questa spe-
dizione era ingiusta, e che il Pon-
tefice Sisto IV erasi dichiarato in
favore dal re deposto, ricusò fer-
mamente di arrendersi ai replicati
inviti di quei ribelli, e per non ac-
crescere colla sua presenza il ram-
marico del padre, si ritirò nel ca-
stello di Dobzki, ove visse fra gli
esercizi d' un' austerissima penitenza.
Tanto era a Dio cara l' anima di
lui, che non soffri di lasciarlo lungo
CAS 143
tempo nei pericoli della corte, e nel
vigesimoquarto anno di età morì di
etisia a Vilna il giorno 4 ^* mar-
zo del 1483, avendo già molto pri-
ma predetta la sua morte. Ebbe
sepoltura nella chiesa di s. Stanislao,
ed il Pontefice Leone X lo ascrisse
al numero dei santi nel iS^r. Il
corpo di lui, cento e vent' anni do-
po la sua morte, fu trovalo incor-
rotto, e le sue preziose reliquie fu-
rono collocate in una magnifica cap-
pella di marmo , fabbricata a tal
uopo. Egli è il santo protettore della
Polonia.
CASINI Antonio, Cardinale, kn-
tonio Casini sanese, nacque da Gio-
vanni che fu medico di Urbano VI,
e da una signora di casa Capocci,
nata da una sorella di quel Papa, di
cui Antonio era pronipote. Divenne
pievano di Signa, poi canonico e vica-
rio generale di Firenze, e sottocolletto-
re aposlohco nella Toscana. Godeva
gran fama quando si condusse a Ro-
ma, il perchè Innocenzo VII lo as-
sociò ai cherici di camera ; e nel ì^o'j
Gregorio XII lo fece vescovo di
Pesaro. Quindi Alessandro V, nel
1409, lo spedì al vescovato di Sie-
na, che nel 14^7 cambiò con quel-
lo di Grosseto. Poi Giovanni XXIII
lo elesse tesoriere, vicelegato di Bo-
logna, e governatore della Roma-
gna. Nella cattedrale di Siena eres-
se una cappella a s. Sebastiano, ar-
ricchì la biblioteca di quella chiesa
di rarissimi codici, e vi lasciò altre
opere a perpetua memoria di lui .
Stabilì due cappellanie nella metro-
politana di Firenze con dote conve-
niente, ed ai 2 3 giugno del 14^6
da Martino V fii creato Cardinal
prete di s. Marcello. Nell'anno ap-
presso rinunziò la sua diocesi , pro-
curando che venisse conferita a san
Bernardino da Siena, il quale mo-
i44 CAS
destamente la ricusò. Intervenne al
concilio di Costanza, alla prima ses-
sione di quello di Basilea, ed al con-
clave di Eugenio IV, che avendolo poi
carissimo, lo dichiarò arciprete del-
la basilica liberiana. Mori a Firen-
ze nell'anno 1439, dopo tredici anni
di Cardinalato, e portato a Roma,
fu sepolto nella detta basilica libe-
riana con breve iscrizione. Liberale
coi poveri , non mai negava loro
limosina , perlochè era chiamato il
Cardinal misericordioso.
CASINI Francesco Maria, Car-
dinale. Francesco Maria Casini nac-
que in Arezzo da nobili genitori ,
nel 164B. Di quindici aani andò
fra i cappuccini , e ne vestì l'abito
a Cortona, ove si distinse per virtù
e per dottrina massime nella predi-
cazione , sostenuta con somma ri-
putazione nelle migliori città d' Ita-
lia. Predicò a Parigi, dinanzi al re
e alla regina della Gran Bretta-
gna , alla presenza dell' imperatore ,
e degli elettori Palatino e Mogon-
tino, e ad altri gran principi e signo-
ri. Innocenzo XII lo nominò predica-
tore apostolico, e ciò tanto piacque
al sagro Collegio , che nominò due
Cardinali a ringraziare il Pontefice
per la scelta di tanto uomo. Infermato
gravemente il Pontefice, lo volle suo
assistente, e fece a lui la sua confes-
sion generale. Successo nel pontificato
Clemente XI, continuò a lungo il
Casini nel suo impiego, fino a che
piacque al medesimo Pontefice , ai
3o gennaio 1713, sollevarlo all'onor
della porpora col titolo di s. Prisca,
di asQiiverlo alle congregazioni del
s. offizio, dei vescovi e regolari, dei
riti , di propaganda ed altre, colla
protettoria di tutto l'Ordine della
redenzione degli schiavi. Divenuto
Cardinale, non dimenticò la profes-
sione religiosa, che anzi vestiva
CAS
di sacco sotto le vesti Cardinalizie,
e conduceva vita esemplare, quale
si conveniva a chi per uffizio dovea
ammaestrare gli stessi maestri della
religione. Era nemico al fasto, alle
grandezze , ma spendeva ogni an-
no mille scudi per ristaurarc ed
abbellire la sua chiesa ; siccome
frugalissimo, dava ai poveri quan-
to più poteva sottrarre al suo as-
sai mite sostentamento, e nessun
povero ricorso al Casini , partì
sconsolato. Da ultimo , dopo peno-
sissima malattia sostenuta con gran
sofferenza, assistito dal venerabile
Tenderini, morì a Romanci 17 19,
di settantun anno^ e sei di Car-
dinalato, e fu sepolto nella chiesa
del suo Ordine. Quando il Ponte-
fice ne seppe la morte, non potè
rattenere le lagrime, dacché molto
10 amava e stimava. Nella sua in-
fermità gli mandò mille scudi per
le spese necessarie; ma il Casini li
ricusò, ed il Pontefice li assegnò alla
eredità di lui, cui lasciò al collegio
di Propaganda. Le prediche del Ca-
sini spirano eloquenza e perizia non
comune della divina Scrittura, e si
pubblicarono a Roma in tre volami.
La vita di lui venne estesa dal pre-
lato Fabroni, che ricorda anche le
altre opere di questo degnissimo
porporato. I giornalisti d'Italia nel
tomo XXXII p. 449) fai^no l'elo-
gio storico del Cardinal Casini, di
cui pure abbiamo una traduzio-
ne dal francese de' Consigli della
Sapienza.
CASONI Lorenzo, Cardinale. Lo-
renzo Casoni nacque da nobile pro-
sapia a Sarzana, nel i644- Inno-
cenzo XI lo assegnò compagno al
nunzio Bevilacqua nel viaggio al con-
gresso di Odenheim, ove fu stabili-
ta la pace tra i principi d'Europa.
11 Casoni vi si trattenne per qual-
CAS
che lempo^ anche partito il nunzio,
per accomodare alcuni affari di con-
seguenza restati indecisi. Ritornato
a Roma, fu canonico di S. M. in
Vialala ; poi della basilica di s. Ma-
ria Maggiore; quindi, essendo Pon-
tefice Alessandro Vili, andò nunzio
alla corte di Napoli, ove si fermò
per ben due lustri. Divenuto poi
Pontefice il Cardinal Albani col no-
me di Clemente XI, amico al Ca-
soni, che dai ven. Innocenzo XI gli
avea ottenuti speciali fevori, e per
mostrargli la sua riconoscenza, lo
chiamò a Roma , e , nell' anno
1702, lo dichiarò assessore del santo
Officio. Poscia nel 1706 lo ascrisse
al sagro Collegio col titolo di s.
Bernardo alle Terme, colla protet-
tola dei minori osservanti, e la
legazione di Ferrara. Esercitando
questo ultimo uffizio, ebbe molto a
sofferire, peichè gì' imperiali aveano
occupato Comacchio, ed assediata
Ferrara ; ma per le sue diligenze
non n' ebbe che leggerissimo danno.
Se non che non conferendo a lui
quel clima, chiese ed ottenne dal
Papa di lasciar quella legazione, e
n' ebbe invece quella di Bologna,
cui preservò dalla carestia, e dalla
peste degli animali, che minacciava
quella provincia. Là come uno dei
Cardinali inquisitori generali, rice-
vette r abiura, cui fece del lutera-
nismo Federigo Augusto elettore
di Sassonia, divenuto re di Pclonia.
Nella cattedrale della sua patria
fondò una sontuosa cappella, rincro-
stata da preziosi marmi, e bella di
eccellenti pitture, ad onore del ss.
Crocefisso, e vi stabilì due magnifi-
ci mausolei a ricordare i favori ri-
cevuti dai due Pontefici Innocenzo
Xll e Clemente XI. Da ultimo, di
settantasei anni, e quattordici di Car-
dinalato, mori a Roma nel 1720,
VOL. X.
CAS t45
ed ebbe tomba nella basilica di s.
Pietro ai Vincoli suo ultimo titolo,
non molto lungi dall' aitar maggiore.
CASONI Filippo, Cardinale. Fi-
lippo Casoni nacque in Sarzana, li
6 marzo 1733, da nobile famiglia.
Siccome fornito di belle doti, e con
vocazione ecclesiastica, si recò in
Roma ove applicossi agli studi nel
collegio Nazareno, sotto la cura dello
zio monsignor Nicola Casoni, che
poi mori decano de' chierici di ca-
mera, e commissario delle armi.
Desideroso di servire la Santa Sede,
ebbe la prelatura di famiglia , isti-
tuita dal Cardinal Lorenzo Casoni,
e quindi venne fatto successivamente
governatore di Narni e di Loreto,
donde fu trasferito alla vicelegazione
d'Avignone, ove soffri molto allor-
ché la rivoluzione francese invase
anche quel dominio pontifìcio. Ma
sebbene minacciato della vita, non
lasciò il posto, se non quando fu
richiamato da Pio VI. Questo Pon-
tefice inviollo nunzio nella Spagna,
da dove il Casoni potè fargli giungere
opportuni soccorsi allorché fu depor-
tato. Perciò il successore Pio VII, ai
'j-Z febbraio 1 801, il creò Cardinale
dell'ordine de' preti, assegnandogli
il titolo di s. Maria degli Angeli
alle Terme. Inseguito fu annoverato
alle primarie congregazioni Cardina-
lizie, dichiarandolo lo stesso Pio VII
prefetto di quelle della sagra con-
sulta e della Lauretana. Per la sua
prudenza e destrezza nel maneggio
degli affari, quando il detto Papa
Io fece segretario di stato, nei tem-
pi i piti difficili e scabrosi , dovette
esercitare tutto il suo zelo ed atti-
vità, contro le pretensioni di Na-
poleone, che aspirava ad occupare
gli stati della Chiesa, come dipoi
eflettuò. Fu protettore il Casoni,
e visitatore apostolico della chiesa,
IO
t46 CAS
e casa degli orfani in s. Maria in
Aqiiiro, e del monisteio de* ss. Quat-
tro Coi-oiiati, e morendo in Roma
ai 9 ottobre dell' anno 1 8 1 1 , fu es-
posto nella chiesa parrocchiale di
santa Maria in Campitelli, ed ivi
tumulato. Colla morte del Cardi-
nal Filippo Casoni, questa illustre
famiglia genovese, dopo aver dato
distinti personaggi alla Chiesa, alle
scienze e alle armi, rimase estinta,
lasciando solo superstite la contessa
Violante sorella del Porporato, già
marilata a Poddio Venturelli patri-
zio Amerino, dal quale matrimonio
nacque la contessa Maria, che si
sposò al cavalier Giovanni Vannicelli.
li primogenito di quel nodo coniugale
è l'attuale governatore di Roma mon-
signor Luigi Vannicelli, il quale come
erede della famiglia Casoni, ne as-
sunse anche il cognome, che onora
colle note egregie sue doti.
CASSA. Sede vescovile della pri-
ma Pamfilia, diocesi d'Asia, eretta
nel quarto secolo, e sottoposta alla
metropolitana di Sida, della quale
si conoscono quattro, o cinque ve-
scovi.
CASSANDRIA o CASSANDREA.
Città vescovile della Macedonia nel-
l'esarcato di tal nome, sulla punta
del capo Canistro, già denominata
Potidoca . Era considerabile quan-
do Cassandro re, o tiranno di Ma-
cedonia, r abbelh e fortificò. Nel
quinto secolo fu eretta in sede epi-
scopale , dichiarandosi suffraganea
della metropoli di Tessalonica.
CASSANDRO Giorgio. Scrittore
del secolo decimosesto, nato a Cas-
santh, vicino a Bruges. Era egli
«no de'più dotti teologi di quell'età.
Insegnò teologia a Bruges ed a Gand,
ma poscia partì per Colonia dove
attese pienamente allo studio, e in
ispecial maniera sul mezzo di riu-
CAS
nire i riformatori del culto assieme
alla Chiesa cattolica. In quel tempo
egli pubblicò la sua opera De Offi-
cio pii veri in dissidio religionis.
11 fervore, end' era animato per la
pace della religione, forse gli fece
accordar troppo ai protestanti: però
non è a dirsi, ch'egli siasi punto
distaccato dalle ortodosse verità, che
sostenne sempre con invitto corag-
gio e coi propri scritti, e col com-
battere valorosamente gli eretici.
Che se una qualche espressione di
lui si potrebbe da alcuno richiamare
in sospetto, Cassandro prima di
morire assoggettò quanto scrisse al
giudizio delia Chiesa cattolica. Eia
fornito di una rara moderazione e
di un particolar disinteresse e umil-
tà. I principi della Germania lo
riguardarono come l'uomo il più
adatto a terminare le discordie di
religione. Il principe di Cleves lo
volle presso di se per combattere
gli anabattisti. L' imperator Ferdi-
nando lo avrebbe voluto in Vienna
per opporlo ai luterani; ma la got-
ta, da cui era tormentato, non gli
permise il viaggio: nondimeno, per
assecondare i voti di quel monarca,
compose V opera : Consultalìo de
articulis fldei inter papistas et pro-
lestantes controversis. Questo lavoro
fu l'ultimo di sua vita, poiché mori
nel i566, avendo l'età di cinquan-
tadue anni. Le sue opere stampate
separatamente furono raccolte da
Decordes nella edizione di Parigi
i6i6 in fogl. Si trovano in esse la
prima edizione di Virgilio da Tarso,
il trattato d'Onorato d'Autun intor-
no alla predestinazione ed alla
grazia, con altre scritture sulla
medesima questione; alcuni Com-
menti sulle due nature di G, C,
diversi trattati contro gli anabattisti;
un trattalQ De Sacra Comunione
CAS
christtanì populi in ulraque specie;
una Difesa della tradizione della
Chiesa, e de^padri contro Cahinoj
un* opera sulla liturgia; una rac-
colta d'Inni; alcune annotazioni sul
poema della resurrezione di s. For-
tunato; molte lettere; un trattato
De viris illustrihus, qui ante Pro-
cam in Latio fuere, et appendix
ad Pliniuni de viris illustribus.
CASSANO ( Cassanen. ). Città
con residenza vescovile nel regno
delle due Sicilie, nella provincia di
Calabria citeriore, edificata in pia-
nura, e bagnata dall'Eiano, influen-
te del Coscile, capoluogo di cantone.
Credettero molti, che gli enotri sieno
stati i fondatori di questa città, la
quale caduta poi in potere de' ro-
mani , divenne prima colonia e poi
municipio romano. Vi si vedono gli
avanzi di un castello quasi inacces-
sibile. Vuoisi, che sia Tantica Ca-
silianuTn, città di Lucania, chiamata
anche Massi lianum, eretta nel quinto
secolo, ovvero più anticamente, ciò
che le diede occasione di pretendere
all' esenzione. Certo è , che Cassano
fu dichiarata sede vescovile verso
r anno 1 098 , considerandosi sotto
la metropoli di Cosenza, ed anche
immediatamente soggetta alla Santa
Sede, finche s. Pio V stabilii , ai 1 7
settembre i566, che fosse suffraga-
nea alla metropolitana di Reggio,
ad onta che in alcune adunanze
ecclesiastiche intervenisse il vescovo
a quelle di Cosenza. Maestosa è la
cattedrale dedicata alla Natività di
Maria Vergine, ed il capitolo si
compone di quattro dignità, cioè del-
l' arcidiacono, che è la prima, del
diacono, del cantore e del tesoriere,
di dodici canonici con due prebende,
e diversi preti e chierici pel culto
di Dio. L'arcidiacono, con un prete
]^er aiuto, è il parroco della catte-
CAS " i47
drale. Nella città non vi hanno altre
parrocchie, ma vi sono un convento
di religiosi, due confraternite, semi-
nario ec. La mensa è tassata nella ca-
mera apostolica, in centosedici fiorini.
Fra i vescovi di Cassano è degno di
special menzione il Cardinal Gio.
Angelo de' Medici milanese, il quale,
fatto vescovo di Cassano, nel i553,
da Papa Giulio III, per nomina
dell' imperatore Carlo V, governò
la diocesi sino al i556, in cui fu
trasferito alla sede di Foligno da
Paolo IV, morto il quale, nel 1 55g,
gli successe nel pontificato col nome
di Pio IV.
CASSANDO o CASSARD Fran-
cesco, Cardinale. Francesco Cas-
sando nacque a Fayette, diocesi di
Grenoble. Era perito in ambe le
leggi, e divenne arcivescovo di Tours.
Poi Gregorio IX, nel 1287, lo creò
Cardinal prete de'ss. Silvestro e Mar-
tino ai monti ; ma pochi mesi do-
po la sua promozione, caduto di
cavallo, si sconciò per siffatta ma-
niera il capo, che quasi di subito
morì a Lione, ove ebbe tomba in
chiesa dei predicatori, ai quali lasciò
rendite considerabili. Benché Ciacco-
nio, Panvinio, e l'Aubery non par-
lino di questo Porporato, pure Io
ricorda il Frizonio, e ciò che più
monta , l' antico epitafio nella sa-
grestia della suddetta chiesa lo dice
apertamente Cardinal di san Mar-
tino.
CASSIA ( Cassien. ). Città vesco-
vile in partibus, fondata nel quinto
secolo, sotto la giurisdizione del pa-
triarcato alessandrino , ed attual-
mente vescovato in partibus. Gli
ultimi vescovi furono Ignazio dei
principi Giedroye, e monsignor Gio-
vanni Bercich, dal regnante Ponte-
fice , nel concistoro de' 1 3 luglio
1 840, fatto vescovo di Cassia, e de*
i46 CAS
putato ausiliare dell'arcivescovo di
Zara.
CASSIANO. Ordine di monaclie,
Giovanni Cassiano, oriundo di Teo-
dosia nella Scizia , nato in Atene ,
dopo essere stato educato nel mo-
nistero di Betlemme, si recò nell'E-
gitto, ove visitò gran parte dei mo-
nisteri in esso sparsi. Quindi passò
in Costantinopoli dove s. Gio. Gri-
sostomo l'ordinò diacono, e poi lo
inviò suo legato a Papa s, Innocen-
zo I in Roma. Ma presa nel 4'o
questa città da Alarico, ne partì per
Marsiglia, ed ivi fondò il monistero
di s. Vittore, nel quale visse pia-
mente molti anni. Indi volle isti-
tuirne un altro per le donne, il
quale fioriva nel 49^ , come rac-
contano Bellarmino nel libro degli
Scrittori ecclesiastici^ il Tri te mio,
e il Labbé. Aggiunge il secondo,
che in tal monistero lungamente si
mantenne il fervore della discipli-
na. S' ignora però quali regole des-
se ai monaci e alle monache; ma
avendo Cassiano scritto alcuni libri
suir istituzione monastica , si ritiene
che tanto i monaci, che le mona-
che, vivessero secondo i di lui pre-
cetti. Altri autori sono di parere,
che le monache per volere dei ro-
mani Pontefici in appresso adottas-
sero la regola di s. Agostino. Il lo-
ro abito era di lana bianca, usava-
no un rocchetto di lino, ed un velo
nero sul capo.
CASSIANO (s.). Era maestro di
umane lettere in Imola, e ardente
di santo amore per la fede di Gesù
Cristo, non tralasciava di unire ai
precetti letterarii le più sane mas-
sime del vangelo. Fu nota questa
cosa al governatore di quella pro-
vincia, e nemico questi com'era del
nome cristiano, lo minacciò della
più crudel morte, se, anziché in-
CAS
struirc i discepoli nella religione del
Nazareno, non sacrificasse con quelli
ai falsi numi. Il santo colla fer-
mezza, tutta propria di un vero
credente, ne disprezzò le niinaccie,
ed attese con più calore alle usate
sue religiose istruzioni. Vedendosi
per tal maniera deriso il governa-
tore, pensò, con inudito esempio, di
far perire il maestro per le mani
dei suoi discepoli, i quali dimenti-
cando ogni sentimento di compas-
sione, che potevano loro facilmente
suggerire e la tenera età, e la gra-
titudine, più crudeli ancora, che non
comportava il comando, si facevano
un barbaro gioco di scrivere con
isti li il loro compito sulla pelle del
santo. Questo martirio dee ascriver-
si al più tardi sotto l' impero di
Diocleziano, e fu uno dei più tor-
mentosi per la lunghezza della du-
rata , e dei più strani e singolari
per la qualità dei carnefici. Questo
glorioso martire fu sempre in gran-
de veneraziolie presso i fedeli. La
festa di lui ricorre il giorno i3 a-
gosto.
CASSIANO (s.). Intorno a questo
santo poche sono le notizie, che ci
pervennero , ed anche queste non
delle più certe. Si legge , che fosse
di nazione egiziano , e che venuto
nelle Gallie, e procacciatasi grande
venerazione per le sue non ordina-
rie virtù, succedesse a s. Retizio nel-
r episcopato di Autun ; s' ignora pe-
rò in qual tempo egli governasse
quella chiesa. Il nome di lui viene
ricordato in molti martirologi sotto
il d\ 5 di agosto.
CASSIANO Giovanni. Monaco
e scrittore ecclesiastico del secolo
quinto. Secondo la opinione più ve-
rosimile, era egli di origine scita, e
nacque verso la metà del quarto se-
colo. Sin da fanciullo fu condotto
CAS
in un monistero di Betlemme, dove
fece professione di vita religiosa. Do-
po qualche anno uscì di quel luo-
go per visitare i solitarii di Egitto,
coi quali si trattenne per qualche
tempo ; ma se ne ritornò al suo
monistero. Poi si avviò nuovamente
alla volta dell' Egitto , che abban-
donò per recarsi alla Palestina, e di
là in Costantinopoli. Ivi era patriarca
5. Giovanni Crisostomo , già suo
maestro, il quale lo pose nelT ordi-
ne dei diaconi. Esiliato poscia quel
santo vescovo, Cassiano in compa-
gnia di Germano , meritò d' essere
deputato dal clero al Papa Inno-
cenzo I per fargli conoscere la inno-
cenza del santo pastore. Questo Papa
ordinò prete Cassiano, il quale passò
da Roma nelle Gallie, e fissò la sua
dimora in Marsiglia, dove istituì due
monisteri uno pegli uomini, V altro
per le femmine. Il primo è la ce-
lebre abbazia di s. Vittore, in cui
si afferma, che avesse sotto la sua
disciplina fino a cinquemila monaci.
Ivi nel 433 egli era ancor vivo,
secondo la cronaca di s. Prospero.
Dupin fa succedere la sua morte
nel 44<^ • alcvmi altri la vogliono
accaduta qualche anno dopo. Cas-
siano è onorato come santo dalla
Chiesa greca ed anche in Marsi-
glia, dove la festa si celebra a' 23 lu-
glio. Yien detto, che la di lui testa
nell'abbazia di s. Vittore si conservi
in un reliquiario prezioso , e il suo
corpo in un sotterraneo della me-
desima chiesa. Egli ha lasciato di-
verse opere, cioè : dodici libri delle
Istituzioni monastiche j e ventiquat-
tro conferenze, che racchiudono le
massime e le istruzioni imparate
dalla bocca dei piti celebri solitarii
ed abbati dell'Egitto. La maniera,
colla quale Cassiano si è espresso
riguardo a certi punti della grazia,
CAS 149
ha dato motivo a credere ch'egli
malamente sentisse in quel dogma.
Perciò s. Prospero imprese 1* opera
intitolata Cantra Collato rem ^^er con-
futarlo. Ma al tempo di Cassiano ,
scrive un critico, non si era per anco
deciso dalla Chiesa in riguardo a
quel mistero, sopra il quale non fu
pronunciato giudizio che nel conci-
lio di Ragusa del 52g. Per la qual
cosa un qualche di lui abbaglio non
toglie, che la sua memoria non ten-
gasi venerala. Egli scrisse ancora un
Trattato dell' Incarnazione j ma il
Combattimento dei vizi e della vir-
tù, il Rimedio spirituale del mona-
co, gli Atti del martirio di s. Vit-
tore di Marsiglia sono opere a lui
semplicemente attribuite.
CASSINENSE Leone. V, Leone
Cassinense.
CASSINESI. Congregazione mo-
nastica dell' Ordine di s. Benedetto.
Nei primordi del secolo VI, e nel
pontificato di s. Ormisda, s. Bene-
detto (Vedi) istituì rOrdine dei be-
nedettini (Vedi) , colla regola che
meditata a Subiaco, compì e pub-
blicò a Montecassino ( Vedi). In
progresso di tempo l' Ordine ebbe
molte congregazioni distinte, e tra
queste la più celebre fu quella det-
ta prima di s. Giustina di Padova,
e poi di Montecassino. La chiesa di
s. Giustina fu fondata nel quinto
secolo dal console Opilio, e il mo-
nistero dei benedettini nel nono.
Questa congregazione ebbe princi-
pio nell'anno i4o8 da Luigi o Lu-
dovico Barbo, gentiluomo veneziano.
Essendo egli priore dei canonici di
s. Giorgio d'Alga, vestì l'abito di
s. Benedetto, ma dallo zio Grego-
rio XII fu obbligato ad accettare il
monistero e l'abbazia di s. Giusti-
na, affinchè vi ristabilisse la regolare
osservanza, la quale ivi, ed altrove
1^9 CAS
era decaduta dall' antico fervore.
Principiò Luigi Barbo la grand'ope-
ra coir aiuto di due nnonaci bene-
dettini della congregazione camaldo-
lese, da lui richiesti all'abbate di
s. Michele di Murano, e di due ca-
nonici fatti venire da s. Giorgio in
Alga. Non andò guari, che questa
congregazione benedettina fiorì tal-
mente, che fu abbracciata e seguita
da molti monisleri d' Italia, i quali
bramarono unirsi a quello di Pa-
dova, e formarono una congrega-
zione, che lo stesso Barbo volle chia-
mare di s. Giustina , la quale fu
confermata nel i4i7 in Milano dal
Pontefice Martino V, reduce dal ce-
lebre concilio di Costanza.
Quasi tutti i monisteri, che uni-
ronsi a quello di Padova, come quel-
lo di s. Paolo fuori le mura di Ro-
ma, del quale si parla all'articolo
Chiesa di s. Paolo nella via Ostien-
se, quello di s. Benedetto di Man-
tova , ed altri dei principali , erano
come quello medesimo di s. Giusti-
na della benemerita e celebrata con-
gregazione cluniacense (Vedi), che
ebbe principio in Francia Tanno
910 da s. Bernone, accresciuta e
poi propagata per tutte le provin-
ce di Europa , e di altrove. Quin-
di, nel i5o4, avendo il Pontefice
Giulio II dichiarata abbazia nullius
quella di Monte Cassino, dopo la
rinunzia fattane dal Cardinal de' Me-
dici, poi Pontefice Leone X, che n'era
abbate commendatario, unì Montecas-
sino alla congregazione dis. Giustina,
e volle che in avvenire si chiamasse
Congregazione di Monte Cassino, e
che i monaci, i quali la compongo-
no, si chiamassero cassinesi, sì per
la rinomanza del luogo, come per
essere ivi venerate le ceneri di s.
Benedetto. Prima delle ultime ca-
lamità, che aQlissero massimamente
CAS
r Italia, la detta congregazione era
formata da settantuno monisteri, tra
i quali a cagion di onore nominia-
mo Montecassino e Subiaco, fondati
da s. Benedetto; s. Maria di Farfa;
Bobbio edificato da s. Colombano;
s. Giorgio di Venezia; s. Giustina
di Padova: s. Martino di Palermo;
s. Nicola di Catania; s. Placido di
Messina; s. Salvatore di Papia ; ».
Severino di Napoli ; s. Sempliciano
di Milano; ss. Trinità di Cava; s.
Benedetto di Palirona; s. Paolo di
Roma; s. Pietro di Modena; s. Ma-
ria del monte di Cesena ; s. Onorato
di Lerino. Oggi però questa con-
gregazione non ne conta che venti-
cinque.
Lo stesso Giulio II, come si leg-
ge, nel Bull. Cassin. t. I, const. i i4,
e t. II constit. 397, concesse all'abba-
te, e ai monaci cassinesi di s. Paolo
un ospizio sul monte Quirinale, la
cui chiesa chiamavasi di s. Salurnir
no de Cahallo, così detto dalla vi-
cinanza de' due cavalli marmorei e
colossali che sono sulla piazza del
Quirinale : ospizio che in parte
fu demolito, e parte incorporato al
palazzo apostolico ingrandito da Pao-
lo V. In compenso fu data da quel
Pontefice ai cassinesi per casa di
noviziato, mediante la costituzione
emanata nel 1608, e riportata nel
citato bollario , tomo II , 259 ,
la chiesa di s. Calisto col palazzo
del titolare eretto al lato destro di
detta chiesa dal Cardinal Moroni,
come accerta l'iscrizione, che leggesi
sull'architrave di alcune finestre tut-
tora esistenti, Cardinalis Moronius.
Desso però è ben diverso dal pa-
lazzo di cui parleremo, eretto sul
disegno di Orazio Torregiani. As-
segnò inoltre Paolo V ai cassine-
si una barca sul fiume Tevere ,
per comodo dei trasporti alla basi-
CAS
lica e al monistero di s. Paolo. Per
compenso poi al Cardinal titolare
di s. Calisto di tal palazzo , stabili
che la camera apostolica gli avreb-
be pagati annui scudi quattrocento
Tenti. F. Chiesa di s. Calisto. Di-
poi i cassinesi eressero sulla piazza
di s. Maria in Trastevere un pa-
lazzo, che unirono alla chiesa di s.
Calisto, e a quello del Cardinal Mo-
roni. In esso si vede ripetuta e scol-
pita sul travertino, ed incassata in
vari punti della facciata l'arma del
monistero di s. Paolo, i cui monaci
vi passano la stagione estiva.
Lungo sarebbe il riportare i pregi
della congregazione cassinese , e gli
uomini grandi che vi fiorirono, a-
vendo da ultimo dato al Vaticano
il glorioso Pio VII , e al sagro Col-
legio i Cardinali Gio. de Primis
lodato da s. Antonino ; Cortese, Con-
ti, Porzia, Tamburini, Quirini, Lu-
cili e Crescini. Vanta inoltre cento
cinquanta vescovi, e da quattrocen-
to uomini celebri, fra' quali Sayro,
Grillo amico di Tasso, Castelli di-
scepolo del gran Galileo e maestro
di Torricelli, Borelli, Cavalieri, Ar-
mellini, Angelo della Noce, Gatto-
la, Galletti, Fulgosi, Blasi, Alberti,
Abbate di Costanzo, Tonani e d.
Raffaele Zelli. Ora il p. abbate pre-
sidente della congregazione si tro-
va nel monistero di suo governo,
e il p. abbate procuratore genera-
le in Pioma. Circa le altre cose
principali, che riguardano questi be-
nemeriti monaci, e dei loro moni-
steri più insigni, si tratta ai rispet-
tivi articoli, oltre quanto si disse al-
l' articolo Benedettini.
CASSINO ( Casiiium ). Antica se-
de vescovile nella Campania. F.
MONTECASSINO.
CASSIO (s.). La storia di questo
buato martiie è unita a quella di
CAS i5i
s. Vittorino , il quale dalla idolatria
fu convertito alla fede di Gesù Cri-
sto per mezzo di alcuni trattenimenti,
che ebbe con Cassio. Furojio com-
pagni nelle apostoliche fatiche e nel-
la gloria del martirio, che sostenne-
ro in Calvergna verso l'anno 266.
La festa di loro ricorre il giorno i5
di maggio.
CASSIUM, o CASSUM. Sede e-
piscopale eretta nel quinto secolo ,
della prima Augustamnica in Egitto,
nel patriarcato di Alessandria, sotto
la metropoli di Pelusìum. Lampete
suo vescovo intervenne al concilio
Efesino.
CASSOVIA o CASCHAU (Cas^
sovìen.). Città con residenza vesco-
vile in Ungheria, chiamata anche
Kassa, città libera e reale, capo-
luogo del comitato di Abajvar, e
della marca del suo nome. Lo vSche-
mel influente dell' Hernad l'attra-
versa, e dopo aver formato un' iso-
la elittica nella piazza principale,
colla quale evvi una comunicazione
mediante i ponti, confonde le sue
acque con l'altre del prossimo fiu-
me. E un'antica piazza ben forti-
ficata, dappoiché fu circondata di
mura sotto Emerico, che divenne
re l'anno 1 191. Dopo il 1270, Ste-
fano IV la ingrandì, e Andrea III,
del 1291, vi aggiunse delle nuove
mura con una fossa. Carlo I, del
1809, vi fece costruire torri, e
molte altre validi fortificazioni, le
quali poi furono completate da Gi-
slra, allorché vi si difese contro i
boemi. Nel 1657, il vescovo d' A-
gria o Erlau vi fondò l'università,
che venne confermata nel i <o^ i dal-
l' imperatore Leopoldo I. Rinomali
sono i suoi bagni minerali, e me-
rita menzione il grande arsenale.
La sede vescovile di Casso via fu
eretta nell'anno i8o4 dal Pontefi-
i^a CAS
ce Pio VII, che nel concistoro dei
ao agosto ti preconizzò per primo
Tescovo Andrea Szabò della dioce-
si di Strigonia, dichiarandola suf-
fraganea delia metropoH d' Agria.
La cattedrale di architettura gotica
di buon gusto, adorna di gran nu-
mero di sculture, è dedicata a s.
Elisabetta. Il capitolo si compone
di quattro dignità, di cui è la prima
il prevosto, con due canonici, due
cappellani, oltre alcuni preti e chie-
rici per servizio della medesima.
Nella cattedrale vi è unita la par-
rocchia flotto la cura d'un canoni-
co con cinque sacerdoti sussidi ari i ,
non essendovi nella città altra par-
rocchia. L' episcopio è un beli' e-
difizio; vi sono un convento di religio-
si domenicani, un monistero di mo-
nache dette di s. Orsola, un ospe-
dale pegl' infermi, un seminario con
molti alunni e altri luoghi pii. La
diocesi di Cassovia è vasta, e la
mensa episcopale è tassata Rei libri
della camera apostolica in fiorini
mille.
CASTABALA. Antica città ve-
scovile, ora in parlibus, della bas-
sa Ci liei a, diocesi d' Antiochia, ed
eretta nel quinto secolo come suf-
fraganea di Anazarba , la quale pu-
re è attualmente metropoli in par-
tìbus. Da ultimo, a' 4 giugno i833,
il regnante Gregorio XVI fece ve-
scovo di Castabala monsignor Gio-
vanni Murdoch, coadiutore del vi-
cario apostolico della santa Sede,
nel distretto occidentale di Scozia.
Questa città è situata nei confini
della Siria, è annessa alla Cappa-
docia , e Strabone dice che fu ce-
lebre per un tempio di Diana Pe-
rasia, aggiungendo Plinio, che gli
abitanti conducevano alla guerra
truppe di cani di una razza as-
s^i grande. Essa Tiene chiamata
CAS
anche Caitabla, non che Mome-
sta.
CASTAGNA Giambattista, Car-
dinale. V. Urbano Papa VII.
CASTAGNETTO Bernardo, Car-
dinale. Bernardo Castagnette, o Ca-
stanet, si crede nato a Montpellier,
secondo Goriel, e Amalrico Augeri,
che lo dice uomo venerabile, ed ec-
clesiastico insigne. Era arcidiaco-
no di Maiorica e di Narbona ; udi-
tore di rota, cappellano e suddiaco-
no Pontificio, spedito nel 124^) <^*
Clemente IV, nell* Alemagna per
terminare lo scisma nella chiesa di
Treveri, a motivo di Errico già le-
gittimamente deposto , che conti-
nuava a governar quella chiesa, la
amministrazione della quale il Papa
assegnò al ministro pontificio. Poi
da Innocenzo V, nel 1*276, fu pro-
mosso alla chiesa d'Alby; ma, perse-
guitato dagli eretici Albigesi, dovet-
te ritirarsi in Annecy, per adempire
tranquillamente ai suoi pastorali uf-
fici. Dappoi, nel i3o8, fu trasferito
alla chiesa di Puy nel Velay ; da
ultimo Giovanni XXII, ai 16 dir
cembre del i3i6, lo creò in Avi-
gnone Cardinal vescovo di Porto,
colla facoltà di ritenere a commen-
da la chiesa del Puy. Da vescovo
promosse calorosamente, coll'arcive-
To di Roan, la canonizzazione di
san Luigi IX re di Francia, cui
fece Bonifacio Vili, che concesse di
Testir da preti secolari ai canonici
del Castagnetto_, i quali vivevano sot-
to la regola di s. Agostino. Nicolò
IV gli ordinò di far restituire alla
chiesa di Lode ve le decime ecclesia-
stiche, ed altri beni alienati da quel
capitolo: si trovò a quattro concili
tenuti nella sua provincia di Bour-
ges; nel vescovato di Puy fondò un
monistero di vergini agostiniane, e
nel i3i7 morì in Avignone, dopo
CAS
otto mesi di Cardinalato, e fu se-
polto in quella cattedrale.
CASTAGNOLA. Francesco, Car-
dinale. Francesco Castagnola di Na-
poli, a premio dello zelo dimostra-
to verso la Chiesa Romana, da Ur-
bano VI, nel dicembre del i38i,
fu creato Cardinal diacono dopo es-
sere stato prima promosso alla di-
gnità di protonota rio apostolico. Se
non che, prima di ricevere il cappel-
lo ed il titolo Cardinalizio, morì a
Genova, secondo Giacconi o, nel 1 386.
CASTELBRANCO (Castri Albi).
Città con residenza vescovile nel
Portogallo nella provincia di Beira,
capoluogo di Comarca, edificata su
di un' erta pendice, sufficientemente
fortificata. I torrenti Liria e Crete
influenti nel Tago, ch'è in poca di-
stanza, le scorrono vicini. E circon-
data da una doppia muraglia, fian-
cheggiata da sette torri, e difesa da
una buona cittadella. 11 Sommo Pon-
tefice Clemente XIV, per le istan-
ze di Giuseppe I re di Portogallo,
eresse Castelbranco , detto anche
Castello-Branco, in seggio vescovi-
le nel concistoro de' 1 7 giugno 1 77 i ,
dichiarandolo sutfiaganeo del pa-
triarcato di Lisbona, e preconizzan-
dovi per primo vescovo fr. Giu-
seppe di Gesù e Maria Gaetano, del-
l'Ordine de' predicatori di Lisbona.
La cattedrale è dedicata a s. Mi-
chele Arcangelo, piuttosto vasta, e
decentemente ornata. Sino al 1820,
in cui Pio VII nel concistoro dei
1 1 febbraio vi preconizzò in vesco-
vo Gioacchino Giuseppe de Miranda
Coutinho, non vi era capitolo nella
cattedrale. Solo nella città eravi una
chiesa detta collegiata, la quale aveva
un vicario, o rettore, con cinque preti
beneficiati, essendo curato della par-
rocchia il detto vicario. Oltre la
cattedrale esistono in Castelbranco
^ CAS i53
due conventi di religiosi , altra
chiesa parrocchiale, un conserva-
torio di donne, diversi sodalizi,
ospedale e monte di pietà. Ascen-
dono poi le tasse in favore della
camera apostolica a fiorini trecento
trenta tre.
CASTEL-GANDOLFO ( Castri
Gaiidulplii). Luogo di villeggiatura
de' sovrani Pontefici distante più di
tredici miglia da Roma, situato al
mezzogiorno del monte Albano, da
dove Cesare vide Roma , come si
ha da Lucano lib. Ili, e dal Bion-
do nella sua Italia illustrata, pag.
326. Siccome Castel Gandolfo è di-
venuto assai rinomato pel soggiorno
de' Papi da più di due secoli, cioè
massime nella primavera ed autun-
no , non che per molte bolle , per
molti brevi da essi ivi spediti, e per
funzioni solenni che vi celebrarono,
ci sembra indispensabile un qual-
che dettaglio ed indicazione di sua
topografia, temperatura ed ameni-
tà, e del delizioso famigerato suo
lago.
Questo castello è alla medesima
altezza del polo di Roma, cioè gradi
quarantadue, ed alcuni dicono me-
no due minuti. E sotto il segno di
leone come Roma , che guarda al-
l'occidente, venendo spalleggiato al-
l'oriente dal lago, e dal monte Al-
bano , a pie del quale è edificato.
Da tramontana signoreggia Marino,
l'antico Tuscolo, e i monti di Ti-
voli ; e dal mezzogiorno vagheggia
Ardea e altri luoghi, e dalla parte
occidentale da per tutto poi gode la
vista del mare. Confina col detto
lago e monte, colla Riccia, con Alba-
no, colla via Appia, colle frattocchie
e campagna romana. Sebbene, per la
vicinanza al lago, non dovesse l'aria
essere perfetta, pure la sua elevata
posizione, e lo sfogo, che riceve per
i54 CAS
due canali il Iago medesimo, ne atte-
nuano i vapori, e più purgata ren-
dono l'aria. Tuttavolta, come attesta
il p. Kirker, non possiamo occulta-
re che presso il lago crescono erbe
venefiche, cioè lo stramonio, da al-
tri chiamato noce metella, il cui
veleno è sonnifero, il napello, e la
cicuta, per cui ne segue, che tutte
le nocevoli qualità , che esalano
dalla tena in dette e altre simili
erbe, e ne'serpenti e rospi, che sulla
riva del lago albergano, come in
borse naturali trasfondonsi. Curioso
è ancora il fenomeno, che piovendo
in certi tempi dell' anno, in alcuni
luoghi sembra che ogni goccia d'ac-
qua si converta in piccoli rospi,
i quali per altro poco dopo muo-
iono, se non vanno in luoghi d'ac-
qua. Dalla parte del mezzogiorno
il castello è molestato dai venti
austro-scirocco, ed austro-garbino ,
che sono calidi ed umidi , onde
soltanto la parte meridionale è assai
umida: le altre tre poi sono d'aere
temperato.
Il vicino sottoposto lago, il cui
letto è il cratere d'un estinto vul-
cano, e che ha il suolo basaltico,
è situato in una valle concava di
forma ovale più lungo che largo,
avendo circa cinque miglia di dia-
metro. Di questo lago riferiscono
Lucio lib. 5, Valerio Massimo, lib.
I , Plutarco nella vita di Camillo,
e Cicerone, lib. I de Dìvinat.y che
venendo assediata Vejo dai romani
sotto Furio Camillo, crebbero le
sue acque in tanta quantità, che
fu stimato portento, mentre era
nel colmo dell' estate quando gli
altri laghi erano quasi secchi, per
non aver da tanto tempo piovuto.
Per questa inondazione, e pei
danni che recava, i romani spedi-
rono a consultare l'oracolo di \)e\^o
C/VS
i consoli Costo Licinio, Valerio Pu-
tito, e Fabio Ambusto, come li
chiama Gio. Cuspiniano, de Consoli
romani pag. 109: quindi l'oracolo
rispose, che non mai i romani
avrebbono definitivamente soggio-
gato i vejenti, se prima non con-
ducessero altrove lo sfogo delle
acque, vietando loro lo sboccamento
al mare, ma che invece le spar-
gessero per la campagna affine di ba-
gnarne il terreno. Nello stesso tempo
avendo i soldati romani preso un
indovino vejente, bravo architetto
militare ed idraulico, che avea
pronunziato la medesima predizione
di Delfo, allorquando il senato de-
putò i tribuni Cornelio e Postumio
a deviare le acque del lago con
opportuno scolo, fu commessa al-
l' indovino 1' esecuzione dell' opera.
Questa fu intrapresa nell' anno di
Roma 356, o SSy, e nel medesimo
anno meravigliosamente condotta a
fine. Venne pertanto traforata la
montagna, e formato il famoso
emissario, il quale per un canale
scavato nelle viscere del monte ,
pel tratto d' un miglio e mezzo
circa scarica le acque del lago nella
campagna fra Pratica, Ostia e Ro-
ma; lavoro che fa veramente stu-
pire, giacche scorrono ormai circa
ventidue secoli e mezzo dalla sua
costruzione, senza che abbia sofferto
il canale, che avendo foce in riva
al lago sotto Castel Gandolfo, si
vede solidamente costruito con pie-
tre quadrate, e da carro, egregia-
mente unite e collegate. Fatto è
che, compiuto questo lavoro, Vejo
fu presa, e i vejenti per sempre
furono sottomessi dai romani. In
appresso allo sfogo dell' artifizioso
traforo , la natiu'a ne operò due
altri, cioè uno dalla parte de' cap-
puccini di Albano, ond' è che per
CAS
vie sotterranee l'acqua col giro di
quattro miglia, va ad unirsi al lago
di Nemi, seppure questo esserido
più alto invece immette le sue ac-
que nel lago di castello ; 1' altro
dalla parte d' occidente, donde le
acque per vie sotterranee e tortuose
si uniscono coU'acqua ciabra, o cra-
bra detta la Marrana^ della quale
abbiamo notizie dal Crescimbeni.
V. Gio. Lupi, Lezione intorno i
due liighi Albano e Neniorense^
Roma 1 78 1 . Non è poi a tacersi ,
che il lago Albano vuoisi abbia
altro emissario dal lato di Marino,
e che da quello derivi l' acqua fe-
rentina, che serve all'uso de' Mari-
nesi nel fontanile pubblico nella
valle per cui si ascende alla città,
sebbene pur debbasi avvertire, che
tali acque sono superiori al hvello
del lago di Castello.
Dalla perforazione del monte Al-
bano risultò il vantaggio delle mole ,
la pesca delle anguille, e si rimediò
all' eccidio dello straripamento. Se-
condo Dionisio d' Alicarnasso, fol.
57, e 776, in questo lago restò
sommerso Silvio uno dei re Albani,
in punizione del disprezzo, che avea
pegli dei, in uno alla reggia che a-
bitava, per uno straripamento delle
acque. Questo lago chiamato Lacus
Albanensis, non che la selva, le
contigue vigne e sue pertinenze, nel
1233, appartenevano al monistero ed
abbazia di s. Maria di Grottalèrra-
ta, come rilevasi da una bolla del Pon-
tefice Gregorio IX, e poscia passò in
proprietà della camera apostolica; ma
qui si dee premettere, che in se-
guito la detta camera a' 22 settem-
bre 1802, col rogito del de Grego-
ris, vendette il lago al principe l^o-
niatoAvski, e da questo fu alienato
in favore di Lorenzo Lezzani, che
ije è l'attuale proprietario. Dopo la
CAS i55
suddetta epoca, il lago dal nome del
castello, che lo sovrasta, non fu più
chiamato Albano, ma lago di Ca-
stel Gandolfo. Il Torrigio, nelle Grot-
te Faticane , pag. ^\,\'ò, dice che il
lago d' Albano, quello di Nemi, e
r altro di Turno, furono dal gran
Costantino donati alla chiesa di s.
Gio : Battista da lui edificata nella
città di Albano. Abbonda questo la-
go di tinche, di proviglioni, di lattari-
ni, di spianarelle, e persino di eccel-
lenti anguille di non ordinaria gros-
sezza. Alla sua riva, oltre la spelonca
dell'emissario, se ne vede altra chia-
mata Bergantino, dalla parte del
monte di Castel Gandolfo, ed anche
bagno di Diana; speco, o ninfeo sca-
vato nel vivo sasso, di opera reti-
colare e laterizia. Altro ninfeo esi-
ste verso il nord di simile costru-
zione, con pilastri, cornici e vasche
incavate nel vivo sasso. Nel corren-
te anno, nel detto ninfeo e in pro-
va dell' antico suo uso, e degli ac-
cennati ornamenti, in uno scavo ivi
eseguito si rinvenne l'avanzo d'un
mosaico a colori con delfini e mostri
marini, i quali sono anche rappre-
sentati nei liassorilievi di marmo che
nel luogo pure si rinvennero, ed al-
cuno di qualche pregio, come tro-
varonsi de' torsi di statue, ed un bu'
sto colossale, che vuoisi essere un
Polifemo. Il dotto Pontefice Pio li,
ne' suoi Commentari, lib. II, celebra
questo lago, in occasione che vi si re-
cò nella primavera del 14^1, narran-
doci, che anche allora pei suoi ampi
e deliziosi prati, supponevasi aver un
tempo servito alle fiere, ai sagrifizi,a-
gli spettacoli, e a comodo delle nin-
fe, le quali vuoisi avessero abita-
to nell' antro cavato nel sasso abbel-
lito con antichi muri, e fatto a for-
ma di tempio con qualche idolo.
Molto piacevano al detto Pontefice le
i56 CAS
sue colline, le sue selve d'elei sempre
verdeggianti, e la sua forma tea-
trale dalla parte di oriente. Final-
mente Domiziano, ch'ebbe la villa
ora Barberini di cui parleremo, e
che giunge sino alle sponde del la-
go, si vuole che vi facesse rappre-
sentare alcuni spettacoli navali ad
viso delle romane naumachie. Se dee
credersi genuino un diploma dell'im-
peratore Lotario I, dato nell' anno
8.4.6, gl'imperatori nel medio evo a-
vevano a Castel Gandolfo un'amena
villa per loro diporto, cioè in occa-
^ sione che recavansi a Roma.
Prima di parlare dell' origine e
degli avvenimenti di Castel Gan-
dolfo, premetteremo alcune opinio-
ni sul suo nome, .essendo stato chia-
mato con qualche differenza. Pio II,
ne' citati Commentari, lib. XI, p.
564, lo chiama Castel Gandolfo, di-
cendo che il lago Albano è chia-
mato lago di castello, a Castel-
lo Gandulfi Sahiiiorum. Paolo Meru-
da , nella sua Cosmografia , par.
1. lib. 4- ft)l. 559, lo chiama San
Gandolfo, esprimendosi cosi : hodie
Savello si Leandro fidcs , si aliis
Gandulfi^ nel s. Gandolfo^ e stima
che sia il medesimo che Albano.
Gandolfo lo dice fr. Leandro Al-
berti alla pag. i55^ ma i più sti-
mano, che si debba chiamare Castel
Gandolfo j come lo chiamò Sisto IV,
in una bolla data in Roma a' 16 ot-
tobre 14B2 diretta, come poi dire-
mo, ai Velletrani, ove chiama que-
to luogo Torre de' Candolfi, e ere-
desi che così possa essere stato deno-
minato dalla famiglia Candulfi ,
la quale era nobile in Boma nel
XII e XIII secolo. Una famiglia
Candolfì fioriva in Genova prima
del secolo XII, ed Ottone de Can-
dulpho fu console di quella repub-
blica nel II25. Essa vuoisi che fos-
CAS
se la medesima della romana, don-
de (orse prese nome ed esistenza il
castello , dappoiché abbiamo un
Tannotto di Ottone Candolfo , o
Candulfi, nel 11 23, senatore di Ro-
ma. Il Nerini e il Vitale credono ,
che da questa famiglia , e non dal
conte Gandolfo Savello, il Castel
Gandolfo abbia preso la sua deno-
minazione, secondo l'opinione gene-
ralmente invalsa. Il Ratti, nella 6*^0-
ria di Gemano, ha riportato un
istromento di rinuncia , che Pietro
economo di santa Maria in Aquiro,
di cui si parla in una bolla di Lu-
cio III de' 2 aprile ri 83, e Nicola
d'Angelo e Rustico di Cencio Can-
dolfì, fecero nel 122 1 ad Onorio
III, SavelUj di tutte le pretensioni
cui aveano contro la camera apo-
stolica, per esser stato disfatto il
loro Castel Gandolfo. Che verso il
fine del secolo XIII Castel Gandolfo
passò sotto il dominio della famiglia
Savelli, apparisce chiaramente dal te-
stamento di Onorio IV, Sacelli, che
porta la data de' 12 luglio i285,
pubblicato dal Ratti, Famìglia Sfor-
za, tom. II, p. 3o2, in cui nel par-
lare dei dominii di sua famiglia, vi
comprende Castro, qiiod dicitar Ttir-
ris de Gandidphis. Tultavolta in
un istromento del 1 389 sembra ,
che questo luogo sia passato ai Ca-
pizucchi, dai quali nel secolo se-
guente tornò ai Savelli, e poi di-
venne dominio della santa Sede.
Vuoisi da alcuni far rimontare
l'origine di Castel Gandolfo dal-
le ruine dell' antica Alba longa ,
oggi Albano (Vedi), fra' quali il
Biondo dice, essersi fabbricato co-
gli avanzi della distrutta metropoli
albanese, dal celebre Cardinal Lu-
dovico Scarampo Mezzarota, vesco-
vo suburbicario di Albano, e ca-
merlengo di santa Chiesa, il quale
CAS
con fabbricare nel medesimo luogo
molte abitazioni per le ville, diede
forma di Castello all'antica rovinata
città. Tanto il Biondo dice nell'e-
logio di detto porporato a p. 819,
del cui parere è il Giacconio nella
vita di Eugenio IV. Essendo il luo-
go ritornato alla giurisdizione dei
Savelli, ed essendosi questi ribellati
alla santa Sede, il medesimo Euge-
nio IV, nel 1436, benché alcuni
vogliano prima, comandò al genera-
le delle armi pontificie Giovanni
Vitelleschi, ch'era capo de' Guelfi ,
di saccheggiarlo e distruggerlo , per
punire il proprietario Cola Savello,
che vi aveva ricettato il conte An-
tonio Pontedera ribelle di s. Chiesa.
In detto sacco rimase ucciso Rinal-
do fratello di Cola, e tanto il ca-
stello, che altri luoghi de' Savelli ,
passarono in potere di Eugenio V.
Ma il successore di lui INicolò IV
con diploma de' 3 agosto i447>
lo restituì con altre terre a Gio.
Battista, Mariano Battista, e Fran-
cesco Savelli figliuoli del defunto
Cola, assolvendoli dalle censure, in
cui erano incorsi come rei di lesa
maestà. Dipoi, nel 1470, Castello
Gandolfo fu dai mentovali Savelli
cambiato con una parte di Palom-
bara, con Bartolomea figlia di Gia-
como Savelli. Indi successero a Bar-
tolomea, Ludovico, Antimo , e altri
cinque figli di Cristoforo Savelli pa-
droni di Albano.
Abbiamo da Alessandro Borgia,
nella sua Storia di Felletri, p. 3 80,
che il Pontefice Sisto IV, per mo-
strarsi grato ai velletrani, i quaU
l'avevano aiutato contro 1' esercito
del duca di Calabria, e in compen-
so dei danni ricevuti nel loro ter-
ritorio dai figli di Cristoforo Savel-
li, seguaci del partito del duca ,
con lettere apostoliche de' 1 6 ottobre
CAS i57
1482, De veslris fide, ad essi diede
Castel Gandolfo , eh' egli chiamò
Casale Turris Candidphorunij e al-
tri luoghi appartenenti ai Savelli ,
e confiscati dalla camera apostolica,
onde i velletrani ne presero pos-
sesso, per essere autorizzati da Gio-
vanni vescovo di Alatri, giudice de-
putato, come rilevasi da un istro-
mento rogato da Filippo da Ponte-
corvo. Però non andò guari , che
successe a Sisto IV il Pontefice In-
nocenzo Vili, il quale restituì Ca-
stel Gandolfo ai Savelli nel 14B6,
non però del ramo di Albano , ma
al maresciallo del conclave Tulio
Ostilio, e Tito Flaminio fratelli. In
seguito essi lo cedettero, nel i535,
al Cardinal Nicolò Gaddi, in per-
muta di Castel Montorio , che in
avanti dai medesimi fratelli Savelli
era stato venduto a Consalvo Mon-
te, e a monsignor Gaspare Monte
vescovo col consenso di questi ul-
timi. Dopo dieci anni, Castello tor-
nò sotto i suoi antichi signori, dap-
poiché il predetto Tulio Ostilio
pagò al Cardinal Gaddi le somme
sborsate , come si legge in un istro-
mento di transazione de' 1 7 luglio
1545, rogato dal notaro di Cam-
pidoglio Curzio Saccoccia.
Non tardò molto ad alienarsi il
castello , acquistandolo per quindi-
cimila scudi il principe d. Orazio
Farnese, nipote dell'allora vivente
Paolo III; però, correndo 1' anno
i55o, per egual somma lo ricuperò
d. Federico figlio di Gio. Battista
Savelli. A questo succedettero in e-
gual porzione, Mariano vescovo di
Gubbio , e Bernardino maresciallo
del conclave, di lui fratelli. Della
porzione paterna restarono poscia
eredi di Bernardino, secondo la sua
testamentaria disposizione , il duca
Gio. Battista, Paolo, Giulio, Fran-
i5B GAS
Cesco e Federico. Non è qwì n ta-
cersi, che Castel Gandolfo fu cretto
in ducato da Sisto V a favore del
maresciallo Bernardino, con suo mo.
lo proprio dato fipitd s, Mariani
Majorem quarto hai. marlii anno
quinto, perchè Bernardino avea spo-
sato Maria Felice, pronipote del
Pontefice. Poco dipoi mentre Ca-
stel Gandolfo era proprietà degli
eredi di Bernardino e Mariano ve-
scovo di Gubbio summentovati, nei
primi di luglio 1596, nel Pontifi-
cato di Clemente VIIF, avendo i
Savelli fatti vari debiti, i creditori
ollennero che i commissari camera-
li piendessei'o possesso di Castel
Gandolfo, in virtù della bolla dei
Baroni pubblicata a' 3o di giugno,
rimanendone proprietaria la stessa
camera apostolica, perchè avea sod-
disfatto i creditori col pagamento
di ventiquattromila scudi : somma,
che sarebbe molto maggiore , se-
condo un manoscritto , che si con-
serva in Castel Gandolfo da me inte-
ramente letto, donde il Cancellieri
trasse gran parte delle sue Notizie
di Castel Gandolfo, giacché esso
dice, che la Camera apostolica sbor-
sò ventiquattromiia scudi, mentre il
manoscritto chiaramente dice cento-
cinquantamila scudi da pagarsi ai
creditori del Cardinal Giacomo e
Bernardino maresciallo. Certo è, che
il vescovo Mariano sul principio
validamente si oppose air alienazione
del Castello, ma poi vedendo irri-
tato Clemente Vili perchè forse gli
stava molto a cuore un tale acqui-
sto, riflettendo che sarebbono state
vane le sue opposizioni, e potevano
portare ulteriori danni alla sua ca-
sa, acconsentì alla vendita, e fu al-
lora, che il Cardinal Bartolomeo
Cesi scrisse, a' 9 giugno i^gy, una
lettera ai commissari sequestratari
CAS
di vane terre de'Savclli, acciò si
ritirassero. Finalmente nel i6o4,
sotto il 27 maggio, il medesimo Cle-
mente Vili, in virtù d'un decreto
concistoriale, incorporò Castel Gan-
dolfo al dominio temporale della
Sc^e apostolica , comprendendolo
nella bolla di s. Pio V de non alie-
nandis, et infcudandis honis Ec-
clesìa e.
Riferisce il citato Ratti, t. II. p.
343, che r inutile e forse irragio-
nevole opposizirme di monsignor Ma-
riano Savclli deve aver dato motivo
alla iscrizione, che fu posta sulla
porta del palazzo di Castel Gandol-
fo, o sulla porta romana sotto gli
stemmi del senato romano, delle chia-
vi pontifìcie e de' Savelli, appunto
sotto il pontificato di Clemente Vili,
come riferisce il Volpi : Fetus La-
tiunij t. VII. p. 160.
QUt POTENTI MIlVORA
NEGAT MAJORA PERMITTIT
iscrizione, che fu tolta per ordine di
Clemente XIII, e trasportata in un
cortile, ch'era avanti il palazzo dei
Savelli.
Prima del pontificato di Paolo V,
questo luogo si giudicava insalubre
per le acque palustri, che il circon-
davano, e che costretti erano a be-
re gli abitanti. Vi prese però prov-
videnza il magnanimo Pontefice, con
far prosciugare il laghetto di Tur-
no, da cui appunto derivavano le
nocive esalazioni, e con introdurvi
delle acque salubri prese dalle sor-
genti di Palazzola ; operazioni che
fece eseguire colla direzione del Car-
dinal Serra, il quale per memoria,
nel 161 1, vi fece porre una iscri-
zione, che si legge nel Bonanni tom.
II. p. 294. Dipoi questo Ponteiice,
CAS
nell'anno 1619, si recò a Castel
Gandolfo, e con tutte le formalità
pose la prima pietra alla chiesa dei
francescani riformati. Divisava inol-
tre Paolo V di recare ulteriori van-
taggi a Castel Gandolfo, ma distrat-
to dal maraviglioso ingrandimento
della Villa Mondragone (Vedi) in
Frascati, ove voleva stabilire la vil-
leggiatura de' sovrani Pontefici, non
effettuò le sue benefiche intenzioni.
!Nè andò guari, che i destini di Ca-
stel Gandolfo in un punto rariaro-
no, e per la sua situazione sull' alto
boido del suo lago, da cui si gode
la doppia vista della campagna e
dello stesso lago, per l' amenità del
luogo, e per la vicinanza della ca-
pitale avvenne, che i Pontefici lo
prescegl lessero a loro dimora nelle
villeggiature autunnali, e anche di
prima vera, recandovisi colla corte sino
da Urbano Vili, il quale ne fu prin-
cipalmente benemerito, nel modo che
andiamo a narrare.
Il Cardinal Maffeo Barberini, fio-
rentino, avea nella terra di Castel
Gandolfo una casa, e nel medesimo
territorio vìn casino con alcune vi-
gne, con piantagioni di migliaia di
alberi, e siti deliziosi. Ivi solendo
egli trattenersi, descrisse quel luogo
al prelato Lorenzo Magalo tto, fra-
tello di sua cognata, con versi poe-
tici poi pubblicati dal di lui nipote
Cardinal Barberini. Avendone il por-
porato sperimentata la salubrità del-
l'aria, assunto che fu nel 1623 al
sommo pontificato col nome di Ur-
bano YIII, si fece vendere la villa
di monsignor Visconti, edificata da
Publio Clodio, e poi ingrandita da
Domiziano imperatore, con fonda-
menti tali, e cotanto grandiosi, che
Cicerone non dubitò di chiamarle,
siihstructionum moles insanae. Per
luogo sì dehzioso, donde al nord-
CAS 1^9
est discuopresi la selva di Diana ari-
cina , e di Diana Nemorense , a
scirocco e a ponente il mediterra-
neo, dal promontorio Circeo fino a
Civitavecchia, Marziale, lib. V. Ep.
I. potè dire a Domiziano:
Seii collibiis uteri s Albne
Caesar, et hinc Triviain prospi-
cisj inde Thetyn.
Il p. Lupi nella lettera XX, del-
la parte II delle sue Lettere erudi-
te, stima che Castel Gandolfo sia
stato fondato sui residui della son-
tuosa villa, una gran parte della
quale è occupata dalla chiesa, dal
convento e dal terreno dei rifor-
mati, de' quali poi si parlerà, e prin-
cipalmente dalla villa Barberini.
Acquistatasi adunque da Urbano
Vili la villa del prelato Visconti,
celebrata anche dai versi Pindarici
di monsignor Azzolini, villa che la
famiglia Barberini (Vedi) tuttora
possiede, ed ove suole usare , volle
quindi fabbricare un magnifico pa-
lazzo pontificio in Castel Gandolfo,
con architettura di Carlo Maderno,
di Bartolomeo Breccioli e di Dome-
nico Castelli. Lo fece decorare con
bellissime pitture , particolarmente
nella cappella segreta [Vedi), ed in-
oltre vi fece eseguire il contiguo
giardino, che in un al palazzo cir-
condò di alte mura a guisa di roc-
ca, ampliò i cunicoli per condurre
l'acqua da Palazzola a Castello, ed
aprì una comoda strada, che con-
duce ai cappuccini di Albano, fian-
cheggiata di ombrosi alberi, co' qua-
li decorò altresì 1' altra che con-
duce ad Albano; strade che ven-
gono entrambe chiamate gallerie,
per comodo, ed ameno passeggio ri-
parato dal sole a mezzo di gros-
i6o CAS
si alberi. Si osserva per altro dalla
grossezza degli albeii essei'ò questa
ultima galleria piantata prima del-
ia precedente. Per celebrare taiila
iiiagnilìcenza, fu coniala una me-
daglia coir epigrafe Siihurbano lie-
ctssUy e nel rovescio il prospetto
del palazzo apostolico, nella fìicciata
del quale fu collocata la seguente
marmorea isciizione ;
\RBANvs . vni
PONTIFEX . MAXIMVS
SEMITIS . COMPLANATIS
COETERISQVE . AD . VSVM . VILLAE
COMPARATIS
SVBVRBANAS . AEDES
COMMODITATI . PONTIFICVM
EXTRVXIT
ANNO . DOMINI . MDCXXIX
rONTIFICATVS . VII
Urbano Vili fece inoltre altri be-
nefìzi a Castel Gandolfo, acciò riu-
scisse di diporto e ricreazione ai
Sommi Pontefici onde sollevarsi dal-
le gravi cure della Chiesa universale
e dello stato. Egli, nel suo pontifi-
cato, proseguì a frequentare questo
sito trasferendovisi quasi ogni anno
colla famiglia pontificia, onde fu il
primo Papa a datare le bolle, e i
jjrevi Arce Gandidplii. E in fatti
con un breve sottoscritto da lui, in
questo Castello accordò alla nazio-
ne Lucchese la chiesa di s. Bona-
ventura, e colla bolla, che vi spedi
a' 25 ottobre 1626, eresse il semi-
nario vaticano. Innocenzo X, che gli
successe, nel i644) ^^o" "'^^ ^^ ^'^'
co a Castel Gandolfo, e solo sappia-
mo, che con un breve concesse al
marchese Gregorio Serlupi 1' uso
CAS
d' un casino contiguo al palazzo
pontilìcio, che seguitò a godere la
sua consorte Anna Maria Costa-
guti.
Se Castel Gandolfo deve la j>ri-
maria sua ventura ad Ujbano Vili,
ripete il suo incremento ed ulterio-
ri abbellimenti da Alessandro VII,
Chigi, di Siena. Elevato questi al
Pontificato, nel i655, stava per re-
carsi neir anno seguente a Castel
Gandolfo ; ina vinto dalle istanze
di parecchi personaggi di chiamar
da Siena in Roma i propri parenti,
nel concistoro de' 24 aprile doman-
dò prima su questo punto a' Car-
dinali il loro individuai parere in
iscritto, per averlo nel ritorno dalla
villeggiatura, a cui invitò que' Car-
dinali, che volessero parteciparvi.
Essi di fatti vi si recarono col voto
affermativo, per cui il Papa scrisse un
breve al fratello e ai due nipoti, invi-
tandoli a partire per Roma, dando
loro vari e prudenti avvertimenti.
Giunti che furono in Castel Gandolfo,
vennero presentati al Pontefice dal
marchese Patrizi. Frequentando que-
sto Papa il Castello, fece la via albo-
rata sulla parte del lago, che con-
duce ai cappuccini , dal suo nome
chiamata Alessandrina , ingrandì, e
terminò il palazzo apostolico, pro-
seguendo ancora il recinto delle mu-
ra a guisa di cittadella ; e fu il
primo ad abitare stabilmente il pa-
lazzo , giacche Urbano Vili preferì
dimorare in quello della sua fami-
glia Barberini nella villa da lui ac-
quistata , aflìne di evitare le conse-
guenze d'un edilizio da poco eretto.
A memoria poi dell' ampliazione
del palazzo assai lodato per la
sua comodità e bella distribuzione
de' luoghi, fu eretta la seguente i-
scrizione:
CAS CAS i6i
ALEXANDER . VII . PONTIFEX . MAXIMVS
AEDES . AB . VEDANO . Vili
OB . COELI . SOLIQVE •
SALVBRITATEM . AMOENITATEMQVE
ANIMO . CORPORIQVE . BREVI . SECESSV . REFICIENDIS
POSITAS . AMPLIAVIT . INSTRVXIT . ABSOLVIT . ANNO . MDCIX
Nella piazza di detto palazzo, che del valente architetto. È di forma a
è decorata da una fontana, Alessan- croce greca con cupola nel centro ,
dro VII, con disegno del cavaliere e pilastri d* ordine dorico. Il quadro
Lorenzo Bernini , fece erigere la dell' altare maggiore è di Carlo Ma-
chiesa collegiata , dedicandola in ratta. A perenne ricordanza poi del
onore di s. Tommaso di Villanova munifico Pontefice, sulla porta princi-
da lui solennemente canonizzato , e pale dalla parte interiore della chie-
reputata una delle migliori opere sa, fu collocata questa iscrizione;
ALEXANDER . VII . PONTIFEX . MAXIMVS
B. THOMjE . ARCHIEPISCOPO . VALENTINO
INTER . SANCTOS . AB . SE . RELATO
AEDEM . E . SOLO . EXTRVCTAM
CVIVS . PRIMVM . FVNDAMENTI . LAPIDEM
FLAVIVS . CARD. . CHISIVS . FR. . F. , POSVERAT
PIE . RITEQVE . DEDICAVIT
ANNO . SAL. . MDCLXL
I Pontefici successori di Alessan- dico monsignor Lancisi a cagione
dro VII non si recarono a Castel degli abituali suoi incomodi, che il
Gandolfo, e solo si sa, che Innocen- molestavano, assai frequentò Castel
zo XII, nel 1697, fece rifare la Gandolfo, vi fece molti ristauri, e
campana della chiesa. Ma Clemen- ne fu molto benemerito. Tralascia-
te XI, Albani, d'Urbino, che eie- mo nondimeno per brevità la descri-
vato alla cattedra di s. Pietro nel zione di tali ristauri e beneficenze ,
1700, vi sedette gloriosamente sino tutto dicendo la seguente iscrizione
al 1721, nel suo lungo pontificato posta sulla porta, che conduce in
per consiglio del celebre suo me- Albano:
CLEMENS . XI . PONTIFEX . MAXIMVS
OPPTOI . PONTIFICIO . AB . VRBE . SECESSVI . DESTINATI
CVIVS . SALVBRE . CCffiLVM
AFTECTAE . SVAE . VALETVDINI . REPARANDAE
PLVRIES . VTILE . EXPÉRTVS . FVIT
INSTAVRATO . PALATIO
ORNATO . AC . NOVIS . AQVAE . RIVVLIS . AVCTO . FONTE
VIA . SILICE . STRATA
PLVRIMIS . SVBLATIS . IMPEDIMENTI
ELEGANTIOREM . AD . OIIDINEM . DIRECTA
PRIVATAE . PVBLICAEQ. . COMMODITATI . CONSVLVIT
ANJNfO . SAL. . MDCCXH
VOL. X. II
iGa
CAS
Innocenfo XIII non si recò a
questo Castello, e Benedetto XIH
trovandosi, nel 1729, in Albano re-
duce da Benevento nel martedì, gior-
no 7 giugno, andò a visitare Castel
Gandolfo, e la chiesa parrocchiale
ardpretale. E poi da sapersi , che
dopo la riforma de' tribunali, fatta
nel 1692, da Innocenzo XII, essen-
do insorte molte controversie sul
diritto di giudicare, appartenenti al
tribunale di monsignor maggiordo-
mo prefetto de' sacri palazzi aposto-
lici, vi fu rimediato da Benedetto
XIII. Il governo di Castel Gandolfo
fu dato dai Pontefici ai maggior-
domi prò tempore sino dal tempo
ch'essi andarono a risiedervi per
ricrearsi dalla somma degli affari ,
il qual governo fu loro tolto dalla
suindicata riforma de' tribunali. Ma
Benedetto XIII, nel tempo ch'era
suo maggiordomo monsignor Cibo,
col disposto della costituzione ^qiii-
taiis y de' 24 settembre 1728, che
si legge nel Bull, inagn. tom. XIII,
p. 378, e che in copia esiste nella
segreteria comunale, restituì a' pre-
lati maggiordomi il governo di Ca-
stel Gandolfo, colla privativa dì una
plenaria civile e criminale giurisdi-
iionc, indipendentemente da qualun-
que tribunale di Roma, per mezzo
di un goveraatore o luogotenente
ivi residente, disposizione che a' no-
stri giorni confermò Pio VII con
suo moto proprio. V. Maggiordomi
pontificii, ec. voi. IV, pag. 7 della
Raccolta delle leggi e disposizioni
di pubblica amministrazione y dove
si tratta della facoltà del giusdicente
di Castel Gandolfo, e dipendenza
del maggiordomato.
Ma il Pontefice, che più di fre-
quente, e più lungamente si recò e
risiedette in Castel Gandolfo, vi ce-
lebrò solenni funzioni, e vi spedi
CAS
bolle e brevi, fu il gran Benedetto
XIV, Lambertiniy bolognese, del
quale riporteremo compendiosamente
le cose meritevoli di special men-
zione, parlandosi delle altre all'ar-
ticolo Villeggiature de' Papi , in
cui si vedrà ove recavansi i Ponte-
fici romani, massime nell'estate per
evitare i caldi della stagione, prima
che avessero stabilita la villeggia-
tura in Castel Gandolfo. All'articolo
Treni, si leggerà ancora con quale
treno i Papi vi si conducono, in uno
alla famiglia e corte pontificia, che
li segue. È pure da avvertirsi, che i
Pontefici, dimorando a Castel Gan-
dolfo, onorarono di loro presenza i
circostanti paesi e ville, chiese, col-
legi, e case religiose d'ambo i sessi,
ed anche qualche famiglia nobile, e
perciò si recarono di frequente ad
Albano, a Palazzuolo, di cui par-
lammo all'articolo Albano, alla Ric-
cia, a Galloro, a Genzano, a Nemi,
a Civita Lavinia, a Velletri, a Net-
tuno, a Porto d'Anzo, a Marino, a
Grottaferrata, a Frascati, e ad altri
luoghi, delle quali visite si fa la
debita menzione agli articoli rispet-
tivi . In detti siti ascoltarono i
Pontefici , o celebrarono la messa ,
e altre sacre funzioni, concessero
privilegi, e grazie spirituali, benefi-
cai*ono, premiarono, e fecero atti di
clemenza, in somma lasciarono me-
morie degne di se.
Tornando a Benedetto XIV, come
fu eletto Papa, nel 1740» tiell'anno
seguente a' 3 giugno andò a Castel
Gandolfo, ricevuto alla porta della
chiesa dal Cardinal vescovo di Al-
bano , donde passò ad abitare il
palazzo apostolico, e sino da lui
abbiamo dai Diari di Roma pub-
blicato il costume di ricevere i
Pontefici all' udienza le dame, nel
palazzo della villa Barberini, dove
CAS
pur sogliono essi passeggiare, massi-
me nel sorprendente viale, lunghis-
simo e fiancheggiato da grossi e
pittoreschi alberi, non che intorno
alle altre deliziose parti, ed al pi-
neto di sì amena villa. Benedetto
XIV di frequente vi si recò a di-
porto col re d' Inghilterra Giacomo
III. Vero è però, che i Papi anche
prima di Benedetto XIV frequenta-
rono la villa Barberini, e ricevettero
nel palazzo di essa le signore distinte
al bacio del piede. Passati ventitre
giorni di villeggiatura in Castel Gan-
dolfo, il detto Papa fece ritorno in
Roma, avendo prima fatto rifare
la strada, che dal giardino pontifi-
cio conduce a Marino.
Noteremo adunque le altre volte,
che Benedetto XIV vi si portò in
uno alle cose principali della sua
permanenza. Nel fine pertanto di
settembre ij^i^ recossi a Castello,
e vi stette sino ai 3o di ottobre :
altrettanto fece, nel l'j^'i.^ partendo
da Roma domenica 27 maggio, e
vi si trattenne un mese; poi a' 27
settembre vi ritornò, restituendosi
alla capitale a' 3o ottobre. Quindi,
nel 1743 a' 24 maggio. Benedetto
XIV andò a Castel Gandolfo, ove
celebrò col capitolo di Albano, con-
fraternita del luogo, e camera se-
greta la processione del Corpus Do-
mini, mentre in Roma il sagro
Collegio non solo fece questa fun-
zione, ma intervenne alle cappelle
di s. Filippo, della Pentecoste, della
ss. Trinità, e di s. Gio. Battista,
indi il Papa si recò a Roma a' 27
giugno. Stante il contagio, che af-
fliggeva la capitale, non vi andò
nell'autunno, donando invece alla
chiesa una macchina di legno inta-
gliato e dorato, colla divota statua
della b. Vergine del Rosario, che
per la festa gli abitanti portarono
CAS i63
subito ih processione. Inoltre il ma-
gnanimo Pontefice nel novembre
inviò a Castello il Cardinal Colonna
pro-maggiordomo, e V elemosiniere
monsignor Boccapaduli, a distribuire
quelle limosine, ch'era solito dare
nella villeggiatura. Anche nel 1744
Benedetto XIV, per lo stesso con-
tagio , non ancora estinto , e pel
passaggio di truppe straniere, non
andò a Castello, né nel maggio, né
nell'ottobre.
L' anno 1 74^, a' 1 5 maggio, il
Papa recossi a Castel Gandolfo, e
mentre in Roma i Cardinali cele-
brarono le cappelle di s. Filippo,
dell'Ascensione nella basilica latera-
nense, della Pentecoste , e della ss.
Trinità, Benedetto XIV, avendo
fatto pubblicare, che nella mattina
dell'Ascensione dalla loggia del pa-
lazzo avrebbe data la solenne bene-
dizione, dopo aver celebrato la
messa bassa nella chiesa principale
vestito di mozzetta e stola, e pre-
ceduto dalla croce pontificia , si
trasferì sulla loggia , si pose a se-
dere sopra una sedia elevata, ed
alzatosi in piedi, compartì l'aposto-
lica benedizione colle solite preci e
cerimonie, sostenendo il libro e la
candela due prelati, mentre due
altri pubblicarono I' indulgenza ple-
naria in latino e in italiano, fra lo
sparo di cento mortari, il suono
della banda delle milizie schierate
sulla piazza, e quello delle campane.
Una però particolare ne compartì
nel partire al re Giacomo III, che
vi si era recato da Albano. Dipoi ,
avendo fatto pubbhcare, che nelle
tre feste della Pentecoste T avrebbe
data col ss. Sacramento nella chiesa,
colla medesima indulgenza, essa fu
decorosamente addobbata, e immen-
so fu il concorso degli abitanti dei
luoghi circonvicini. Poscia, a' 5 giù-
i64 CAS
gno , si restituì in Roma , senza
ritornarvi nel mese di ottobre a
TìUeggiare.
A' 7 maggio 1 746, Benedetto XIV
andò a Castel Gandolfo , e quivi ,
dimorando il sagro Collegio in Ro-
ma, intervenne alle cappelle dell'A-
scensione, di s. Filippo, della Pen-
tecoste, e della ss. Trinità, prati-
cando il Papa nella sua villeggiatura
ciò, che per l'Ascensione, e Pentecoste
avea fatto nell'anno precedente; indi
a' 6 giugno fece ritorno in Roma.
JVel seguente anno poi 1 747, benché
Benedetto XIV si recasse a Civita-
vecchia, non tralasciò di andare a
Castello, ed a' 3 giugno trovò la
galleria del palazzo apostolico deco-
rata di pitture e di ornati, colla
stanza contigua ridotta vagamente
alla cinese. In questa sua dimora il
provvido Pontefice, per mezzo di
monsignor Boccapaduli elemosiniere,
istituì in Castel Gandolfo le Maestre
pie per istruire ed educare le don-
zelle del luogo, e quelle di Albano,
con aver accomodato di tutto il bi-
sognevole una casa , ed assegnato
loro un congruo mantenimento. Pri-
ma di partire onorò detta casa di
sua presenza, assoggettando le mae-
stre pie al detto elemosiniere prò
tempore. In Roma i Cardinali assi-
stettero alla processione dell'ottava
del Corpus Domini nella basilica
vaticana, e alla cappella di s. Gio.
Battista, mentre Benedetto XIV fece
in Castello la detta processione,
dando nella chiesa principale alcune
volte la benedizione col Venerabile,
ed accordando indulgenza plenaria.
Fece poi ritorno alla capitale a' 26
giugno.
Nel 1748, Benedetto XIV intra-
prese il viaggio per Castello a' 2 5
maggio, e durante il suo soggiorno,
il sagro Collegio in Roma fece le
CAS
funzioni della Cappella della ss. Tri-
nità , delle processioni del Corpus
Domini, ed al Laterano la cappella
di s. Gio. Battista. Il Papa avendo
determinato di celebrare la detta
processione in Castello, ne fece par-
tecipare la notizia alle città e paesi
vicini , col premio dell' indulgenza
plenaria. Nella mattina della festa
disse la messa nella sua privata cap-
pella, a piedi si trasferì nella chie-
sa principale, e traversò la piazza,
ove avea da fare il giro la proces-
sione; piazza che a tal effetto era
guarnita di mihzie; ed avendo nella
sagrestia assunti i sagri paramenti,
facendo da diacono e suddiacono i
prelati Boccapaduli e Argenvilliers,
si recò all' altare maggiore, prese il
ss. Sacramento, e seguì la proces-
sione, ch'ebbe l'ordine seguente.
Precedeva col suo gonfalone , o ban-
diera la compagnia del ss. Sacra-
mento, con istendardo e crocefisso,
seguivano sei coppie di zitelle po-
vere ammantate coli' abito , che in-
sieme alla dote avea loro fatto con-
ferire il Papa dall'elemosiniere. Ap-
presso incedevano le due superiore
delle maestre pie della scuola pon-
tificia, e i guardiani del menzionato
sodalizio , seguiti dai pp. riformati
collo stendardino; indi veniva la
magistratura in rubone, e il luogo-
tenente in abito talare con torcie
accese; dopo i cantori in cotta suc-
cedeva un cappellano segreto , che
portava la preziosa mitra papale.
Quindi venivano la croce pontifi-
cia sostenuta da un suddiacono, in
mezzo a due cappellani comuni coi
candellieri, il capitolo, e il clero
della cattedrale di Albano colle sue
dignità , e co' suoi abiti sagri, il vi-
cario generale in piviale, e tutti a-
veano i ceri accesi, insieme a quantii
altri componevano la processione.
CAS
Finalmente due accoliti ceroferari ,
e due turiferari precedevano il bal-
dacchino, le cui aste venivano soste-
nute da otto mansionari del detto
capitolo in piviale. Sotto il baldac-
chino il sommo Pontefice portava
a piedi il Venerabile, assistito dai
mentovati ministri , e seguito dal
caudatario, e dall'altro cappellano
segreto colla mitra usuale , circon-
dando il baldacchino dodici chierici
»in cotta con torci e accese, la guar-
dia svizzera, ed i cavali eggi eri , e
chiudendo la processione il Cardinal
pro-maggiordomo insieme a tutta la
camera segreta, con torcie. Entrata
la processione in chiesa , dopo le
consuete preci, il Papa diede col ss.
Sacramento la trina benedizione, e,
deposti i sagri indumenti, e porta-
tosi al suo palazzo, dalla loggia ri-
benedì l' innumerabile popolo. Inol-
tre Benedetto XIV segnalò in que-
st' anno la sua permanenza in Ca-
stello con arricchire la chiesa prin-
cipale dell'indulgenza plenaria, per
tutte le feste della ss. Vergine e dei
ss. XII apostoli , da applicarsi per
»modo di suffragio alle anime dei
fedeli defunti, per cui a perenne ri-
cordanza fu posta in una parete
della chiesa una iscrizione, che ri-
portasi fra quelle bolognesi da mon-
signor Galletti. A' 26 giugno , Be-
nedetto XIV fece ritorno alla domi-
nante.
Nel 1749? a' 27 maggio, il Papa
recossi a Castel Gandolfo, e in Ro-
ma i Cardinali assistettero alla cap-
pella della ss. Trinità, alle proces-
sioni del Corpus Domini, e alla
Cappella di s. Gio. Battista, nella
basilica lateranense, mentre il Pon-
tefice celebrò, come nel precedente
anno, la processione del Corpus Do'
mìni, assistito dai prelati Livizzani
segretario de' memoriali, e Malvezzi
CAS
16^
maestro di camera, dando poi un'al-
tra benedizione dalla nuova loggia
fatta costruire appositamente dal pro-
maggiordomo Cardinal Colonna, in
uno a due stanze contigue erette
pel medesimo oggetto. A' 26 giu-
gno, Benedetto XIV si restituì in
Roma.
Nell'anno santo 1 750 , celebrato
da Benedetto XIV con esemplar
edificazione, partì egli per Castello nel
venerdì 29 maggio, intervenendo i
Cardinali in Roma alle processioni
dell' ottava del Corpus Domini e
alla cappella di s. Gio. Battista. Es-
sendosi rotta in Castello la campa-
na grande della chiesa, già fatta da
Alessandro VII, e rifusa da Inno-
cenzo XII, Benedetto XIV la fece
rifondere, e in onore di s. Nicolò ,
e di s. Tommaso da Villanova, la
benedi, dopo aver celebrato la mes-
sa nella stessa chiesa agli 1 1 giugno,
e a'26 di questo mese, anche in gior-
no di venerdì, si ricondusse in Roma.
A' 27 maggio i75i andò Bene-
detto XIV a Castello, ove colla stes-
sa solennità, e colle cerimonie degli
anni precedenti fece la processione
del Corpus Domini, praticando in
Roma altrettanto i Cardinali, che
inoltre intervennero alle cappelle
della Pentecoste, della ss. Trinità ,
e di s. Gio. Battista. Il Papa fece
ritorno alla capitale a' 26 giugno.
Neir anno seguente, a' i5 maggio,
tprnò a Castello, ove colla consue-
ta ecclesiastica magnificenza fece la
processione del Corpus Domini, a-
vendo donato alla chiesa ottanta
candellieri dorati di varie grandezze,
con altre sagre suppellettiH. In Ro-
ma i Cardinali fecero tutte le fun-
zioni come nel l'jSi, ed a' 26 giu-
gno Benedetto XIV vi fece ritorno.
Al primo di giugno 1753 si re-
cò di nuovo a Castello, in cui ebbe
iG6 CAS
luogo la predelta processione, come
eseguì in Roma il sagro Collegio, in
uno alle altre cappelle, e in quesla
città si restituì nel solito giorno, fa-
cendo altrettanto il pronipote mar-
chese Giovanni Lambertiai, che mon-
signor Millo avea condotto alla vil-
leggiatura.
Nell'anno seguente, a' 6 giugno,
Benedetto XIV eseguì la partenza
per Castello ove celebrò la predetta
processione, e nella festa di s. Gio.
Battista, dopo aver detto messa in
chiesa, cresimò il menzionato pro-
nipote, facendo da padrino il Car-
dinal Colonna. I Cardinali assistet-
tero tutte le ricorrenti funzioni in
Roma, cui il Papa fece ritorno a' 27
giugno.
Domenica 25 maggio lySS, Ca-
stello rivide Benedetto XIV col pro-
nipote, che vi si trattenne sino ai
26 giugno, avendo fatta la solita
processione, che insieme alle altre
funzioni celebrarono anche i Cardi-
nali in Roma. Essendo morto a Ti-
voli il Cardinal Besozzi, e trasferi-
tosi il suo corpo in Roma, i colle-
ghi tennero cappella di requiem nel-
la chiesa di s. Marcello. Finalmen-
te Benedetto XIV per l'ultima volta
andò a Castel Gandolfo, accompa-
gnato dal pronipote a' i5 maggio
1756, giacche l'età, e i suoi inco-
modi non glielo permisero più , e
fece la processione, che pur dal sa-
gro Collegio venne celebrata in Ro-
ma insieme alle altre cappelle. A' 26
giugno il Papa fece ritorno in Roma.
La dimora di sì gran Pontefice
a Castel Gandolfo ei'a egualmente
impiegata al reggimento della Chie-
sa universale , al goveino del suo
stato , e nell'esercizio di genero-
se beneficenze. Egli pertanto fu il
Papa, che emanò in Castel Gan-
dolfo il maggior numero di bolle.
CAS
costituzioni e brevi in confronto di
quelle spedite dai predecessori e suc-
cessori, colla data Datimi ex Arce
Gandiilphi, per cui non sarà disca-
ro, che qui se ne indichino le prin-
cipali, dappoiché tuttociò, che riguar-
da i Sommi Pontefici, interessa al-
l'intero mondo cattolico. Il terzo
breve spedito da Benedetto XIV in
Castello a' 24 giugno 174^, fu quel-
lo che incomincia Libenlissinie ^
che si legge nel suo Bollano al to-
mo I, pag. 233, e da lui diretto a
tutto il corpo episcopale sulla con-
servazione, e reintegrazione del di-
gitano, e sul modo di chiedere , ed
accordare le dispense generali alla
diocesi, o città per giuste cause , e
colle dovute limitazioni. Il quarto
de* 27 maggio 1746» Pontifìcia,
tom. II, p. 25, fu indiritto al vesco-
vo di s. Paolo neir America porto-
ghese, sui regolari dimoranti fuori
dei chiostri. Il quinto, de' io giu-
gno 1 74^? Concredituni , fu sopra
la rinnovazione delle investiture, ed
altre concessioni dei beni camerali.
Gli altri, in un alle bolle , sono i
seguenti : Preclarae Militiae, Bull,
magri, tom. XVII, p. 2 34, in con-
ferma dei privilegi dell' Ordine di
di s. Stefano; degli 8 giugno 1748;
Quo dicy del detto mese tom. II,
p. 190, sul commercio libero delle
vettovaglie ; Justiùae de' 3 maggio
1749, pel regolamento del tribunale
del governo, e sue congregazioni,
col metodo per visitar le carceri ,
nel tom. III, p. 3i. V'ha l'Enci-
clica Aposlolatus y in preparazione
dell'anno santo con data dei 26
detto, tom. Ili, pag. 64, piena di
erudizione suU' antichità , sui pregi
e sulle indulgenze dell' universal giu-
bileo. Il moto proprio, Benché in
sequela^ de' 26 novembre 1749? ^
al tom. IH, p. 4<^; sul commercio
CAS
delle vettovaglie, e sulla estrazione
de' grani. Magno cum, tom. Ili, p.
169 de' i4 giugno lySi è un' en-
ciclica ai primati, arcivescovi e ve-
scovi della Polonia contro gli abusi
degli oratorii privati . Sinceri tas _,
t. IV, p. 49- de'i3 giugno 1752,
è altro breve con cui accordò alla
repubblica di Venezia poter nomi-
nare alle chiese di Torcello, Caor-
le, e Chioggia. L* enciclica, Cum reli-
giosij t. IV. p, 92, è diretta ad im-
pegnar i patriarchi, e tutti i vesco-
vi all' istruzione de' fedeli sulle cose
della religione e dottrina cristiana.
Non è poi a tacersi, che Benedetto
XIV nella stessa villeggiatura trattò
gravi affari, e accomodò diverse ver-
tenze, una delle quali, nel 17 53, fu
sulla terza parte dei frutti dei be-
nefizi, che vacano nel dominio del
regno di Napoli.
Clemente XIII, Rezzojiico, vene-
ziano, ebbe per Castel Gandolfo
molta predilezione, gliene piaceva il
soggiorno, vi dimorò, celebrovyi sa-
gre funzioni, e ne fu largo benefat-
tore, cose tutte, che compendiosamen-
te andiamo a descrivere. Partì adun-
que questo Pontefice per Castello il
giorno di Pentecoste a' 3 giugno 1 759,
avendo nella sua carrozza due Car-
dinali, e seguendolo i nipoti d. Gio.
Battista, e d. Abbondio, il primo
de' quali fece Cardinale, e il secon-
do senatore di Roma ; ma per la
processione del Corpus Domini si
recò alla dominante il martedì se-
ra, ripartendone il venerdì. I Car-
dinali intervennero a quelle della
ottava, e celebrarono le cappelle
della ss. Trinità, pel defunto 'Car-
dinal Borghese, e di s. Gio. Batti-
sta, mentre il Pontefice a Castel
Gandolfo seguì la processione, che
nella domenica fra l' ottava del Cor-
pus Domini si fa dai riformati. La
CAS 167
seguì egli colla torcia accesa, e in
quella del giovedì, che si fa nella
stessa chiesa di Castello, portò il
Venerabile. Inoltre a' io giugno
consacrò in detta chiesa nobilmen-
te apparata l' eletto vescovo di Tor-
cello Giuseppe Cornaro. A' 27 di
detto mese fece ritorno alla domi-
nante, dopo aver nel giorno prece-
dente emanato in data di Castel
Gandolfo la costituzione Inter mul-
tiplices, colla quale comandò, che in
sede vacante ninna città dello stato
ecclesiastico si armasse. Quindi^ ai
3 ottobre del medesimo anno, ri-
tornò a Castel Gandolfo, ove nel
palazzo apostolico consacrò l' altare
della cappella segreta, e nella chie-
sa principale consacrò il Cardinal
Odescalchi in arcivescovo di Nicea
in pariibusj e il Cardinal Valenti
in vescovo di Rimini, che poi coi
dieci Cardinali assistenti tenne seco
nel palazzo apostolico a lauto pran-
zo, con tutte le formalità, nel salo-
ne delle quattro colonne. La chiesa
fu sontuosamente addobbata, così
r altare maggiore, e con egual ma-
gnificenza, e pari splendidezza ebbe
luogo il pranzo, la cui direzione si
afQdò al foriere maggiore, marche-
se Chigi Montori Patrizi, il quale
dipoi nello stesso Castello donò a
Clemente XIII due quadri rappre-
sentanti la detta co nsa d'azione, ed
il solenne convito. A' 26 di ottobre,
il Papa fece ritorno in Roma.
Nel 1760, dopo aver fatto in
Roma la processione del Corpus
Domini j nel seguente giorno 6 giu-
gno, Clemente XIII passò a Castel
Gandolfo, ove il raggiunsero i sud-
detti nipoti. Ivi neir ottava della
menzionata solennità, portò in pro-
cessione l'augustissimo Sacramento,
e in Roma i Cardinali intervenne-
ro alle altre processioui, celebrare-
i68 ^ CAS
no la cappella pei defunti Cardina-
li Mesmer e Portocarrero ( il quale
prima di morire mandò a Castello
a prendere la benedizione apostoli-
ca), e la cappella di s. Giovanni
Battista , tornando il Pontefice alla
capitale ai 27 giugno.
Indi, nel medesimo anno ai 27
settembre, Clemente XIII si recò al-
la villeggiatura coi nipoti. Ivi nella
chiesa principale beaedì una cam-
pana, ch'era stata fusa nel i643, ed
egli avea fatto rifondere in onore
della b. Vergine, di s. Clemente Pa-
pa, e di s. Carlo Borromeo; ai .5
ottobre vi consacrò in arcivescovo
di Atene Gio. Carlo Boschi suo mae-
stro di camera, ed ai i5 di detto
mese si restituì in Roma. In que-
sto medesimo anno sulla porta ro-
mana, fu collocata la seguente iscri-
zione :
CLEMEIfS . XIII . PONTIFEX . MAXIMVS
LAXATA . PORTA . MOLLITO . CLIVO
AMPLIATA . VIA . AC . STRATA
COMMODIORI . ACCESSVI . CONSVLVIT
ANNO . DOMINI . MDCCLX
PONTIFICATVS . SVI . ANNO . IH
Correndo l'anno 1761, Clemente
.XIII, a' 3o maggio, parti per Ca-
stello, ove i Cardinali Orsi, Delci
decano del sagro Collegio, e Passio-
nei, prima di morire, mandarono a
prendere la pontificia benedizione,
onde in Roma i colleghi gli cele-
brarono le consuete esequie, non
che la cappella di s. Gio. Battista.
Nel giorno seguente il Papa toinò
in Roma, avendo condannato a' i4
giugno col breve Ciim Inter (presso
il Guerra t. I, p. 160) dato in det-
to Castello, r Esposizione della dot-
(rina cristiana^ stampata a Napoli.
Dipoi, a' 28 settembre, ne partì, e
giunto nella chiesa di Castel Gan-
CAS
dolfo , osservò la nuova balaustrata
da lui ordinata, per formare avanti
r altare maggiore il presbiterio , a
maggior decenza e comodo nelle
funzioni. Per la festa del ss. Rosa-
rio vi celebrò la messa, e sommi-
nistrò la comunione a più di due-
cento persone, facendo altrettanto
nella chiesa de' riformati per la fe-
sta di s. Pietro d' Alcantara, e si
restituì alla capitale a' 26 ottobre.
Essendo andato, nel 1762, Cle-
mente XIII alla fine di aprile a
Civitavecchia, soltanto a' 28 settem-
bre si recò a Castel Gandolfo coi
nipoti, portandosi subito in chiesa,
ove, dopo aver orato, osservò le due
balaustrate di marmo, che avea fatto
eseguire pei presbiterii dei due altari
laterali, e poscia a' 26 ottobre, fece
ritorno alla dominante.
Neil' anno seguente andò a Castel-
lo a' 4 S^^S*^^» seguendolo i nipoti,
e siccome avea fatto costruire un
ponte coperto, ossia arco, per dar
comodo di passare dalle loro abita-
zioni al palazzo apostolico, ai. pre-
lati maggiordomo, e maestro di ca-
mera, si recò a vedere sì stabile
ed opportuna costruzione. I Cardi-
nali in Roma intervennero alle pro-
cessioni dell' ottava del Corpus Do-
minij alle esequie del Cardinal Mer-
lini Paolucci, il cui maestro di came-
ra si condusse dal Papa a partecipar-
gli la morte, e la cappella di s. Gio.
Battista. Clemente XIII a Castello,
nella domenica fra l' ottava di detta
solennità, intervenne con torcia ac-
cesa alla processione, che i pp. ri-,
formati fecero solennemente, e vo-
lendo portare il Santissimo in quella
dell'ottava, alla processione della chie-
sa principale, fece pubblicar l'indul-
genza plenaria da lucrarsi da quelli,
che intervenivano alla stessa proces-
sione. Fu »>ei tanto decorosamente pa-
CAS
rata la chiesa, e facendo il giro per
la piazza, precedevano i pp. riformati,
la confraternita del ss. Sacramento,
seguita dalla magistratura, priore
comunale, e luogotenente , non che
dalle zitelle dotate dal Pontefice. In-
di veniva il capitolo di Albano ve-
stito de' sagri paramenti con candele
accese incedendo con piviale il vi-
cario generale, e le due dignità, e
in piviale e mitra gli arcivescovi
Bufalini maggiordomo, e Boschi mae-
stro di camera. Il Papa sotto bal-
dacchino, le cui aste alternativamen-
te reggevano dodici benefiziati della
cattedrale di Albano in piviale, por-
tava il Venerabile, assistito dai mon-
signori Boccapaduli e Manassei, cir-
condati da dodici seminaristi con
torcie. Appresso procedevano con si-
mili torcie i Cardinali Cavalchi ni ,
Rezzonico e Guglielmi, e monsi-
gnor Gio. Battista Rezzonico, con
altra prelatura. Giunta la processio-
ne in chiesa , il Papa sui gradini
esteriori, si voltò al popolo, e lo be-
nedi col Santissimo, facendo poi in
chiesa altrettanto dopo le solite ora-
zioni, con che terminò la funzione,
avendo vegliato al buon ordine i
cavalleggieri , gli svizzeri e le co-
razze. Nella sua permanenza Cle-
mente XIII, oltre le consuete limo-
sine, distribuite anche colle sue ma-
ni, per mezzo dell' elemosiniere Boc-
capaduli, soccorse specialmente gl'in-
fermi di Castel Gandolfo coi medi-
cinali, ed altri aiuti. Alla chiesa fe-
ce fare gli scalini di marmo ai tre
altari, e donò un bel tappeto per
cuoprire quei dell' altare principale,
facendo ritorno alla dominante ai
i5 giugno 1763. La villeggiatura
dell autunno incominciò a' 28 set-
tembre, e terminò a' 26 ottobre,
nel qual tempo morirono i Cardi-
nali Valenti, Banchieri e Fcrroni.
CAS 169
Quest'ultimo da Siena mandò a
prender la benedizione, e il sagro
Collegio ne celebrò le esequie. Le
beneficenze di Clemente XIII per
Castel Gandolfo in quella villeggia-
tura furono il dono d'un nobile ci-
borio, per conservare la ss. Eucari-
stia, per r altare di s. Tommaso di
Villanova, di due magnifiche por-
tiere, due tappeti pei due minori
altari, e il tendone per la porta
principale, onde nella chiesa fu eret-
ta una iscrizione, per celebrare la
pontificia generosità verso la mede-
sima.
Nel 1764, Clemente XIII si recò
a Castello a' 25 settembre, e ne
parfi a' 26 ottobre. In Roma il sa-
gro Collegio celebrò le esequie al
defunto Cardinal Imperiali.
Nell'anno seguente vi ritornò ai 1 9
giugno, seguendolo i nipoti, e ricon-
ducendosi alla capitale a' 26 giugno.
Nella sua assenza mori il senatore
di Roma Bielke, dopo aver mandato
a prender l'apostolica benedizione,
e i Cardinali intervennero alla pro-
cessione dell' ottava del Corpus Do-
jHÌnij e alla cappella di s. Gio. Bat-
tista. Indi, a' 25 settembre, del me-
desimo 1765, Clemente XIII recx>ssi
a Castello, rimanendovi per un in-
tero mese ; ma non vi fece piti ri-
torno ne' seguenti tre anni del suo
pontificato.
Clemente XIV, Ganganelli, elet-
to nel 1769, a' 2 7 settembre parti
da Roma per la villeggiatura di
Castel Gandolfo, e vi soggiornò sino
a' 26 ottobre. Nell'anno seguente vi
tornò a' 26 settembre, restituendosi
alla capitale ai 28 ottobre.
Indi, nel 1771, Clemente XIV
andò a Castello, a' 25 settembre, e
vi si trattenne fino a' 28 di ot-
tobre. Nella sua dimora fece cele-
brare una solennità, ed accordò in-
170 CAS
dulgenza plenaria nella chiosa par-
rocchiale, per la festa di s. Fran-
cesco coir esposizione del cilicio del
santo in un bellissimo reliquiario
d'argento dorato , dal Pontefice me-
desimo donato. Pel felice parto della
principessa d* Asturias disse messa
all'aitar maggiore, ove, deposta la
stola usuale rossa, ed assunta la bian-
ca, intuonò il Te Deiun, e poi be-
nedì il popolo, avvenimento che fu
festeggiato con illuminazioni dello
facciate della chiesa e del palazzo
apostolico, della piazza, del borgo,
e dall' incendio di fuoclù artifl-
ziali.
La villeggiatura dell' anno 1772
durò dai 2 1 settembre a'28 di otto-
bre; e quella del 1773 fu dai 21
settembre ai 28 di ottobre, come
nell'anno precedente.
Varie beneficenze fece Clemente
XIV a Castel Gandolfo, e per dire
delle principali , avendo fatta fon-
dere una campana per servigio del-
CAS
la chiesa parrocchiale, la fece solen-
nemente benedire dal maggiordomo,
coi nomi de' ss. Tommaso, Benedet-
to e Nicola. Ampliò, regolarizzò, e
rese piti amene e comode le pas-
seggiate delle così dette gallerie, ol-
tre la strada , che dal suo cognome
chiamasi Ganganelli. Nel palazzo
apostolico fece vari bonificamenti ,
ed ornò alcune camere presso la
galleria, una delle quali per tratte-
nimento fu graziosamente dipinta
con cose relative alle opere eseguite
nel di lui pontificato. La villa del
Cardinal Camillo Cibo, frequentata
già da Benedetto XIV, deliziosissi-
ma, ricca di marmi di Carrara, di
statue e di belle decorazioni, essen-
do divenuta eredità del duca di Mo-
dena , fu acquistata da Clemente
XIV, in uno al contiguo palazzetto,
per la somma di scudi diciottomila ;
onde per tante benemerenze, nel
cortile del palazzo pontificio, fu eret^
ta r iscrizione seguente :
CLEMENS . XIV . PONTIFEX . MAXIMVS
AD . COMMQDIOREM . PONTIFICIAM . IIYSTICAT^OWE!*!
HAS . AEDES . NOVA . ACCESSIONE . AVXIT
PROXIMAM . VJLLAM . HORTOSQVE . AMOENISSIMOS . COMPARAVIT
PER . MOIVTIS . CLIVVM . tENlOREM . VIAM , APERVIT
ANNO . MDCCLXXIV . PONllFICATVS . SVI . QVINTO
II sommo Pontefice Pio VI si
asleune dal recarsi a Castel Gandolfo,
dappoiché essendo impegnato nel
prosciugamento delle paludi Pontine,
andava ogni anno a Terracina , per
osservarne i lavori. Tutta volta in
Castel Gandolfo lasciò due memo-
rie , come rilevasi da queste due
iscrizioni :
rn . SEXTl . PONT . MAX . AN . XXH . MARINVS . CARAFFA . PRAEF . S . P . A
IIYPOGAEVM . CVM . ARA . ET . OMNI . CVLTV . FAC . CVR . OPPIDANORVM
GANDVLPHl^SIVM . CINERIBVS . REVICTVRIS . COEMETERIVM
L'altra col solo suo nome esiste
sulle due porte laterali dell' aitar
maggiore della chiesa, allorché la
sagrestia, consumata da un incen-
PIVS . SEXTVS . p
Inoltre il magnanimo Pontefice
dio , fu per suo ordine repristinata. volle preservare il palazzo apostolica,
CAS
e la detta chiesa, che prima era
bersaglio de fulmini, col far porre
in ambedue i luoghi i conduttori
elettrici. Ma il palazzo, nel declinar
del secolo decorso, soggiacque agli
avvenimenti , che posero a soqqua-
dro lo stato Pontificio, giacche in-
vaso dai repubblicani francesi, ed
occupata Roma da essi, furono con-
fiscati e sequestrati tutti i palazzi
pontifìcii, nel 1 79B, insieme a questo
di Castel Gandolfo, come fosse pro-
prietà della repubblica francese. Ma
avendo gli abitanti, per attaccamen-
to alla Santa Sede voluto difendersi,
provarono i terribili effetti d' una
forza senza paragone maggiore, con
saccheggi e con uccisioni.
Pio VII , Chiaramonti j benché
eletto nel 1800, soltanto a* 3 ottobi-e
i8o3, aifme di sollevarsi alquanto
dalle gravi cure del pontificato, an-
dò a Castel Gandolfo, e vi si trat-
tenne fino a' 29 dello stesso mese.
Appena arrivato, giusta il costume,
smontò alla chiesa, e, passato nel
palazzo apostolico, dalla loggia com-
parti la sua benedizione. Quel pa-
lazzo dallo stesso Pio VII era stato
fatto restaurare e ammobigliare, affine
di riparare ai guasti e allo spoglio ac-
caduto nella fatale epoca suaccennata.
Indi ritornò Pio VII a Castel
Gandolfo, nel i8o4 a' 9 ottobre,
ove fu visitato dall'arciduchessa Ma-
rianna d'Austria, e a' 27 tornò in
Roma. La villeggiatura dell'ottobre
i8o5 fu di 27 giorni, cioè dai 2
a' 29 detto; nel 1806 non andò a
Castello essendo stato a Parigi, e
stanti le circostanze de' tempi nep-
pure negli anni 1807 e 1808, finche
a' 9 luglio 1809, '^^i^"^ deportato
dai francesi imperiali, che avendo
invaso lo stato pontificio, ne fecero
provare le conseguenze anche a Ca-
stel Gandolfo.
CAS 171
Restituito, nel 18 14, Pio VII
gloriosamente a Roma, ne partì per
la villeggiatura a' 5 ottobre, scortato
dalle guardie nobili, che in quel
giorno ripresero l'antico servizio, ed
incontrato dalla regina d' Etruria
Maria Luisa di Lorbone, insieme
ai reali suoi figli Carlo Ludovico
attuai duca di Lucca, e Maria Luisa
Carlotta principessa di Sassonia, en-
trò in chiesa, e v' intuonò 1' inno
della riconoscenza Te Deum lau-
damus. Quivi fu visitato da Carlo
Emmanuele IV re di Sardegna, e
fece ritorno alla dominante a' 29
ottobre.
Nell'anno seguente la villeggiatura
di Castel Gandolfo incominciò a' 18
settembre , e terminò a' So di ot-
tobre.
Nell'anno 18 16, dal giorno 6 al
21 maggio. Pio VII risiedette a
Castel Gandolfo: vi tornò il primo
di ottobre rimanendovi sino ai 27.
Vi ricevette Carlo IV re di Spa-
gna, che gli presentò l' infante don
Francesco di Paola suo figlio, il
quale partiva per Madrid; ed a' i3
ottobre si portò a Galloro, ove nella
chiesa dei Vallombrosani , data, ad
istanza di Genzano e della Riccia,
ai gesuiti, coronò la b. Vergine che
ivi si venera, e che era stata già
coronata nel 1726 dal capitolo va-
ticano, perchè, nel 1799, le era
stata rapita la corona d' oro. In
questo anno Pio VII fece collocare
nella galleria dell'appartamento pon-
tificio un' esatta meridiana, lunga
palmi trenta, con lastre di marmo
bianco, le quali hanno nel mezzo
una lista di metallo, e sulla mede-
sima sono incisi i segni del zodiaco,
e i mesi. I due termini estremi
della pasqua sono sotto il dì 22
marzo 18 18, e l'altro sotto il dì
25 aprile nel 1886. Inoltre nel me-
172 CAS
dcsimo anno Pio VII fece l'istaurare
la cappelletta esistente nella galleria
di sotto, cioè della strada arborata
tra Castello ed Albano, chiesetta
dedicata alla b. Vergine.
Finalmente V ultima volta che
Pio VII fu a Castel Gandolfo, da
lui in tante guise beneficato, fu nel
1817, recando visi a* 12 maggio. I
Calcinali nella sua assenza celebra-
rono in Roma i vesperi e le cap-
pelle dell'Ascensione, della Penteco-
ste, della ss. Trinità, di s. Filippo,
ed intervennero alle processioni del-
l'ottava del Corpus Domini. Per
quella della festa il Papa andò a
Roma il martedì, e ripartì il vener-
dì, celebrando la messa nella basi-
lica vaticana per la f^sta de' santi
Pietro e Paolo il Cardinal Mattei
decano del sagro Collegio. Fece ri-
torno il Pontefice alla dominante il
dì primo luglio. A Castel Gandolfo
nella mattina dell'Ascensione avea
celebrato messa nella chiesa princi-
pale, e dalla loggia del palazzo apo-
stolico con triregno in capo, e sotto
baldacchino, assistito dai Cardinali
Di Pietro e Consalvi, e da molta
prelatura , - compartì la solenne be-
nedizione propria di questo giorno.
Da questa stessa residenza di Castel
Gandolfo, a' 1 2 giugno, spedì Litterce
aposlolicce in forma brevis ad ar-
chiepiscopos 3 et capitulos Eccles.
vacantium _, super dismemhratione
dioecesium regni Galliarum^ senza
mentovar le altre.
Leone XII nou fece villeggiatura
a Castel Gandolfo, e solo a' 2 1 otto-
bre 1824 andando a pranzo ai cap-
puccini d'Albano, si recò prima a que-
sto Castello a visitare la chiesa parroc-
chiale. Ma avendo il di lui successore
Pio Vili, C^j^/gZ/ornV, esternato il de-
siderio di recarvisi, sebbene non po-
CAS
tesse eflbttuarlo, avendo regnato solo
venti mesi, pure il palazzo aposto-
lico, e la detta chiesa, vennero rislau-
rati, e corredati di quegli addobbi,
mobiglie, suppellettili, e masserizie
di cui mancava. Fu inoltre ristabi-
lito il giardino, divenuto bosco , e
vennero risarciti i conduttori delle
acque, che eransi quasi disperse.
Quindi assunto al pontificato il
regnante Gregorio XVI, dal i83i in
poi, si è recato ogni anno a Castel
Gandolfo, lasciandovi ogni volta mo-
numenti e contrassegni di beneficen-
za. Accrebbe le masserizie del pa-
lazzo apostolico, fece operare un ge-
nerale ristauro di esso con importanti
miglioramenti , e la galleria che
conduce ad Albano fu ridotta da
lui in modo di divenire comoda e
deliziosa passeggiata. La chiesa prin-
cipale in diversi tempi venne abbon-
dantemente fornita di sagri arredi,
e di quanto occorre pel decoro del
divin culto, e mentre lo stesso Pon-
tefice dimorava in Castello, fu con-
sacrata dal Cardinal Falzacappa ,
vescovo d' Albano, nell'ottobre i834.
Da ultimo per opera del prelodato
Pontefice venne abbellita la villa
Cibo , si operò un riallacciamento
alle sorgenti sotto Palazzolo, con
ispurgo dei conduttori, furono sta-
bilite le denominazioni delle strade,
numerate le case, ripulito e regola-
rizzato tutto il paese, operandosi
ora la formazione d' un campo san-
to, non che la livellazione dello stra-
done, che dalla galleria inferiore con-
duce alla strada verso Marino. La
livellazione della galleria superiore
dal convento dei religiosi riformati
sino alla porta urbana, venne egre-
giamente compita; laonde nella det-
ta porta, egualmente abbellita, fu
eretta la seguente iscrizione:
CAS CAS 173
GREGORiyS . XVI . POTJT . MAX . ANNO . X . SAC . PRINCIP
PORTA . ET . MVRIS . RESTlTVTIS . LEVATO . AC . MVNITO . CLIVO
PYBLICAE . COMMODITATI . PROSPEXIT
CVRANTE . FRANC . XAV . DE . MAXIMIS . PRAEF . DOM . PONT
Lo Stesso Pontefice è benemerito
di Castel Gandolfo anche per le
istituzioni di pubblica beneficenza.
A nominare le principali , diremo
che volle istituita nella chiesa arci-
pretale una cappellani a, con nomina
del maggiordomo prò tempore, ad
un sacerdote per aiuto del parroco
nella cura delle anime. Ordinò l'at-
tivazione dell'istituto di carità se-
condo le regole di s. Vincenzo de
Paolis, presieduto dall' arciprete , e
da una delle donne più pie e di-
stinte del paese, per soccorrere i
poveri, specialmente infermi. Con-
cesse quattro doti annuali di scudi
venti l'una per quelle donzelle del
luogo, che distinguonsi nel buon
costume, e nell' apprendere la dot-
trina cristiana, ed attualmente, con
tripudio della popolazione, nel pa-
lazzetto della villa Cibo, ha stabi-
lito una casa pei tanto utili e bene-
meriti religiosi delle scuole cristiane
per l' educazione , e istruzione della
gioventìi , avendone ad essi dato il
possesso a' 18 luglio 1841 il sum-
mentovato maggiordomo.
Dai Diarii di Roma, per la mag-
gior parte nell'odierno pontificato
da noi compilati per ciò, che riguar-
da le villeggiature ivi fatte dal
Papa regnante, sono riportate le fe-
ste, e tutto altro che sia relativo al
soggiorno di lui in questo luogo.
Da ultimo, a' 6 settembre del 1840,
si celebrò solennemente la festa di
s. Sebastiano martire protettore di
Castel Gandolfo, nel qua! giorno il
Pontefice dalla loggia del palazzo
compartì colle consuete cerimonie
l'apostolica benedizione, dappoiché,
essendo solito egli recarvisi nell'ot-
tobre, in detto anno vi andò a' 16
luglio, e vi rimase sino a' 16 set-
tembre, solo partendo verso Roma
per la cappella, e per la benedizio-
ne dell' Assunta ; laonde il sagro
Collegio, e chi ha luogo in cappel-
la assisterono a quella della natività
di Maria Vergine. In detta dimora
Gregorio XVI a' 18 agosto emanò
il breve Ubi primum magno, col
quale commise in suo nome al Car-
dinale Lambruschini di consacrare
la basilica di s. Maria degli Angeli
presso Assisi; e poi nel settembre
spedi l'epistola enciclica Notimi vo-
bisj colla quale eccitò la pietà dei
fedeli a vieppiù concorrere con li-
mosine alla benemerita Società del-
la propagazione della fede, istitui-
ta in Lione.
Nel territorio di Castel Gandolfo
vi sono la chiesa, e il convento de' re-
ligiosi riformati di s. Francesco , il
cui locale fu acquistato nel 16 19
colle pie elargizioni dei terrazzani ,
e coli' obbligo di un annuo canone
di scudi dieci in favore della ca-
mera apostolica, per edificarvi la
chiesa, e il convento pei detti reli-
giosi, mentre era custode di essi il
p. Cipriano di Ponzano. Paolo V,
come superiormente dicemmo, con
grande solennità benedi la prima
pietra, che vi gettò d. Francesco
Peretti, abbate di Chiaravalle, poi
Cardinale, il quale a proprie spese
vi fabbricò il coro, e la stessa chie-
sa dedicandola a s. Francesco di
Assisi, e alla immacolata Concezio-
ne di Maria Vergine, venendo po-
scia consacrata nel pontificato di
174 CAS
Urlano Vili a' 4 settembre iG32.
Tanto la chiesa che il convento in
tlivei-se epoche provarono gli efìTetli
del soggiorno de' Sommi Pontefici
nel vicino castello, i quali non solo
l'onorarono di loro presenza nel vi-
sitar la chiesa, la liÌ3reria del con-
vento, e in celebrarvi più volte la
messa, ed intervenire talvolta alla
processione del Corpus Domìni, ma
furono larghi , con diverse benefi-
cenze; e, per non dire di tutte, Be-
nedetto XIV fece eseguire dal pit-
tore Milani il quadro dell'altare
maggiore, decorò di marmi l'altare
medesimo dichiarandolo nel 1747
privilegiato quotidianamente in per-
petuo, facendo pur ornare di me-
talli dorati il ciborio, e rinnovare
il pavimento della chiesa. Dipoi, pel
medesimo altare Clemente XIII do-
nò un nobile baldacchino per espor-
vi il ss. Sacramento.
Nel medesimo castello e suo ter-
ritorio non mancarono nobili e par-
ticolari di fabbricarvi casamenti , e
piccoli palazzi per diporto nelle sta-
gioni di primavera ed autunno. Ed
è perciò, che le principesche case
Orsini , Caetani , Boncompagno ed
Albani vi hanno edifizii e luoghi
di villeggiatura, sebbene il palazzine
degli Albani, per disposizione del
Cardinal Giuseppe, sia divenuto pro-
prietà del palazzo apostolico. Ma il
luogo, che merita special menzione,
è quello di proprietà del commen-
datore d. Carlo Torlonia, poco di-
stante dal giardino pontifìcio. Di que-
sto luogo, che per ricchezza, elegan-
za ed amenità, è una delle più no-
bili e più belle villeggiature dei din-
torni, crediamo di non poterci dis-
pensare dal fare un parziale cenno,
anche in considerazione ch*è stato due
volte onorato della sovrana presen-
za del regnante Pontefice.
CAS
L' incantevole vista di questo luo-
go posto su di un colle, che gode
di una estesa veduta sulla campa-
gna romana, e su quel tratto di
mare, che dal promontorio Circeo
giunge ai monti della Tolfa, cotan-
to piacque ad un Cardinale, che,
siccome raccontano i castellani ,
esclamò : Oh quanto vi starebbe !>e-
7ie qui una casa! Il che uditosi
da im suo ben affetto, sollecitamen-
te vi fece costruire una discreta casa
per villeggiarvi, avendo altrettanto
fatto il Cardinal Altemps colla villa
Mondragone di Frascati , dopo che
Gregorio XIII in quel sito fece una
eguale esclamazione. In progresso
di tempo tal delizioso soggiorno di-
venne proprietà della principesca fa-
miglia Giustiniani, e di poi del du-
ca di Bracciano d. Giovanni Torlo-
nia, il quale vi operò molte como-
dità , per passarvi la primavera e
l'autunno. Siccome d'animo grande,
osservando, che la via per la quale
i Papi si conducono a Castel Gan-
dolfo è in alcuni punti alquanto ri-
pida , immaginò e condusse a fine
una comoda strada non solo per
proprio uso, ma eziandio per quello
de' sovrani Pontefici allorquando fos-
se loro piaciuto profittarne; strada,
che dal sito detto de' due santi, per-
correndo gli estesi pascolari di Ma-
rino e di Castel Gandolfo , giunge
fino alla sommità del colle. Per ren-
derla vieppiù piacevole, fiancheggiata
venne da spessi alberi di olmo. Ma
passando il duca a miglior vita nel
1829, lasciò questo luogo per lega-
to al suddetto commendatore suo
figlio. Questi distinguendosi-, come
gl'illustri fratelli, per amor filiale,
in memoria del genitore, che gli
era sì caro , volle migliorarlo , ed
ampliarlo splendidamente; e, senza
badare a spesa, divisò di nobilitare
CAS
il casino, e di formarvi d'intorno
un' amena \illa.
Pertanto coli' opera dell' archi-
tetto Raimondi, rassodate le mura,
fece eseguire nel prospetto un por-
tico con colonne d' ordine dorico ,
sormontandolo con ornamento joni-
co in pilastri a ridosso del muro,
e con suo timpano, ove fa bella
mostra un basso rilievo, invenzione
del celebre pittore Thorwaldsen ,
rappresentante Apollo, che suona la
cetra in mezzo ai pastori. Neil' in-
terno del casino riformò ogni parte,
e rese principalmente magnifico il
pian terreno con colonne di marmo,
mosaici, stucchi, dorature e pitture
eseguite da Coghetti, da Capalti, da
Paoletti, e da Gagliardi, essendo au-
tori degli ornati Scarabellotto e
Nebbia tutti valenti artisti . Mi-
i-abile è la sala tutta di marmo ,
che conduce al secondo piano nella
elegante cappella decorata di otto
colonne canalate, e secondo i mono-
poteri tempietti degli antichi, men-
tre nella decorazione di scomparti-
mento di stucchi , dorature e altri
ornamenti , ricorda la maniera del
cinquecento. Finalmente superando
il generoso proprietario ogni osta-
colo , che la località presentava a
motivo del suolo di lava vulcanica,
recinse uno spazio di terreno, e ne
fece deliziosa villa, la quale sempre
più si arricchisce per lui di rare
piante, e di fiori i più scelti, riscuo*
tendo da tutti ammirazione pel suo
gusto , con che da soggiorno cam-
pestre Iha resa luogo di vera delizia,
CASTEL SANT^ ANGELO (Ca-
strimi s. Angeli). Forte della città
di Roma , chiamato anticamente
Mausoleo di Adriano, o Mole Adria-
na, Moles Hadrìani, ed anche Ca-
stello di Crescenzio, Turris Crescen-
tii. Fu cosi ridotto dal monumento
CAS 17^
sepolcrale eretto dall' architetto De-
triano, per l' imperatore Publio E-
lio Adriano,e per la sua famiglia
Elia, sulla riva del Tevere, insieme
al ponte Elio, ora ponte s. Angelo.
Ma questo castello, dopo di aver
servito alle famose fazioni, che a-
gitarono Roma in epoche diverse,
e per le quali Papi, Cardinali, prin-
cipi, guerrieri, e grandi personaggi
ivi imprigionati vi perdettero mise-
ramente la vita , a cura de' sovra-
ni Pontefici divenne una fortezza
regolare, quale si vede al presente,
affidata alla custodia del castellano
(Vedi)^ e con quelle opere e fortifi-
cazioni richieste secondo l'uso e i
principii artistici de'tempi. Non man-
carono inoltre di farlo adornare, do-
ve non poterono restituirlo al pri-
miero lustro. Ma dell' antica sua
magnificenza, e de' principali avve-
nimenti cui andò soggetto, andiamo
ora compendiosamente a porgerne
una descrizione a seconda delle epo-
che cronologiche, e con quanto dì
più interessante può riguardarlo.
Dalle storie delle guerre dei goti,
di Procopio principalmente, abbia-
mo adunque la descrizione d' uno
de' più belli monumenti dell' anti-
chità, quale si fu la mole Adriana,
che prese il nome dall' imperatore
Adriano, il quale per emulare il
mausoleo d' Augusto, che torreggia-
va sulla sponda sinistra del Teve-
re, la fece erigere sulla destra dì
questo fiume, ne' primordi del seco-
lo secondo, suU' area de' famigerati
orti di Domizia, e in prossimità
del circo Adriano, acciò servisse di
tomba per se, e pe' suoi discenden-
ti. Non si risparmiò cosa alcuna af-
finchè tutto corrispondesse al gran-
dioso concetto, all' intelligenza, ed al
gusto di quel monarca filosofo. Su
di un ampio quadrato, formato di
176 CAS
grandi massi di pietra indìgena, sor-
geva la rotonda mole, della quale,
sebbene assai diminuita, è tuttora
imponente l'aspetto di quell'avanzo,
che ora serve di maschio al Castel-
lo. Dirimpetto al ponte eravi la
porta principale di bronzo situata
in mezzo del fianco, che riguarda-
va la città, donde per una comoda
via costruita a spirale si ascendeva
alla cima per molti grandi scaglio-
ni, e sulla cui sommità vuoisi fos-
se collocata la bella pigna di bron-
zo dorato, poi trasportata nel giar-
dino vaticano, benché alcuno pre-
tenda che vi fosse un carro trion-
flìle colla statua dell'imperatore. Il
Marangoni, Delle cose gentilesche e
profane trasportate ad uso delle
chiese, cap. LXIX, dice, che in det-
ta pigna probabilmente furono col-
locate le ceneri di Adriano, e che
poi, l'anno 49^> Papas. Simmaco
la trasportò per ornamento all' a-
trio della basilica vaticana ; indi nel-
la sua riedificazione fu trasferita al
menzionato contiguo giardino, ove
si vede fra due pavoni di bronzo.
Tutte le decorazioni esterne erano
di marmo parlo, fregiate di festoni,
e sugli ornati della base poggiava-
no i pilastri all'intorno del cerchio,
e non le colonne, che da alcuni si
sostenne essere quelle perite nella
basilica di s. Paolo. Molte statue di
gian pregio abbellivano la sommi-
tà, posando nel supremo cornicione
gruppi di scultura, mentre cavalli
di bronzo si vedevano nei quattro
angoli del quadrato. Però sembra
la più comune opinione, che l' este-
riore ornato fosse di due ordini di
architetturajil primo dei quali inferio-
re decorato di quarantotto colonne,
che formavano un portico circolare,
altrettante essendo vene sopra il cor-
nicione. Il secondo ordine veniva
CAS
decorato di pilastri e di 'nicchie con
istatue corrispondenti a quelle del
primo ordine. Quando l'imperatore
Aureliano, che fu esaltato all'impe-
ro ncir anno 270 dell' era cristiana,
cioè i32 anni dopo la morte di
Adriano ivi sepolto, chiuse il cam-
po di Marte, come avea fatto della
città con recinto di mura, il mau-
soleo d' Adriano trovandovisi com-
preso divenne naturalmente una
specie di cittadella, ed anche verso
il tempo dell' imperatore Onorio ,
che fiorì nell'anno 895, allorché
per prevenire le incursioni de' bar-
bari, volle risarcire le mura di Ro-
ma, «ssendo già il mausoleo guasto
e spogliato de' suoi più pregevoli
ornamenti, si riconobbe atto ad uso
di cittadella, per le sue doppie e
fortissime muraglie. Quindi i roma-
ni, nella prima guerra gotica, vi si
rinchiusero in difesa, allorché quei
selvaggi del settentrione capitanati
dal re Alarico, entrarono in Roma
ai 24 agosto del 4^9, ed assediaro-
no il mausoleo dopo aver saccheg-
giata la città. Ed essendo i ro-
mani e i greci, che vi si erano for-
tificati, sprovisti di armi e mezzi
valevoli a respingerli, presero il ri-
provevole e fatale partito di rom-
pere e lanciare contro i goti tutte
le opere e statue rimaste, per cui il
nemico restò talmente oppresso, che
fu costretto ad abbandonare Roma.
Altri dicono, che da Paolo, capita-
no della cavalleria greca, sia stato
usato tal fatale mezzo di difesa con-
tro Totila ; e altri dicono essere ciò
stato allorché Vitige prese Roma.
Certo è, che gli stessi greci e roma-
ni di Belisario, i goti ed altri bar-
bari ne accrebbero i danni colla to-
tale rovina del monumento, sia che
l'offendessero o sia che il difendes-
sero. Cosi perirono tanti stimabili
CAS
oggetti d'arte, potendosi giudicai^e
del loro merito dal Fauno dormien-
te di squisito lavoro, che ne faceva
parte, il quale rinvenutosi fra diver-
si rottami verso il i63o nel ponti-
ficato di Urbano Vili, Barberini^
e da lui donato alla sua famiglia ,
forma oggi uno dei più preziosi
oggetti del museo del re di Ba-
viera.
Da quel tempo in poi i pochi
avanzi del monumento andarono
sempre deteriorando, disputati so-
vente dai diversi partiti, che signo-
reggiavano Roma, cosicché di si
insigne sepolcro non rimane che il
misero avanzo del corpo, o torre
rotonda, scemata in gran parte nella
sua sommità, sopra la quale, dopo
che i romani Pontefici esercitarono
la loro piena sovranità in Roma,
cangiandone il destino, fecero ag-
giungere quelle costruzioni, che veg-
giamo a guisa di fortezza, e che
fino dal santo Pontefice Gregorio I
acquistarono il nome di Castello,
siccome acquistarono quello di san-
t'Angelo pel seguente avvenimento.
Afflitta Roma da una pestilenza,
nel 593, il detto Papa, per far ces-
sare il flagello, si recò processional-
mente a s. Pietro, ad implorare la
divina misericordia, e giunto sul
ponte s. Angelo, vide apparire nel
più alto della mole Adriana un
Angelo, in atto di rimettere la spada
nel fodero, per dimostrare il termi-
ne del morbo, e placata l'ira divina,
come di fatto seguì. In memoria
pertanto della miracolosa apparizione,
fu poi eretta nella sommità del mau-
soleo prima una cappella, e nell'e-
stremità un Angelo in atto di riporre
la spada nel fodero, come in seguito
si dirà. Questo castello fu anche
detto Carcere di Teodorico^ perocché
si vuole che il re Teodorico nel
voi. X.
CAS 177
restaurare le mura di Roma, vi
comprendesse il mausoleo, il quale
sino al secolo X portò anche il no-
me di Carcere di Teodorico, per-
ché quel principe vi teneva un pre-
sidio.
Gli esarchi di Ravenna, ed altri
in seguito l'occuparono successiva-
mente, proseguendo sempre più a
rovinarlo; e sebbene l'origine della
sovranità de' Papi incominciasse in
Roma e sue dipendenze, nel ponti-
ficato di s. Gregorio II, verso l'an-
no 780, e s. Leone IV, nell'848,
fondasse la città Leonina (Vedì)^
confinante col castello mediante il
borgo ( Fedi ) , tutta volta la mole
Adriana, o Castel s. Angelo, fu do-
minata dalla fazione prevalente, e
dai potenti loro capi. Di fatti sotto, il
Pontefice Giovanni X , la famosa Ma-
rozia nobile romana, avvenente quan-
to possente, nella sua vedovanza giun-
se l' anno 925 ad impadronirsi di
Castel s. Angelo, ed a rendersi cosi
arbitra di Roma, sino a far perire
in prigione il Papa. Rimaritatasi
con Ugo re d' Italia , mentre un
giorno versava ad Ugo l'acqua sulle
mani Alberico figho del primo ma-
rito di Marozia, per avergliene ver-
sata in troppa copia ne ricevette uno
schiaffo. Irritato Alberico dell'affron-
to , fece osservare ai romani , che
se quel principe trattava così un
suo pari, molto più avrebbe sovra
essi tiranneggiato. Tanto bastò per-
ché i romani, stanchi della prepoten-
za d'una donna, prendessero le armi
con tal prontezza , che non avendo
potuto Ugo porsi in difesa, si salvò
colla fuga facendosi calate con una
fune da Castel s. Angelo sua resi-
denza. Allora i ribelli romani, in-
vece di restituire al Pontefice Gio-
vanni XI il dominio della città, di-
cliiararono loro principe Alberico ,
12
478 CAS
ed imprigionarono il Papa e Ma-
rozia nel 933, morendo Giovanni
XI nella sua carcere di Castel s. An-
gelo, nel principio di gennaio C)3Cy.
Assunto al ponlilicato, nell' an-
no 965, Giovanni XIII, incorse Te-
dio della nobiltà romana, per cui
sacrilegamente fu posto in ceppi nel
Castel s. Angelo dalla fazione, che
dirigeva Rotfredo prefetto di Roma.
Partendo però 1' imperatore Ottone
I , nel 966 , alla volta di questa
città, restituì alla sede il Pontefice,
al quale era riuscito di ritirarsi a
Capua , e dodici de' primari congiu-
rati furono appesi alla forca, men-
tre le ossa del defonto Roffredo ven-
nero ignominiosamente tratte dalla
tomba. Continuando l'anarchia, che
in mezzo alle fazioni desolò Roma
e l'Italia, massime nel declinar del-
l' infelice secolo X, Crescenzio o
Cencio Numentano, si usurpò l' au-
torità suprema col titolo di console,
occupò il Castel s. Angelo, lo forti-
ficò ad uso di rocca, e da essa com-
batteva , o sosteneva , secondo il di-
verso partito, i Pontefici, per cui
quel sepolcro di Adriano, che, come
dicemmo, fu chiamato pure Car-
cere di TeodoricOj ed anche Casa
di TeodorìcOj prese il nome di Ca-
strimi Crescentii j Castellimi Cre-
scentii i nome che conservò alcun
tempo promiscuamente alla denomi-
nazione di Teodorico , finché pre-
valse, e riprese il nome di Castel
s. Angelo. Nel 972, per morte del-
l' imperatore Ottone li, 1' Italia si
ribellò, come fece Roma, affine di
ricuperare l'antica libertà, essendo
il primo ad eccitar la rivolta il
detto Crescenzio, o Cencio cittadino
romano, ch'ebbe inoltre l'ardire di
porre il Papa Benedetto VI nella
prigione di Castel s. Angelo, ove
miseramente morì strangolato alla
CAS
fine di marao 978, per opera prin-
cipalmente di Francone, scelleratis-
simo diacono, che s' intruse nel pon-
tificato col nome di Bonifacio VII.
Ma questi per castigo divino, aven-
do imprigionato e fatto morire di
fame e col veleno, nel giugno del
975, nel medesimo castello, il Papa
Giovanni XIV, cessò di vivere al-
l' improvviso, facendosi del suo corpo
una crudele carneficina per opera
de' medesimi suoi seguaci.
Continuando Crescenzio a domi-
nare Roma col governo di Castel
s. Angelo, il Pontefice Giovanni XV,
detto XVI, travagliato da lui gran-
demente, si trovò costretto a ricovrar-
si in Toscana, invocando, nel 985,
l'aiuto di Ottone III imperatore ;
locchè saputo da Crescenzio e dai
suoi faziosi, per timore richiamaro-
no il Papa in Roma. Gli successe
Gregorio V, nel 996, il quale coro-
nò in Roma il suo parente Ottone III.
Ma tornato questi in Germania, Cre-
scenzio, nel 997 , cacciò dalla città
il buon Pontefice , e ne' principii
di maggio scismaticamente gli sosti-
tuì Filagato , che prese il nome di
Giovanni XVII. Allora l'imperatore
raggiunse il legittimo Gregorio V
in Pavia, e con un esercito il con-
dusse in Roma. Ma allorché l'anti-
papa, uscito dal castello, cercava in-
volarsi, i soldati imperiali lo rag-
giunsero , e barbaramente lo muti-
larono e postolo sopra un asino a ri-
troso il condussero per la città, ove
morì poco dopo. Crescenzio si chiu-
se nel castello, e quivi ostinatamen-
te si difese, ma l' imperatore prima
ve lo assediò, circondando all' intor-
no il castello con macchine altissime
di abeti (il che certamente fu dan-
noso all'edifìcio), e servendosi di una
falsa capitolazione, l'ebbe in suo
potere e il fece decapitare nel mar-
CAS
70 del 998, mentre dodici del suo
partito furono impiccati ai merli di
questo forte. Stefania, vedova di
Crescenzio, fa esposta ai pubblici ol-
traggi, di che vuoisi, che si vendi-
casse col veleno, cui si attribuisce
l'immatura morte dell'imperatore.
In fatti mentre questi si credeva si-
curo in Roma, i romani gli uccisero
gran parte de' suoi soldati, e l'asse-
diarono nel looi in Campidoglio,
e quando con nuovo esercito vole-
va vendicarsi , morì ai 28 gennaio
J002, e fu sepolto nel portico della
basilica vaticana.
Eletto nel 1061 Papa Alessan-
dro II, Enrico IV re de' romani in
opposizione dichiarò antipapa Cada-
loo col nome di Onorio II, il quale
coU'aiuto delle sue truppe nel 1062
si recò in Roma per mettersi in
possesso della pseudo-dignità, occu-
pando la città Leonina e il Vatica-
no, Ma i romani, co' validi aiuti di
Goffredo duca di Toscana , poco
mancò che non facessero prigione
l'antipapa, se Cencio, figlio del pre-
fetto di Roma e di parte imperiale,
colle sue squadre, e non senza dif-
ficoltà, noi conduceva in salvo nel
Castel s. Angelo , ov' egli comanda-
va. Quivi fu però strettamente as-
sediato, e nel timore di perire, som-
ministrò trecento libbre d' argento
per fuggire , dopo esser stato due
anni prigione nel castello. In Ales-
sandro Il non terminarono le diffe-
renze della Chiesa con Enrico IV,
che anzi col successore s. Gregorio
VII divennero maggiori per le in-
vestiture ecclesiastiche. Il suddetto
Cencio non mancò sotto questo Papa
di mostrare il suo mal talento, ac-
cresciuto dagli impedimenti, che il
Pontefice poneva all'esazione dell' in-
giusto tributo da Ini imposto a
quelli , che trapassassero il ponte
CAS 179
s. Angelo. Quindi Enrico IV , nel
1084, per la terza volta pose asse-
dio a Roma, ed avendo corrotti al-
cuni romani , finalmente gli riuscì
entrarvi ai 22 marzo , conducendo
seco l'altro antipapa Clemente IIIj
che fece intronizzar nella sedia di san
Pietro. Dal palazzo lateranense san
Gregorio VII si ritirò per sua si-
curezza in Castel s. Angelo, ove En-
rico IV strettamente l'assediò, finche
recatosi a Roma il duce de' norman-
ni R^oberto Guiscardo, pose in fuga
r inimico, e liberò il legittimo Papa,
che fece ritorno al patriarchio late-
ranense.
Morto s. Giegorio VII, ed eletto
in successore il virtuoso Vittore III,
non perciò cessarono le vertenze, an-
zi l'antipapa era venuto in possesso
di vari luoghi forti di Roma, com-
preso il Pantheon, essendo gli altri
in potere di Vittore III come il
Castel s. Angelo, e l'adiacente città
Leonina. Nel giorno precedente alla
festa di s. Pietro, le due fazioni ven-
nero alle mani, occupando gli scis-
matici i dintorni del Vaticano. Ma
le fedeli truppe Pontifìcie, sostenen-
dosi nel Castel s. Angelo, e nell'in-
terno della basilica di s. Pietro,
non riuscì all'antipapa di celebrarvi
i pontificali nel dì della festa. Tut-
tavia in progresso il Castello cadde
in potere de' nemici , e recatosi a
Roma il Pontefice Urbano II nel
1090, si rifugiò in casa di Gio. Fran-
gipani , giacche Ferrucchio teneva
per l'antipapa Clemente III, il La-
terano, e Castel s. Angelo. Ma di
poi consegnò al legittimo Pontefice
questi due luoghi per certa somma
di danaro, che Goffredo abbate vin-
docinense, appositamente recatosi in
Roma , somministrò ad Urbano IT.
Negli scismi insorti contro i Pon-
tefici Gelasio li, ed Alessandro IH,
8ó
CAS
il Castello s. Angelo soggiacque a
varie vicende , ora in possesso del
legittimo Papa, ed ora degli anti-
papi, ed il Cardinal Breckspeare,
che n'era prefetto sotto Alessan-
dro III, vi salvò i Cardinali della
di lui ubbidienza, contro i furori
dell'antipapa Vittore.
Stabilitasi dipoi, nell'anno i3o5
da Clemente V, la residenza pon-
tificia in Avignone , governando
i Papi la città di Roma per mez-
zo dei loro vicari, o legati, all'arti-
colo Avignone si riportano le cose
particolari e degne di menzione,
riguardanti anco il Castel s. Angelo.
Quando Urbano V divisava di re-
stituire a Roma la dimora Pontifì-
cia, giunto, nel iSGy, per tal eCfet-
lo a Corneto, i romani gli spediro-
no colà le chiavi di questo Castello;
ma essendosi dovuto licondurre in
Avignone, toccò al successore Gre-
gorio XI , col recarsi a Roma nel
1877, la gloria di restituirvi la sede
apostolica, ponendo in Castel s. An-
gelo una guarnigione francese di
truppe seco lui condotte. Gli autori,
che trattano della basilica e del
patriarchio lateranense, antica abi-
tazione dei Papi, dicono che Gre-
gorio XI, nel restituire a Roma la
residenza pontificia, non andò ad
abitare il Laterano, perchè il palaz-
zo era rovinato, e preferì abitare
nel palazzo vaticano a cagione della
vicina mole Adriana, siccome luogo
di sicurezza in qualunque tumul-
to, massime in que' tempi facile ad
accadere, per le guerre de' fioren-
tini, e pel mal umore dei france-
si, i quali con rancore avevano ve-
duto la partenza del Papa dalla
Francia.
Però essendo morto Gregorio XI
nel 1378, contro il successore Ur-
bano VI presto si manifestò il mal
CAS
umore del sagro Collegio, compo-
sto di quasi tutti francesi, che era-
no bramosi di far ritorno in Fran-
cia, e macchinavano di sacrilegamente
deporlo. 1 congiurati poterono im-
padronirsi del Castel s. Angelo , di
cui era custode un comandante fran-
cese, e traendo al loro partito il
conte di Fondi, e le milizie francesi,
ai 20 settembre, elessero in detta
città l'antipapa Clemente VII. Que-
sti , ed Urbano VI si fulminarono
scambievolmente le censure, e nel
1879 diedero di piglio alle armi. I
principii furono dannosi ad Urbano
VI, giacche i soldati bretoni e gua-
sconi , unitisi ai savojardi guidati
dal conte di Montioye , nipote del-
l' antipapa , trionfarono della disor-
dinata moltitudine romana priva di
disciplina , e penetrarono in Roma
a rinforzare la guarnigione di Castel
s. Angelo, ed a guarnire con forti-
ficazioni il Vaticano, gettandosi poi
a dare il guasto alla campagna. Ma
partendo da Roma, ai 28 aprile, il
piode conte di Barbiano, alla testa
dell'esercito papale, cui si unirono
le truppe imperiali ed italiche, pres-
so Marino disfece i guasconi co-
mandati da Bernardo de la Sale, e
e poi il Montioye co' suoi bretoni,
fa cendoH prigioni. Laonde seguì, che
i francesi, i quali occupavano Castel
s. Angelo, capitolarono, e lo conse-
gnarono ai romani , avendo prima
il castellano francese non solo in-
quietati gli abitanti con dardi e can-i
nonatecon rovina delle case vicine,
delle quali alcune andarono a fuoco,
ma opposta resistenza per un anno
all'assedio, con cui aveano i romani
cinto il forte, battendolo con mac-
chine ed artiglierie. Onde appena eb-
bero per capitolazione il castello ,
erano sul punto di demolirlo affatto,
perchè non potesse più far loro pre-
CAS
giudizio, e niuno vi si ritirasse per
fare altrettanto, ed irritati pei danni,
che da questa fortezza aveano rice-
vuti, la smantellarono e ne porta-
rono via persino i marmi, che l'or-
navano. Urbano VI poi dalla sua
residenza di s. Maria in Trastevere si
recò al Vaticano processionai mente
a piedi scalzi per renderne grazie a
Dio. Successo ad Urbano VI Papa
Bonifacio IX , nel i SqS , restaurò
con grande magnificenza Castel s.
Angelo riducendolo sempre più a
guisa di fortezza con solidissimi ba-
loardi.
Durante lo scisma, che continua-
va in Avignone Benedetto XIII an-
tipapa, in Roma il pacifico Innocen-
zo VII era inquietato dalle fazioni,
e dalle mire di Ladislao re di Na-
poli, per cui nel i4o5 procurò pa-
cificare gli animi, e ricolmare di be-
neficii il popolo romano, creandone
sei Cardinali. Ad onta di ciò i ro-
mani, sempre inquieti in que* miseri
tempi, reclamavano la custodia di
Campidoglio ( Fedi ) , e del Castel
s. Angelo ; onde Innocenzo VII, te-
mendo tali rimostranze, e gli aspiri
del re Ladislao, che avea corrotto
Antonio Tomazelli, castellano di Ca-
stel s. Angelo, si rifugiò a Viterbo,
e Ladislao, per profittare delle cir-
costanze, subito corse a Roma. Tras-
corsi alcuni mesi, e pentiti i roma-
ni de' falli commessi , con diverse
ambascerie, nel i4o6, richiamarono
il Papa, con pieno ed assoluto do-
minio della città. Ritornato Inno-
cenzo VII, ai i3 marzo, in Roma,
non vi trovò calma perfetta, sebbe-
ne ricevuto con applauso , mentre
ancor persistevano nella ribeUione
il castellano Tomazelli, che per La-
dislao possedeva ancora il Castel s.
Angelo, donde si facevano continue
ostilità, ed altri, che ai 20 giugno
CAS 181
furono puniti colle pontificie censu-
re. Essendo poi riuscito al Papa di far
demolire i baloardi costrutti intorno
al castello, ai 9 agosto finalmente li
ebbe in suo pieno potere. Nel Diario
romano di Antonio di Pietro , dal-
l'anno i4o4 al i4i 7} Plesso il Mu-
ratori, Rer. Ital. t. XXIV, p. 1026,
si legge, che ai 1 5 giugno 1 4 ^ * j
ordinò Giovanni XXII I fosse inco-
minciato, come lo fu nel giorno do-
po, un corridore che dal palazzo
Vaticano conduceva a Castel s. An-
gelo. Il Venuti, nella Descrizione di
Roma del p. Eschinardi, pag. 34,
dice che Giulio lì fece questo cor-
ridore, ma egli è certo che piutto-
sto ad Alessandro VI se ne deve
l'erezione, se non il compimento.
Altri avvenimenti riguardanti il
Castel s. Angelo accaddero nel pon-
tificato di Eugenio IV. Successo egli,
nel 143I5 a Martino V, Colonna ^
i nipoti di quest'ultimo, siccome po-
tentissimi, procurarono subito di op-
primerlo. Furono pertanto imprigio-
nati l'arcivescovo di Benevento fi-
glio di Antonio Colonna , e il suo
fratello Masio, il quale fu costretto
a confessare che volea prendere a tra-
dimento Castel s. Angelo, uccidere
il castellano, consegnare il forte ai
Colonnesi, e quindi cacciare il Papa
e gh Orsini da Roma. Masio fu
adunque degradato, e in campo di
Fiore fu fatto morire con morte
esemplare. Quindi, nel i434> aven-
do Filippo duca di Milano spedito
contro il Pontefice Nicolò Forte-
braccio, i romani si ribellarono, gri-
darono libertà, e fecero sette citta-
dini romani magistrati della città.
Eugenio IV travestito fugg\ su d'u-
na barchetta pel Tevere, ove alcuni
romani, essendosene avveduti, pro-
curarono impedirne la fuga, sinché
avessero preso Castel s. Angelo. Non
i82 CAS
essendo ciò loro riuscito, tutti si di-
ressero contro il castello per pren-
derlo, che cinsero di trincee , per-
chè gli assediati non potessero rice-
vere soccorsi, ne uscirne. L' astuto
castellano però, coli' aiuto di Bal-
dassare Ausido,^ uomo sagace che
avea in custodia ia 4)orta bassa del
Castello, istruì un soldato di ciò,
che avrebbe a fare. Siccome gli as-
sediati talvolta uscivano a scara-
mucciare, in una di queste azioni
il soldato si fece prendere dai ro-
mani, co' quali altamente si lagnò
del le crudeltà ed avarizia del castella-
no, e disse che se gli avessero promesso
un premio si offriva ucciderlo , e
consegnar in loro potere il castello.
Caduti i romani nell'aguato, permi-
sero che ponesse ad esecuzione il
piano. In fatti rientrato nel castel-
lo, poco dopo si vide appiccato ad
una finestra uno, che alle vesti sem-
brava il castellano; indi chiaman-
do il soldato ad alta voce i roma-
ni ad entrar nella rocca, i principali
di essi incautamente vi si recarono,
ma tutti furono fatti prigioni, e sulla
moltitudine , che si era avvicinata
al castello, furono tirati molti colpi
di artiglierie ; onde, per liberare gli
ostaggi, fu d'uopo porre in libertà
il nipote del Papa, Cardinal Con-
dulmero camerlengo , che nella ri-
bellione era stato carcerato ; e po-
scia i romani restituirono ad Euge-
nio IV la sovranità della città ve-
nendo contenuti dal celebre Giovan-
ni Vitelleschi generale dell' esercito
papale. Ma' divenuto questo, sebbene
Cardinale , gravemente sospetto al
Pontefice di tramar congiure , nel
passare dinanzi al castello fu fatto
arrestare, e volendosi difendere colla
spada, non essendo soccorso da' suoi,
die da lui si erano allontanati, dalla
guardia del castello, e da Antonio
CAS
Ridio castellano ricevette tante fe-
rite, che nel medesimo forte morì
dopo quattro giorni nel i44^> come
racconta il Platina, ed altri riferi-
scono nella vita di Eugenio IV.
Nicolò V, che successe, nfl i447»
ad Eugenio IV, fabbricò due torri
sul ponte s. Angelo, fortificò il ca-
stello con bastioni e altre opere, eri-
gendovi inoltre quattro torri e di-
verse abitazioni ; vi fece punire Ste-
fano Porcari nobile romano, capo
d' una tremenda congiura, venendo
impiccato al muro del Castel s. An-
gelo ai 9 gennaio i453. Calisto III,
spagnuolo, fu eletto in di lui suc-
cessore, ma siccome avea dato il
Castel s. Angelo in custodia de' Ca-
talani, nel i45»8, mentre era mori-
bondo, il sagro Collegio stimò bene
di toglier dalle loro mani la for-
tezza, dando perciò alcune migliaia
di scudi al castellano. Dopo la mor-
te di Pio II, Piccolomini, avvenuta
nel i464j i Cardinali non voleva-
no entrare in conclave nel palazzo
Vaticano, intimoriti dal non aver il
nipote del defonto, Antonio duca
di Amalfi, restituita la fortezza di
Castel s. Angelo, dimorando egli al-
lora nel Celano. Nella Sloria de con-
clavi, a p. 84, si dice, che il castel-
lo era in custodia del Cardinal Pic-
colomini, nipote di Pio II , in quel
tempo assente da Roma. Tuttavolta
ad altri riuscì di persuaderli, ed eles-
sero Paolo II, che fu il primo Pontefi-
ce il quale affidò il governo e la custo-
dia delle fortezze della santa Sede a
prelati e degni ecclesiastici, afliiichè
in ogni evento fossero più fedeli ai
Papi e alla Sede apostolica. Questa
Pontefice era d'animo sì clemente,
che mai permise si eseguisse la pe-
na di morte , cambiando tal' estre-
ma punizione colf esilio, colla gale-
ra, col carcere, e colla prigione c|i
CAS
Castel s. Angelo, colla quale egli
diceva aver ridotti i giovani roma-
ni scapestrati a tanta modestia €
buona condotta , a quanta nessun
altro buon maestro li avrebbe ri-
dotti. Di questi esempi nella nobil-
tà romana, parecchi ne riporta il
Cane^io nella di lui vita.
Abbiamo dal Burcardo Conclave
de' Pontefici Romani ^ che a quello il
quale si celebrò per morte di Si-
sto IV nell'anno 14^4» ^^ elezione
d'Innocenzo Vili, nel primo gior-
no delle esequie, ai 1 1 agosto, non
intervennero molti Cardinali per-
chè il Castel s. Angelo stava nelle
mani di Girolamo Riario nipote del
defonto Pontefice; ma ai 11 egli
restituì il castello (nel quale ai i4
di detto mese erasi ritirata la con-
tessa di lui consorte) e tutte le
fortezze della Chiesa, ch'erano in sua
custodia. Questa restituzione tutta-
via non venne eseguita finche i Car-
dinali non gli fecero sborsare quat-
tro mila ducati di stipendio; restitu-
zione che segui in questo modo. Il
vescovo di Todi, che era il castel-
lano, giurò nelle mani del sagro
Collegio di tenere il castello ad i-
stanza di esso, e restituirlo poi al-
l'eletto Pontefice, promettendo di
cambiare tutti i custodi, e di man-
darli via secondo la volontà dei
Cardinali. L'ultimo giorno dell'e-
sequie, che fu ai 2 5 agosto, tutti i
Cardinali andarono a s. Pietro, ec-
cettuati Savelli e Colonna, perchè
nella notte precedente, contro i ca-
pitoli, e le promesse predette, era-
no entrati in Castel s. Angelo cen-
to cinquanta fantaccini ; laonde i
Cardinali, e gli altri ne rimasero
disgustati. Tuttavolta il sagro Col-
legio fece quindi in modo , che la
famiglia Riario sgombrasse il castel-
lo, divenendone assoluto padrone lo
CAS i83
stesso sagro Collegio a' 25 agosto
predetto.
Ad Alessandro VI, Borgia^ crea-
to nel 1492 , sii debbono molte
fortificazioni del Castel s. Angelo,
delle fosse, dei baloardi, ed altre
opere. Vi eresse altresì una torre
quadrata sopra il maschio, che an-
cora sussiste, chiusa però da due
lati dai recenti edifizi fatti per co-
modo del castellano, e degli altri
ufficiali del forte. Essendo caduto
un fulmine, nello stesso pontificato
di Alessandro VI sulle opere supe-
riori, bisognò rifarle. Vuoisi ancora
eh' egli vi costruisse l' annesso cor-
ridore, il quale dal castello comu-
nica col palazzo apostolico vaticano,
affine di aver pronto un ricovero
nei tempi di fazioni e di guerre, e
le chiavi di esso si conservano pres-
so il Pontefice Urbano Vili poi
nel i63o fece con tetto cuoprire
un tal corridore, cioè quella specie
di loggiato che sta sul corridore
medesimo, ed inoltre lo fece restau-
rare in molti luoghi, e separare
dalle case per maggior sicurezza.
Nell'odierno pontificato vi si esegui-
rono altri notabili miglioramenti.
Di questo corridore è una imita-
zione anche più magnifica il cor-
ridore, che in Firenze va dal pa-
lazzo Pitti al palazzo vecchio, cor-
ridore, che i granduchi di casa Me-
dici, dai quali fu fabbricato, aveano
in animo di condurre fino alla chie-
sa della Nunziata. Va poi avverti-
to, che il passetto, il quale dal Va-
ticano conduce al castello, si com-
pone di due piani; del primo che
riceve lume da alcune aperture la-
terali delle mura, e del secondo, che
è come un loggiato, coperto di tet-
to. Chi passa pel primo non è ve-
duto, non così chi va nel secondo.
Il medesimo Alessandro VI, op-
^84 CAS
ponendosi alle pretensioni di Carlo
Vili re di Francia, che voleva l'in-
vestitura del regno di Napoli, pen-
sò quel principe d* impadronirsene ,
e vendicarsi del Papa. A tal effet-
to si recò in Italia con ciica trenta
mila uomini, ed entrò in Roma nel
1 494- Alessandro VI, intimorito da
<sì poderoso esercito, coi Cardinali
Orsini e Caraffa, passò ad abitare
Castel s. Angelo; ma il re sebbene
avesse ricevuto dai romani le chia-
vi della città, venne a concordia
col Pontefice, il quale si restituì al
Vaticano, con dure condizioni, che
si riportano dall'annalista Rinaldi,
all'anno ii^5. Indi il re s'avviò
a Napoli, ma il Papa avendo sco-
municato que' napoletani, che lo a-
vessero favorito, allorquando quel
principe fece ritorno in Roma, non
riputando il castello per sicuro asi-
lo, si ritirò a Viterbo.
Morto Alessandro VI, nel i5o3,
il suo fìgUo Cesare Borgia duca Va-
lentino, volendo imporre al sagro
Collegio acciò eleggesse un Papa suo
amico, con dodici mila uomini ar-
mati assediò Castel s. Angelo, e il
Vaticano, per cui si legge nei Diari
del Burcardo, che nelle generali
congregazioni fatte dai Cardinali
nella sagrestia della Minerva, stabi-
lirono di celebrare il conclave in Ca-
stel s. Angelo, e per maggior sicu-
rezza esigettero il giuramento di fe-
deltà dal castellano.' Ma di poi, a-
vendo il sagro Collegio spedito al
duca Valentino (cui non volle ac-
cordare di ritirarsi colle sue genti
in Castello) Prospero Colonna, que-
sti ed alcuni ambasciatori il persua-
sero a ritirarsi a Nepi , onde lo stes-
so sagro Collegio mandò il Cardi-
nal Carvajal al castellano che sem-
brava renitente sul farsi il concla-
Te nel forte, acciò nou facesse inno-
CAS
vazione nel castello, perchè si sa-
rebbouo adunati in conclave al Va-
ticano. E di fatti ai 2 3 settembre
i5o3 concordemente ivi esaltarono
al pontificato Pio 111, che per sal-
vare Cesare Borgia dal risentimen-
to degli Orsini, lo fece porre sotto
cortese guai'dia in Castel s. Angelo.
Egli pertanto vi si recò pel corri-
dore accompagnato dai Cardinali
Arbonense, Salernitano, Surenlino,
Bolognese, Rotomagense, o Borgia,
seguito da due paggi e quattro ser-
vitori, da tutte le sue figliuole, la
maggiore delle quali fu dal castel-
lano posta nel maschio. Morto po-
co dipoi Pio III, ai i8 ottobre
i5o3, dal Castel s. Angelo lo tras-
se Giulio II per mandarlo nella for^
tezza d'Ostia, ove lo avrebbe rite-
nuto finche non avesse fatto resti-
tuire dai suoi castellani le fortez-
ze, che occupava nello stato eccle-
siastico ir. Borgia, famiglia.
L'imperatore Carlo V indispetti-
to della lega fatta nel i526 da
Clemente VII con varii principi con-
tro la sua potenza in Italia , pub-
blicò la guerra contro il Papa, e i
primi a cominciarla furono i Colon-
nesi, col viceré di Napoli Ugo Mon-
cada. Questi con buon esercito, sac-
cheggiando ai 2o settembre il bor-
go nuovo e il palazzo Vaticano ,
Clemente VII scampò la morte col
rifugiarsi pel contiguo corridore in
Castel s. Angelo, ove fu costretto a
capitolare ed accettar la tregua, che
durò poco tempo , onde dopo tre
giorni potè ritornare al Vaticano,
come descrive il Guicciardini, Ilisto*
ria, lib. XVIII.
Raccontano però il Giovio e il
Ciacconio, che quando Clemente VII
udì, che i nemici erano già entrati
in Borgo, non voleva partirsi dal
palazzo, anzi chiedeva di essere ve-
CAS
stilo cogli abiti pontificali, e voleva
aspettarli sulla cattedra pontifìcia,
come già in simil caso, rna con e-
vento infelice, avea praticato in A-
nagni Bonifacio Vili. Dissuaso però
dillicilinente con grandissime pre-
ghiere dai Cardinali, finalmente ad
ore diciassette mentre già il palaz-
zo si saccheggiava, si ritirò, come
dicemmo , con alcuni de' Cardinali
pel corridore nel castello, in cui
trovò non esservi provvisione nem-
meno per tre giorni, senza muni-
zione e sufficiente presidio per la
cattiva cura di monsignor Giulio del
Medici, castellano. Allora il Papa
con premura fece chiamare d. Ugo
MoDcada nella stessa sera, acciò voles-
se venire ad abboccarsi con lui, ed
inviò in casa Colonna per ostaggi i
Cardinali Cibo e Ridolfi. Yi si recò
il Moncada, benché vi ripugnassero
i Colonnesi, e gli portò la mitra
pontificale preziosa, rubata la mat-
tina dai soldati, non che il pasto-
rale di argento, seguito da alcuni dei
suoi.
Ad onta della suaccennata tregua,
Carlo di Borbone poco di poi, con
vin esercito di quarantamila uomini,
assediò e prese Roma ai 6 maggio
i527, rimanendovi nel punto stesso
morto da una palla di artiglieria,
che parti da questo castello, o più
probabilmente dal campanile di s.
Spirito. Filiberto principe d' Gran-
ge, luterano, sottentrò al supremo
comando, onde la capitale del mon-
do cattolico soggiacque alle più fu-
neste disavventure, e al più deplo-
rabile saccheggiamento, che venne
proseguito per due mesi. Appena
Clemente Yll intese l'avvicinamento
dell'inimico, pel mentovato corri-
dore passò in Castel s. Angelo, ove
fu strettamente assediato, solìiendo-
■yi le più gravi angustie, e miserie
CAS 185;
pel rigore degli assediane. Pertanto
fu Clemente VII costretto a capi-
tolare, ed arrendersi con durissime
condizioni ai 5 giugno, cioè: i." di
pagare al momento cento mila du-
cati d'oro, altri cinquanta mila den-
tro venti giorni, e venticinque mila
nel periodo di due mesi; 2.° di
consegnare in deposito il Castel s.
Angelo nelle mani degli ufficiali
dell'imperatore; S.** di rimanere il
Papa prigioniero di Carlo V sino
al pagamento dei primi centocin-
quanta mila ducati per ottenere il
suo riscatto. Clemente VII, pei sa-
grifizi fatti e pel sacco non ei*a più
in grado di pagar le somme, che
avea dovuto promettere per forza,
per cui si trovò nella più penosa e
spaventevole situazione, anche per la
pestilenza, eh' erasi sviluppata in Ro-
ma, e comunicata entro il medesi'
mo castello. Le sue vive preghiere,
e quelle dei Cardinali, che lo avea-
no seguito in castello ai i3 agosto,
ottennero la grazia di essere tra-
dotti al Vaticano nel luogo detto di
Belvedere, ove rimasero custoditi da
mille spagnuoli, guardando il Papa
a vista lo spagnolo Alicornio, a cui
Carlo V avea raccomandato in Ispa-
gna la custodia di Francesco I, il
quale in questa prigionia trattò il
vicario di Cristo, come se fosse sta-
to un capo di masnadieri. Ma ritor-
nato Clemente VII in Castel s. An-
gelo, e dubitando vieppiù delle mi-
re degli spagnuoli, agli 8 dicembre
di notte se ne fuggi in abito di
mercante ad Orvieto, avendogli Ben-
venuto Cellini, che dimorava nel
castello, cucite le gioie de' pontifìcii
triregni nelle di lui vesti, e in quel-
le del Cavalierino di lui famigliare.
Dipoi il Cardinal Campeggi, legato
di Roma, costrinse 1' esercito impe-
riale a partirne ai 17 febbraio i5a8,
i86 CAS
e Clemente VII vi fece ritorno sol-
tanto ai 6 ottobre.
In Castel s. Angelo mentre vi
dimorava il Pontefice, morirono due
Cardinali: cioè ai i5 agosto iSi^,
d'anni trentasei , Ercole Rangoni
nobile milanese, riguardato come
l'amore, e la delizia del sagro Col-
legio per cui ne fu pianta la mor-
te, e Francesco Armellini Medici,
della famiglia Pantalassi di Perugia,
che vi cessò di vivere d'anni cin-
quantotto nell'ottobre i52 7, pel do-
lore di aver perduto nel saccheggio
quanto possedeva in Roma. Nel-
lo stesso castello, ad onta di tan-
te peripezie. Clemente VII, ai 2 1
novembre, tenne concistoro, facen-
dovi la sua seconda promozione dei
seguenti otto Cardinali : Antonio
Sanseverino napoletano; Gio. Vin-
cenzo Caraffa napoletano , Antonio
Matteo Palmieri napoletano, Anto-
nio de Prat assente francese, Enri-
co Cardona spagnuolo assente, già
prefetto di Castel s. Angelo, ad istan-
za di Carlo V, Girolamo Grimaldi
genovese, Pirro Gonzaga di Manto-
va, cugino di Luigi, il quale dalla
prigione di Castel s. Angelo condusse
il Pontefice travestito in Orvieto,
e Sigismondo Pappacoda napoletano,
che per umiltà rinunziò la dignità.
Avendo poi Clemente VII osser-
vato, mentre era assediato in questo
castello, che dalle due cappellette
di marmo, erette nell' ingresso del
ponte s. Angelo in. onore de' santi
Pietro e Paolo, i soldati cogli ar-
chibugi ammazzavano chiunque si
affacciasse alle mura del castello,
ritirandosi in esse prontamente, le
fece subito demolire, e poscia in
vece vi eresse due basamenti colle
statue dei medesimi principi degli
apostoli. Nel medesimo pontificato di
Clemente VII, il celebre scultore fìo-
CAS
rentino Raffaele, figlio di Baccio da
Montelupo, fece una statua di mar-
mo alta cinque braccia rappresentan-
te l'Angelo s. Michele a similitudine
di quello, che apparve a s. Grego-
rio I, quando nella sommità del
castello lo vide rimettere la spada
nella guaina, e fu collocato in cima
della torre quadra di mezzo, dove
s' inalberava lo stendardo pontificio;
e siccome fu fatto architetto del
castello , seguendo la maniera di
Michelangelo, vi accomodò e decorò
molte stanze con intagli di pietre e
mischi di diverse sorti nei cammini,
finestre e porte. Sotto il detto An-
gelo divisava Clemente VII di porre
le statue de* sette vizi capitali, forse
per alludere, che il luogo non solo
è di difesa , ma di punizione pei
rei, ma sebbene li avesse fatti di-
segnare da Baccio Bandinelli, questa
idea non fu effettuata, come rac-
conta il Bonanni tom. I, pag. i35,
che d' altronde sarebbe riuscita di
ornamento al castello.
Giulio III, Ciocchi del Monte ,
a' 24 giugno dell'anno santo i55o
prese il solenne possesso nella basi-
lica lateranense, e poi coi Cardinali,
colla famiglia pontificia , ed altri,
ch'erano intervenuti alla cavalcata,
si recò in Castel s. Angelo , ove
pranzò, e si trattenne tutto il giorno
e la notte. Prima di lui, anche
Leone X, nel i5i3, ritornando al
Vaticano dal solenne possesso preso
agli 1 1 aprile , giunto che fu a
ponte s. Angelo, licenziò i Cardinali,
entrò nel castello , e vi rimase a
dormire la notte, come attesta Pa-
ride de Grassis, Ada Coerein. pag.
382. Angelo Massarelli , parlando
di Paolo IV, Caraffa, nel suo Dia-
rio, dice che partendo dal Vaticano,
lunedi 3 giugno i555, per passare
al palazzo di s. Marco, ad evitare
CAS
i gran caldi dell'estate e per como-
do della curia, andò in Castel s.
Angelo, e vi dormii la notte, par-
tendone il giorno seguente. Si parla
poi nel Diario, scritto da Gio. Fran-
cesco Firmano, del possesso solenne,
che ai 6 gennaio i56o, prese della
basilica lateranense il Pontefice Pio
IV, Medici^ che dopo in lettiga si
fece portare nel Castel s. Angelo,
ove pranzò, succedendo molte salve
d' artiglieria nell' ingresso e nella
partenza.
Questo Papa non solo prese par-
ticola!' cura dell' adiacente borgo, o
città Leonina, che volle fortificare,
ma cinse anche di solide mura il
Castel s. Angelo, e in molte parti
lo restaurò ed abbelfi, accrescendone
le difese. Avendo fatto fabbricare
una porta poco lungi da questo
forte , fu chiamata Porta Castello ^
ma poi fu chiusa.
Del Castel s. Angelo, siccome il
luogo più sicuro di Roma, si servi-
rono i Pontefici romani per custo-
dirvi le cose più preziose, il danaro,
i triregni, e gli archivi. Sisto V pel
primo vi ripose un milione di scudi
d'oro nel i586, come si legge nella
costituzione 4^5 ^d claviim^ de' 21
aprile, che in moneta corrente equi-
valeva ad un milione seicento cin-
quantamila scudi; un altro milione
di scudi d'oro vi pose nel iSSy, sic-
come risulta dalla costituzione 108,
Anno superiore, emanata ai 6 no-
vembre, ed un terzo ve lo pose nel
i588, facendone testimonianza la co-
stituzione 12 5, Etsiy de' 27 aprile,
che in tutto formano cinque milioni
e centocinquantamila scudi d'argen-»
to. V. Tesoro Pontificio. In Castel
s. Angelo si custodirono altresì, sino
agli ultimi del secolo decorso, le
mitre preziose e i pontificii triregni
( Fedi), che ne'giorni precedenti ai
CAS i8r
tre pontificah di Natale, di Pasqua,
di s. Pietro, nella vigilia del Corpus
Domìni, o in occasione di qualche
pontificale straordinario, dal mag-
giordomo, dal tesoriere, dal presi-
dente del mare, ossia dal prefetto
di Castel s. xAngelo, o da altri da
loro deputati a farne le veci ( re-
candosi a Castel s. Angelo, e por-
tando ognuno la chiave ond' era
chiuso il cassone di ferro in cui
stavano riposti i triregni ) , si estrae-
vano coli' assistenza del gioielliere
de' ss. palazzi apostolici, e si conse-
gnavano a un cappellano segreto,
rogandosi T atto dell' estrazione , e
della consegna da un notaro di ca-
mera , dal quale coli' intervento dei
medesimi soggetti, si rogava l'altro
atto, quando si riportavano nello
stesso luogo dopo la funzione. Ezian-
dio fino al termine del secolo XVIII
in questo luogo, in una gran camera
rotonda , eravi 1' importantissimo
Archivio segreto di Castel s. Angelo
(Vedi), ch'ebbe principio, nel 1592,
da Clemente Vili per suggerimento
di Bartolomeo Cesi ( il quale fu
egualmente benemerito dello stabili-
mento dell'archivio vaticano) poi
Cardinale, e che ne fu il primo
prefetto.
Tale archivio, nel 1799, fu riu-
nito a quello Vaticano. Giuseppe
Antonio Vitale, nelle Memorie dei
Tesorieri pag. 4?? (p^'' conciliare la
verità di tale istituzione con l'espres-
sioni del breve di Leone X de' 18
settembre i5i5, diretto a Fihppo
fìeroaldo, e citato da Tommaso In-
ghirami nelle due sue Orazioni
pubblicate dal Galletti pag. 12, al
quale commise curani privilegiorum,
et scripturarum i9, R. Ec., quce in
arce nostra s. Angeli de Urbe re-
posita siint j e che prima avea
commessa allo stesso Inghirami )
i8S CAS
dice, che ancora non vi era 8ta1)ìIito
un archivio formale e ben ordinato
di tutte le carte spettanti alla sede
apostolica, e che quindi il Cesi fece
a ciò determinare Clemente Vili e
Paolo V, comprovandolo con l' au-
torità deirOIdoino, il quale, nel tomo
IV, pag. 267, asserisce, che Cle-
mente Vili Tabulariuni pontìjiciuni
in arce Hadriani constkuil. Extat
Card. Maphcei Barberini, qui ad
Petri soliuni evectus Urhamts Vili
est noniinalus, epigramma ad Cle-
mentem Vili, de Tabulario ponti-
ficio in arce Hadriana . Leggesi
di fatti inter ej'us Poemataj Romae
i635.
Grandemente benemerito di que-
sto forte fu Papa Urbano Vili, al-
lorché fortificò vari punti dello stato
nella guerra, che sostenne. Lo rin-
novò in molte parti con opere di
difesa solidissime, nel 1628, e vi
aggiunse il bastione, che si vede
sopra il Tevere, restringendo da
quel lato il corso delle acque, ed
impedendo così gli effetti delle ec-
cessive inondazioni, come ne fa fede
la lapide, che trovasi infissa sul
muro esterno, che chiude la cortina
del castello, e che continua la strada
verso il Vaticano. Eccone il tenore :
Urbanus FUI. Pont. Max.
Propugna culum, duo hcec inter-
cludens sub Pontificis fornice spatia.
Inutiliter antiquitus fabricatum
solo cequavity
Fluminis lapsu hac ex parte re-
serato
Quod munitam magis arceni efficit,
Et exwidationes ingruentes coìiibet
Ne posteri provenientis hinc uti-
litatis
Ignari secus quid moliantur,
Hoc voluit exlare documentuni.
Anno Doni. 1628. Ponti/. V.
CAS
In oltre col bronzo delle travi del
Pantheon vi fece fondere più di
ottanta pezzi di artiglieria, come si
vede neir iscrizione posta nel portico
del menzionato tempio, cosicché rese
il castello quasi inespugnabile, e di
più, nell'anno i644> il circondò
di grosse muraglie e bastioni, da
quella parte, che guarda la città
Leonina.
Di poi altre fortificazioni, e be-
nefici i fecero in questo castello. Cle-
mente X, Altieri, eletto nel 1670,
ed Innocenzo XI, Odescalchi, che
gli successe nel 1676. Innocenzo XII,
Pignatelli, malgrado le grandi spese
da lui sostenute, morendo nel 1700,
lasciò un milione di scudi in Castel
s. Angelo depositati.
Esaltato al Pontificato, nel 1780,
Clemente XII, Corsini, dal Vaticano
fece condurre l'acqua nel Castel s.
Angelo in vantaggio e comodo del
presidio , ed autorizzò il duca di
Palombara Zenobio Savelli, in quel
tempo castellano, ad erigere la nuo-
va abitazione per sé, abitazione che
ancora serve a tal uopo. La fabbrica
nondimeno non fu terminata se non
sotto il pontificato del di lui succes-
sore Benedetto XIV, Lamberlini.
Il qual Pontefice pose in questo
forte i due milioni di scudi statigli
inviati da Ferdinando VI re di Spa-
gna, pel noto trattato. Nel i748>
si recò quel Pontefice nel castello,
venendo ricevuto ai cancelli, in as-
senza del duca di Palombara vice-
castellano, e di monsignor Santo-
buono, presidente del mare e pre-
fetto di Castel s. Angelo, da mons.
Maggi prò - commissaiio generale
delle armi, che gli presentò le chiavi
della fortezza. Entrò nel forte in com-
pagnia dei Cardinali Valenti segre-
tario di stato, e Colonna, non che
di monsig. Banchieii tesoriere gene-
CAS
rale. Il Pontefice percorse molti
luoghi del castello , ed osservò il
celebre archivio. Essendo poi mal-
menata dal tempo, e dai fulmini la
statua di s. Michele arcangelo, ese-
guita in marmo da RatFaele da
Montelupo, Benedetto XIV ne ordinò
un modello colossale al fiammingo
Pietro Venschelfeld , e la fece fon-
dere in bronzo dal valente gettatore
Francesco Giardoni. Quindi , nel
1752, si portò alla fonderìa came-
rale, ove era stata eseguita la fu-
sione, e benedì la statua, che poi
fu collocata sulla sommità del ma-
schio di Castel s. Angelo , ed è
quella, che tuttora si vede. Fu essa
scoperta nel medesimo anno quan-
do Benedetto XIV dal Quirinale, il
giorno della vigilia dei ss. Pietro e
Paolo, si recava al Vaticano pel ve-
spero pontificale, ed allorché passava
il ponte s. Angelo varie salve di
artiglieria accompagnavano quello
scoprimento. Benedetto XIV in altro
giorno si recò al Castello, per rive-
dere r archivio segreto , che avea
fatto restaurare ed abbellire.
Nel 1759, essendosi infranta la
campana maggiore di Castel s. An-
gelo fatta già da Alessandro VII,-
Clemente XIII, Rezzonico, la fece
rifondere, e poi benedire da monsi-
gnor patriarca Rossi vicegerente,
dedicandola alla beatissima Vergine,
e ai principi degli apostoli protettori
di Roma.
Rivoluzionata la Francia, e pro-
mulgata la repubblica, armate fran-
cesi occuparono V Italia, e volendo-
si impadronire dello stato pontifi-
cio, subito occuparono Bologna, Fer-
rara e Faenza. Ad arrestare la mar-
cia di tal esercito, Pio VI, nel
1796, conchiuse un armistizio, fra
le durissime condizioni del quale
vi fu quella del pagamento di tre-
CAS 1B9
dici milioni di franchi , onde col
consenso del sagro Collegio ricorse
ai tesori depositati pei bisogni più
urgenti da Sisto V in Castel s. Ange-
lo, stato opportunemente fortificato
e provveduto di munizioni e vetto-
vaglie a tenore del pericolo, in cui
trovavasi Roma, già piena di emis-
sari francesi. Ad onta de' suddetti
sagrifìzi gl'invasori, nel 1797, mi-
nacciavano di estendere le conqui-
ste; e fu allora che Pio VI inviò
a Terracina tutto ciò, che di prezio-
so conservavasi in Castel s. Angelo,
e munì di alquanta truppa i con-
fini della limitrofa legazione di Ro-
magna, sebbene invano. Dappoiché
superata dai frai^cesi la fortezza di
Mantova, una divisione dell'armata
si rivolse verso lo sthto ecclesiastico,
e battuta la poca truppa , che le
si oppose, giunse sino a Fuligno,
onde fu costretto il Papa a chiede-
re la pace, e spedire a Tolentino i
plenipotenziari. Indi Pio VI, per la
umiliante pace che, ai 2 3 febbraio,
venne obbligato a stipulare in To-
lentino, credendo per essa cessato
il pericolo della occupazione di Ro-
ma, fece retrocedere quanto avea
mandato a Terracina, facendolo ri-
porre insieme ad altri effetti di va-
lore nel medesimo castello. Intanto
non si mancò di tramar congiure
dai repubblicani francesi, e dai lo-
ro fautori per far iscoppiare la ri-
voluzione nella capitale del cristia-
nesimo. A tal effetto nella vigilia
dei ss. Pietro e Paolo, ai 28 giugno,
fu dato fuoco ad un sotterraneo
magazzino di polvere in Castel s.
Angelo, e saltò in aria un bastio-
ne con grave spavento di tutti i
romani, e colla morte di venti per-
sone, di sedici pericolosamente feri-
te, oltre agl'immensi danni delle
case px'ossime al forte, per cui in
■1 90 C A S
esso in quella sera, e nella seguen-
te non potè aver luogo la consueta
girandola.
Finalmente nulla potè arrestare
i francesi, i quali colla legge del
più forte, ai io febbraio 1798, en-
trarono in Roma per la porta An-
gelica, e subito s'impossessarono di
Castel s. Angelo , che per precau-
zione erasi fatto munire di vettova-
glie. Non avendo voluto il Papa op-
porre resistenza, passò la guarni-
gione Pontifìcia nel convento di san-
t' Agostino. Ai cinquecento france-
si entrati nel forte, si unirono al-
tri mille e cinquecento comandati
dal general Cervoni ^ e in pochi
giorni arrivarono a nove mila, seb-
bene i commissari ed i fornitori
francesi li avessero denunziati per
sedici mila, ricevendo per altrettan-
ti, senza scrupolo, le corrispondenti
razioni ed i foraggi dal governo
pontificio. Tutto terminò colla de-
tronizzazione , e col trasporto in
Francia, di Pio VI, il che avven-
ne ai 20 febbraio.
Dopo che il venerando Pontefice
mori gloriosamente a Valenza li 29
agosto 1799, Roma, ai 28 del se-
guente settembre, fu occupata dal-
l' esercito napoletano, che dopo a-
Ter assediato il Castel s. Angelo,
ne fece uscire i francesi. Intanto in
Venezia essendosi uniti i Cardinali
in conclave, ai i3 marzo 1800, e-
lessero Pio VII. Sembrando se non
pacificata, almeno più sicura l'Ita-
lia pei rovesci sofferti dai francesi,
il nuovo Pontefice inviò a Roma
colla qualifica di legati a laterc i
Cardinali Albani, Roverella, e della
Somaglia, che furono posti in do-
minio della città dal general Nasel-
li, a nome del re Ferdinando IV,
ed ai 3 luglio, giorno dell' ingresso
di Pio VII nella capitale, si videro
CAS
per la prima volta sul Castel s. Ange-
lo sventolare gli stendardi col suo
slemma gentilizio, o nuovamente con
quello della Chiesa. Passati pochi
anni, anche Napoleone Ronaparte
che, assunto all' impero, regolava
colla sua possanza i destini della
Europa, volle impadronirsi dei do-
minii pontificii, per cui mentre ai
2 febbraio 1808, Pio VII assisteva
alla funzione della cappella del qui-
rinale, la truppa francese invase o-
stilmente Roma, s' impossessò del
forte s. Angelo, e ponendo innanzi
al portone di detto palazzo otto pez-
zi di cannoni, ai 6 luglio fece tra-
durre il Papa prigioniero; finché
dopo cinque anni di gloriosa depor-
tazione fra r universale tripudio
ritornò alla sua sede, li 24 maggio
i8t4.
Prima di quest' epoca i napole-
tani guidati da Gioacchino Murai
aveano presa Roma, stringendo d*
assedio il Castel sant'Angelo, ma
per capitolazione de' francesi si evi-
tò la rovina di Roma, dappoiché le
sue artigHerie riuscirebbono funeste,
e di estrema rovina a gran parte del-
la città, mentre per la moderna
tattica militare, trovandosi isolato il
castello in sul piano, e domina-
to dalle circostanti eminenze^ prin-
cipalmente da quella di monte Ma-
rio, non sarebbe atto a sostenere
un violento attacco. Il governo prov-
visorio, stabihto da Murai alla es-
pulsione de' francesi, cessò subito
a[)pena giunse in Roma monsignor
Agostino Rivarola, ora amplissimo
Cardinale, che ai io maggio 18 r4,
fece inalberare sul Castel s. Angelo
il pontifìcio stendardo, in uno a
quello della Chiesa Romana.
Sulle escavazioni poi , e scoperte
fatte da ultimo nel pontificato di
Leone XII, e verificate dal superior
CAS
governo , che le aveva autorizzale
per mezzo dell'accademia di s. Luca
e commissione di antichità, quindi
celebrate dall'avv. Fea, dal cav. Po-
Ictti,non che dal Nibby, Roma antica,
t. II, pag. 5 1 7, 5 1 8, sì sul sepolcro di
Adriano e sì sulle sue vicende, affi-
ne di conoscere la controversa sua
costruzione interna, ebbe il vanto e
il merito di questa interessante sco-
perta il cav. Luigi Bavari, maggio-
re ed aiutante allora del medesimo
castello. Mentre egli si occupava a
conoscere la verità di sì magnifica
costruzione, calò un dì entro un foro,
detto il trabocchetto, eguale alle vie
interne delle piramidi di Egitto, che
forse Adriano inteHigente di archi-
tettura voleva imitare , ed osservò
una volta superba di travertini, e di
pareti simili con molti rivestimenti
di giallo antico. Era questo un gran-
de ingresso all'interno del mausoleo,
con una maestosa porta , che cor-
risponde precisamente dirimpetto al
ponte Elio. Incontro ad essa tro-
vò una magnifica nicchia anche di
travertino , ove era forse collocata
la statua colossale dell' imperatore,
e tuttociò vide ingombro di macerie
fino a circa venti palmi di altezza.
Facendo immediatamente spurgare,
al lato destro rinvenne un arco an-
tico ermeticamente murato, che gli
diede indizio di continuazione di
vuoto. Il fece aprire ed osservò trac-
eie di volta laterizia e di pareti si-
mili ; ma neppur sei passi potè inol-
trarsi , essendo egualmente ripieno
di macerie d'ogni specie dal piano
alla sommità. Fece pur tutto al mo-
mento sgombrare, ed a misura, che se
ne toglieva l'ingombro, si percorreva
una via spirale eziandio d'opera la-
terizia , di cui niente più bello e
più conservato si poteva desiderare.
Di tratto in tratto lastre di mobaico
CAS iqi
indicavano, che il piano n'era tutto
ricoperto. Nei quattro lati dell'am-
bulacro rinvenne quattro trombi ni
di travertino , che ai quattro lati
ognuno in forma piramidale pren-
devano aria dalla sommità dei mo-
numento, e tramandavano una luce
misteriosa all'interno della via spi-
rale , appunto ad imitazione delle
piramidi egiziane di cui parlammo.
Questa via sembra averci additato
Teodorico di Niemo col nome di
parecchi cunicoli pliires meatis. Per-
corso r interno del monumento col-
la detta spirale, venne a conoscere
che questa dava nel centro dello
scalone moderno alla direzione di
due orride, ed abbandonate prigioni
fino da qualche secolo, chiamate le
due gemelle. La fece egli subito de-
molire, e ne ottenne la bella came-
ra sepolcrale o sacrario costrutta di
bellissimi travertini e peperini , e
con due luminari egualmente anti-
chi. La camera era tutta rivestita
di paonazzetto con tre bellissime
nicchie per collocarvi urne, e vuoisi
che in detta camera fosse rinvenu-
ta quella di porfido, la quale si tro-
va nella basilica lateranense, e ser-
ve ora di monumento sepolcrale a
Clemente XII. In tal caso si potreb-
be credere con molto fondamento,
che fosse quella medesima, la quale
racchiudeva le ceneri dell'augusto
Adriano che alcuni opinarono, come
si disse più sopra, essere state depo-
ste nella pigna di bronzo : tuttavolta
non si deve lacere che tale urna
vuoisi piuttosto presa dal portico
del Pantheon . Finalmente conti-
nuando la spira , rinvenne il me-
desimo cavalier Bavari altra ca-
mera antica dell' identica periferia
delle camere soggette. Sopra di que-
ste discoprì altre due camere ancora
di minor periferia a volta perfetta-
1^1 CAS
niente rotonda, le quali terminava-
no il monumento, e cos\ egli si tro-
vò di aver tutto chiaramente spie-
galo.
Di questo celebre castello abbia-
mo notizie da tutti gli altri autori,
che desciissero la città di Roma, pcr-
rocchè tutti illustrarono questo sto-
rico e rinomato edifizio. f^. Job.
Gottlich Rose, Dissertatio acade-
mica de Mole Hadriatia hodie Ca-
stelluni s. ^4 rigeli j Lipsine lysS; e
l'abbate Francesco Valesio , Disser-
tazione del Castello s. Angelo, che
il Venuti nel suo libro delle meda-
glie pontificie, p. 44) dice si conser-
vasse manoscritto presso il Pontefi-
ce Benedetto XIV.
Altre notizie sul Castel s. Angelo
di Roma , suo presidio a guar-
nigione, nonché della rinomata gi-
randola, con altre particolarità ^
die riguardano il Castello.
Ridotto il mausoleo di Adriano, co-
me già si è detto, dai sovrani Pon-
tefici a fortezza in propria difesa, e
per contenere la città di Roma , e
per loro asilo in caso di bisogno,
secondo i principi! dell'architettura
militare lo munirono di cannoni , e
principalmente sonoi quattro baloar-
di angolari, che si chiamano col nome
degli evangehsti. Conquesti si possono
impedire gli assalti dalle parti della
campagna, e della città. Al basso e
sotto i detti baloardi trovasi una
■vasta piazza di armi, che talora serve
alle evoluzioni militari , con diverse
caserme, e due bagni pei servi di pena.
Quivi sono magazzini, che un tem-
po custodivano la polvere, ma dopo
1' esplosione suaccennata, se ne con-
serva poca quantità, molto piti dac-
ché nel 1829 per un infausto acci-
CAS
dente , saltò in aria il laboratorio
pirotecnico delle girandole, colla mor-
te di diverse persone. Il recinto del
castello viene costituito dai grandi
bastioni, e dalle mura,che sono ben di-
fesi, essendo coperte della convenien-
te artiglieria, i cui fuochi incrocian-
dosi, possono impedire le scalate ,
che si volessero tentare. Di fronte
alla città e al ponte s. Angelo evvi
una solida cortina con due cannoni
obizi, per guardare la testa del pon-
te s. Angelo; mentre è protetto l' in-
gresso da cancelli di ferro, e da una
doppia catena, cioè dal lato che guar-
da la via di borgo, che viene abbassa-
ta nel passaggio del sovrano Pontefi-
ce, dal comandante del castello il
quale suol ivi trovarsi, massime nelle
pubbliche sortite. I ponti levatoi
della porta principale, e del maschio
rendono il forte più sicuro. Que-
sti ponti dividono le opere esterne,
cosicché se il nemico giungesse ad
impossessarsi della cortina, trovereb-
be una divisione tra questa, i ba-
loardi, la piazza d'armi e il maschio,
il quale è separato da tutte le opere
esterne per mezzo d'uno di essi. Il
ponte detto del Soccorso, serve al bi-
sogno per ricevere i rinforzi ed aiuti
dai difensori del castello, e necessari
alla piazza d' arme, che ha le sue
sortite verso la campagna. Evvi una
porta segreta, che conduce alla gran
fossa, nella quale in caso di bisogno
si può intromettere l'acqua del Te-
vere , e cingere con essa le mura
del forte. Dopo di essa vengono le
opere esteriori di Urbano Vili ,
Barberini j gli spalti e le contro-
scarpe.
Nel pontificato di Pio IV, Medi-
ci, summentovato, sull'antico corni-
cione del mausoleo, venne edificato
un giretto coperto, o braccio di ca-
mere , metà del quale è destinato
CAS
alla custodia delle persone detenute
con maggior riguardo in dieci ca-
mere : otto ne ha il cortile deirolio
in cui vi sono vasi per riporvelo;
ed all' intorno di quel cortile vi sono
alcune prigioni. Dalla sala di (jiulio
Romano, così detta dalle pitture colle
quali da quel pittore si è adornata,
sì passa alle segrete superiori sotto
1' Angelo, e ad altre prigioni. L'al-
tra metà del menzionato giretto
viene abitata dagli inservienti. Pri-
ma era vi l'abitazione nel forte per
cento famiglie, e gran magazzini
per qualunque provvigione. Sonovi
ini arsenale per la costruzione degli
affusti di cannone, una sala per cu-
stodire le armi da fuoco , delle
quali ve ne sono per armare due
mila uomini. Anticamente im lo-
cale conteneva sei mila armamen-
ti, fra' quali si vedeva quello del
contestabile di Borbone. Il loggiato,
che guarda il ponte , dà l' ingresso
alla casa del castellano, ove si os-
serva un gran salone fregiato dei
superbi dipinti di Pierino Bonac-
corsi , detto del Vaga , scolare di
Raflaele di Urbino. Molti Papi l'a-
doinarono con bellissime pitture,
stucchi e dorature, massime Paolo
IV, per cui SI vasta e magnifica sa-
la viene chiamata Paolina. Nella
loggia della parte opposta si vedo-
no alcuni stucchi eseguiti sui dise-
gni di Raffaele da Montelupo, e sti-
mabili freschi (guasti però dalle in-
temperie ) di Girolamo Sicciolante
da vSermoneta. Sotto al loggiato, dal-
la parte del ponte, vi è una grazio-
sa cappella dedicata a s. Michele
Arcangelo, ove si tiene in venera-
zione la sedia di s. Pio V, e si
conserva il ss. Sagramento. Un cap-
pellano nominato dal comandante
vi celebra la messa, che può essere
ascoltata da chiunque in soddisfa-
vor. X.
CAS 193
zione del precetto ecclesiastico. Dal-
la lapide ivi esistente si rileva, che
il vice castellano Giuseppe Ginetti ,
patrizio di Velletri, v' istituì una
cappellania nel 1 640 ; ma diminuito
il fondo, vi provvide il regnante
Pontefice ad istanza dell' odierno
comandante , acciò ogni giorno vi si
celebrasse la messa. Vi sono inoltre
nel forte altre due cappelle , nelle
quali nei dì festivi si celebra il santo
sagri fizio per la guarnigione, e per
le famiglie che vi abitano. Tali cap-
pelle sono ufficiate dai cappellani
militari : una è dedicata al ss. Sal-
vatore per comodo della guardia
dei cancelli , e l' altra nella piazza
d' armi, sotto l' invocazione di Maria
santissima del Rosario, per comodo
delle famiglie dei militari, che ivi
abitano. In questa ultima il mede-
simo Papa regnante Gregorio XVI,
nel i838, approvò la CongregaziO'
ne Castrense o primaria militare,
sotto la protezione della stessa b.
Vergine del Rosario, e di s. Ignazio,
protettore de' militari , istituita a
vantaggio spirituale de' soldati, e del-
le loro famiglie, per opera degli a-
lunni missionari del collegio Urba-
no di Propaganda , sotto la dire-
zione del loro p. rettore religioso
della compagnia di Gesù , con in-
dulgenza concessa dal lodato Pon-
tefice per quelli che interverranno
agli esercizi religiosi e cristiana istru-
zione , oltre un' annuale dotazione.
Evvi eziandio in questo forte un
altra cappella nel bagno de' forzati,
sotto la direzione dei pp. gesuiti, i
quali vi adunano i servi di pena ,
e fanno ai medesimi eseguire vari
esercizi di pietà. Secondo alcuni ,
fuvvi già nella sommità del castello
edificata una piccola cappella, che
si disse di s. Michele inter nubes^
giacché questo luogo fu pur detto
i3
i9i CAS
Torre fra i cieli, monte di s. /angelo.
E COSI tuttora si citiama la porla
superiore del castello, e la cappella
appellasi chiesa di s. Angelo fino
at cielo per la grande allezzii di sì
maestoso edifizio. Il p. Casimiro da
Roma nelle sue Memorie, ec, dice
essere tal bellissima cappella stata
eretta da Papa Nicolò ili, Orsini,
del 1277, concedendovi un'indul-
genza particolai-e , in memoria del-
l'Angelo comparso in tal sommità a
s. Gregorio I. V ha pur in essa di-
pinto il miracoloso avvenimento.
Altri però col Panciroli sono di pa-
rere, che la chiesa con tal deno-
minazione sia slata fabbricata vi-
cino al castello , e che nel seco-
lo XVI sia stata trasferita in quel-
la di sant'Angelo in Borgo, forse
nel pontificato di Alessandro VI, o
più probabilmente sotto Pio IV, al-
lorché per r ingrandimento delle
mura del forte , il suo ingresso riu-
sciva alquanto incomodo. E il detto
Pio IV per tale ampliazione fece
demolire l'antica chiesa della Tras-
pontina ( che stava ove ora si vede
la grande fossa ) , ed erigere fece
la nuova , che fu proseguita e quasi
compita dal successore s. Pio V.
Fino al secolo decorso, la cappel-
la di Castel s. Angelo aveva una
riunione di musici o cantanti , e il
loro capo denominavasi Soprastante
alla musica di Castello. Di fatti il
Cancellieri ne* Possessi de" Papi, nel
descrivere le feste, che in tali occa^
sioni faceva il forte, gli addobbi, con
cui si ornava, le salve di artiglierie
che si tiravano , gli stendardi ivi
inalberati, ed altri segni di leti-
iia , particolarmente nel passaggio
che facevano per la cortina, e pel
ponte, i sovrani Pontefici, per con-
quisi dal Vaticano alla basilica la-
teranense a prendervi possesso, ri-
CAS
porla che sulla cortina , e ai para-
petti delle mura il coro de* musici
cantava , e i suonatori cogli stru-
menti eseguivano bellissimi concerti,
schierandosi nello stesso luogo il pre-
sidio del forte, cogli uffiziaii, e col
vice castellano alla testa.
La celebre Cristina regina di Sve-
zia, che venne in Roma sotto Ales-
sandro VII , e vi morì nel 1 689
nel Pontificato d'Innocenzo XI, or-
dinò che nella gran ringhiera o log-
gia di questa fortezza all' aurora di
alcune designate giornate si faces-
sero delle sinfonie militari con al-
cune trombe, e con vari altri anti-
chi strumenti da fiato , avendo la-
sciati i fondi necessarii per questa
memoria del suo buon gusto. Es-
sa avea un animo virile e pieno
di coraggio , ed un giorno che si
portò in castello , per suo diverti-
mento tirò tre colpi di palla di can-
none , e ciò fece col celebre cannone
di forma ottangolare, di libbre sSgS
detto la spinosa , per avere scolpita
la testa di tal animale. Era stato
preso all'esercito di Borbone a Mon-
te Mario, per abbattere il castello.
La regina diresse i colpi alla porta
foderata di ferro di villa Medici sul
Pincio, e ne lasciò l'impronta.
Il presidio, o guarnigione di Ca-
stel s. Angelo, fino agli ultimi anni
del secolo decorso, era composto ,
come dice il Lunadoro t. II, p. 272,
del castellano o vice-castellano qual
primo ufficiale comandante, che avea
i suoi cancellieri, provveditori, fo-
rieri e custodi delle armi, varie
centinaia di soldati stipendiati, mi-
lizie urbane privilegiate coi loro ca-
pitani, tenenti ed alfieri in difesa
del forte, essendone prefetto un pre-
lato chierico di camera. Di fatti ne-
gli antichi ruoli del palazzo aposto-
lico, quali famigliari palatini, parte-
CAS
cipanti la porzione di pane, vitio ec,
sono notati il castellano , il vice-ca-
stellano, il soprastante alla musica ,
il capitano , l' archivista ec. Sotto
Pio IV si legge la particola Capi-
tani e soldati di Castel s. Angelo
a spese di Nostro Signore, numero
ventuno a tutto vitto. Dai medesimi
registri, e dalle note della dispensa
delia cera per la festa della Purifì-
B cazione, si legge che la fruivano, ol-
tre il castellano e vice castellano, il
capitano, il provveditore, il custode
dell'armeria, gli armaroli, soldati e
officiali del maschio, soldati e offi-
ciali da basso, bombardieri, ec. In-
torno a questi ultimi è anzi da sa-
persi, che al servigio delle artiglie-
rie della fortezza era addetta una
compagnia di persone istruite nelle
manovre del cannone.
Della scuola , o confraternita dei
bombardieri, istituita nel i5g4} da
Clemente Vili, Aldobrandini, sotto
r invocazione di s. Barbara de' bom-
bardieri , in una cappella della chie-
sa di s. Maria in Traspontina , ne
fa memoria il Piazza, Opere pie di
Roma, p. 639. Essa divenne scuola
pegli studi teoretici di artiglieria;
e nelle stagioni opportune dava sag-
gio pratico delle cognizioni, che avea
acquistato facendo le sue esperienze
e manovre col cannone in un prato
fuori di porta Angelica , chiama-
ta la Farnesina. Questa scuola fu
sempre assai protetta , migliorata
e privilegiata dai Pontefici , preci-
puamente da Alessandro VII , Cle-
mente X, Innocenzo XII, Benedetto
XIII, Clemente XII, Clemente XIII,
non che dall'attuale regnante Gre-
gorio XVI. Disciolta la compagnia
nelle vicende, che si successero, dal
1 798, ne assunse le funzioni il cor-
po dell'artiglieria di linea, il quale
ha la sua scuola teoretica, gli allievi
CAS ^95
della quale danno annualmente sag-
gio de* loro progressi nello studio ,
ed ottengono i competenti premi ,
come già si è seguito ne' due ultimi
anni. Chi bramasse una più estesa
notizia dei privilegi accordati all'an-
zidetta compagnia , può consultare
le costituzioni di Clemente XIT, Con-
firmatio privilegiorum a Roni. Pont,
concessorum Bambarderiìs in Àr-
ee s. Angeli^ t. XIII Bull. Rom. 299,
e di Clemente XIII , Confinnatio
privilegiorum alias concessorum hal-
listeriis Castri s. Angeli, die 26
maii 1762.
Non si dee passare sotto silenzio,
quanto fino agli ultimi del secolo de-
corso, e prima della soppressione della
compagnia dei bombardieri, è stato
praticato col sommo Pontefice nel
di festivo della dedicazione di san
Michele Arcangelo. Nelle ore pome-
ridiane soleva uscire dal forte tutto
il presidio militarmente coi suoi uf-
fiziali, con cannoni , mortari , ed
equipaggio, e recandosi marciando
in colonna alla chiesa di s. Maria
in Traspontina sua parrocchia, dal
p. sagrestano maggiore sulla porta
di essa, vestito di cotta e stola, ve-
niva benedetto con acqua santa. Il
vice -castellano entrava nella mede-
sima, e vi faceva breve orazione, e
poi si rimetteva alla testa della co-
lonna. Quindi, dietro preventive pre-
ghiere del medesimo vice-castella-
no, passava il presidio nel cortile
del palazzo abitato dal Pontefice, e
dopo essersi schierato per suo co-
mando in ordinanza, riceveva dal
Papa r apostolica benedizione. Que-
sta ricevuta, usciva la colonna dal
palazzo, e nella piazza sparava i
cannoni, i mortari , e la moschet-
teria o fucili, facendo altrettanto in
passare innanzi ai palazzi di mon-
signor tesoriere, e di monsignor so-
1 96 CAS
praintendente della fortezza e del
mare. Quando Benedetto XIII abi-
tava al Vaticano, nel sito detto Tor
dt'ventiy benedi il presidio da una
finestra. Nel 1758, stante l'intem-
perie de* tempi, il presidio si recò
a prendere la benedizione da Cle-
mente XIII nel giorno della festa
di s. Barbara, ai 4 dicembre, anzi
perchè essa è protettrice de' bom-
bardieri, per l'avvenire fu stabilita
in tal giorno una simile costuman-
za. Tultavolta, nel 1760, partendo
Clemente XIII ai 27 settembre per
Castel Gandolfo, il presidio di Ca-
stello si portò due giorni avanti nel
cortile del Quirinale, e nel 1765 vi
si recò invece agli 8 maggio, gior-
no sagro all'apparizione dello stesso
s. Arcangelo, speciale protettore di
santa Chiesa e del castello.
Più volte nei passati tempi il Ca-
stel s. Angelo è stato soggetto a
gravissime inondazioni , né si può
dire, che ne vada esente ne' tempi
correnti. Si notò già , che le fosse,
le quali lo circondano, possono al-
l'occasione empiersi coli' acqua del
Tevere per mezzo delle saracinesche
costruite ai due lati del medesimo
castello. Si è ancora narrato, come
nell'anno 1628, il Papa Urbano
Vili procurasse di riparare l'ecces-
siva escrescenza del fiume, affinchè
non penetrassero le acque nel recin-
to della fortezza. Ciò non ostante
si hanno le memorie della somma
altezza, a cui in alcuni tempi giun-
sero le acque. Si rilevano siffatte
memorie dalle lapidi, che ancora si
leggono infisse sul baloardo s. Mat-
teo. Nel 1495, nel 1498, nel 1647,
nel 1660 le inondazioni furono tan-
to forti , che sommersero tutta la
parte bassa delia fortezza, e giunse-
ro alla prodigiosa altezza, che vedesi
segnata in cadauna lapide. Dopo le
CAS
indicate epoche non si ha memoria
di escrescenze del fiume così gravi,
sia perchè sono stati praticati dei
lavori per contenere le acque, e aprir
loro un passaggio più ampio, affinchè
possano imboccare nel mare, ovvero
perchè lo scioglimento delle nevi del-
le vicine montagne non è stato im-
provviso come talora accadde, ma
più lento, e non accompagnato dalle
pioggie dirotte. Nel 1 8o5 però fuvvi
una straordinaria inondazione nei
primi giorni di febbiaio, ma non si
potè paragonare a quella degli anni
sopra notati. In qualsiasi escrescenza
per altro, benché poco rimarcabile, i
sotterranei della fortezza vengono
inondati egualmente che i sotterra-
nei delle case della città, e talvolta,
benché di rado, lo sono anche la piazza
di armi e i pianterreni dei fabbii-
cati, che la circondano. Parlando il
Pascoli nel suo Tevere , pag. 17,
delle cause che producono le inon-
dazioni, dice, che gli archi del pon-
te s. Angelo di sette che erano quan-
do fu fatto fabbricare da Adriano,
sono ridotti a tre e mezzo, restan-
done parte sotto il bastione di Ca-
stello, e parte nell'opposta sponda.
Altri peraltro dicono che fossero
cinque ; ora però sono tre grandi,
e due piccoli.
È assai famosa la girandola, che
si fa in questo forte per la coro-
nazione de' Pontefici , per gli anni-
versari della coronazione medesima;
per la vigilia e festa dei principi
degli Apostoli, e per altre circostan-
ze , come di venute de' sovrani in
Roma ec. Perciò non possiamo dis-
pensarci di qui far menzione di tal
fuoco artificiale, che lascia sorpreso
qualunque forestiere , e di cui lo
stesso de la Lande, Foyage en
Italie, pag. 544 ? confessa di non
aver veduta cosa più bella in tal
CAS
genere, massime parlando della pri-
ma ed ultima scappata, composta,
com'egli dice, di ^5oo razzi, che
partono tutti insieme e si spandono
circolarmente in forma di ventaglio.
f^. Anniversario della Creazione, e
Coronazione.
La girandola adunque, o fuoco
artificiale, s' incendia su questo ca-
stello negl' indicati tempi , laddove
non piaccia ai Papi, o 1' incostanza
dell'atmosfera non obblighi a trasfe-
rir quella della coronazione ad altra
epoca, e ciò si pratica alle ore due di
notte, al segnale che ne fa dare il Pon-
tefice dalla sua residenza. La stessa
posizione isolata dell'edifizio, la forma
rotonda ed elevata del maschio che
domina tutto il castello, contribui-
scono non poco alla bellezza ed
originalità dello spettacolo. Questo
consiste in un fuoco d'artificio com-
posto di vari pezzi, e di una brillante
e sempre variala illuminazione, che
vagamente riflette sul sottoposto Te-
vere, secondo il disegno, che ne fa
uno de' pili valenti architetti came-
rali. Specialmente le due menzionate
scappate o eruzioni di razzi, che
hanno luogo nel principio e nel
fine, e che per la loro forma die-
dero a questo spettacolo il nome
di girandola, sono composte di molte
migliaia di razzi, che lanciandosi in
aria con degradazione di numero,
ma tutti ad un tempo, formano la
figura d'un gran ventaglio di fuoco,
che può dar 1' idea d' un grande
vulcano. 11 tutto viene accompagnato
a giusta cadenza dal fragore e dai
colpi del cannone, i quali sono ripe-
tuti a giusti intervalli. Nondimeno
quello, che anche concorre a rendere
pili imponente questo spettacolo, egli
è che può godersi in diversi punti
elevati della città, e sebbene dai
romani tante volte si ammiri, sem-
CAS 197
pre e con piacere è riveduto. Vuoi-
si, che il disegno della girandola
fosse immaginato da Michelangelo
Bonarroti, e lo abbia perfezionato
il cavai. Bernini, secondo il senti-
mento di monsig. Onorato Gaetani,
il quale nelle sue pregievoli Osser-
vazioni sulla Sicilia pag. 23, dice,
che inventò questo bel fuoco artifi-
ziale ad imitazion dei vulcani, e
massime di quello diStrongoli, che
vomita fiamme a guisa di razzi. 11
Vasari , nel tom. Vili pag. 43, de-
scrive l'arte, che avea Nicolò detto
il Tribolo, di far le girandole. Ber-
nardo Buontalenti, nato nel i536,
ebbe il merito dell' invenzione dei
fuochi lavorati, che recò da Spagna,
per cui si denominò delle Giran-
dole. Quindi s' introdusse l'uso di
farla anche in Castel s. Angelo, ed
era già cotanto celebre nel pontifi-
cato di Giulio III, creato nel i55o,
che nell'appartamento fatto da lui
edificare al Vaticano, presso quello
della contessa Matilde, fra le pitture
con cui r adornarono valenti pennel-
li, evvi l'esplosione della girandola.
Nicolò Mahudel è autore d'una Dis-
sertatioìi dell'Origine des feux de
joje, dans le tom. II de V Histor.
de VAccad. des Inscript. pag. 428.
Sui fuochi artifiziali di vari colori
fatti coli' aria infiammabile da Dil-
lier professore di piroctenia in Aix,
è a vedersi V Antologia tom. XIV,
pag. 3o4- Racconta il Cancellieri,
nel suo Mercato pag. 21 3, che tra
le brillanti feste fatte dai Gesuiti
nel 1639, pel primo anno cente-
nario della loro istituzione, nel di
dell'ottava a 4 ottobre, sulla piazza
della chiesa del Gesìi si spararono
molti mortari, e in cima della cu-
pola di tal chiesa, si fece la giran-
dola.
La più antica menzione de'fuochi.
198 €AS
e delle illuminazioni fatte nella città
tli Roma sotto i sovrani Pontefici,
si legge nel Diario di Antonio di
Pietro, presso il Muratori t. XXV,
pag. IO 17, ai 22 maggio i4io, per
la notizia giuntavi dell' elezione se-
guita in Bologna di Giovanni XXIII;
ma in qual tempo il Castel san-
t'Angelo abbia incominciato a cele-
brare qualche straordinaria allegrez-
za, si ha dalla descrizione del Vol-
terrano presso il citato Muratori,
tom. XXIII, pag. i35, cioè per
r anniversario della creazione, e co-
ronazione di Sisto IV, dall' anno
14B1 in poi.
Il Bonanni, Nuniis. Rom. Pont.
tom. I, dice, che fra le medaglie
pontificie due se ne mostrano coK
l'epigrafe: Hilaritas Pontificia, e
con una botte ardente in segno di
gioja. La prima fu coniata nel quinto
anno del pontificato di Giulio III,
e r altra sotto Marcello II, che nel
1 ^55y gli successe, quantunque que-
st' ultimo ordinasse che fosse distri-
buito ai poveri il danaro, il quale si
spendeva pel fuoco artifiziale, e per
la illuminazione solita farsi in Castel
s. Angelo per l'esaltazione al ponti-
ficato, nondimeno non avrà potu-
to impedire al pubblico le consuete
dimosti*azioni di gioja. Aggiungiamo
in proposito col Novaes, che Mar-
cello II, agli 1 1 aprile, si fece coro-
nare senza pompa e solennità, senza
nemmeno lo spaix) delle artiglierie
di Castel s. Angelo, perchè erano
piHJSsime le feste di Pasqua, e cre-
deva ciò non convenire alla scarsez-
za di danaro, in cui trovavasi il
pontificio erario.
In una medaglia di Pio IV si
vede il Castel s. Angelo incendiato
da' fuochi di artificio , come in due
rami della mole Adriana nelle Cose
muravi gliose di Roma 1625, e nelle
CAS
grandezze di Roma 1678. Il Mucan-
zio, presso il Gattico, Àcta Ccereni.
pag. 4^^> ^^^^ che prima la giran-
dola, e simili dimostrazioni di letizia,
si facessero negli anniversari tanto
della creazione, che della coronazio-
ne, ma che Sisto V, e Clemente
Vili, per parsimonia stabilirono si
incendiasse solo per quello della co-
ronazione. Finalmente, a' 28 giugno
1709, sulla sommità del maschio
fu fatto pel predetto spettacolo il
palco di forma quadra, o quasi ret-
tangolare, come si osserva tuttora,
mentre prima era quasi triangolare.
JVel tempo poi di ciascuna girandola
si sparano da sessanta o ottanta
colpi di cannone, dandosi l' avviso
al mezzodì con quindici colpi.
Riportiamo ora la tabella delle
salve ordinarie e straordinarie, che
si fanno dal Castel sant' Angelo,
nella lusinga che ciò non riuscirà
discaro, siccome collegato colle sagre
funzioni, e altro relativo ai Papi e
Roma. Si sparono quattordici colpi
di cannone all' alba per le seguenti
festività e ricorrenze, cioè della Cir-
concisione, Epifania, Annunziata, ss.
Filippo e Giacomo siccome com-
protettori della città. Apparizione
di san Michele Arcangelo , Ascen-
sione, Pentecoste , santi Pietro e
Paolo, Assunta, Dedicazione di san
Michele, Ognissanti, santa Barba-
ra ( alla cui messa cantata con
divota pompa nella chiesa della
Traspontina si sparano cinquanta
colpi). Natale, ed anniversari del-
la creazione e coronazione del Pa-
pa, e contemporaneamente s'inalbe-
rano in tali giorni gli stendardi
pontifìcii. Queste sono le salve or-
dinarie : sonovi poi altre determina-
te salve, che si praticano nella cir-
costanza delle solenni benedizioni,
che dà il Sommo Pontefice : qua-
CAS
ranta colpi si sparano per quella del
giovedì santo, cinquanta per quella
di Pasqua di risurrezione, quaranta
per l'Ascensione, più ventiquattro se
la comparte il Papa, a s. Giovanni in
Laterano al qual effetto si portava-
no alcuni pezzi di cannoni, i quali
situa \ ansi sulla piazza della basilica.
Altrettanto si praticava per l'Assun-
ta, e dove il Pontefice desse la be-
nedizione dalla loggia della basilica
Liberiana. Ora però non costuman-
dosi più di trasportare presso le
dette basiliche i cannoni, gli spari
si eseguiscono simultaneamente da
quelli del forte presso ben combi-
nati segnali , e si sparono qua-
ranta colpi per cadauna benedizio-
ne, meno quella solennissima di Pa-
squa, che ne ha dieci di più. Per
le piocessioni del Corpus Doniini,
cioè per quella del Papa nella mat-
tina della festa, si sparano ottanta
colpi, per quella di s. Spirito otto;
dieci per quella di s. Maria in Tras-
pontiiia, e otto se ne sparavano per
quella di s. Biagio, allorquando ce-
lebravasi tal processione. Per quella
poi della festa di s. Anna, sedici
cannonate. Nel sabbato santo al
Gloria in excelsis Deo, della cap-
pella pontificia, ossia allo sciogli-
mento delle campane, la salva è
di trenta colpi: per la vigilia della
festa di s. Gio. 13attista ad ore 24»
se ne sparano trenta, e venti nel di
seguente nel punto che il console
di Toscana esce in formalità dal
palazzo Aitovi ti per andare alla
prossima chiesa nazionale, e neces-
sariamente passa per la piazza di
ponte s. Angelo. Inoltre la fortezza
spaia colpi trenta alle ore 24 della
vigilia di Natale.
Neir anno santo tutte le salve
delle artiglierie di Castel s. Angelo
ordinarie, vengono aumentate d'uà
CAS 199
quarto. Ogni volta che il sovrano
Pontefice parte da Roma, e che
dorme fuori di essa, al ritorno si
sparano trenta colpi, ricevendo av-
viso il forte dai combinati segnali.
Quando il Papa cavalcava formal-
mente, si davano quaranta canno-
nate, e quando con cavalcata pas-
sava sotto la fortezza, oltre i detti
colpi, se ne sparavano altri venti. Per
la creazione del novello Sommo Pon-
tefice si danno cento uno colpi, e
altrettanti nel suo primo passaggio
sotto al castello. Pel dì della coro-
nazione all' alba quattordici, e dopo
seguita, e per la benedizione cin-
quanta. Pel di lui possesso alla ba-
silica lateranense, in tre salve, cen-
to uno, e nel medesimo giorno coi
cannoni di campagna sulla piazza di
s. Gio. in Laterano , in due salve ,
cinquanta. 11 possesso del senatore
di Roma viene festeggiato con ven-
tiquattro tiri. Facendosi Cardinale
un fratello o nipote del Papa, o
personaggio di sangue reale, al ter-
mine del concistoro, vi sono trenta
colpi. Negli arrivi e nelle partenze
da Roma di sovrani, il numero dei
colpi è ad arbitrio, ovvero a secon*
da delle istruzioni della segreteria di
stato, e nelle ultime circostanze
se ne tirarono cento uno. Al primo
passaggio de' medesimi sovrani avan-
ti il forte, si eseguisce la salva egual-
mente ad arbitrio; ma recentemen-
te , ebbero luogo colpi sessantuno.
Recandosi qualche sovrano a vede-
re il castello, non è prescritto il
numero. Allorché nel 18 19 vi si
recò l'imperatore d'Austria Fran-
cesco I, fu salutato colla salva reale
di cent' uno colpi. Per la beatifica-
zione solenne di qualche servo di
Dio, se ne fanno ventiquattro, e cen-
to per la canonizzazione d'un bea-
to. Al passaggio innanzi alla for-
aoo CAS
tezza d'un nuovo stendardo di al-
cun santo, si tirano quaranta col-
pi. Al Te Deiini per qualche vitto-
ria, o grazia ricevuta da Dio, ad
arbitrio; però nel 1682 per la li-
berazione di Vienna dai turchi , e
pel 1720 per la vittoria riportata
dagli spagnuoli sui inoii colla presa
di Ceuta, si eseguirono festevoli sal-
ve con duecento mortari, e quaran-
ta cannoni. Finalmente pel funerale
d' un sovrano morto in Roma, nel
passare il cadavere avanti il castel-
lo, suole eseguirsi una salva ad ar-
JDitrio ; e nel 1 8 1 9 , nel passaggio
del cadavere della regina di Spa-
gna Maria Luisa, ebbero luogo set-
tantotto colpi di cannone.
CASTELLA. Città vescovile di
Numidià nell'xifrica occidentale. Va-
rie furono le sedi episcopali sotto
tale denominazione, come Castella
nella Mauritiana Cesariana nell'A-
frica occi4entale , nella quale pure
esistevano le seguenti cinque sedi :
Caslelliim Jabaritanum _, Media-
niim, Minus, Ripense^ e Tetrapor-
tiense. Inoltre nella Numidia vi fu
eziandio il vescovato di Castelluin
Titulianum.
CASTELLAMARE ( Castri ma-
ris ). Città con residenza vescovile
pel regno delle due Sicilie, della
provincia di Napoli, capoluogo di
distretto e di cantone, con porto di
mare rinomato pei cantieri di co-
struzione. E posta questa città nel-
l'angolo meridionale di un seno for-
mato nel golfo di Napoli, dove il
$arno mette foce, e viene chiuso al
sud dal capo Orlando. Fino dall'an-
tichità sono celebri le sue acque ter-
mali, e fra i palazzi primeggia la
qasa di delizie del re. Castellamare,
q Caslel-a-mare dicesi fabbricata sul-
le rovine di Stabiae, che soffri me-
morando eccidio, e fu presso che di-
CAS
strutta da Siila, in punizione di aver
adottato il partito di Cajo Papio.
Neir impero di Tito , nell'anno 79
dell'era cristiana, avvenne la vesu-
viana eruzione ad inabissarla, insie-
me a Pompeja ed Ercolano, e fu
in questa circostanza che il celebre
Plinio, // vecchio, fu sepolto dalla
cenere avvicinandosi troppo a con-
siderare il tremendo fenomeno. In
appresso si edificò l'attuale città, e
già nel dechnar del secolo V meri-
tò d'essere elevata a seggio vesco-
vile. Dipoi, a' 27 aprile 1799, i
francesi comandati da Macdonald vi
sconfìssero le masse napoletane ap-
poggiate dagl' inglesi ; ma nella se-
guente reazione i repubblicani si sal-
varono su navi, che li sbarcarono
a Marsiglia, ciocché tornò a vantag-
gio del re Ferdinando IV, e del
Cardinal Ruffo suo ministro, andan-
do esenti dalla straniera influenza.
La sede vescovile, già detta Ca-
stellum Stabiense, vi fu fondata a-
vanti l'anno 5oo, e divenne suffra-
ganea della metropoli di Sorrento.
La cattedrale da ultimo abbellita è
dedicata all' Assunzione in cielo del-
la b. Vergine Maria. Il capitolo ha
cinque dignità, prima delle quali è
l'arcidiacono con quattordici canoni-
ci, che godono due prebende, dodi-
ci beneficiati chiamati ebdomadari,
con altri preti e chierici per l'uffi-
ziatura. La cattedrale è anche cura
parrocchiale, per cui vi si prepone
un canonico eletto dal capitolo, ed
approvato dal vescovo. Nella città
poi vi sono altre sei parrocchie,
convento di religiosi, monistero di
monache, conservatorio per le don-
zelle, non che quattro confraternite,
ospedale e seminario nell' oppido
Litteren.3 Liternunij o Torre di Pa-
tria. Questo luogo fino dal sesto se-
colo, fu sede vescovile, che nel i8i8
CVS
venne sopprcb^^u da Pio VII colla
bolla De meliori, data quinto kakii-
das juliij ed unita in perpetuo alla
sede di Castellamaie. La mensa del
vescovo ne' registri camerali è tassata
in cento trentatre fiorini.
CASTELLANETA ( Castellane-
ien.). Città con residenza d' un ve-
scovo nel regno delle due Sicilie,
Castanìa, capoluogo di cantone, si-
tuata in vicinanza del Lielo, è più
immediatamente bagnata dal fiume
Talvo suo influente, nella provincia
della terra d' Otranto. Verso l'anno
1080 fu assediata dal normanno
duca Roberto. I principi suoi suc-
cessori, che la dominarono , le ac-
cordarono molti privilegi, e furono
larghi in beneficarla. La sede epi-
scopale vi fu eretta nel secolo XI,
ed è su (Fraga nea alla me tropo U di
Taranto. Il Pontefice Pio VII, nel
18 18, col tenore della bolla, De
meliori, le unì la sede di Motula
(Vedi). La sua bella ed antica cat-
tedrale è dedicata a s. JXicoiò ar-
civescovo di Mira , detto comune-
mente di Bari. 11 capitolo si com-
pone di quattro dignità , di cui la
prima è l'arcidiacono, con dodici ca-
nonici , i quali fruiscono due pre-
bende, otto ebdomadari chiamati
porzionariy oltre altri preti e chieri-
ci inservienti alla chiesa. 11 tesorie-
re, che è la terza dignità , aiutato
da due preti, è il parroco della cu-
ra esistente nella medesima catte-
drale, non essendovi altre parrocchie
in città. Vi sono però due moni-
steri di monache, un ospedale, e un
monte di pietà ec. La mensa è tas-
sata in camera apostolica, di centot-
lantacinque fiorini.
CASTELLANO del Castello .?.
angelo in Roma, L' importante uf-
ficio di Castellano, o prefetto del
Castel s. Angelo, fu sempre affidato
CAS 201
dai sovrani Pontefici a personaggi
di loro piena fiducia. Di fatti per-
correndo tutta la storia delle vicen-
de, alle quali andò soggetto nei pas-
sati tempi questo castello, trovere-
mo frequentemente, che i Papi no-
minarono a prefetti o castellani i
propri fratelli o nipoti, e talvolta
de' Cardinali, o prelati, o altri, del-
la cui fedeltà non potevano dubita-
re. E siccome questi non risieden-
do stabilmente entro il medesimo
forte, non potevano attenderne alla
difesa in occasione di bisogno, si
creavano dagli stessi sommi Ponte-
fici i vice-castellani , eh' erano per-
sone già dedicate alla professione
delle armi, e capaci di difenderlo
alle circostanze.
Attualmente, essendo stata abolita
la carica di prefetto del castello, il
sovrano Pontefice ne concede il co-
mando ad un ufficiale benemerito
delle sue truppe di linea, il quale
per lo meno sia giunto al grado di
colonnello, e di generale di brigata,
ed abbia dato saggio di sua intelli-
genza e fedeltà. Porta il titolo di
comandante del forte s. Angelo,
sebbene chiamisi ancora castellano,
o vice-castellano.
I vice-castellani dipendevano an-
ticamente da uno de' prelati chieri-
ci di camera rivestito della quahtà
di prefetto, o sopraintendente del Ca-
stello s. Angelo, e commissario del
mare; carica che fu talvolta riuni-
ta nel prelato tesoriere generale.
Presentemente il vice-castellano, o
comandante del forte s. Angelo, è sot-
to l'immediata dipendenza del Car-
dinal segretario di stato, e per quel-
lo, che riguarda la truppa del pre-
sidio, egli ne ha il superior coman-
do, dipendentemente però dalla pre-
sidenza delle armi; mentre è sog-
getto al prelato tesoriere generale
302 CA S
per quello, che si riferisce ai servi
«li pena, i quali sono rinchiusi e
rnstoditi nel bagno esistente nel me-
desimo castello, dei quali è sopra-
intendente alla direzione e discipli-
na. Riguardo poi ai prevenuti po-
litici, o rei di gravi delitti, il co-
mandante riceve gli ordini ed istru-
yioni dal Cardinal segretario di sta-
lo, od in vece di lui dal prelato
governatore di Roma direttore ge-
nerale di polizia.
Il cav. Lunadoro, Relazione del-
la Corte di Roma y Bracciano 1646,
jilla pag. 28, parla del castellano
di Castello s. Angelo, del suo ono-
rario, e degli uffiziali subalterni ad-
detti al presidio del forte, e di altre
cose, che il riguardano. Dalla mede-
sima opera ristampata in Roma col-
le illustrazioni del celebre Zaccaria
nel 1774} t- I^' P- ^73, rilevasi
quanto qui trascriviamo. »» A dife-
»» sa della città di Roma resta ar-
y» malo il Castello s. Angelo, detto
» la mole Adriana, per essere già
» stato mausoleo dell' imperatore
»> Adriano. In questo castello ri-
*> siede il solo castellano, qual pri-
" mo uffiziale, e v'hanno pure i
>* suoi cancellieri, provveditori, fo-
« rieri e custodi delle armi, e più
^» centinaia di soldati stipendiati.
w Un prelato chierico di camera è
'» prefetto di questo castello, e pre-
*' siede alle accennate persone, col-
»i la stessa autorità, che il commis-
*' sario del mare, dacché Benedetto
>y XIV tolse al tesoriere tal cura,
w e perciò sopraintende alle fortez-
» ze ed alle torri delle spiaggie
»' marittime, alle navi e galere
« pontificie regolate dai coman-
>* danti, capitani ed uffiziali, che
^j tutti dipendono da lui". Qui
noi aggiungeremo, che fino agli ulti-
mi tempi, nel primo giorno dell' an-
CAS
no , e poco prima dell* ora della
cappella della Circoncisione, monsi-
gnor commissario delle armi, mon-
signor segietario di consulta, coti
tutta r uffizialità a loro subordina-
ta, e il vice-castellano di Castel s.
Angelo si ritrovavano nell'anlicamera
di onore del palazzo ove risiedeva
il Pontefice , e nel passaggio che
questi ivi faceva per recarsi ad as-
sistere a detta cappella, il compli-
mentavano cogli augurii d' un felice
principio, e proseguimento di anno.
I romani Pontefici usarono, e co-
stumano tuttora, di nominare per
mezzo di un breve apostolico i ca-
stellani, o prefetti, e i vice-castel-
lani, e tanto gli uni, che gli altri
avevano 1' onorevole qualifica di fa-
migliari del Papa, e ne godevano i
relativi privilegi; per lo che parteci-
pavano della così detta parte del
sagro palazzOj cioè pane, vino, ed
altro , siccome risulta dai ruoli
dell'archivio dei palazzi apostolici.
II presidio della fortezza fu più o
meno numeroso secondo le circo-
stanze de' tempi, ed era sempre sot-
toposto al comando del vice-castel-
lano, come dicemmo di sopra. Di-
versi Pontefici , fra'quah sopra tutti
Urbano Vili, ne accrebbero special-
mente il quantitativo. In progresso di
tempo la forza consueta della guar-
nigione fu stabilita in trecento uo-
mini di fanteria divisi in tre com-
pagnie coi rispettivi uffiziali, oltre
una compagnia di bombardieri pel
servigio delle artiglierie. Il Ponte-
fice Benedetto XIV però tolse dal
comando del prefetto, e del vice-
castellano la detta compagnia, e di-
chiarò che la loro giurisdizione non
si estendeva, se non sopra que-
gl' individui della medesima, i qua-
li dovevano prestare un servigio
giornaliero nella fortezza. Tuttavol-
CAS
la negli ultimi tempi dell' esistenza
di questa stessa compagaia, il vice-
castellano uvea il diritto di nomi-
naine i componenti, e li forniva di
una patente, in virtù della quale
erano aggregati al detto piccolo cor-
po, e sebbene fossero stati suppliti
nel servigio delle artiglierie dal reg-
^i, gimento de' cannonieri di linea, pui'e
H il vice-castellano esercitava su di es-
si un comando disciplinare, ed ave-
va a tal uopo un cancelliere a sol-
do del governo, il quale era inca-
ricato dell' esame della condotta dei
medesimi, e delle processure, che per
avventura si doveano compilare.
Ne facea egli la relazione al predet-
to vice-castellano, che ne decretava
le punizioni all' occorrenza.
La giurisdizione civile del vice-
castellano si estendeva nei tempi ad-
dietro sino alle due piazze del pon-
te s. Angelo, e del Fontanone di
Borgo, ed aveva autorità di giudi-
care e punire i delitti, che si com-
mettevano nel tratto di strada fra
le due piazze. A tal effetto si vede-
va esposto nel muro esterno del
baloardo incontro al ponte V istro-
mento per applicare ai rei il sup-
plizio della corda, già abolito nella
moderna legislazione. Al presente
però se il vice castellano, o coman-
dante del forte, a garanzia dell' or-
dine pubblico e della tranquillità,
è indotto di far ari^stare chi cer-
casse di turbarla, deve poi tiasmet-
tere gli arrestati ai competenti tri-
bunali, che procedono contro i col-
pevoli. Ha inoltre il vice-castellano
giurisdizione sul tratto del fiume
Tevere, dal ponte Milvio o Molle,
al cosi detto sasso di Salviati, e può
farvi pescare a suo conto, o dare
il permesso di pescarvi. Poteva ezian-
dio far vendere il pesce nella piaz-
za del ponte, senza pagarne il du-
CAS
2o3
zio ; questo privilegio però venne
alcuni anni addietro comnuitato in
un compenso, che gli dà in dana-
ro r amministrazione della dogana
del pesce. Gode ancora il vice-ca-
stellano la prerogativa di essere uno
de' quattordici deputati dell' arcicon-
fraternita della pietà de' carcerati, e-
retta nella chiesa di s. Giovaimi
della Pigna, e destinata al sollievo
e soccorso dei reclusi nelle pubbli-
che carceri; sodalizio, ch'ebbe il
suo principio nel pontificato di Gre-
gorio XI li, come si riferì all'arti-
colo Arciconfraternìte, ove si enu-
merano i privilegi, di cui fu insi-
gnito. Esercita quindi il vice-castel-
lano nella qualifica di deputato, que-
gli uffici, che gli vengono affidati
dalla medesima a rcicon fraternità, a
disimpegno delle sue attribuzioni.
L'antico onorario del vice-castel-
lano era di scudi ottanta mensili ,
in oggi però riceve lo stipendio cor-
rispondente al grado, che ha nella
truppa di hnea. Gode l' uso e il
frutto dei piccoli giardini e prate-
rie comprese nel circondario del fol-
te, nel quale eravi una copiosa pian-
tagione di olmi, che nelle passate
ultime vicende è stata distrutta. A-
veva ancora il diritto di esigere una
piccola contribuzione nel passaggio
dei carri di carbone, legna da fuo-
co, frutti ed erbaggi pel ponte di
s. Angelo. In luogo di tal provento
però, che non è più in uso, riceve
un adeguato compenso dal pubblico
erario. I proprietari , e conduttori
delle barche e battelli, che vogliono
pescare nel fiume pel suddetto tratto
della giurisdizione del vice-castella-
no, debbono anch'essi riportarne la
licenza di lui. 11 cappellano, che a-
dempiva gli obblighi della cappel-
lania istituita dal vice-castellano Gin-
netti, è in obbligo eziandio di lare le
ao4 C A S
funzioni di segretario, se il comandan-
te ne ha bisogno. La disciplina dei de-
tenuti nelle prigioni dipende, come
dicemmo, totalmente dal vice-castel-
lano, che nei casi di qualche im-
portanza riceve le analoghe istru-
zioni dal Cardinal segretario di stato,
e da monsignor governatore di llo-
ma. Era nei tempi passati stabilita
nella fortezza un' ofììcina ad uso di
spezieria, e il vice-castellano avea
il diritto di far distribuire agi' in-
fermi i medicinali convenienti. Ora
però, quantunque vi si conservino
gli utensili occorrenti, non vi sono
che pochi medicinali per un im-
provviso bisogno, i quali vengono
custoditi da un professore di chi-
rurgia, che risiede nei forte per es-
ser pronto ad ogni bisogno. Oltre
il chirurgo, il superior governo sti-
pendia un professore di medicina,
che viene chiamato ad ogni urgen-
za, ed assume la cura dei detenuti
infermi. Inoltre pei servi di pena
vi sono altri professori pagati dal
pubblico erario.
Fra gli obblighi del vice-castel-
lano evvi quello di far ispargere
l'arena sul ponte s. Angelo, e nella
via sottopposta alla cortina, nei gior-
ni piti solenni dell' anno , ne' quali
si celebrano le cappelle pontifìcie al
Vaticano; e generalmente in quei
giorni , ne' quali s' inalberano gli
stendardi pontificii , e quando cade
la neve, per evitare le cadute dei
cavalli. Similmente è a cura del
vice- castellano la polizia del mede-
simo ponte, e dell'adjacente strada
sotto la cortina, che si eseguisce da
alcuni servi di pena di limitata con-
danna, i quali ricevono dal governo
un tenue compenso per tale incari-
co. Questi , sebbene vestiti cogl' in-
dumenti stabiliti pei servi di pena
in generale, portano al braccio sini-
CAS
stro per distinzione una fascia di
color giallo col numero progressivo
da I lino al 12, e sono incaricati
di mantenere netti tutti gli anditi
della fortezza. Ha inoltre il vice-
castellano il diritto di accordare il
permesso a quei venditori di com-
mestibili, che si vogliono fissare sul-
le due piazze del ponte, e Fonta no-
ne di Borgo, per la vendita dei ge-
neri loro.
Dicemmo già, che i vice-castella-
ni, o comandanti del forte s. An-
gelo, sono sempre nominati dal Som-
mo Pontefice , mediante un breve
apostolico, ed aggiungiamo, che il
tenore di questo è di somma impor-
tanza. Poiché, dopo avere con esso
il Papa dichiarato il vice-castellano
prefetto del castello, per continuare
nel comando a beneplacito suo e
della Santa Sede , concedendogli i
soliti onori, distinzioni e prerogative
tanto sul carcere, quanto sul co-
mando, direzione ed economia della
fortezza, gli prescrive di prestare il
consueto giuramento nelle mani del
Cardinale camerlengo di Santa Ro-
mana Chiesa. Tuttavolta tal giura-
mento si presta dal vice-castellano,
o comandante del forte s. Angelo,
a piedi dello stesso Papa, il quale
destina il giorno, in cui si degnerà
di riceverlo. Si reca allora il me-
desimo vice-castellano all'udienza del
Papa, e vi è introdotto dal prelato
presidente dell'armi. Postosi in ginoc-
chio, e baciato il piede, legge a vo-
ce intelligibile la formula del giu-
ramento, che è in idioma latino, la
quale in sostanza contiene la pro-
messa al glorioso apostolo s. Pietro,
alla sede apostolica, al sovrano Pon-
tefice , che Io ha nominato , ed ai
suoi successori canonicamente elet-
ti, di esercitare con fedeltà il gra-
ve incarico di custodire e difende-
ì
CAS
re il Castello s. Angelo col pre-
sidio affidatogli ; in sede vacante ad
istanza del sagro Collegio di conti-
nuare la stessa custodia, e quindi
di consegnarlo al nuovo Pontefice
canonicamente eletto, conservandovi
la preesistente guarnigione e tutto
l'arnaamento, con altro spettante alla
reverenda camera apostolica, e che
si ritrova nel castello. Promette inol-
tre, che quante volte per parte del
Papa regnante e de' suoi successori,
o del sagro Collegio in sede vacan-
te, sarà richiesto di restituire, o con-
segnare ad altri il forte col presidio,
e tuttociò che gli appartiene senza
ritenere cosa alcuna sotto qualun-
que pretesto, lo eseguirà subito li-
beramente.
Prestato il descritto giuramento,
e ricevuta l' apostolica benedizione ,
il vice-castellano ritira dal prelato
maestro di camera pontificio il cer-
tificato di aver adempiuto il dovere
del giuramento , ed accompagnato
dal prelato presidente delle armi si
reca nella fortezza, ove, alla presen-
za degli ufficiali della guarnigione,
riceve dal presidente la consegna
delle chiavi della medesima, rogan-
dosi da un notaro capitolino l'atto
del possesso , dopo la lettura del
breve pontifìcio, col quale è nomi-
nato air onorifico incarico. Lo stes-
so giuramento deve poi prestare il
vece-castellano nel giorno in cui i
Cardinali entrano in conclave , al-
lorché il sagro Collegio, adunatosi
nella cappella dello scrutinio, riceve
per mezzo del Cardinal decano il
giuramento di sudditanza e fedeltà
da quei, che lo debbono fare, co-
munque la prestazione del giura-
mento del vice-castellano si esegui-
sca separatamente dagli altri. Non si
dee tacere , che nella congregazione
cui aduna il Cardinal camerlengo
CAS 2o5
dei chierici di camera, riscontra tut-
to ciò, che si contiene in Castel
s. Angelo di proprietà della camera
apostolica, per mezzo d'uno di detti
prelati, che ne lascia la legale cu-
stodia al comandante di esso.
Poche memorie istoriche si han-
no sopra i nomi de' primitivi pre-
fetti^ o castellani del forte s. Angelo,
onde ci limiteremo a riportare quel-
le notizie, che ci fu dato rinvenire.
Dicemmo già all'articolo Castello
s. Angelo (Vedi), che nelle invasio-
ni dei popoli barbari del settentrio-
ne, il mausoleo di Adriano ridotto
ad una specie di fortezza, e fortifi-
cato secondo l' uso di que' tempi ,
servi di asilo e di difesa ai romani
nelle diverse prese di Roma. Ma
non conosciamo i nomi di quelli, i
quali comandavano la forza militare,
che lo difendeva. Si sa, è vero, che
Teodori co re de' goti divenuto padro-
ne dell' Italia e di Roma, vi teneva
un presidio, e se ne serviva di car-
cere, per cui prese il nome di Car^
cere di Teodorico , ma però s'igno-
ra il nome di coloro, che ne avea-
no la custodia e il comando. E
egualmente noto, che i greci oc-
cuparono, e dominarono in Italia,,
e che gli esarchi di Ravenna vi
esercitarono il comando ; ma dopo
che i greci perdettero per sem-
pre il dominio anche di questa par-
te d'Italia, il castello venne in po-
tere degli stessi romani, i quali avea-
no rivendicata la propria libertà, ed
avevano dato il pieno dominio della
propria patria , del suo ducato ed
adiacenze ai Sommi Pontefici. Que-
sti già si erano interposti presso gli
imperatori greci in loro favore , e
ne aveano ottenuto dai medesimi
non poche prerogative di giurisdi-
zione. Per altro, ad onta di ciò e
delle ampie concessioni riportate da-
!io6 CAS
grirappralori fV oriente, i romnni
erano ben di freqiienle in discordia
fra loro, e regnavano nella città di-
versi potenti ed opposti partili. Quin-
di la prima cura del partito più
forte e preponderante era quella di
impossessarsi del castello, come luo-
go più adatto per la difesa e offesa.
Nella oscurità pertanto dei fatti» av-
venuti nelle epoche anteiiori al de-
cimo secolo, possiamo assicurare, che
verso la metà di esso Crescenzio
aumentano n'ebbe il dominio per
molti anni, come ricavasi dalle sto-
rie contemporanee. Dopo la metà
del decimo secolo se ne impossessò
Cencio, o Cincio, figlio del prefetto
di Roma , e nel fine dello slesso ,
certo Ferrucchio. Nel XII secolo
avendo Arnaldo da Brescia eccilati
nlla rivolta i romani , e preleso di
rinnovare l'antica repubblica, e to-
gliere al Papa la sovranità di Ro-
ma, Adriano IV, dopo di aver nel
I i55, creato Cardinale l'inglese Ro-
sone Rreakspeare suo nipote, temendo
ragionevolmente della fedeltà del
popolo, lo nominò prefetto, o cu-
stode della fortezza, e gliene affidò
il comando. In tale qualifica il pre-
detto Cardinale, allorquando dopo
la morte dello zio, fu canonicamente,
a' 7 settembre ii5q, eletto a suc-
cessore Alessandro 111 , ricovrò nel
forte i Cardinali , che lo aveano
esaltato per salvarli dal furore del-
l'antipapa Vittore IV, detto V, e
dei numerosi suoi partigiani.
Allorché nel iSyy il Pontefice
Gregorio XI riportò in Roma la
sede Papale, pose nel Castel s. An-
gelo un presidio di truppe fiancesi
e un comandante della stessa nazio-
ne. Ma nel pontificato dell' imme-
diato successore Urbano VI, tal mi-
lizia dovè abbandonarlo , e cederlo
ai romani. Divenuto quindi, nel
CAS
1389, Papa Bonifacio IX, Toma-
zelli, napoletano, egli seppe far ris-
pettare ai romani la sua autorità
sovrana , ed aflidò la custodia del
castello al suo fratello, o nipote An-
tonio Tomazelli. Questi per altro
non si mostrò fedele al successore
Innocenzo VII, entrando nel partito
di Ladislao re di Napoli, che aspi-
rava al dominio di Roma e dell'Ita-
lia. Sotto Eugenio IV , che sedette
sulla veneranda cattedra di s. Pie-
tro dal 143 1 al i447> ^^^ castel-
lani si rammentano, il primo Bal-
dassare Ausido, che seppe colla sua
accortezza e valore contenere l'au-
dacia dei ribellati romani: il secon-
do Antonio Ridio, il quale per or-
dine del Papa ariestò , dopo una
forte lotta , il celebre Cardinal Vi-
telleschi mentre passava pel ponte
s. Angelo. Nicolò V, nel primo ago-
sto 144? j diede la castellania di
Castel s. Angelo colle paghe per
sessanta uomini a Giacomo de No-
xeto di Luni, come riporta il chia-
rissimo Marini , ne' suoi Archiatri^
tomo II, pag. i64: nota Zi. Ca-
listo III della famiglia Borgia di
Valenza in Ispagna, nominò il suo
nipote Pietro duca di Spoleto, ge-
nerale delle armi pontificie, prefetto
di Roma, e castellano di Castel s. An-
gelo: ma non tenendo esso buona
condotta, e vedendo i Cardinali, che
avvicinavasi il Papa al suo fine ,
diedero al castellano alcune migliaia
di scudi, affinchè evacuasse la fortezza
unitamente alle soldatesche Catala-
ne, le quali la occupavano , locchè
avvenne, come riferisce s. Antonino
part. III, lib. II, cap. 16, nel mese
di agosto del 14^^^- Quelle truppe
dovettero però molto soffrire nella
seguita sede vacante, perchè durante
il pontificato del loro connazionale
aveano troppo abusato, e lo stesso
CAS
castellano, dopo aver consegnato il
castello, stimò bene di ritirarsi da
lioma, per non esporsi allo sdegno
degli Orsini, ch'egli avea offesi.
Pio II, Piccolominij che successe
a Calisto III , affidò la fortezza p\
suo nipote Antonio Piccolomini , il
quale contrasse matrimonio con una
nipote di Ferdinando re di Napoli,
che gli portò in dote i feudi di
Amalfi e Cicona , e che trovavasi
in Celano allorché morì lo zio. Per
P> la qual cosa non avendo restituito
il forte al sagro Collegio , questo
entrò in qualche sospetto , e decise
di celebrare il conclave nel conven-
to di s. Maria sopra Minerva , loc-
chè per altro non ebbe luogo, e
fu celebrato al solito nel palazzo
vaticano. Nel pontificato di Paolo
li, eletto nel i4^4j furono castel-
lani certo Albergati, ed un Rodrigo
Sancio vescovo di Calahorra. Fu al
primo data la custodia del famoso
Bartolomeo Platina , il quale avea
P sommamente offeso il Papa co' suoi
scritti : ma dopo quattro mesi suc-
ceduto Sancio, cessarono i duri trat-
tamenti usatigli dal suo antecessore,
e fu colmato di benigni riguardi, e
trattato con molta umanità. Sisto IV
creò castellano, o prefetto del ca-
stello, Giovanni Giordano de Castro
da Valenza , uomo d' integerrimi
costumi, e nel i479 ^^ elesse ve-
.scovo di Girgenti, mentre il concitta-
dino di lui Alessandro VI lo fece
poi Cardinale nel i49^' Innocen-
zo Vili, CibOj di Genova, invitò a
recarsi in Roma Battista Pinelli ge-
novese, indi lo fece subito castella-
no di Castel s. Angelo, poi arcive-
scovo di Cosenza a' io ottobre i49i>
siccome riporta il citato Marini ,
tomo I, pag. 2 1 3, nota 6. Leggesi
quindi nel diario presso il Gatlico,
Jcta caeiem. pag. 432, che ai 21
CAS 207
agosto del i5o3 per morte di Ales-
sandro VI, il preftitto, o castellano
del fòrte s. Angelo, monsignor Mar-
co dell'Ordine de' minori, e vescovo
di Sinigaglia, prestò il giuramento
di fedeltà ai Cardinali nella sagre-
stia della chiesa di s. Maria sopra
Minerva , ove fu decretato nel d'i
seguente, che il conclave si farebbe
nel castello per maggior sicurezza.
Ma cangiatisi poi di sentimento, fe-
cero i Cardinali ai 29 dello stesso
mese avvisare il castellano, che nul-
la rinnovasse. Abbiamo dal Burcar-
do nella Storia dei conclavi, p. 119,
che il castellano giurò fedeltà avanti
i Cardinali Santacroce, Medici, e Ce-
sarini, i quali in cavalcata si reca-
rono al castello , facendosi per lui
responsabile l'ambasciatore di Spa-
gna. Nel medesimo giorno, dal sud-
detto castellano, previa una sicuità
di ventimila ducati, vennero liberati
dalla detenzione che soflHvano l'udito-
re della camera, l'abbate Caetano,Ber-
nardino abbate di Alviano, Giaco-
mo di Saranello, ed un altro abbate*.
Quindi fece sapere lo stesso castel-
lano al sagro Collegio, che non po-
teva acconsentire al progetto di fare
il conclave nel forte, perchè avea
fatto giuramento di consegnarlo al
futuro Pontefice, il che voleva pun-
tualmente eseguire.
Assunto nel i5i3 al pontificato
Leone X fece castellano il vescovo
di Grosseto Raffaele Petrucci signo-
re principale di Siena , che poi nel
i5i7 creò Cardinale, il quale nel
solenne possesso preso da Leone X
della basilica lateranense , al ponte
di s. Angelo gli eresse un bellissimo
arco trionfale, descritto dal Cancel-
lieri ne' suoi Possessi a pag. 72.
Adriano VI, che, sebbene assente
dal conclave, nel i52 2 , fu eletto
successore a Leone X, nel recarsi
2o8 CAS
dalla Spagna in Roma, condusse seco
Enrico dei duchi di Cardona, spa-
gnuolo, arcivescovo di Monreale, e
uomo di straordinaria virtù , cele-
brato qual degno di eterna memo-
ria. Quindi il dichiarò prefetto di
Castel s. Angelo: ed in progresso
mentre trovavasi nella sua diocesi ,
ed essendo il Pontefice Clemente
VII, nel 15^7, assediato in Castel
s. Angelo, fu da quel Pontefice crea-
to Cardinale. In tal tempo era ca-
stellano monsignor Giulio de Medici
parente del Papa, il quale lo do-
vette acremente rimproverare per
aver trovato il forte sprovvisto di
tutto, allorché vi si ritirò per evi-
tare le prime furie dell* esercito del
viceré di Napoli d. Ugo Moncada.
Paolo III, Farnese j dopo aver pre-
posto alla presidenza della fortezza
della città di Perugia da lui stesso
edificata, Tiberio Crispi, romano,
suo stretto congiunto, uomo adorno
di molte belle doti, lo destinò al-
tresì alla prefettura di Castel s. An-
gelo, e nel i544 'o fece Cardinale.
Il Papa Urbano VII, eletto nel 1590,
conferì il governo e il comando del
forte al suo nipote Mario Mellini ,
proibendogli di accettare il titolo
di eccellenza proprio dei nipoti dei
Papi. Da Clemente Vili, asceso al
trono pontificio a' 3o gennaio 1592,
fu fatto prefetto di Castel s. Ange-
lo il suo nipote Pietro Aldobrandi-
ni, oriundo fiorentino, il quale os-
servando che il presidio del forte
era composto di soli soldati di fan-
teria , e non aveva persone capaci
di manovrare e servire le artigUe-
rie, e che nelle diverse circostanze
di bisogno avea dovuto il governo
cercarne altrove, ottenne dallo zio la
formazione di una compagnia di
bombardieri col rispettivo capitano,
e cogli uffiziali. Assunto poscia al su-
CAS
premo Pontificato Paolo V, Borghese,
nel i6o5, fece prefetto del forte il
proprio fratello Gio. Battista Bor-
ghese. Il citato Cancellieri racconta
ne* menzionali Possessi a pag. 1 74»
che in quello pigliato da Paolo V,
appresso i conservatori di Roma ca-
valcavano i fratelli di sua Santità ,
cioè Francesco , capitano generale
della guardia di sua Beatitudine, e
governatore di Borgo, e Gio. Batti-
sta castellano di Castel s. Angelo ,
tra' quali cavalcava 1' ambasciatore
di Savoia.
Nel Pontificato di Urbano Vili,
Barberini, ottenne la caste! la nia il
patrizio velletrano Giuseppe Ginnetti,
fratello del celebre Cardinal Marzio
vicario di Roma sotto cinque Papi,
e marchese di Ropcagorga. Questi
si rese molto benemerito del castel-
lo, per avere istituita, e dotata una
cappellania nella cappella del ca-
stellano, dedicata all'arcangelo s. Mi-
chele dando a' successori suoi la fa-
coltà di nominare il cappellano. Il
Pontefice Innocenzo X, Paìnphilj\
dichiarò nel iGjS governatore di
Castel s. Angelo il marchese An-
drea Giustiniani, principe di Bassa-
no, marito di una sua nipote. Ales-
sandro VII, C/i7gr_, sanesCj nominò
nel i656, d. Mario suo fratello ge-
nerale di s. Chiesa , e castellano.
Clemente X, Altieri , dopo avere
adottato nella propria famiglia Ga-
spare Paluzzi degli Albertoni, che
avea sposato la di lui nipote, lo in-
signi nel 1670 della carica di ge-
nerale di s. Chiesa, e di castellano.
Alessandro Vili, nel 1689, ^^"^^ ^^
suo nipote d. Marco Ottoboni gene-
rale delle galere pontificie, e go-
vernatore del castello. Nel 1721
Papa Innocenzo XIII confermò in
vice-castellano certo Olivieri, fratello
del Cardinale di tal cognome, am-
CAS
bediie congiunti del predecessore
Clemente XI. Nel pontificato di Cle-
mente XI f, Corsini, e precisamente
nel 1780, fu vice-castellano il duca
di Palombara Zenobio Savelli. Suc-
cessivamente si enumerano fra i vi-
ce - castellani un bafi Ricci , e un
commendatore d. Marco Ottoboni
ai tempi in cui regnava Pio VI.
Nella restaurazione poi del governo
Pontificio, dopo le vicende avvenu-
te sul fine dell'ultimo secolo, ebbe
il comando del forte s. Angelo , il
generale di brigata Francesco di Pao-
la Colli, e dopo la di lui morte,
il suo figlio Angelo Colli , coman-
dante il corpo dei cannonieri. Po-
steriormente, restituito lo stato ec-
clesiastico al legittimo sovrano Pon-
tefice Pio VII, questi elesse per co-
mandante del forte s. Angelo, nel
1 8 I 5, il barone Carlo Ancajani ge-
nerale di brigata , cui il regnante
Gregorio XVI diede per successore
nel 1837 il commendatore Ottavia-
no Zamboni, ed avendo poi questi
data la sua rinunzia, lo stesso Pon-
tefice nominò il conte Domenico
Benti voglio generale di brigata , al
quale nel mese di febbraio 1839 fu
sostituito il commendatore Filippo
cav. Contini, parimenti generale di
brigata, che tuttora ritiene il co-
mando di questa sì rinomata fortezza.
I Diarii di Roma hanno talvolta
descritta la pompa funebre, che si
celebra nella morte di qualche vice-
castellano. Quello del 1718 al nu-
mero i52 riporta, che il cadavei'e
del vice-castellano Origo fu traspor-
tato, vestito di sacco da confrate ,
nella chiesa di s. Marcello senza
pompa militare, ma che nella se-
guente mattina fu esposto sopra un
alto letto funebre, coperto di ar-
matura di ferro , con elmo in testa
sormontato da piume, colla spada
VOL. X.
CAS 209
impugnata in una mano, e nell'al-
tra il bastone di comando.
Nel numero 7656 dell'anno 1766
si accenna la morte del bali Papi-
rio Bussi vice-castellano, e si racconta,
che il cadavere di lui fu esposto
nella sala paolina del castello , as-
sistendo alle esequie i cavalieri ge-
rosolimitani di lui confratelli. Al fi-
ne delle esequie ebbe luogo lo spa-
ro del cannone. NegH ultimi tempi,
il cadavere del general Colli coman-
dante del castello , fu consegnato
formalmente ad un officiale coman-
dante un picchetto di granatieri, e
venne scortato con divota pompa al-
la chiesa, seguito e preceduto da
tutta la guarnigione della città,
la quale nella seguente mattina si
radunò innanzi la detta chiesa , e
fece le consuete tre scariche di fu-
cile nel tempo della messa di re-
quie, che fu cantala.
CASTELLAR Giovanni, Cardina-
le, Giovanni Castellar nacque nel
i44^ dalla nobile famiglia di Castella,
nella diocesi di Valenza. Era consan-
guineo ad Alessandro VI , canonico
prima di Siviglia, poi di Napoli, quindi
di Burgos, governator di Perugia ,
nel 1493 arcivescovo di Trani, nel
1497 di Oleron neh' Aquitania; fi-
nalmente ai 3i maggio del i5o3
Alessandro VI l' onorò della sacra
porpora col titolo di s. Maria in
Trastevere. Dipoi fu trasferito alla
chiesa di Monreale in Sicilia, della
quale, per le strettezze dei tempi ,
non potè conseguire le bolle ne da
Alessandro VI, né da Pio III, che gli
successe, ma solamente da Giulio II.
Passato dipoi da Roma a Napoli, e
di qua nella Spagna, mori a Va-
lenza nel i5o5 di sessantatre anni,
e trenta mesi di Cardinalato , ed
ebbe la tomba de' suoi antenati nel
convento de'romitani.
14
aio CAS
CASTELL ARAGONESE, o Ca-
stel Sardo (Castrum Aragonense).
Città vescovile dell' isola di Sarde-
gna, forte con porto di mare sulla
costa settentrionale della divisione
di Sassari, cioè sulla punta orientnle
dei golfo Turritano. Essa è cinta
da vecchie mura , e da bastioni ,
mentre il suo porto la difende con
un fortino. Fabbricata verso il 1 2 i o
dai genovesi, venne prima chiamata
Castel Genovese 3 e fu popolata di
liguri della casa Doria, sugli avanzi
di Giuliola Ampurias. Indi passata
la Sardegna, nel XIV secolo, sotto
il dominio de' re Aragonesi , il ca-
stello prese da questi il notf.e, per-
chè fu la prima città, eh' essi occu-
parono verso il i323. Commanville
dice, che nel i5o3 vi fu trasferita
la sede vescovile di Ampurias (Vedi)
istituita nel sesto secolo, e suffraga-
nea della metropoli di Sassari. Il
vescovo vi risiedeva sei mesi dell'an-
no. La chiesa cattedrale di Ampu-
rias era sotto T invocazione di san
Pietro delle immagini, con arciprete
e otto canonici; ma attualmente
non avvi che una piccola chiesa
denominata s. Pietro di Mare, sulla
spiaggia boreale. Nella invasione fran-
cese del i52 7, sotto Francesco I,
re di Francia, e Carlo V impera-
tore, diretta dai capitani Renzo
Ursini di Ceri pel re, e da Andrea
Doria celebre ammiraglio per T im-
peratore, Castel Aragonese fu valo-
rosamente difeso dai fratelli Manca
Baroni di Tiesi Sassaresi, che furono
favoriti da una tempesta nel ribat-
tere r assalto . Dipoi , nel secolo
XVIII, Filippo V re di Spagna ne
discacciò i tedeschi nella guerra di
successione, finché divenuta dominio
della casa di Savoja, in uno al re-
gno di Sardegna, cambiò di nuovo
il nome dal suo signore, e chia-
CAS
mossi, nel 1767, Castel Sardo. La
sede vescovile poi d'Anipurias, che
in progresso era stala trasferita a
Terra nuova, da ultimo fu dal Papa
regnante, nel 1889, stabilita nella
città di Tempio. L' antica chiesa
cattedrale di Castel Sardo è dedi-
cata a s. Antonio abbate» Il capi-
tolo si compone della dignità del-
l'arciprete, e di undici canonici con
due prebende, non che di parecchi
preti e chierici. Nella stessa catte-
drale evvi la parrocchia, eh' è l'uni-
ca della città, e che viene ammi-
nistrata da un canonico approvato
dal vescovo con due preti ausi-
liari. Vi ha eziandio un convento
de* minori conventuah . La tassa
della mensa, secondo i registri ca-
merali, e le proposizioni del con-
cistoro, ascende a cento settantuno
fiorini.
CASTELLENSE o CASTELLI,
Adriano, Cardinale. Adriano Castel-
lense o Castelli nacque a Corneto
da buoni e doviziosi parenti, e per-
ciò fu detto il Cardinal di Corne-
to. Era assai eccellente nella lin-
gua latina, nonché nella greca ed
ebraica. Innocenzo Vili , conoscendo
la destrezza di lui nel maneggio
degli affari, lo spedi nunzio a paci-
ficare i re di Scozia e d' Inghilterra.
In appresso divenne accetto ad En-
rico VII, il quale si prevalse del-
l' opera sua presso i Pontefici In*
nocenzo Vili, ed Alessandro VL
Quindi fu nominato alla chiesa di
Herford, cui cangiò poscia con quel-
la di Bath e Velles unite, e fu
spedito nunzio in Francia a com-
porre le cose d' Italia. A nome del-
la santa Sede andò alla corte di
Parigi a condolersi della perdita di
Carlo Vili, poi divenne segretario
delle lettere pontificie, e pressoché
arbitro dedi affari del Pontificalo ;
CAS
fu clierico di camera , tesoriere, e
da ultimo ai 3o maggio del i5o3,
Alessandro VI lo innalzò all' onor
della porpora col titolo di s. Griso-
gono. Sebbene abbia seguito a Bo-
logna Giulio II, pure per certe di-
spute avute col vescovo di Vigorne,
ambasciatore del re d' Inghilterra,
incontrò lo sdegno di Giulio, e ad
evitarne gli effetti, ricovrò presso il
lago di Garda sui monti di Trento.
Morto Giulio, ed eletto Leone X,
ritornò a Roma ove fu accolto ed
onorato assai dal novello Pontefice.
Ma la congiura ordita dal Cardinal
Petrucci contro Leone, rovinò il
Castellense; dappoiché essendo mossa
contro di lui l'accusa, che fosse col-
pevole di tale delitto, venne condan-
nato ad un' ammenda di 25 ooo
scudi d' oro, e temendo di peggio,
fuggi da Roma nel giugno del iSiy,
e ricovrò a Venezia. Senonchè citato
legalmente dal Pontefice dopo tem-
po convenevole, e non comparso, si
dichiarò contumace, venne privato
e spogliato d'ogni dignità, uffizio e
benefizio , ne si sa come , e dove
terminasse di vivere. Avea dato
principio alla versione della divina
Scrittura, dall'ebreo in latino: a
Carlo V dedicò un'opera latina, cui
compose sui modi di parlare latina-
mente; ed un'altra ne compose in-
titolata La vera Filosofia^ ove rac-
colse le sentenze de' quattro latini
dottori. A Roma non molto lungi
dal Vaticano e sulla piazza Scossa-
cavalli fabbricò un palazzo, cui do-
nò al re d' Inghilterra, e quindi fu
posseduto dalla famiglia Giraud, ed
oggi è proprietà del principe d. Ales-
sandro Torlonia. Da Girolamo Ferri
si ha De rebus gestis et scriptis Ha-
driani Castellani Cardinalis , quo
imprimis auctore latinUas restituta,
Faventiae 1771.
CAS
21 T
CASTELLI Giuseppe Maria, Car-
dinale. Giuseppe Maria Castelli nac-
que a Milano da nobile famiglia
a' 4 ottobre del lyoS, e fatti i
suoi studii manifestò viva brama di
dedicarsi al servigio della Santa Se-
de, ponendosi in prelatura. Avendo
esercitate con zelo e lodevolmente
diverse cariche, dopo essere stato
commendatore di s. Spirito, venne
promosso al Cardinalato da Clemen-
te XIII a' 24 settembre del 17 59
col titolo presbiterale di s. Alessio.
A cagione della reputazione che go-
dette presso i Pontefici, fu aggrega-
to alle congregazioni cardinalizie del
s. offizio, del conciUo, di propagan-
da, dell'esame de' vescovi, dell' indi-
ce, della disciplina regolare, della
visita apostolica, delle acque, e della
correzione de' libri della chiesa orien-
tale. Ed è perciò, che ricco di me-
riti e di esperienza fu fatto prefetto
generale della mentovata congrega-
zione di Propaganda, laonde potè
esercitare ovunque i suoi lumi, e
l'ecclesiastico zelo da cui era anima-
to. Fu protettore del collegio apo-
stolico de' sacerdoti a ponte Sisto ,
della chiesa nazionale e arciconfra-
ternita de' ss. Ambrogio e Carlo dei
milanesi, dell'accademia teologica,
delle città di Narni, Piperno, e Ci-
vita-Castellana, e degli ospedali di
Perugia, Spoleto, Narni e Viterbo.
Mori a Roma H 9 aprile 1780, al-
tamente lodato per la sua pietà non
comune, e straordinaria dottrina, e
fu esposto nelle esequie, e sepolto
secondo la sua testamentaria dispo-
sizione, nella detta chiesa de' ss. Am-
brogio e Carlo al Corso.
CASTELLI Guido (de'), Cardina-
le, y. Celestino II.
CASTELLUM TITULIANUM, o
Castello Titulita. Sede episcopale
di Numidia, nell'Africa occidentale,
a 15 CAS
«ottoposlo a Cirta Giulia, metropoli
del IV stxrolo. Not. Afr.
CASTELLUM MEDIANUM. Se-
de episcopale della Mauri liana Cesa-
riaiia nell'Africa occidentale. Not.
Àfr.
CASTELLUM JABARITANUM.
Sede vescovile della Mauritiana Ce-
sariana, nell'Africa occidentale. Not.
Afr.
CASTELLUM TETRAPORTIEN-
SE. Sede vescovile della Mauritiana
Cesariana, sotto la giurisdizione di
Giulia Cesarea , che fu eretta in
metropoli nel IV secolo, nell'Africa
occidentale. Not. Afr.
CASTELLUM. Sede episcopale
della Mauritiana Cesariana, cioè
sottoposta alla metropoli di Giulia
Cesarea, nell'Africa occidentale. Not.
Afr.
CASTELLUM RIPENSE. Sede
episcopale nella Mauritiana Cesaria-
na, nell'Africa occidentale. Genn.
lib. de Script. Eccl.
CASTELLUM MLNUS. Sede ve-
scovile della Mauritiana Cesariana,
nell'Africa occidentale. Not. Afr.
CASTELLUM. Sede vescovile di
Numidia nell'Africa occidentale sotto
la metropoli di Cirilla Julia. Not.
Afric.
CASTENAT o CASTANET Ber-
nardo , Cardinale. V. Castagneto.
GASTIGLIA NUOVA. Una delle
più grandi provincie della Spagna,
che tiene il primo posto, avendo nel
mezzo di essa la città di Madrid
( Fedì ) , capitale della monarchia
spagnuola. Dicesi nuova perchè tolta
a' mori in epoca posteriore all'altra,
che chiamasi vecchia. Fino al secolo
XI ebbe il titolo di contea , e per
im tempo si denominò anco re^no
Toletano. La nuova Castiglia formò
sotto il dominio moresco un regno
^particolare , ed i cristiani, che per-
CAS
vennero a fondare il regno di Leo-
ne (Fedi)f s' impadronirono subito
di questa provincia, ma essa non
fu interamente riunita a questo re-
gno se non verso l'anno io85, sotto
AHònso IV, re di Leone, e primo
di Castiglia, figlio minore del re
Sancio I, fondatore della monarchia
Castigliana. Da quel tempo la nuova
segui i destini della vecchia Casti-
glia sino alla traslazione della sede
della monarchia spagnuola nel suo
seno. Confina colla Castiglia vecchia,
con l'Aragona, Valenza, l'Andalu-
sia, Murcia, e l' Estremadura. La
nuova Castiglia , di cui Madrid è
capoluogo, dividesi in cinque pro-
vincie che sono : Cuenca , Guadala-
xara, Madrid, la Manica e Toledo.
P^. Castiglia Vecchia, Aragona, e
Spagna.
CASTIGLIA VECCHIA. Provin-
cia della Spagna. Dopo esser pas-
sata dal dominio dei romani a quel-
lo dei goti, e da questi ai mori, la
vecchia Castiglia, primaria culla del-
la possente monarchia spagnuola ,
fu riunita al regno di Leone, fondato
circa l'anno 920 dai cristiani, che
si rifugiarono nelle montagne del-
le Asturie neh' epoca dell' invasione
moresca. Quindi venne governata
dai suoi conti particolari. In segui-
to i Castigliani, essendosi ribellati
contro Ordunno I re di Leone, che
avea fatto trucidare i conti gover-
natori della Castiglia, giunsero a
rendersi indipendenti, e confidarono
l'amministrazione del loro paese a
due giudici. Fernando Gonzales, fi-
glio di uno di essi, fu acclamato
conte di Castiglia l'anno 928; ma
la sua discendenza essendosi estinta
nel conte di Garcias, il re di Na-
varra Sancio I, divenuto conte di
Castiglia pel suo matrimonio con
Runna Mayor sorella dell' ultimo
CAS
conte, fu acclamalo, nell'anno 1028,
per primo re di Castiglia. In ap-
piesso, a poco a poco i successori
di lui s' impadronirono dei regnidi
Leone, di Aragona [J^edi) e di Va-
lenza, non che del principato di
Catalogna, della Biscaglia, e di una
porzione del reame di Navarra, ed
estesero le loro conquiste nella re-
gione meridionale della Spagna sog-
getta al dominio dei mori. Però la
vecchia Castiglia non perdette il
suo titolo di regno se non allor-
quando, nel 1476? pel celebre ma-
trimonio d' Isabella con Ferdinando
re d' Aragona, i possessi di questi
due sovrani non formarono che un
solo regno. Tuttavolta allorché Co-
lombo volle tentare il discuoprimen-
to del nuovo mondo, la regina Isa-
bella, che gliene forni i mezzi, vol-
le che i risultati, i quali ne sareb-
bono derivati, fossero a vantaggio
soltanto della sua corona di Castiglia.
Burgos {Vedi), capoluogo della pro-
vincia, fu sede della real corte sino
all'imperatore Carlo V, il quale
volle trasferirne la residenza a Ma-
drid , donde provenne la deca-
denza dall'antico lustro, e dal flo-
rido stato, goduto dalla Castiglia
vecchia tanto sotto i suoi conti ,
quanto sotto i suoi re. La Casti-
glia vecchia confina colla Navarra,
colla Biscaglia, colle Asturie, e col
regno di Leone, coli' Aragona, colla
Castiglia nuova [Fedi), e dividesi
nelle cinque provincie di Burgos, Se-
govia, Avi la, Coria, e Logrogno. F.
Spagna.
CASTIGLIONI Famiglia. Dalla
voce di bassa latinità Castellionum
indicante un castellotto, derivò il no-
me di mollissimi paesi in Francia
ed in Italia. Da questi nomi poi a
vicenda ebbero origine quelli di più
famiglie italiane e francesi dette Ca-
CAS i\Z
stìglìoniy Castìllon, Clidlìllon. E pe-
rò ass^i difficile il rintracciare qua-
li di queste famiglie abbiano tra
di loro una comune origine, e qua-
li non abbiano di comune che il
nome, e così se questo provenga da
signoria ottenuta, o non semplice-
mente dalla indicazione d'origine.
Se da queste considerazioni genera-
li scenderemo ora ai particolari del-
la famiglia milanese, che diede alla
Chiesa un sommo Pontefice, e al
sagro Collegio quattro, o forse, co-
me si dirà, cinque Cardinali, dire-
mo che dai documenti non risulta
alcun fondato argomento per crede-
re, ch'essa abbia comune l'origine
coi Caslillon, o Chàtillon di Fran-
cia, uè coi Castiglioni di Piemon-
te, ne' coi Castiglioni d' Ischia, che,
nel i8o3, diedero al medesimo sa-
gro Collegio il Cardinale Giovanni
Castiglione (Fedi). Quest' ultima
famiglia, avendo comune lo stem-
ma coi Castiglioni di Milano, e
con quelli di Cingoli, compone le
sue arme gentilizie di un campo
rosso , con leone rampante , che
colla branca destra sostiene una
torre. E quando la casa Farnese le
concesse di poter inquartare parte
del suo stemma, divise il proprio
in due parti : nel lato superiore in
campo celeste riportò tre gigli far-
nesiani, e in quello inferiore l'an-
tico della famiglia, proprio , co-
me dicemmo, anche dei Castiglioni
di Cingoli, e di quelli di Mi-
lano.
Il paese, onde traggono origine i
Castiglioni di Milano, è posto cin-
que miglia al mezzo di Varese,
nell' antico contado del Seprio, il
cui nome pare derivato da quello
d'Insubria. Nell'archivio diplomati-
co'di Milano trovasi uri documen-
to dell' anno 987, in cui è fatta
ii4 GAS
menzione di un Guido Casliglioni
figlio di Palcheterio di nazione lon-
gobarda, che diede in feudo alcu-
ne terre di Valtellina. D' altra par-
te una tradizione riferita dal Si-
gonio vuole, che Corrado, figlio di
Berengario re d'Italia, togliesse in
moglie Richelda di stirpe longobar-
da, ed avesse possedimenti in Lom-
bardia, fra i quali Castiglione, otte-
nutane la signoria dall'arcivescovo
di Milano; le quali notizie però
potrebbero conciliarsi col supporre,
che la signoria di quel paese pas-
sasse da una famiglia longobarda in
quella di Corrado , mercè il suo
matrimonio con Bichelda, e la con-
seguente conferma nella investitura.
Ritengono però ordinariamente i
genealogisti, che da questo Contado,
detto anche Conone, derivi la fa-
miglia Castiglioni, ma le prove di
figliazione mancano in parte, ed in
parte si appoggiano a tradizioni, ed
a monumenti sospetti. E pure in-
certo se i due principali rami del-
la famiglia, l' uno detto inoltre di
Casciago dal nome di altra terrea
vicina a Varese, l' altro detto sem-
plicemente di Castiglione, abbiano
in realtà origine comune. La qua-
le, se r hanno, è certamente assai
antica, ed anteriore al secolo deci-
moquarto, cui ascende la discen^
denza dimostrata per autentici do-
cumenti dei due rami. E sebbene
per l'epoca anteriore i dati di fi-
gliazione non sieno egualmente certi,
pure si hanno dati generici intorno
al possedimento de' beni, e alle
qualifiche delle due famiglie, che ne
assicurano essere state ambedue di-
stinte sino da un' epoca di molto
anteriore.
La famiglia detta di Castiglione
di Casciago (ile Caslellione de Ca-
sciago), la quale però da secoli ha
CAS
omesso questo secondo predicato o
aggiunto, è quella cui appartenne
il fu cavaliere Luigi Castiglioni, pre-
sidente dell'accademia di belle arti
di Milano, che ha tessuto una la-
boriosa storia in più volumi dei
diversi rami Castiglioni di Milano,
storia che si conserva manoscritta
dai nipoti di lui. Di là sono trat-
te molte delle notizie , che qui si
accennano. A questa famiglia pure
appartiene Guarnerio, che nel seco-
lo decimoquinto fu famoso giure-
consulto, ed ebbe gran parte nel
reggimento politico della patria, du-
rante la fine della dinastia Viscon-
ti, e r effìmera repubblica, che pre-
cedette il dominio Sforzesco.
All'altro ramo Castiglioni poi ,
suddiviso in un numero grandissimo
di famiglie, molte delle quali sono
ora decadute in b^sso stato, apparten-
ne il Pontefice Celestino IV (Fedi),
e vi appartenne pure da ultimo
l'altro Pontefice Pio Vili (Fedi).
Di essi, e delle loro famiglie parle-
remo in appresso.
Un altro ramo secondario dei Ca-
stiglioni di Castiglione, è quello di
Mantova cui appartiene il celebre
Baldassare,unodei più eleganti scrit-
tori d' Italia del secolo XVI, discen-
dente da un altro di egual nome,
che ivi si stabiPi nel secolo decimo-
quinto per servigio di quei duchi,
e per la cui rinomanza , non cre-
diamo dispensarci dal farne qui una
special menzione. Nacque Baldassa-
re presso Mantova nel i^jS a Ca-
satico, casa di campagna apparte-
nente alla sua famiglia. Il suo ge-
nitore di nobile stirpe si era impa-
rentato co' sovrani di quello slato
sposando Luigia Gonzaga . Baldas-
sare studiò a Milano, e quindi pas-
sò nella milizia, nella quale militò
anco pel duca d' Urbino Guidobal-
CAS
do, e divenne tosto uno degli or-
namenti di quella splendidissima cor-
te. Per le sue eccelse doti fu spe-
dito dal duca ambascìatoi'e ad En-
rico VII re d' Inghilterra , il quale
Tolle annoverarlo agli Ordini eque-
stri del legno. Succeduto al ducato
d' Urbino Francesco Maria, Baldassa-
re fu fatto da lui conte col feudo, e il
castello di Nuvillara vicino a Pesaro,
e venne inviato; poscia ambasciatore
a Leone X, presso il quale conseguì
molta gloria , per le scientifiche re^
lazioni, che contrasse coi primari!
artisti, e coi letterati. Ritornato a
Mantova nel i5i6 sposò la contessa
Torelli, celebrandone il maritaggio
il marchese di Mantova con giostre,
tornei, ed altri pubblici spettacoh.
Perduta dopo tre anni la moglie ,
che gli lasciò un figlio per nome
Camillo, prosegui in Roma a ren-
dere importanti servigi al duca d'Ur-
bino, donde Clemente VII lo man-
dò per rilevanti affari nel ì52.5 al-
l'imperatore Carlo V. Tuttavolta
saccheggiata Roma nel i527 dalle
truppe imperiali , il Papa se ne dol'
se con Baldassare, come avesse tras^
curato i suoi interessi. Invece Carlo
V lo nominò in appresso vescovo
d'Avila ; ma caduto malato in Tole-
do, ivi mori a' 2 febbraio ìSi^ con
gran rammarico di quel monarca.
Questo celebre scrittore lasciò poche
opere, ma tutte di stile perfetto, e
di eccellente gusto. La più nota è
il rinomato Libro del Cortigiano^
che fu scritto nell'anno i5i8, e do-
po aver consultato il parere di Bem-
bo, fu per la prima volta stampa-
to a Venezia nel i528 con bella
edizione da Aldo. Ivi nel i533 si
stamparono pure le Poesie italiane
e latine, veri modelli di eleganza.
Le sue Lettere poi sono preziose
per lo stile non meno che per la
CAS 2 1 5
storia politica e letteraria. Il Coi-
tigiano tratta dell' arte, cui debbo-
no usare quelli che sono in corte ,
per rendersi utili, e graditi ai prin-
cipi. F. la vita, che ne scrisse Ber-
nardino Marliani, stampata nel 17 33
in Padova colle opere del Casti-
glioni.
Altri rami dei Castiglioni, i quali
conservano la nobiltà, sono sparsi
per la Lombardia, e principalmente
nell'antica sede di questa famigUa,
cioè nell'antico contado del Seprio,
ove tutti senza distinzione di con-
dizione , e senza dar prove di ori-
gine, votano per antica consuetu-
dine nella nomina dell'arciprete di
Castiglione. Se si bramassero più
eslese notizie intorno alla famiglia
ed alle persone, che tanto nelle di-
gnità ecclesiastiche, quanto nella mi-
lizia, nelle lettere, e nelle magistx'a-
ture si distinsero, molte se ne pos-
sono trovare nelle Famiglie illustri
italiane, opera assai giustamente
encomiata, che dal conte Pompeo
Litta si pubblica in Milano, e la cui
parte spettante a questa famiglia, è
venuta qlla luce sino dal 1822.
Questo erudito autore dà pure il
catalogo dei precedenti scrittori, che
hanno trattato di questa stessa fa-
miglia. Ancoia più doviziosa raccol-
ta di notizie, e di documenti tro-
vasi neir accennata storia manoscritta
del cavalier Luigi , che conservasi
presso la illustre famiglia di Milano.
A seconda del nostro proponi-
mento, dovendo far menzione dei
due rami Castiglioni , solo perchè
diedero alla Chiesa Papi e Cardi-
nali , sebbene si trovi ai rispettivi
articoli la biografia di cadauno,
pur daremo qui alcun cenno, par-
lando prima di quello residente in
Milano , che tuttora fiorisce col ti-
tolo di IVIarchese. 11 maggior lustro,
3l6
CAS
e decoi-o della famiglia Castiglioni di
Milano furono Goffredo figlio di Gio-
vanni Castiglioni, e Cassandra Cri-
velli, sorella di Urbano III, il quale
venne esaltato al pontificato nel 1 185.
Educato Goffredo santamente da s.
Caldino, meritò che, nel 1227, Gre-
gorio IX il creasse Cardinale , ed
in morte del Pontefice, ad onta della
sua virtuosa ripugnanza , fu innal-
zato alla cattedra apostolica a' 22
settembre 1241, prendendo il nome
di Celestino IV : ma essendo egli
indebolito dalla vecchiaia regnò ap-
pena diciassette giorni. 11 Cardella
J\leniorie storiche de^ Cardinali ^ di-
ce che Innocenzo IV immediato suc-
cessore di Celestino IV, nel 1244»
annoverò al sagro Collegio Goffredo
Castiglioni, milanese, parente di Ce-
lestino 111 , ma che piuttosto deve
ritenersi un Goffredo da Trani, del
quale sentimento è pure il Novaes,
Storia de^ Pontefici, t. III, p. 210.
Branda Ccdstiglioni ^ nobile mila-
nese della famiglia di Celestino IV,
e del ramo propriamente detto Ca-
stiglione, perchè continuò ad avere
stanza nella terra nativa, v'istituì
una collegiata con collazione di be-
iiefizii, che durano tuttora. Egli vie-
ne ritenuto per uno dei più dotti
giureconsulti del suo tempo , e nel
1 4 * I fìi creato Cardinale da Gio-
vanni XXIII. La vita di lui fu scritta
da Salvino Salvini , e tradotta in
latino dal p, Anton Felice Mattei,
il quale tratta dello stesso Cardinale
lungamente nella Storia della chic'
sa di Pisa, tomo II, p. 122 e seg.
Giovanni Castiglioni, nobile mi-
lanese, insigne nell'arte oratoria, e
nel diritto civile, ad onta che da
alcuni si dica nato in Pavia, fu
creato Cardinale nel i45>6 da Ca-
listo III, ed ebbe sepoltura in Mi-
Jaao nella tomba de' suoi maggiori.
CAS
Francesco Abbondio Castrglionfy
nobile milanese della famiglia di
Celestino IV e (come dicono No-
vaes tomo VII, p. 176, e Cardella
tomo V, p.» 83, della famiglia dei
Cardinali Ottaviano, Goffredo, o Got-
tifredo , Branda , e Giovanni Casti-
glioni , senza però rendere ragione
del Cardinale Ottavio, non esisten-
do fra quelli che ne riportano la
biografia), per le sue egregie qua-
lità fu da Pio IV nel i565 elevato
al Cardinalato.
Passiamo ora ad accennare quan-
to riguarda la discendenza del ra-
mo Castiglioni stabilito nella Marca
Anconitana , nello stato Pontifìcio.
Le relazioni , che la famiglia Casti-
glioni di Cingoli può avere con quel-
la di Celestino IV milanese, consi-
stono unicamente, secondo la opinio-
ne, e per quanto è a cognizione di
essa , nella provenienza della detta
famiglia da Milano , e neh' identità
del casato e dello stemma che, sic-
come dicemmo, è comune a diverse
famiglie Castiglioni. Certo è però ,
lo ripetiamo ancora una volta, che
la famiglia Castiglioni di Milano ,
ora divisa e moltiplicata in moltis-
simi rami s\ in quella città che al-
trove, conta un comune antico sti-
pite, dal quale tutte derivano. Al
principio del secolo decimosettimo,
e forse nell'anno i6or, un Bernar-
do, o Branda Castiglioni, figlio di
Giulio, e nipote di Giovanni, emi-
grò da Milano, e venne ad essere
autore della famiglia Castiglioni di
Cingoli, Secondo altre veridiche me-
morie, fu Giulio, il quale di pro-
fessione banchiere ( che in quel tem-
po con vocabolo spagnuolo si dice-
va varador) , recossi a Cingoli nel
1600 per oggetto di sua professio-
ne, e vi si stabili. Egli appartene-
va al ramo dei Castiglioni di Casti-
CAS
^lione, detto secondariamenle di Ve-
dano , altra terra poco distante da
Varese, ov' ebbe stanza.
Quinto discendente di tal Giulio
fu Carlo , il quale avendo sposata
Sanzia Ghislieri di Jesi, della pro-
sapia di s. Pio V, ebbe quat-
tro figli maschi, e tre femmine, cioè:
d. Bernardo, che divenne canonico
arcidiacono della cattedrale di sua
patria , e morì nel declinare del
1 84o ; Francesco Saverio poi Pon-
tefice; Alessandro, ed il conte Filip-
po che si congiunse in matrimonio
colla nobile Ludovica Cavallini pu-
re di Cingoli. Il conte Filippo colla
sua numerosa prole sostiene la di-
scendenza della nobile e illustre fa-
miglia. Le femmine poi sorelle del
Pontefice sono : Caterina, che si
sposò al nobile Mattioli di Gualdo
di Nocera; Adelaide, che si maritò
col nobile Giuseppe Mei di Mon-
dolfo, ed Antonia , che rimase in
casa in istato nubile.
Francesco Saverio, nato in Cin-
goli a' 20 novembre 1761, educato
nel collegio Monlalto di Bologna,
fece tali progressi nelle scienze, nel-
le virtù e nella saggezza, che Pio
VII, agli II agosto 1800, lo pre-
conizzò vescovo di Montalto. Zela-
tore della hbertà ecclesiastica, dopo
che i francesi nei primi anni del seco-
lo conente tornarono ad invadere
lo stato pontifìcio, fu uno dei primi-
tivi vescovi ad essere tolto dalla sua
sede, e Iraspoitato venne a Milano.
Quivi egli entrò in istretta relazio-
ne coi principali individui delle pa-
trizie famiglie Castiglioni, massime
col conte Luigi ex senatore, e col
conte avvocato Francesco, i quali ,
come di sopra accennammo, conser-
vano archivi copiosissimi delle me-
morie, e monumenti riferibili al lo-
ro casato. Fu allora, e pei mezzi
CAS 117
di tali signori, che monsignor Ca-
stiglioni potè trovare, ed avere i
documenti riguardanti il menziona-
to Bernardo, stipite del ramo di
Cingoli. Dipoi, nel 18 16, il sud-
detto Pio VII lo creò Cardinale di
santa romana Chiesa, poi vescovo
di Cesena, indi penitenziere maggio-
re; finalmente, a' 3 1 marzo 1829,
fu eletto in Sommo Pontefice col
nome di Pio Vili. Breve fu il suo
pontificato, dappoiché 'non regnò
che venti mesi, e fu segnalato da
molti tratti, che ne onorano la me-
moria grandemente. Non si sapreb-
be dire dove fosse più moderato e
prudente il contegno, se nei Casti-
glioni di Cingoli suoi intimi con-
giunti, o in quello del Papa verso
di essi. Solo nel suo testamento sta-
bilì dal suo privato peculio la som-
ma di scudi ventimila, per una pre-
latura di un individuo della propria
famiglia in servigio della Santa Se-
de, deputando il decano degli udi-
tori di Rota per l' esecuzione di tale
volontà. V, Pio Vili.
Non riuscirà poi discaro, che qui
si riproduca la lettera scritta du
Pio Vili a'suoi fratelli, dopo la sua
elezione, e quale l'abbiamo dal eh.
abbate Giovanni Bellomo Continua-
zione di Bercastel, ec. voi. II, pag.
282: >i L'immensa misericordia e
M bontà di Dio ci ha oggi scelti a
« sedere nella cattedra di s. Pietro.
w Al gran beneficio noi tremiamo,
M piangiamo, e chiediamo aiuto a
>y tutti i buoni fedeli, ed a voi cari
>♦ fratelli, secondo la carne, acciò l'as-
M sunzione nostra sia per la sola
» gloria di Dio, pel buon servigio
« della Chiesa, e dello stato, e per
« la salute delle anime nostre. Aiu-
« tateci pertanto con molte orazioni
w vostre, e delle anime buone. Ncs-
>» suu fasto, nessuna pompa, ncs-
ii8 CAS
»y «una elevazione : manlonianiocì
M umili, e compalileci nel peso,
« clie il Signore ci ha addossato.
»» Nessuno di voi, né della casa, si
»» muova dal suo posto; vi aminr
w mo secondo Dio, e in pegno vi
»» diamo l'apostolica benedizione "*
In conferma di ciò, il Pontefice Pio
Vili, per mezzo di un biglietto di
monsignor di Ligne, segretario del-
la sagra congregazione cerimoniale,
lece partecipare individualmente ad
ogni Cardinale, che niuno de' suoi
parenti venisse in particolar manie-
ra riconosciuto, sebbene lungi da
porne veruno in dimenticanza, tutti
egualmente cari ritenesse nel pa-
terno suo cuore: volendo inoltre che
gli stessi parenti fossero solo consi-^
derati, come lo erano stati sino al-
lora, proseguendo ad avere quel
trattamento medesimo, che loro si
dava prima del di lui innalzamento
alla sovrana Pontificia dignità.
CASTIGLIONI Odone, Cardinale.
V. Chatillo??.
CASTIGLIONI Ottona, Cardi-
nale. V. Chatillon.
CASTIGLIONI Goffredo, Cardi-
nale. V. C RIDESTINO IV.
CASTIGLIONI Goffredo, Car-
dinale. Goffredo Castiglioni milanese,
consanguineo a Celestino III (come
dicono Cardella , e Novaes , mentre
forse dovrebbe dirsi Celestino IV)
cappellano pontificio, nel dicembre del
i244j da Innocenzo IV fu creato
Cardinal diacono di s. Adriano, e
legalo in Sardegna ad esiger giura-
mento di fedeltà da Benedetta prin-
cipessa di Cagliari e di Messa, feu-
dataria della Chiesa romana, coll'an-
nuo censo di venti libbre di argento.
Senonchè la promozione del Casti-
glioni si vuole una favola, poiché
lo si dice scambiato pel Cardinale
Goffredo da Trani. V. il dottissimo
CAS
p. Mauro Sarti nella sua opera dei
Professori dell' Università di Bolo-
gna, toni, I, pag. 342.
CASTIGLIONI Branda, Cardia
naie. Branda Castiglioni nacque a
Milano da antica e nobile famiglia
nel i35o. Come celebre giurecon-
sulto, Gio. Galeazzo Visconti, per
conseguire da Bonifacio IX privilegi
air università di Pavia , nella quale
era lettore il Castiglioni , e per altri
rilevanti affari, invioUo a Roma,
ove il Papa lo fece cappellano ed
uditore di Ruota; e dipoi legato in
Alemagna ove compose a pace quelle
chiese sconvolte e turbate. Perciò
ebbe a premio, nel 14^45 J^ vesco-
vato di l^iacenza, cui resse da vero
pastore ; ma poscia Gregorio XII
glielo tolse, perchè nel concilio di
Pisa si mostrò a lui contrario, ve-
dendo, che per terminare Io scisma
non vinunziava al Pontificato, come
si era solennemente obbligato con
giuramento prima della elezione.
Inviato da Alessandro V legato in
Lombardia , il marchese Orlando
Pallavicino lo fece arrestare col suo
seguito a Borgo s. Donnino, e circa
tre mesi e mezzo lo ritenne, il quale
avido di danaro, rigettate le istanze
di Sigismondo re dei romani, non
lo lasciò libero se non quando i
parenti di lui pagarono mille scudi
d'oro a Venezia, e duecento a Fi-
renze. Senonchè cangiò ben presto
al Castiglioni la sorte; poiché Gio^
vanni XXIJI, a'6 giugno del i^My
lo creò Cardinal prete di s. Clemen-
te, e nel 1 4 r 3 lo sped\ legato a
Sigismondo perchè lo seguisse in
Italia', da cui ottenne a Giovanni
da Vignate, signor di Piacenza e di
Lodi, l'investitura di Lodi medesi-
mo. Al concilio di Costanza fu sti-
mato altamente. D'ordine di Euge-
nio IV fece a Firenze la traslazione
CAS
di un monistero di monache. Mar-
tino V, che lo stimava assai, man-
dolio legato in Boemia a combattere
gli errori degli ussiti e viclefisti , e
vi riuscì con ottimo successo. Poi
andò in Ungheria a confermare quei
popoli vacillanti nella fede} in Ale-
magna radunò un conciho a miglior
rare singolarmente il clero; come
legato apostolico, nel i424) inter-
venne alla incoronazione di Sofia
moglie a Jfigellone re di Polonia,
e si condusse in quegl' impegni dif-
ficilissimi in modo da ottener da Si-
gismondo lettere di commendazione,
e dal Papa d'esser trasferito al ve-
scovato di Porto. Dicesi, che ammi-
nistrasse la chiesa di Magalona. Al
concilio di Basilea favori Eugenio
IV; ma ostinali i padri nell' inva-
dei^ le prerogative del romano Pon-
telìce, lasciò quel conciliabolo, ed £»n-
dò a Firenze a proseguire l'ecumenico
concilio a favore del Pfipa, che si valse
di lui come paciere fra la Chiesc^, e
Filippo Me^ria Visconti duca di Mi-
lano. Non è poi probabile quanto
dice Corio, che il Castiglio^ii volesse
togliere da Milano il lito ambro-
siano. Stabili due collegi alla edu-
cazione della gioventù, uno in Ca-
stiglione, l'altro a Pavia, e una bi-
blioteca a pubblico uso. Finalmente
pieno di meriti morì in Castiglione
nel i44^j di 9^ anni, e Sa di
Cardinalato, e fu sepolto nella chie-
sa maggiore, cui egli medesimo ma-
gnificamente avea fondata.
CASTIGLIONI Giovanni, Cardi-
nale. Giovanni Castiglioni d' illustre
milanese lignaggio, o meglio di Pa-
via, assai dotto nella oratoria, e nel
diritto civile, ebbe da Eugenio IV
nel i444 il vescovato di Costanza o
Coutances nella Normandia, e nel i4T'4
quello di Pavia, cui poco giovò, a
motivo delle nunziatm-e, ch'ebbe dai
CAS 3*9
Pontefici Nicolò V e Calisto III,
specialmente presso l'imperatore Fe-
derico III, col quale trattò affari di
somma importanza. Perorò da va-
loroso nelle diete di Ratisbona e
Francfort, a disporre quei principi
ed elettoci alla guerra contro gli
Ottomani; a vista delle quali cose
Calisto III, ai 1 8 settembre del i456,
volle crearlo Caj^dinal prete di san
Clemente; e Pio II legato della
Marca, cui governò con soddisfaci-
mento comune. Morì legato a Ma-
cerata, nel 1460, dopo quattro anni
di Cardinalato, ed ebbe a tomba
quella de' suoi maggiori a Milano,
CASTIGLIONI Fbancesco Adbon-
Dio, Cardinale. Francesco Abbondio
Castiglioni, patrizio milanese, nacque
nel i5iZ dalla prosapia di Celesti-
no IV, e dei porporati Ottaviano,
Goffredo , Branda e Giovanni dello
stesso nome. Era versato assai nel-
la sacra e profana letteratura , e
dottissimo nelle lingue greca p lati-
na. Studiò a Pavia le facoltà teo-
logiche, il diritto civile e canonico,
a cui seppe unire anche la poesia.
Era abbate di s. Abbondio di Co-
mo, quando lo conobbe Pio IVj, che
lo promosse nel i562 al vescovato
di Bobbio. Poscia conosciutolo meglio
nel concilio di Trento, ai 12 mar-
zo del i565, lo creò Cardinal prete
di s. Nicolò tva le Immagini ; ma
dopo il conclave di s. Pio V, morì
a Roma nel i568 di quarantacin-
que anni, e tre di Cardinalato , ed
ebbe tomba nella chiesa di s. Ma-
ria del popolo. Riformò il collegio
di Pavia fondato dal Cardinal Bran-
da Castiglioni, lo ristaurò e gli donò
parecchie migliaia di scudi; innalzò
un mausoleo a Celestino IV, ma
prevenuto dalla morte , non potè
compirlo. L'Argelati tesse esatto cata-
logo delle opere del nostro Porporato.
I
220 CAS
CASTIGLIONI, o CASTIGLTO-
ìiE Giovanni, Cardinale. Giovanni
Castiglìoni, o Castiglione, nacque in
Isdiia terra del Patrimonio, diocesi
<ii Acquapendente, ai i3 gennaio
1742. Applicò i suoi rari talenti
con tanto successo alle liberali di-
scipline, ed alle scienze, che non so-
lo divenne egregio oratore latino,
ma ancora profondo teologo e ca-
nonista. Fatto socio dell' insigne
accademia teologica della Sapienza,
ivi difese con applauso varie con-
clusioni. Come membro della dotta
accademia di religione cattolica , vi
recitò non poche erudite disserta-
zioni. Quindi pe'suoi meriti lettera-
ri , e morali virtù ottenne la così
detta prelatura di s. Ivo, e da Pio
VI venne destinato presidente del
collegio Germanico-Ungarico, e pro-
mosso a segretario della congrega-
zione del buon governo. La saviez-
za, con cui disimpegnò tali cariche,
il fece promovere alla dignità co-
spicua di commendatore dello spe-
dale di s. Spirito in Sassia, e final-
mente dal Pontefice Pio VII, a' 28
febbraio 1801, fu creato e riserba-
to in petto Cardinale di s. Chiesa,
venendo pubblicato nel concistoro
de' 17 gennaio i8o3 dell' ordine
diaconale, col titolo della diaconia
di s. Maria in Domnica. Venne an-
noverato tra i Cardinali componen-
ti le congregazioni del concilio, del-
l'esame de' vescovi, de' riti, dell'in-
dice e del buon governo, e fece le
veci del Cardinal Antonelli nel tem-
po del suo viaggio a Parigi, in qua-
lità di penitenziere maggiore. De-
stinato dallo stesso Pio VII, nel
concistoro degli 11 giugno 1808, a
vescovo di Osimo e Cingoli, conti-
nuò ad appartenere all' ordine dei
diaconi, consacrando i suoi talenti,
e il suo zelo pastorale per tutto il
CAS
tempo che fu vescovo, al bene del-
le due diocesi. Il perchè si guada-
gnò la venerazione e l'amore di tut-
ti. Morì in Osimo a* 9 gennaio iHi^,
e venne esposto e sepolto in quella
cattedrale. Fu protettore della men-
zionata accademia teologica, non che
protettore e visitatore apostolico
dell'ospedale de proietti di Viterbo,
e lasciò la sua memoria in bene-
dizione.
CASTIGLIONI Francesco Save-
rio, Cardinale. F. Pio VIII.
CASTO (s.). Di questo martire
e del compagno di lui s. Emilio,
che quanto si mostrarono deboli nel-
la prima persecuzione , altrettanto
furono forti nella seconda, crediamo
opportuna cosa recare le parole, che
ci lasciò scritte s. Cipriano : » Se
»» furono vinti nel primo combatti-
w mento, essi riportarono trionfo
M nel secondo : dopo aver ceduto
w alle fiamme, costrinsero le fiam-
»> me a cedere ad essi. Essi usa-
»> rono per vincere delle armi stes-
» se, che il nemico avea adoperato
« per abbatterh. Domandarono per-
»> dono di loro debolezza non tanto
»> colle lagrime, quanto col mostra-
» re le piaghe ricevute. La voce
w delle ferite, di cui si vedeano co-
« perti , era assai più eflìcace ad
»> ottenerlo, che non faceano i lai,
» che alzavano nella loro disgrazia ".
Questi santi sostennero il martirio
in Africa , verso l'anno i5o , sotto
l'imperator Decio. Sono ricordati
nel giorno 22 maggio.
CASTORE (s.), nacque a Nimes
d'una illustre famiglia. Congiuntosi
in matrimonio con una donna vir-
tuosa al par di lui , con reciproco
consentimento si obbligarono a con-
tinenza, anzi ambedue abbracciarono
lo stato religioso. Egli fondò un mo-
nistero a JVIananca in Provenza , e
CAS
no fu il primo abbate, ma gustò
por poco le dolcezze della vita nmo-
Duslica, poiché eletto vescovo di Apt,
per unanime consenso, dovette a suo
malincuore assumere un tale inca-
rico, rispettando nella voce del po-
polo la volontà stessa di Dio. Disim-
pegnò con somma premura gli ob-
blighi tutti dell'alto suo ministero,
fu soprammodo liberale coi poveri ,
non dimenticando però mai in mez-
zo alle sue gravi incumbenze il mo-
nistero da sé fondato, per cui com-
mise al celebre Cassiano abbate di
Marsiglia, che componesse una re-
gola, secondo le osservanze praticate
in oriente . Questo santo pastore
mori il giorno 2 di settembre del-
l'anno ^lo, come per la magggior
parte si crede, e la festa di lui e
celebrata si ad Apt che a Nimes il
giorno 1 1 dello stesso mese.
CASTORI A, o Castoria Castra
(Castorien). Città vescovile in par-
tilms y della diocesi di Illiria nella
Macedonia, fondata sino dal nono
secolo sotto la metropoli d'Acrida
egualmente in parlibus, e conosciu-
ta anche col titolo di prototrono ,
come abbiamo da Commanville, Hist.
de VArch. et Eves. pag. 2 1 6. Vuoi-
si situata sul lago Lichnide presso
Acrida ed Edessa, in una lingua di
terra ferma , sopra diverse piccole
eminenze.
C A STORTA. Sede vescovile eretta
nel XII secolo, dipendente dalla me-
tropoli di Tebe in Grecia , presso cui
si veggono le rovine dell'antica Del-
fo. Dalle lettere del gran Pontefice
Innocenzo III, se ne rileva una scrit-
ta al vescovo latino di Castoria.
CASTRA-NOVA. Sede vescovile
della Mauriliana Cesariana , nell'A-
frica occidentale , soggetta alla me-
tropolitana di Giulia Cesarea, e chia-
masi anche Castranohiwn. Not. Afi\
CAS 221
CASTRA GALEA. Sede vescovile
di Numidia nell'Africa. Aug^. Uh. 6,
cantra Donat.
CASTRA, o CATRA. Sei\e epi-
scopale della Mauritiana Cesamna,
nell'Africa occidentale, sottoposta al-
la metropoli di Giulia Cesarea. No-
lit. Afric.
CASTRA SIBERIANA. Seàe ve-
scovile della Mauritiana, nell'Africa
occidentale, dipendente dalla giuris-
dizione della metropoh di Giulia
Cesarea. Notit. Afric.
CASTRES [Castra). Città ve-
scovile di Francia , posta in una
valle fertile e deliziosa in riva del
fiume Agocet dipartimento del Tarn
nella provincia di Linguadoca, ca-
po luogo di sotto-prefettura con tri-
bunale civile e commerciale, e sic-
come appartenente al piccolo paese
chiamato Albigese, chiamasi pure
Cast rum Albigensium. Il detto fiume
la divide in due parti, 1' una si
chiama Villegoudon , e comunica
con Castres propriamente detta per
mezzo di due ponti di pietra. Que-
sta città vuoisi fondata verso l'an-
no 547, e secondo alcuni ripete il
suo nome da un antico accampa-
mento romano. Tutta volta altii le
danno altra origine. Debbe il suo
principale ingrandimento ad un'an-
tica abbazia dell'Ordine di s. Bene-
detto. Aveva il titolo di contea, ed
i principi di Montfort, di Bourbon e
diArmagnac, furono conti di Castres,
sino a Giacomo di Armagnac, che fu
decapitato nel 1476, sotto il regno di
Luigi XI. Questo principe donò il
paese a Bonfil deJnges, luogotenente
regio nel Rossiglione, quindi ritornò
la contea alla corona di Francia,
sotto Francesco I. Incominciate le
turbolenze religiose dopo la morte
di Enrico II, i suoi abitanti ab-
bracciata la religione riformata ,
223 CAS
furtinairono la città, e stabilirono
una specie di repubblica, che durò
sino al 1G29, in cui furono obbli-
gati a demolire le fortilìcazioni di
Luigi XIIJ. In questa città fu sta-
bilito il tribunale, detto Chambre
de V Edit appartenente ai pretesi
riformali della dipendenza di Tolo-
sa ; ma Luigi XIV prima lo tras-
ferì, nel 1679, a Castel Naudary,
e poscia il soppresse nel 1684.
Il Sommo Pontefice Giovanni
XXI r, nell'anno i3i7, nella men-
zionata abbazia di monaci benedet-
tini, istituì un vescovato, erigen-
do in cattedrale la chiesa dedicata
ai ss. Benedetto e Vincenzo. Vi
stabib la rendita di trentamila lire,
assegnandogli cento quattordici par-
rocchie, e dichiarandolo sufìi'aganeo
della metropoli di Bourges; ma Com-
manville dice a quella di Tolosa.
Il suo capitolo regolare, nel i535,
fu secolarizzato da Papa Paolo UT,
che vi prepose sedici canonici con
tre dignità. Dipoi Innocenzo XI,
col disposto della bolla TriumphanSj
emanata a' 3 ottobre 1678, che si
legge nel Boll. Rom. tom. VIII. p.
61, nell'eri gere Alby in metropoli,
le assegnò Castres per sufFiaganea
liberandola dalla soggezione di Bour-
ges. Finalmente Pio VII, col con-
cordato del 1801, soppresse que-
sta sede vescovile, che pagava mille-
cinquecento fiorini alla camera apo-
stolica. Fra i suoi edifici è considera-
bile l'antico episcopio, fabbricato con
disegno del rinomato Mansard.
CASTRO. Città vescovile rovi-
nata in Sardegna, la cui erezione
in vescovato rimonta al secolo duo-
decimo. Alessandro VI lo trasferì ad
Othana, e poco dipoi il Pontefice
Giulio II, nel ido5, riunì ambedue
le sedi ad Alghero (Vedi). Ignorasi
la situazione di questa antica città;
CAS
solo si sa che la cattedrale era de-
dicata alla beata Vergine, e che il
capitolo compone vasi di un arcipre-
te, e di dieci canonici, oltre i be-
neficiati.
CASTRO. Città vescovile del re-
gno delle due Sicilie, detto Castrimi
Minervae, che vanta antichissima
origine, situata vicino al mare, ed
in mezzo a fecondo territorio, ap-
partenente alla provincia di Terra
d' Otranto. Eretta in contea, venne
dai suoi signori fortificata, ed il
vecchio castello sovrasta alle sue
mura. I turchi vi fecero immensi
guasti nel i537, ed uccisero e con-
dussero schiavi la maggior parte dei
suoi abitanti, senza aver riguardo a
donne, e a fanciulli. In altre inva-
sioni barbaresche soffri diversi sac-
cheggi; laonde, sebbene riparata più
volte, non potè riprendere il pri-
miero lustro.
Nel secolo decimo, ovvero, co-
me altri vogliono, nell'anno 1179,
vi fu eretta la sede vescovile, sotto-
posta alla metropolitica giurisdizio-
ne d'Otranto; ma nell'anno 1818 il
Pontefice Pio VII, coH'autorità del-
la bolla De meliori dominicae, la
soppresse, e per sempre la uni alla
medesima chiesa d' Otranto. La cat-
tedrale è dedicata all' Assunzione
di Maria Vergine, edifizio vasto e
ben fabbricato; il capitolo compo-
nevasi di due dignità, cioè l'arci-
diacono, e l'arciprete, con sei cano-
nici, ed alcuni chierici addetti al
divino servigio; ed il vescovo era
signore d'una piccola borgata chia-
mata Madiana.
CASTRO (Castremoniiim). Città
vescovile, distrutta, nello stato pon-
tificio, e già capitale dello stato e
ducato di tal nome. Ora non è che
una boscaglia, con alcuni ruderi
dell'antica città. Il luogo è di giù-
CAS
risdizione ed è soggetto alla dele-
gazione apostolica di Viterbo, sulla
riva destra del fiume Olpeta, di-
stante cinque leghe dal mare. Una
colonna indica il sito ove sorgeva
la città coli' iscrizione : qui fu castro;
ed una statua, eretta a Giovanni di
Castro figlio del celebre giuriscon-
sulto Paolo, fu decretata alla di lui
memoria pel ritrovamento dell'allu-
me nei monti di Tolfa nell'anno
1462 sotto il pontificato di Pio li,
il quale ne' suoi Commentari ^ lib.
Vii, pag. i85, racconta il modo
come accadde sì utile scoperta.
Il Pontefice Adriano IV, eletto
iiell'anno 1 1 54, comperò dai conti
di Castro tale stato, con molte te-
nute intorno al lago di s. Cristina,
siccome abbiamo dal Papebrochio,
nel Propylaeo par. II, pag. 24 »
n. 2. La città di Castro divenne
in progresso assai florida, dappoiché
sino dal quinto secolo, secondo Com-
manvilie, godeva il seggio vescovile.
Altri sostengono, che nel sesto seco-
lo vi sia stata trasferita la sede di
Volscia^ o Vulci Bulcendna, allor-
quando fu distrutta questa città dai
saraceni, e che 1* ultimo vescovo di
essa, s. Bernardo della famiglia Jan-
ni, fosse il primo vescovo di Castro.
Fra i suoi edificii primeggiava la
cattedrale, molto bella, e dedica-
ta a san Savino martire. Il ca-
pitolo si componeva dell'arcidiaco-
no, ch'era il solo dignitario, di ot-
to canonici, e di alcuni chierici per
l'uffiziatura, disimpegnando le veci
di parroco il medesimo arcidiacono.
Questo antico vescovato era immedia-
tamente soggetto alla santa Sede. Ne
tratta l' Ughelli nell' Ilalia sagra,
t. I, p. 678. Intorno a Bulcia, città
vescovile nel Patrimonio, poscia di-
roccata , chiamata ancora Bulgia ,
abbiamo : Chronìca antiquae^ alque
CAS 223
inclitae civkatis Bulgiae, ejusdem
destructìonis , cujus post excìdiiim a
Romanis editum^ sedis episcopalis
per b. Bernardimi de Balneoregio
in ea tiinc temporis antistilem Ca-
strum, quod olim dicehatur Castrimi
d. Felicitatisi fuit delata , in qua
multa et audilii digna, et intellectu
praeclara continentur. Extr. nel Di-
scorso deW aria di Castro fog. 3 9
del Ghezzi. V. inoltre il JNibby ,
Dichiarazione di un vaso F'ulcien-
te, ritrovato in Vulci, o Volscia,
ed offerto dai Candelori marchesi
di Videi a Papa Gregorio XV I^
Roma 1834, non che l'articolo
VuLcr.
Essendo stato eletto Papa nel
i534 il Cardinal Alessandro Far-
nese decano del sagro Collegio , e
vescovo di Ostia e Velletri, il quale
prese il nome di Paolo HI, Pier
Luigi Farnese suo figlio si recò a
Roma da Valentano, terra del Pa-
trimonio di s. Pietro spettante alla
sua famiglia. Sollecito il Pontefice
di rendere questa sempre più illu-
stre, sebbene altronde nobilissima e
doviziosa, volle che Pier Luigi ac-
quistasse Frascati da Lucrezia della
Rovere Colonna, e quindi ne faces-
se cessione alla camera apostolica ,
la quale l'accettò, dando a lui in
cambio la città di Castro. Paolo III
unì a questa città le terre, che in
diversi modi i Farnesi avevano nel
Patrimonio di s. Pietro, e di tutte
queste formò ed eresse il ducato
detto di Castro dalla sua capitale,
dandone il dominio a Pier Luigi e
suoi eredi , istituendoli e nominan-
doli duchi di Castro. Spedì per ciò
la bolla Videlìcet immeri ti, data in
Roma apud s. Petrum an. iSZj
prid. hai. nov., cioè nell'anno terzo
del suo pontificato. Ed è perciò, che
in virtù di questa bolla fu pure
224 CAS
investito del nuovo ducato Ottavio
Farnese secondogenito di Pier Lui-
gi, ccjlla condizione ch'egli dovesse
andarne al possesso dopo la morte,
o rinunzia del padre, e quindi a lui
succedessero tutti i primogeniti di
C'isa Farnese.
Noi lasciamo di dire qui le dispo-
sizioni, che sul governo perpetuo del-
la città di Nepi si fecero a favore
di Ottavio, e de* suoi successori,
giacché non risguardano direttamen-
te la città, o il ducato di Castro,
soli oggetti del presente articolo.
Aggiungeremo soltanto, che al du-
cato di Castro unì il Papa altresì
la contea di Ronciglione. Pier Lui-
gi rimase duca di Castro finche non
fu investito del ducato di Parma
e Piacenza, eh' egli ed i Farnesi eb-
bero dalla camera apostolica in feu-
do col peso di pagare alla camera
stessa ogni anno un tributo o cen-
so. I Farnesi in questa occasione
diedero in vece alla camera il du-
cato di Camerino, e la città di Ne-
pi, della quale Ottavio cessò di es-
sere governatore, divenendo duca
di Castro in luogo di suo padre.
Fu Ottavio, che dopo la morte del
genitore duca di Parma e Piacenza,
pubblicò il famoso Statalo Fama-
sì ano, che si legge sotto il seguente
titolo : Sanctione.s niunicipnles sta-
tuiun Castri et Roncìlionis tdltae
per serenissimum ducem Octaviiini
Farnesiuniy anno Dominìcae salutis
i558.
Ottavio ebbe per moglie Marghe-
rita d' Austria figlia di Carlo V, e
per fratelli i Cardinali Alessandro,
e Ranuccio Farnesi, ed Orazio quel
desso che il Pontefice Paolo III in-
vestì del ducato di Castro nel i54B,
e che dopo di aver assistito alla
morte del Papa nel dì i novembre
1549, sposò Diana figlia di Eurico
CAS
Il re di Francia, pel quale com-
battendo da prode nelle Fiandre,
morì in seguito sotto Edino nel 15^)4
senza aver lasciata successione. Dopo
la morte di Pier Luigi, vedendo
Ottavio Piacenza caduta in mano
degl' imperiali, voleva restar padro-
ne di Parma, ed ottenne, colla me-
diazione di Orazio suo fratello e
genero del re di Francia, che Par-
ma fosse guernita dai francesi con-
tro la volontà di Giulio III, il quale
era succeduto a Paolo III. Quel
Pontefice sottomise per ciò Ottavio
alle censure, ed unitosi all' impera-
tore Carlo V gli mosse guerra, ed
occupò lo stato di Castro a nome
della Santa Sede. Posteriormente
fatta la pace per le preghic^re di
Margherita d'Austria Ottavio, ed
Orazio ottennero nuovamente quello
stato ricevendone nuova investitura
da Giulio III. Laonde Ottavio fu
riposto in possesso dello stato me-
desimo da Camillo Orsini generale
di s. Chiesa.
Neil' occupazione del ducato di
Castro fatta dai soldati pontificii, il
ducato subì molti cangiamenti , e
quindi il Cardinal Alessandro fratello
del duca Ottavio, lasciata Firenze
dov'eiasi rifugiato in tempo dell'oc-
cupazione medesima, e composte le
cose, si recò a visitarlo, lo riordinò,
e per commissione di Ottavio, che
allora stava in Parma, pose alla
cura del medesimo Sforza Monal-
desclii della Cervara con titolo di
vice-duca nel i553. Il duca Ottavio
mandò dopo da Parma varie colonie
nello stato di Castro per estendervi
l'agricoltura, e vi fabbricò alcune
nuove borgate. Vi fece pure traspor-
tare da Piacenza, dove era stato
sepolto, il cadavere di suo padre
Pier Luigi, ucciso in una cospiia-
zione di nobili piaceatioi ordita
' CAS
contro di lui, e volle ch'esso fosse
sepolto nella chiesa deli' isola Bisen-
tina sul Iago di Bolsena.
E qui non sarà inopportuno per
maggior chiarezza, e per istruire
quelli che confondono diversi ducati
in un solo, il notare, che la fami-
glia Farnese fino dal 1498, dopo
la uccisione di tre fratelli Farnesi
accaduta in Ischia nel mese di lu-
glio dello stesso anno, si era divisa
in due rami, cioè in quello di Ra-
nuccio figlio di uno dei tre uccisi,
ed in quello di Bartolomeo loro
fjalello, e zio per conseguenza di
Ranuccio, i quali zio e nipote, nel
caso barbaro si erano salvati nascon-
dendosi in un pozzo di grano. Per
ciò avendo Paolo III nella discen-
denza di Ranuccio stabilito il ducato
di Castro, investendone, come si è
detto, Pier Luigi suo figlio, e i suc-
cessori di lui come discendenti di
Ranuccio, dal quale discendeva pure
lo stesso Papa, lasciò alla linea di
Bartolomeo le due terre di Farnese
e di Latera, già ad essa assegnata
nella predetta divisione dei beni
Farnesiani, conferendo anche a quel-
li di tal linea il titolo di duchi, ed
il titolo di ducato alla unione delle
dette due terre.
Il ducato di Castro non presenta
altre cose considerevoli fino ad O-
doardo Farnese figlio di Ranuccio I.
Questi divenne duca ancor giovane,
invece del suo fratello Alessandro,
che quantunque primogenito fu giu-
dicato inabile al governo per essere
nato sordo-muto. Ebbe Odoardo mol-
te ditferenze colla casa Barberini nel
pontificato di Urbano Vili di tal
famiglia , ed ecco l' epoca da cui
comincia la rovina del ducato di
Castro. Giacche, non molto dopo
l'erezione di questo ducato, fu esso
specialmente assegnato dai duchi
VOI-. X.
CAS ci25
t^ai^nesi per sicurezza dei loro de-
biti costituiti in forma di altrettanti
lotti, che importavano un frutto ora
maggiore ora minore, ma il cui
valore capitale era di cento scudi.
Cotali lotti prendevano il nome di
Luoghi di Monti (Vedi), e questi
monti si denominavano Farnesiani
a differenza di quelli creati da altre
famiglie.
►Sappiamo cosi che Clemente Vili,
la cui nipote Margherita Aldobran-
dini fu maritata al duca Ranuccio I,
concesse ai Farnesi di erigere altri
due monti, il primo coli' autorizza-
zione del breve Praeclara devotio-
nisj ed il secondo mediante l'altro
breve Cum si cut nuper. In questo
secondo si dice che Mario Farnese,
duca di Latera, teneva già in enfi-
teusi per annuo canone parecchi
latifondi dello stato di Castro ivi
enumerati. I Farnesi duchi di Castro
e altresì di Parma e Piacenza però
non furono puntuali nel pagamento
de' frutti di tali loro debiti, e quin-
di avvenne che nel 1641, il Pon-
tefice Urbano Vili credè giusto
fossero eseguiti alcuni mandati spe-
diti giudizialmente contro i Farnesi
ad istanza dei loro creditori. Il duca
inesperto, perchè molto giovane, in
vece di pagare quanto doveva, o di
comporsi col Papa se non coi cre-
ditori, pensò d'impedire l'esecuzione
di tali mandati resistendo colla for-
za delle armi , e spedì da Parma
Delfino Angelieri con truppa per
fortificare Castro. Il Pontefice mandò
pertanto alla volta di Castro il mar-
chese Luigi Mattei con una truppa
regolare, composta di sei mila fanti
e cinquecento cavalli oltre l'artiglie-
ria, alla quale i castrensi volentieri
si assoggettarono, mediante capito-
lazione conchiusa nel dì i3 ottobre
dello stesso anno, essendosi precedea-
i5
ia6 C A S
temente 1 soldati pontificii impadro-
niti della rocca di Montalto di Castro.
Ma non andò guari, che lo stato
di Castro fu reso ni duca Odoardo
per impegno delle corti alleate ed
amiche dei Farnesi. Le condizioni
di pace furono pattuite per mezzo
del Cardinale Donghi plenipotenzia-
rio di Urbano Vili, e del Cardinal
Bichi plenipotenziario del re di
Francia , senza nominare altri ple-
nipotenziari!. Concorse alla concordia
monsignor Lorenzo Imperiali, poi
fatto da Innocenzo X Cardinale,
come governatore della provincia del
patrimonio e commissario generale
dello stato di Castro.
Sebbene il duca Odoardo fosse
ristabilito nel ducato di Castro, se-
guitò a non prendersi alcun pensie-
ro di pagare quanto doveva pei
monti Farnesiani , e quindi cresce-
vano sempre più le istanze dei cre-
ditori dirette al Papa, affinchè egli
obbligasse i Farnesi a pagare il
decorso, ed a restituire il capitale.
Vi è chi ha incolpata i nipoti di
Urbano Vili, come disgustati dei
Farnesi per altri motivi, della seve-
rità onde procedette questo Pontefice
contro di loro. Ma, senza altro dire
in difesa del Papa, basterà qui il
notare che molti monitorii erano stati
pubblicati prima di ricorrere alle ar-
mi per indurre il duca Odoardo ad
estinguere i luoghi di monte, e pagar-
ne gl'interessi decorsi nei termini dei
contratti j e che questi monitorii non
solo non produssero alcun effetto, ma
resero insolente e restio sempre più
il duca stesso , cosicché dovette il
Papa aggravare la mano comincian-
do dal sospendere le tratte dei gra-
ni, che i Farnesi pretendevano di
avere per concessione di altri Papi.
E siccome ciò non fu sufficiente, cosi
si dovette finalmente venire a passi
GAS
più forti, col l'usare le minacele del-
la foi-za per ridurlo al dovere. Il du-
ca peraltro si ostinò vieppiù, e si
pose in misura di resistere; il per-
chè essendosi reso ribelle, venne a
porre il sovrano Pontefice in neces-
sità di scomunicarlo , e di dichia-
rarlo decaduto dal possesso del du-
cato di Castro e Ronciglione. Se il
Papa Urbano Vili fosse venuto a
quel passo in vista de' suoi nipoti
ed a fine di dar loro quello che al
duca avesse ritolto, avrebbe tentato
di profittare di questo momento ,
ciò che non fece in verun modo ,
seppure anzi non voglia dirsi, che
tentò in vece tutto l' opposto. Di
fatti, sebbene Ranuccio padre del
duca Odoardo fosse morto non fa-
cto investimento j et extinctione mon-
tis Farnesii prout ipse dux tene-
baturj pure fu Urbano Vili, che
alle preghiere di Odoardo medesi-
mo, con breve de' 7 luglio i632,
prorogò il tempo dell'estinzione ad
altri dodici anni, e gli accordò la fa-
coltà di creare pure altri seicento
luoghi di Monte supra introilibua
certi? et incertis di alcuni determi-
nati latifondi di sua possessione posti
nel ducato di Castro. Altresì nel
1634 pregato il Papa di nuovo dal-
lo stesso Odoardo, agli 1 1 di gen-
naio, gli concesse di erigerne altri
mille, e di unirli ed incorporarli,
obbligandosi il duca Odoardo al pa-
gamento de' frutti di questi mille
luoghi ed alla loro estinzione den-
tro tre anni, come consta dai chi-
rografi di Urbano Vili riportati nel-
r istromento, erogato nel d\ i5 set-
tembre 1682, e 4 febbraio 1634.
Il medesimo Papa inoltre permise
lo stabilimento di un altro monte
super anniiis redditibus ducalus Ca--
stri et Roncilionisj e il duca Odoar-
do accordò per tale erezione i frutti
t
CAS
al qualtro e mezzo per cento, ossia
per ogni luogo di monte. Tutti que-
sti luoghi di monte insieme ascen-
devano alla somma di un milione
duecento novantuno mila e settecen-
to scudi, compresi i frutti decorsi
e non soddisfatti. Odoardo però tut-
to promise , ma nulla attese , nep-
pure dopo aver ricuperato il ducato
di Castro.
Ma oramai è tempo, che passiamo
a parlare di Ranuccio II figlio di
Odoardo , ed ultimo dei duchi di
Castro. Conoscendo questi di non
poter pagare il debito enorme la-
sciatogli da' suoi antecessori , e ve-
dendo intorbidarsi sempre più gli
affari di sua famiglia, cominciò a
coltivare il progetto di cedere gli
stati di Castro e Ronciglione alla
camera apostolica, offerendoli ad In-
nocenzo X, il quale nel 1644 ^i'^ suc-
ceduto immediatamente ad Urbano
Vili. Egli pertanto si ridusse a que-
sto consiglio perchè, nell'anno 1 648,
attesi i ricorsi sempre crescenti de'cre-
ditori Farnesiani , il Papa ordinò
che si facessero formali e gravi in-
timazioni al duca Ranuccio II ; e
questi non essendosene scosso, alme-
no in apparenza, si tornarono a
pubblicare contro di lui i monitorìi
propri della circostanza.
Mentre si moltiplicavano da una
parte gli eccitamenti del Papa, e
dall'altra parecchi sovrani insiste-
vano presso di luì per dar luogo
ad un amichevole accomodamento,
che si prevedeva già di facile con-
clusione, nel 1649, ^^^^^^ attraver-
sato questo disegno per la morte
violenta toccata per mala ventura
a monsignor Cristoforo Giarda bar-
nabita genovese, nel dì 18 marzo
dell'anno medesimo, allorché que-
sto prelato si recava a prendere il
governo della sua chiesa di Castro,
CAS ?27
della quale era stato creato vesco-
vo da Innocenzo X. Si credè, che
un tal orrendo attentato derivasse
da quelli, i quali aveano spacciato
non volersi dal duca nello stato di
Castro quel vescovo. Venne così a
dissiparsi ogni lusinga di composi-
zione, e ai 20 dello stesso mese fu
per comando del Papa dato prin-
cipio al processo, venendone affida-
ta la commissione al governatore
dì Viterbo. Terminato il processo
furono spediti alla volta di Castro
più corpi di armati sotto la condot-
ta del conte David Widman, e del
marchese Girolamo Gabrielli, dichia-
randosi in commissario generale
monsignor Marcello Santacroce poi
Cardinale. Le pontifìcie truppe giun-
sero sotto Castro ai 29 giugno, e
la strinsero d' assedio ; il perchè la
città si arrese mediante capitolazio-
ne sottoscritta li 2 settembre dai
due mentovati capitani pontifìcii, e
da Sansone Asinelli colonnello gene-
rale degli stati di Castro e Ronci-
glione, non che governatore della cit-
tà di Castro.
Quando il duca Ranuccio II eb-
be l'avviso, che Castro era assedia-
to dalle truppe del Papa, si diede
a far leva , né tardò d' inviare al-
la volta dei domìniì della Santa
Sede un esercito sotto il comando
del suo primo ministro e favorito,
marchese Gaufrido, oGodefroi fran-
cese. Questo però investito dal ge-
nerale Luigi Mattei, e da altri co-
mandanti papali, che andarono ad
incontrarlo nel bolognese, fu rotto
e disperso. Per effetto appunto di
questa disfatta Castro si arrese col-
la capitolazione accennata, e fu con-
segnato alle forze d' Innocenzo X.
Attesa la precedente uccisione del
vescovo, la resistenza opposta alle
truppe pouliflcie, e per torre altre-
22^ CAS
sì i motivi di nuove discordie, il
Papa ordinò che Castro fosse atter-
rato, lasciando in arbitrio degli a-
bitanti di andare dove loro agf^ra-
disse. La demolizione ebbe elFetto
interamente, e nel luogo, dove una
volta sorgeva la città, fu posta la
colonna, di cui facemmo superior-
mente menzione, essendo incomin-
ciato r atterramento ai 28 settem-
bre 1649. Monsignor Giulio Spino-
la, poi decorato colla porpora nel-
la qualifica di commissario aposto-
lico, prese possesso in nome della
Santa Sede dello stato di Castro,
e le grosse campane della cattedra-
le, stimabili pel bel concerto del
loro suono, da Innocenzo X furo-
no fatte trasportare in Roma, e col-
locare nel campanile della chiesa
di s. Agnese in piazza Navona da
lui riedificata. Quindi lo stesso Pon-
tefice, avendo precedentemente sop-
presso il vescovato di Castro, colla
costituzione In supremo, emanata
ai i3 settembre dello stesso anno,
ne trasferì la sede ad Acquapenden-
te (Vedi),
Udita la rovina di Castro, il du-
ca Ranuccio II pensò a' casi suoi,
e si diede ad ascoltare consigli di
pace. Questa fu realmente conchiusa
coir interposizione di vari principi ,
a condizione che il Papa confermas-
se al duca, a favore però dei cre-
ditori, i feudi devoluti alla camera
apostolica, purché egli pagasse alla
camera stessa un milione seicento
mila e settecento cinquanta scudi
romani in termine di otto anni, e
che intanto rimanesse confiscato lo
stato per sicurezza a favore della
Santa Sede. Placatosi Innocenzo X
col duca, massime pel castigo dato
a Gaufrido, che fu una delle prin-
cipali cause di tanti mali, co' per-
versi consigli dati da lui ad un pria-
CAS
cipe così giovane qnal era Ranuc-
cio, lo rimise nella pontificia grazia.
Passarono poi gli otto anni accor-
datigli per soddisfare 1' impegno
contratto colla camera , senza che
il duca in questo tempo pagasse
ne punto ne poco, e la Santa Sede
seguitò a tener ferma la conqui-
sta dello stato di Castro. Quindi,
essendo morto Innocenzo X, i mi-
nistri del duca fecero mostra di
voler pagare il danaro dovuto al-
P erario pontificio; ma quei della
camfera apostolica si ricusarono di
riceverlo perchè non era stato per
anco eletto il nuovo Papa. Seguita
l'esaltazione di Alessandro VII, nò
essendo stato pagato il debito, que-
sto Pontefice, nell'anno i66r, di-
chiarò formalmente in concistoro ,
che gli stati di Castro e Ronci-
glione venivano incamerati , cioè
incorporati nei dominii della San-
ta Sede, soggettandoli alla bolla
di s. Pio V, de non alìenandis ,
che confermò ed amphò colla co-
stituzione Inter Bull. Roni. to-
mo VI. parte V. pagina igy. V.
l'Egss, Pontìf. Doct., in Alexandre
VII pag. 885, e gU articoU Far-
nese e Parma . In oltre si sa ,
che posteriormente nuove proroghe
furono accordate per la redenzione
degli stati medesimi; ma si sa pu-
re, che né il pagamento, né il de-
posito della somma che per questo
bisognava , non ostante tutto ciò
che si è detto in contrario, ebbero
effetto, e quindi la Santa Sede, mal-
grado le proteste fatte in contrario,
prima dai duchi di Parma e Pia-
cenza, e poi dai loro eredi, segue
a ritenerli ancora, e vari solenni
trattati europei sono sopraggiunti
a riconoscere la validità del suo
possesso. Così terminò il ducato di
Castro, e ne fu ultimo duca Ra-
CAS
miccio II, Farnese, come il primo
era stato Pier Luigi.
JVoi porremo termine a questo
articolo, avvertendo chiunque amasse
ulteriori notizie sulla città, e sul
ducato di Castro, che potrà averne
a dovizia consultando le seguenti
opere: Dominicus Angeli, De de-
predatione Castrensiuni, et siiae pa-
triae historia, Exst. in Thes. a ut.
et histor. Ital. tom. Vili par. Ili;
Jo. Blavius, Theatriun civitatum de
admìr andar imi Italiae, Amsteloda-
mi, 1662 ; Breve esposizione delle
ragioni della Sede apostolica intor-
no all' incamerazione del ducato di
CastrOj e dello stato di Ronciglio-
ne, lySS; Dcfensio juriuni came-
rae apostolicae in stata Castri sine
loco et anno; Defensio juriuni Cani,
apostol. prò responsione ad librum^
cuius tìtulus inscriptus est: Relazio-
ni delle ragioni ec. 1642; Disser-
tatio de ducatu Castri et Roncilio-
nis , ejusque justa ac legitima
possessione penes Rev. Cam. Ap.^
di monsignor Giusto Fontanini; Car-
lo Fontana, Discorso circa il pon-
te della Badia situato nella cam-
pagna fra la città di Castro j che
fu demolita^ e la terra di Canino,
Koma 17 11; Mariano Ghezzi, ^re-
ve discorso sopra la salubrità del-
l'aria della città di Castro, Ron-
ciglione i6ro, e Discorso sopra il
Fumaiuolo della città di Castro, e
de' maravigliosi suoi effetti, Ronci-
glione 16 io; Gorabi, Ponderazione^
e risoluzione del parere stampato
sotto il nome di Fr. Francesco di
Assisi, contro il serenìssimo di Par-
ma, ed altri principi. Si narra in
quest' ultimo opuscolo della questio-
ne insorta tra Urbano Vili, ed il
duca Odoardo Farnese l'anno i64ij
sostenendosi il duca dal Gorabi ;
Lettera d' un anonimo sopra le
CAS 229
Zecche di Castro e di Novara.
Ext. nella Collezione del Zanetti
tom. V: Nuova raccolta delle mo-
nete e Zecche d' Italia, ec; Lettera
scritta ad un signore in risposta
del libro stampato sopra le ragio-
ni del serenìssimo di Parma con-
tro la presa della città, e ducato
di Castro eseguita dalle armi pon-
tificie nel i64i '• lavoro di monsi-
gnor Felice Contelori; Pietro e Pao-
lo Qualiotti, Relazione del già se-
guito disseccamento del f antica pa-
lude denominata il Paglietto posta
nel territorio del Piagno delVabba-
dia stato di Castro Roma 177B;
Relazione delle ragioni del duca
di Parma contro la presente occu-
pazione del ducato di Castro ,
stampata li 7 agosto 164^5 cui si
diede per risposta: Defensio ec. i642j
succitata, e la seguente Responsio
ad libellum, qui inscribitur : rela-
tìo jurìumj Bonaventura Theuli ,
Convento di s. Francescoj Appara-
to minoritico della provincia di
Roma 1648; Responsio ad libellum
inscriptum : Vera e sincera rela-
zione delle ragioni del duca di
Parma, contro la presente occu-
pazione del ducato di Castro j
Responsio juris adrelationem prae-
tensorum jurium ducis Odoar-
di Farnesiij Lud. Zuccovius, Acta,
et controversice inter Papam In-
nocentium X et Odoardum Farnc-
sium Parmae ducem de ducatu
Castri, Exst. in calce Diss. ejus-
dem de ratione status , 1 663 ; ed
Acta inter Urbanum Vili Papam
et Odoardum Farnesium Parmae
et Placentiae ducem, hujusque ra-
tione s contra invasioneni ducatus
Castri, factam anno XLI hujus
saeculi XVII.
CASTRO (de) Giovanni, Cardi-
nale. Giovanni da Castro, da alcuni
a3o CAS CAS
detto Giordano, nacque di nobilissima un sinodo a Siviglia, ove mori nel
famiglia in Valenza. Fatto prefetto di 1600 di ottanta anni, e sedici di
Castel s. Angelo, per l' integrità della Cardinalato, ed ebbe tomba in qiiel-
sua condotta fu da Sisto IV prò- la metropolitana. Di là tU poscia
mosso, nel i479> "^ vescovato di portato a Monforte nella Galizia, e
Girgenti nella Sicilia, e fatto abba- riposa nella chiesa dei gesuiti da
te commendatario del monistcro di lui fondata , abbellita e dotata di
Fossanova, ed amministratore di Sles- molte rendite. In morte lasciò due*
wick in Danimarca. Diciassette anni centomila scudi da distribuirsi a pu-
dopo venne creato prete Cardinale pilli, vedove, e povere famiglie,
del titolo di s. Prisca. Intervenne CASTRO (de) Alfonso. Scrittore
ai conclavi di Pio III, e di Giulio ecclesiastico del secolo XVI , uno
II, e due lustri dopo essere stato de' più celebri teologi spagnuoli ,
creato Cardinale, morì in Roma , nato a Zamorra. Entrò giovinetto
nel i5o6, neir età di settantasei nell'Ordine de' frati minori; insegnò
anni, venendo sepolto nella chiesa teologia a Salamanca per più di
di s. Maria del Popolo, dove al trent'anni, e meritò pel suo sapere
manco lato della cappella di s. Gi- d'essei-e inviato al concilio di Tren-
rolamo, se ne vede il magnifico a- to. Filippo II di Spagna l'ebbe in
vello. alta stima, e seco lo condusse in
CASTRO (de) Rodrigo, Cardi' Inghilterra quando vi si recò ad
naie. Rodrigo de Castro dei conti isposare la regina Maria. Nel suo
di Lerma, spagnuolo, nacque nel ritorno quel principe lo nominò al-
i52o. Dopo avere studiato nella l' a ici vescovato di Compostella. Ma
università di Salamanca, divenne prima di ricevere le bolle. Alfonso
consultore della inquisizione , e per morì in età di sessantatre anni, avendo
ossequiare Filippo II , andò nelle la sua dimora in Brusselles. Ci lasciò
Fiandre e in Inghilterra col fratello alcune opere, delle quali la più im-
pietro vescovo di Salamanca; quindi portante è un trattato contro le
a Roma con Ferdinando Ruiz de eresie. Gli altri suoi scritti sono:
Castro, ambasciatore di quel sovra- i.° De insta hcereticorum punitione
no. Nel partir da Roma , Pio IV libri tresj 2.** De potestate Ic.gis
gì' ingiunse di assicurarsi dell'arci- pcenalis libri duoj 3.° De sortilegiis
vescovo di Toledo nella Spagna, ac maleficiisj eorumque punitione.
cui egli consegnò dipoi al tribunale Ha lasciato altresì un commento sui
della inquisizione; quindi fu vescovo dodici profeti minori; quarantanove
di Zamorra, poi di Cuenca; poscia omelie sui salmi IV e XXXI, non
arcivescovo di Siviglia, e Cardinal che un trattato della validità del
prete dei ss. Apostoli, creato da Gre- matrimonio di Elnrico Vili con Ca-
gorio XIII a' 12 dicembre del 1 583. terina d'Aragona.
Filippo II ottenne, che il Pontefice Alfonso de Castro scriveva abba-
gli mandasse in Ispagna il cappello stanza bene: aveva letto molto, ma
Cardinalizio. La nuova dignità fece era più forte nella controversia che
splendere vieppiù le virtù del no- nella storia. Egli nel suo trattato
vello porporato , sollecito del suo contro le eresie si è molto più esteso
gregge, generoso coi poveri, e li- nel confutare le nuove, che a tes-
bcrale con tutti. Nel 1 5SG tenne scr la storia delle antiche. Anziché
CAS
seguire T ordine cronologico, le rag-
guaglia per ordine alfabetico.
CASTROCELLI Giovanni, Car-
dinale. Giovanni Castrocelli è fama
discendesse da nobile prosapia di
Benevento. Era preposto al moni-
stero di s. Benedetto di Capua,
quando Martino IV, nel 1282,10
promosse ad arcivescovo di Bene-
vento, e s. Celestino V lo creò Car-
dinal prete di s. Vitale, a Teano
nella Campagna, e amministratore
della chiesa di s. Agata dei goti a
beneplacito apostolico, nel settembre
del 1294. Dice il Gattula, che il
Castrocelli fu promosso dopo cena,
cosa insolita, della qual cosa mo-
vendo querele il sagro Collegio, ri-
nunziò il Castrocelli alla sua dignità.
Ma dopo alcuni giorni gli fu confe-
rita nuovamente in pien concistoro
dal Pontefice, che inoltre lo stabili
vicecanceliiere della S. B. Chiesa.
Senonchè in capo a sei mesi, mori
a Benevento nel 1295.
CASTROLUCE o de CHATELUS
AiMERico, Cardinale. Aimerico Ca-
stroluce o de Chatelus, cosi chiamato
dal luogo ove nacque a Limoges, era
consanguineo al Pontefice Clemen-
te VI. Si rese assai perito in ambe
le leggi, e nel i3i4, fu canonico
di Limoges. Quindi venne eletto ar-
cidiacono transvigennense nella chiesa
di Tours, presidente di Ferrara, e
rettore dell' Emilia, nei quali impie-
ghi essendosi contenuto a maraviglia,
Giovanni XXII, nel 1822, lo pro-
mosse all'arcivescovato di Raven-
na, e nell'anno i332 alla chiesa di
Chartres. Poi, essendo uditore delle
contraddette, fu creato Cardinal
prete di s. Martino da Clemente VI
a' 20 dicembre del 1 34*2 , e desti-
nato legato a Roma, nella Toscana,
nelle due isole di Corsica e Sarde-
gna a stabilirvi il buon ordine, e
CAS 23i
prevenire quei mali, che avvengono
spesso nella prossima cambianza di
padrone. Morto Roberto re di Na-
poU e Sicilia, il Papa deputò il Ca-
stroluce come legato, amministratore
e vicario della s. Sede, a reggere
quei dominii; ma Giovanna I, figlia
di Carlo Martello fìgHo di Roberto,
che, qual erede della corona, voleva
governar sola , senza dipender dal
Cardinale^ tanto fece col Papa, che
richiamato il legato in Avignone, le
concesse quanto bramava, a patto
però di osservare quelle leggi, che
le sarebbero state prescritte. Ma dis-
sipando elhi i beni del regno , il
legato con solenne decreto annullò
tutte le donazioni da lei fatte; poi
prima di partire citò al suo tribu-
nale alcuni eretici , detti Neofiti,
che ostinati nell'errore, punì secondo
le leggi ecclesiastiche. In Toscana,
Sardegna e Corsica usò della me-
desima giurisdizione ad impedire se-
gnatamente, che Lodovico il Bavaro^
il quale avea acquistato il Tirolo,
venisse, come minacciava, ad inva-
der r Italia, ove la religione soffe-
riva assaissimo. Due anni dopo il
Castroluce andò a Roma per sedare
i trambusti eccitati da certo Gabrini
figlio di un taverniere, o sia Cola di
Rienzo, quantunque questo fatto ven-
ga piuttosto attribuito al Cardinal
Bertrando Deucio. Finalmente, dopo
avere stabilito nella chiesa di Char-
tres una cappella a s. Pietro con
dodici canonici, ai quali assegnò suf-
ficienti rendite pel mantenimento
proprio e della cappella medesima ,
secondo l'opinione più probabile,
morì nel i35o, dopo un Cardinalato
di otto, o nove anni.
CASTRUCCI Giambattista, Car-
dinale. Giambattista Castrucci, pa-
trizio lucchese, nacque nel i54i.
Era di piacevole indole e dolce;
23-2 CAT
nelle migliori università d'Italia fece
gran tesoro di scienze, e di non
ancora cinque lustri conseguì la
laurea in legge, ed amministrò con
grande riputazione la repubblica.
Pervenuto a Roma, fu alla corte
del Cardinal Peretti, poi Sisto V,
da cui ebbe un canonicato nella
basilica vaticana; quindi nel i585
fu datario ed arcivescovo di Chieti,
la quale diocesi, essendo sempre as-
sente, governò per mezzo di vicari,
e ben due volte rinunziò, deside-
rando che venisse conferita a due
suoi concittadini di sperimentata
pietà e prudenza . Dipoi lo stesso
Sisto V creollo Cardinal prete di
s. Maria in Araceli ai i8 dicem-
bre del i535, e 28 giorni dopo
passò al titolo dei santi Giovanni e
Paolo, come prova ad evidenza il
p. Casimiro. Èra prefetto della se-
gnatura di giustizia, ascritto alle
prime congregazioni, ed adoperato
in aSavì molto interessanti. Mori a
Lucca nel i5g5, di cinquantaquattro
anni e dieci di Cardinalato, e fu
sepolto nella chiesa dei minori os-
servanti con semplice epitafio. Era
intervenuto ai conclavi di Urbano
VII, di Gregorio XIV, d'Innocenzo
IX e di Clemente Vili.
CASTRUM MARTIS. Città ve-
scovile della Dacia mediterranea ,
eretta nel IV secolo, e sottoposta
alla metropoli di Sardica, presa a
tradimento dagli unni. Al concilio
di Sardica intervenne il suo vescovo
per nome Calvus.
CASULAE CARIANENSES. Città
vescovile rovinata nella Bizacena in
Africa. Silvano suo vescovo inter-
venne alla conferenza di Cartagine.
CATABATTISTI. Appellazione da-
ta comunemente a coloro tutti, che
negano la necessità del battesimo.
La parola, di greca etimologia, vuol
CAT
dire nemici del Battesimo. Non cre-
dono costoro la esistenza del peccato
originale; quindi riguardano quel
sagramento come cosa indilferenle,
o al più come un motivo eccitante
la fede. Così la pensavano anche i
sociniani. Alcuni altri poi negando,
che la giustificazione dell'anima di-
penda da un segno esteriore che
tocca il solo corpo, appellavano af-
fatto inutile il salutare lavacro.
CATABITA. Sede episcopale della
Mauritiana Cesariana, nell' Africa
occidentale , sotto la metropoli di
Giulia Cesarea. Not. yifric.
CATACOMBE. Luogo sotterra-
neo con molte tombe, con cavi fatti
per sepoltura dei cadaveri , che in
origine si chiamarono arenariiim,
arenariae j ad arenas^ ad indicare
il luogo donde si trae sabbia, come
rilevasi dagli atti de' martiri , che
vi furono seppelliti. Si chiamarono
pure cryplae, ossia caverne, e dal-
la natura del luogo cryptae arena-
rìae, non che arcae nell'Africa, se-
condo gli atti di s. Cipriano. Altra
volta si dissero tunihae, e frequen-
temente coemetcria, cioè dorniiloriiy
per la fede della risurrezione, giac-
ché la morte de' giusti, come devo-
no essere i cristiani, è un sonno di
pace. La parola catacomba è for-
mata da cumba, letto per riposare,
e dalla preposizione greca catà, che
significa appressa. Osserva il Du-
cange,-che il Papa s. Gregorio I,
lib. Ili, ep. 3o, scrisse Catalambae^
ma il nome ordinario è Catacumbae,
che sembra non usato prima del
quarto secolo, venendo dato pel pri-
mo al celebre cimiterio di Calisto,
e poscia a tutti gli antichi cimiterii,
che sono d' intorno a Roma. F. Ci-
MITEBII.
Sono queste grotte, come vie sot-
teiTanee alte circa due uomini, e
CAT
larghe circa quattro piedi. Fanno
varie guide, ed aprono diverse stra-
de. II perchè se uno, che le voglia
vedere, non viene accompagnato dai
custodi, o da persone pratiche, e
non sia provveduto di lumi , facil-
mente potrebbe smarrirsi senza rin-
venire la porta, onde in varie cala-
combe fu alzato un muro, perchè
non vi si entrasse.
Nelle pareti, tanto a destra clie
a sinistra, sono incavati i sepolcri a
più ordini in forma di cassoni an-
che con tavole di marmo, o di terra
cotta , trovandosi in alcune scolpite
palme, croci, cervi, agnelli, colom-
be, un pesce, come simbolo di Gesù
Cristo ( su di che il Costadoni scris-
se una dissertazione), e talvolta il
nome, di quel martire, che vi fu ri-
posto con un'ampolla del suo san-
gue, ed ancora cogli stromenti del
maì'tirio. Tali cassoni, o scavi late-
rali chiamati loculi ^ quando erano
capaci di due, tre, o quattro corpi,
erano appellati bisomiinij, trisomum,
o quadrisomum. La maggior parte
degli autori conviene, che tali sot-
terranei, cavati entro il tufo, e nei
massi di arena e di pozzolana, non
solo servirono di tomba ai primitivi
cristiani , massime ai confessori di
Cristo, ma come luogo inviolabile,
divennero la culla, ed il rifugio della
santa fede nel tempo delle persecu-
zioni , e le prime chiese degli stessi
cristiani. Nelle cappelle erettevi ce-
lebravano tutte le sagre funzioni,
battezzavano, ordinavano ec, sicco-
me abbiamo da incontrastabili ed
antichissimi documenti, al dire di
Panvinio, de Rìt. sepel. mort. apud
Chris t. et eorum coetnet. cap. II.
La forma di queste catacombe o
cimiteri, si descrive anche da s. Gi-
rolamo, in Ezech. cap. 4o, p. 463,
Oper.j tora. V, con queste paroje:
CAT 233
M Dum essem Romae puer ....
» solebam cum caeteris ejusdem ae-
w tatis et propositi diebus domini -
« cis sepulcra Apostolorum, et mar-
« tyrum circumire, cryptas ingredi,
» quae in terrarum profunda de-
» fossae, ex utraque parte ingie-
« dientium per parietes habent cor-
» pora sepultorum , et ita obscura
» sunt omnia, ut propemodum il-
« lud propheticum compleatur: De-
» scendant in infernum viventes,
» et raro desuper lumen admissum
» horrorem temperet tenebrarum ,
M ut non tam fenestram, quam fo-
»> ramendemissi luminis putes: rur-
« sumque pedetentim acceditur, et
« cocca nocte circumdatis illud Vir-
« gilianum proponitur":
Horror uhiqiie animos simili ipso,
silentia terreni.
Gli antichi cimiteri, o catacombe
de' cristiani in Roma, ora sono otto,
che possono suddividersi sino a ses-
santa, mentre l'annalista Baronio
all'anno 226, ne enumera quaran-
tatre. Ne tratta il Venuti nella
Descrizione di Roma del p. Eschi-
nardi, p. 5o e seg. Oltre i cimiteri
e le catacombe dei romani, ne eb-
bero i cristiani, al riferire del Boi-
detti , degli altri in Terni, Spoleto,
Chiusi, Lucca, Padova, Brescia, A-
quila, Napoli, Nola, Pozzuolo, Mi-
lano, Firenze, e persino nella Pale-
stina. Delle grotte di Siracusa, chia-
mate catacombe romane , tratta il
p. Lupi, nel toni. II, 'delle Dissero
(azioni, parte II, delle Lettere eru-
dite ^ lettera IX.
La più celebre delle catacombe
presso Roma, è il cimiterio di Ca-
listo nella via Appia, cosi chiamato
perchè ristabilito da s. Calisto I ,
eletto Papa l'anno 221, il quale fu
234 CAT
ariiccliito di cento settantaqiialtro
mila corpi di martiri, e di quaran-
tasei Pontefici, come attesta r Arin-
ghi, Roma subterran. 1. Ili, e. ii,
§ i,e 20: onde si potrà argomen-
tare a proporzione quanti ne avran-
no contenuti le altre catacombe.
Altri però sostengono, che soli quat-
tordici Pontefici , ovvero diciassette
sieno stati sepolti in detta catacom-
ba, ì^. Sepolcri de' Romani Ponte-
fici. Il cimiterio di Calisto viene
appellato anche di s. Sebastiano,
perchè è presso questa chiesa, fuori
la porta del suo nome, già l'anti-
ca Capena, leggendosi nel calenda-
rio Bucheriano: HI hai. fehr. Fa-
hiani in Callisti^ et Sebastiani ad
calacunibasj e nella vita di Adria-
no I : ecclesiam aposloloruni foris
portam Appiam, cioè di s. Seba-
stiano, in loco qui appellatur cala-
cumba, ubi corpus b. Sebastiani m.
curri aliis quiescit. Ma ebbe la mag-
giore rinomanza e gloria questo ci-
miterio di Calisto, o di s. Sebastia-
no allorquando vi fiirono depositati
per quasi due secoli i corpi dei prin-
cipi degli apostoH ss. Pietro e Paolo,
su di che è a vedersi il Piazza,
Della traslazione dei corpi de* glo^
riosi apostoli ss. Pietro e Paolo al'
le catacombe di s, Sebastiano, nel-
V Emerologio t. I p. i34; Maran-
goni , de translationibus corporuni
ss. Pontificwn Ronianorum ex pri-
mis eorumdem sepulcris ad alias
ecclesias, in Chron. Rom. Pont.y e
Moretti in Disputatione de trasla-
tione corporuni ss. Apostolorum Pe-
iri et Pauli ad catacumbas de Ca-
listo P. et M.
Nella detta chiesa di s. Sebastia-
no evvi la porta, da cui si discen-
de alle catacombe, leggendosi nella
iscrizione: » E quivi il cimiterio
» del celebre Papa Calisto martire:
CAT
" chiunque lo visiterà essendo ve-
»» ramente contrito, e dopo confes-
« satosi, otterrà l'intiera remissione
M di tutti i suoi peccati per li glo-
»» riosi meriti di cento settantaquat-
M tro mila martiri, che sono ivi
M stati seppelliti, con quarantasei
*♦ Pontefici illustri, i quali tutti han-
» no patito grandi tribolazioni, e
« per divenire gli eredi del regno
« del Signore , hanno sofferto il
« supplizio della morte pel nome
« di Gesù Cristo ec". Nel primo
ingresso del sotterraneo vi è una
cappella con un busto di s. Seba-
stiano eseguito in marmo dal Ber-
nini, conservandosi nell'urna sotto
r altare il corpo della matrona ro-
mana s. Lucina. Sono queste cata-
combe ritenute per le più vaste di
Roma: il perchè vuoisi, che per ben
sei miglia si estendano per lunghi
ed intricati conicoli. Siccome tutte
le catacombe rimasero in venera-
zione grande de' fedeli, per cui mol-
ti vollero essere tumulati presso le
ceneri de' ss. martiri, cos\ per la gran
copia, che in queste di s. Sebastia-
no se ne depositarono, sempre i cri-
stiani n'ebbero una particolare di-
vozione, ed anche sino dal tempo
di Pelagio I, prima cioè che Roma
soffrisse, nell' anno 558, l' invasione
dei longobardi, era pio costume del
popolo romano di recarsi a piedi
scalzi a visitare queste catacombe,
ciò che fecero pure, oltre il citato
san Girolamo , in progresso altri
santi, come le ss. Brigida, e Cate-
rina da Siena. Fu in esse appunto
che s. Filippo Neri, nel periodo di
dieci anni passò di frequente le in-
tere notti a fare ivi penitenze , e
fervorose orazioni, nutrendosi di so-
lo pane e radiche di erba. Ancora
il Cardinal s. Carlo Borromeo ar-
civescovo di Milano, in questo sa-
CAT
grò luogo spesso si recava a fare
orazione, e a passarvi le notti as-
sorto nelle divine meditazioni.
Gli antichi Sommi Pontefici im-
piegarono tutta la diligenza per man-
tenere questi venerabili santuari sot-
terranei, ed è perciò, che studiosa-
mente li adornarono con cappelle,
ed altari, e con sagre pitture e mo-
saici, e procurarono di conservare
tutti i loro diversi ordini un sopra
l'altro, affinchè non rovinassero, ri-
slaurandoli prontamente ad ogni
uopo.
Il citato p. Lupi , Ep. s. Sev.
p. 2 dice: Sunt tres omnino cimì-
culonim ordineSj quorum unus alte-
ri subjacet j ma in alcune cata-
combe sono anche quattro, e in al-
cune pure cinque. Di queste cata-
combe, chiamate eziandio cimiteri,
si parlerà a quell'articolo. Furono
in varie epoche rinnovate, ed ab-
bellite dai Papi, per cui s. Giulio I,
eletto l'anno 336, quando già i cri-
stiani potevano pubblicamente eser-
citare il loro culto, rinnovò le ca-
tacombe di s. Valentino nella via
Flaminia, ove poi furono aggiunti
molti ornamenti nell'ottavo e nono
secolo, dai Papi Adriano T, Leone III,
e Gregorio IV. S. Damaso I, cieato
l'anno SGy , ristorò le catacombe,
o cimiteri di Lucina, di Pretesta-
to e di Calisto. S. Bonifacio I, del
4 1 8, fabbricò mi oi'atorio nel cimi-
telo di s. Felicita nella via Sala-
ria, ed il suo successore immediato
s. Celestino I, ristorò ed ornò di
sagre pitture quello di Pretestalo,
S. Giovanni I, del 5i^y restaurò le
catacombe dei ss. Felice ed Adauto
nella \ia ostiense, detto anche di
Commodilla, presso s. Paolo, dei ss.
Nereo ed Achilleo, nella via Appia,
e l'altra di s. Priscilla. Bonifacio
V, eletto nel 619, fu benemerito
CAT 23 j
di quella di s. Nicomede nella via
Nomcntana; cos'i fece Giovanni VII
del 7o5 con quella de' ss. Marco
e Marcellino nella via Appia, dipoi
restaurata anche da Adriano I. Ste-
fano III rifece quella di s. Sotero
nella via Appia ed Ardeatina. S.
Adriano I restaurò quelle di s. Ci-
riaca con fabbriche ed ornamenti,
presso la quale da ultimo fu eretto
il cimiterio pùbblico de' ss. Pietro
e Marcellino nella via Labicana ; di
s. Felicita, di s. Silvestro, di s. Sa-
turnino, de' ss. Crisanto e Daria, di
s. Ilaria, e finalmente quella di s.
Ermete, tutte situate nella via Va-
leria nuova ed antica. Altrettanto
praticarono Benedetto III col cimi-
terio di s. Marco nella via Appia,
Gregorio III, e s. Leone IH, che re-
staurò il cimiterio di s. Sisto nella
via Appia, senza nominare altri Pa-
pi, i quali fui'ono solleciti della ve-
nerazione, e della conservazione delle
catacombe.
I titoli e le iscrizioni dei martiri
sparse nelle catacombe, vi si con-
servarono almeno sino alla metà
dell'ottavo secolo, in cui per l'asse-
dio posto a Roma da Aistulfo, che
co' suoi longobardi devastò i sagri
cimiteri, s. Paolo I trasportò multa
corpora sanato rum _, come leggesi
neir epistola ad Io. Albertum tom.
XII Concil. p. 646, e presso Ana-
stasio in Fita Pauli I. Oltre di
esso Stefano II, detto III, e Pasqua-
le I, dalla metà dell' ottavo secolo
fino alla metà del seguente, n'estras-
sero le ossa dei martiri, prendendo
tutti quelli, eh' erano più venerati
per la loro celebrità, e quelli pure,
cui si seppe con sicurezza aver con-
seguito la palma del martirio , per
le iscrizioni trovate affisse a' loio
luoghi. Ma siccome allora non eb-
bero altra cuia, che quella di por-
236 CAT
re in salvo le pericolanti reliquie ,
così non pensarono, come certamen-
te si farebbe adesso, a tener conto
anche delle lapidi, che lasciarono
perire miseramente. 11 perchè le ca-
tacombe si rimasero da più secoli
esauste de' corpi de' martiri conosciu-
ti, avendo avuto perciò Gregorio IV,
eletto nell'anno 827, tutta la ragio-
ne di scrivere ad uno^ che gli avea
richiesto qualche corpo di santo mar-
tire, che non ve lo trovava, inqui-
rentes^ nequaquani invenire potai-
musj e non già perchè non vi fos-
sero cavatori, come si spiegò da
Benedetto XIV, de Beali/., et Ca-
non, lib. IV, p. 2, e. 27, che poi
nella lettera al Cardinal Malvezzi ,
neW Appendice del tom. IV del suo
Bollarlo cambiò parere, ammetten-
do anch' egli, che realmente non po-
tè rinvenirlo, perchè non vi era,
ovvero per essere le gallerie e i
cunicoli delle catacombe quasi labe-
rinti, laonde difficile sarebbe fare
delle medesime una pianta topogra-
fica, giacché tali gallerie e cunicoli,
sono talvolta interrotti a cagione de-
gli smottamenti e delle rovine del-
le volte, le quali sovente sono acca-
dute, massime nelle scavazioni per
le scoperte.
Fatte quelle antiche estrazioni
de' corpi santi, non se ne intrapre-
sero che dopo sette secoli, venendo
riassunte sotto Clemente VIII, Pao-
lo V e Gregorio XV, e continuate
successivamente. Talvolta gli antichi
cristiani, per gratitudine verso i ca-
vatori delle catacombe, solevano ef-
figiarli in qualche conetta de' cu-
nicoli o corridori delle catacombe,
con una lucerna in mano, e con
due colombe ai lati, come osserva-
si in un rame riportato dal p. Giu-
seppe Bianchini nella sua storia tri-
partita. Ma sui cavatori posteriori
CAT
delle reliquie e corpi de' santi mar-
tiri dalle catacombe, i Pontefici fu-
rono solleciti di emanare appositi
regolamenti ; particolarmente nel
1672 Clemente X, mediante la co-
stituzione Ex conimissa, e nel 1704
Clemente XI con bolla, che si legge
nel bollarlo magno t. Vili, p. 24^.
Ed è perciò, che le catacombe e i
cimiteri sono sotto la speciale vigi-
lanza della sagra congregazione del-
le indulgenze e sagre reliquie, e del
Cardinal vicario, il quale vi deputa
due visitatori de' sagri cimiteri, uno
dei quali è custode delle reliquie,
che si estraggono da essi e dalle
catacombe. A tali ministri spetta
ordinare e regolare gli scavi pel ri-
trovamento dei corpi santi, che po-
scia colla pontifìcia autorità si con-
cedono in dono a chiese insigni, ed
a ragguardevoli personaggi.
Non deve tralasciarsi di avverti-
re, che Alessandro VII, nel i656,
concesse a monsignor Landucci sa-
grista, ed a' suoi successori, T auto-
rità di fare scavi nelle catacombe
coi propri cavatori, ed i corpi dei
martiri, che vi avessero rinvenuti, si
tenessero da loro custoditi per con-
cederli a chi ne facesse ricerca, e a
disposizione del Pontefice. Di tal
concessione parla il Boldetti alle
pag. i38 e 257. Vero è però, che
non tutti i corpi, i quali rinvengon-
si nelle catacombe sono reputati di
martiri, ma quelli soltanto, che han-
no contrassegni sufficienti a deno-
tare la certezza del sofferto marti-
rio; ed a quelli, che si trovano con
segni del martirio , ma anonimi ,
viene imposto un nome tolto da
una cristiana virtù, o di qualche
altro martire.
Per rendere più sospette le re-
liquie estratte dalle catacombe, mol-
ti accattolici hanno detto , eh' esse
CAT
non devono la loro origine se non
che ai lavori indi^spensabili delle
cave, le quali facevansi presso le
grandi città, e agli altri scavi di
terra, di pozzolana e di sabbia, che
erano necessari alle costruzioni ; e
che i tanti loculi o scanni, i quali
si cuoprivano con tegole e marmi,
erano destinati alla sepoltura dei
gentili, che vi seppellivano gli schia-
vi per evitare la spesa di farli ab-
bruciare. Ma a tali accuse risponde
il Bergier alla parola Catacomba _,
dappoiché se è probabile l' opinio-
ne degli scavi, siccome sostenuta da
gravi autori, è poi ceito che i cri-
stiani de' primi tempi, in cui i
barbari si recarono al saccheggio
di Roma , chiusero le catacombe
per impedirne la profanazione , e
tranquillata la Chiesa, vennero suc-
cessivamente riaperte, laonde le con-
getture de' protestanti, massime di
Burnet, di Spanheim, di Basnagio,
di Misson ec. , sono false per ogni
parte, e sono un prodotto contro i
cattolici, contro il culto de' santi, e
delle sante reliquie, che ci gloiiamo
venerare.
Finalmente sulle catacombe scris-
sero, e si possono consultare i seguenti
autori: Roma sagra, ricercata in
tutti i giorni della settimana ecclesia-
stica nelle opere pie che vi si fanno,
Roma 1678; Pietro Zorn nella disser-
tazione De Catacumhis seu Cry-
ptis sepulchralibus ss. Martyrum,
Lipsiae 1708; Carlo Samuele Sonfllo
de Concionibiis funehribus veterum^
Lipsiae 1688 ; Enrico Leone Schur-
zUeisch, De lucernis veteriun sepul-
chralibiis, Vittembergae i7io;Gioa-
cliino Ildebiando, Frimitivae ec-
clesiae offertorium prò defiinctis ,
Helmstadii 1667; Armandi Gotti,
Femclii dissertationes duae de cata-
ciimbis romanisj Lipsiae 1 7 1 o ; Jo.
CAT 1^7
Adolph . Hartmann , De origine
Cryptariini in ecclesiis christiano-
raniy Marb. Cattorum 1733 ; Ja.
]Nic. Erilhracus, De Roma subt. Aur.
Pelliccia, Dìssertatio I de Coeme-
terio sive Catacumba ncapolitana
t. IV. p. Ili p. 68; Mamachi, Co-
stumi de' primi cristiani, t. HI. p.
166; Artaud, Voyage dans les ca-
tacombes de Rome, Paris 18 io; e
Mario Pieri, Discorso de'viaggi, Mi-
lano i8i2, ove a p. 28 descrive
lo smarrimento entro le catacom-
be di s. Sebastiano, di un viaggia-
tore, che perde il filo ed il lume,
con cui si era incautamente intro-
dotto, senza altra guida ; disgrazia,
che accadde anche ad altri. 11 p. An-
tonmaria Lupi, nel tomo I, delle
sue Dissertazioni y Faenza 1785, a
pag. 5i. e seg. , tratta degli an-
tichi cimiteri detti catacombe, e di-
ce, che furono fatti ad imitazione
delle sepolture de' gentili ; che è
falso che molto prima servissero
per seppellirvi i gentili, come ma-
lignamente opinò il protestante Mon-
rò, e risponde alle opposizioni, che
contro le catacombe fanno gli c-
terodossi. Da ultimo, e nel 1887,
il celebre Raoul Rochette pubblicò
in Parigi Tableau des catacombes
de Rome^ opera che nel medesi-
mo anno si stampò anche a Brus-
selles.
CATAFALCO (Pegma funebre).
Edifizio di legname fatto per lo piti
in quadro od a piramide, che si
circonda di torcie e cerei, dove si
pone la bara di un morto. Il Dizio-
nario delle Origini :, Milano 1829,
dice, che nell'ornamento del cata-
falco entrano i simboli della morte,
gli attributi caratteristici , le virtù,
le cariche, ed anco gli stemmi gen-
tilizi del defonto con tutti gli analo-
ghi accessorii, come panni e or n amen-
238
CAT
ti lugubri ec. Sovente i catafalchi si
collocano su gradinate, disponendosi
sopra di queste gruppi di figure
allegoriche e simili, relative alle
qualità e al carattere del defonto.
CATAFRIGI. Eretici del secolo
-II, rampollo de* raontanisti , e così
chiamati perchè sortii'ono nella Fri-
gia. Essi componeano 1' Eucaristia
con farina e sangue estratto con
piccole ferite dal corpo di un fan-
ciullo; il quale se a caso moriva,
riguardavano qual martire, se so-
pra v vi vea, come gran sacerdote. Essi
affettavano temperanza astenendosi
dalle carni degli animali, e si spac-
ciavano assai continenti; ma bestem-
miavano dall' altro lato contro la
validità delle nozze. San Eleulero,
Papa del 179, fece un decreto con-
tro di essi, ed insieme insegnò, che
era cosa lecita per ciaschedun dei
A^deli il cibarsi anche delle carni de-
gli animah. San Zefirino, del 2o3,
condannò anch' egli que' fanatici, as-
sieme agli altri eretici di quel tem-
po, la maggior parte discepoli di
Montano.
CATALANO Giuseppe. Scrittore
ecclesiastico del secolo XVIII, assai
dotto e laborioso. Era egli ascritto
all' oratorio di s. Girolamo della
Carità. Abbiamo di lui le seguenti
opere: i.° Pontificale romaniun in
tres partes dìslribuluni Clenientis
VlIIy ac Urbani Vili auctorìtate
rtcognilum^ nunc primuni prolego-
menis et comnientariis illustratum j
1° Sacrai uni cceremouiarunij sive
rituuni ecclesiaslicoriun Sanctce Ro-
mance Ecclesice libri tres, ab Au-
gustino Patricio ordinati et a Mar*
cello Corcyrensi archiepiscopo pri-
mum editi etc; 3." De magistro
sacri palata apostolici libri duo j
4" De secretano s aeree congrega-
tionis indicis libri duoj 5." Collectio
CAT
maxima concilioruni omnium Ili-
spanile et novi orbis etc. 11 p. Ca-
talano ha scritto anche alcuni com-
mentari sid ceremoniale de* vescovi,
e sui quattro primi concili generali.
CATALOGNA. Provincia della
Spagna, che viene separata dalla
Francia dai Pirenei. Soggiacque do-
po le romane e le gotiche invasioni
ai conti di Barcellona , città che
n' è la capitale. Uno di detti conti,
col matrimonio, che contrasse con
d. Petronilla regina d' Aragona, uni
i due stati, trasmettendone lo scet-
tro alla sua posterità, dalla quale
poi derivarono Ferdinando V, il
cattolico y ed Isabella, che riunirono
la monarchia, mediante la congiun-
zione dei regni di Leone ei di Ca-
stiglia. Ci permettiamo, e limitiamo
soltanto a questo cenno, per parla-
re di un concilio, eh' è conosciuto
sotto il nome di Catalogna. Questo
pertanto vuoisi celebrato nel primo
maggio dell'anno 1246, dall'arci-
vescovo di Tarragona , con l' inter-
vento di sei vescovi. Vi si confermò
la scomunica contro coloro, che si
assicuravano con violenza delle per-
sone ecclesiastiche, e dei loro beni.
Inoltre vi si ordinò, che i saraceni
schiavi, i quali domandavano il bat-
tesimo, dimorassero prima alquanti
giorni presso il rettore della chiesa,
per provare e fare esperimenti sulla
loro conversione. Marca, Ilispan.
pag. 5 12.
CATANDRTNI, CALDARINI, o
CALDERINI Filippo, Cardinale. F.
Calandrini.
CATANIA (Catanien.). Città
con residenza vescovile in SiciHa,
capoluogo della provincia chiamala
Valle minore di Catania , vantaggio-
samente situata sulla costa orientale
dell' isola a piedi del monte Etna o
Mongibello, sulla estremità della va-
CAT
sta pianura del suo nome, una del-
le più belle città della Sicilia non
solo, ma d'Italia. Catania, che poi
dai romani fu chiamata Calana^, e
Catina , fu fondata, secondo qual-
che autore, l'anno 726 prima di
G. C, sette anni dopo Siracusa, da
ima colonia di Nasso, e, secondo al-
tri, da una colonia di calcidesi gui-
dati da Evarco, nel 704. Il celebre
legislatore Caronda viveva in que-
sta città verso 1' anno 65o della
menzionata epoca. Gerone, tiranno
di Siracusa, trasportò altrove i suoi
primi coloni, nel 47^> P^^' ^^i' ^"O"
go a cinque mila greci tratti dal
Peloponneso, e ad altrettanti di
Siracusa : ma quindici anni dopo la
sua morte, i primarii suoi abitanti
da Leontini, ove eransi stabiliti, dis-
cacciarono gl'invasori, e rovesciaro-
no la tomba del tiranno. La città
lasciò allora il nome di Etna, che
avea ricevuto da Gerone. Per altro
rimase quel nome al castello, chia-
mato per Io innanzi Inessum, e si-
tuato sul pendio del monte. Ivi
ritiraronsi coloro^ che ai veri Cata-
nesi dovettero cedere il posto, e
vuoisi crederne gli avanzi d'esso in
un convento rurale detto s. Nicolò
in Arena, che divenne abbazia re-
golare della congregazione di Mon-
tecassino, il cui abbate aveva il dirit-
to di assistere agli stati del regno
di Sicilia.
Dionisio s' impadronì col ferro di
Catania, vendendo poi all' asta pub-
blica gli abitanti, che aveva fatto
schiavi, e concedendone ai Campa-
ni il dominio. Sotto Augusto di-
venne colonia romana ; fu da lui
riparata, e si mantenne in fiore e
riputazione nell' impero de' romani.
In progresso di tempo servì Cata-
nia di residenza a parecchi sovrani,
e principi della dinastia aragonese,
CAT 289
e Luigi, re di Sicilia, vi mori nel
i355. Alfonso d' Aragona vi fon-
dò la sua rinomata università, e
r imperatore Carlo V cinse la città
di solide mura, il percliè colle sue
fortificazioni si novera fa le piazze
forti del regno. Dopo l' ultima mi-
litare occupazione di Malta, nel 1 79B,
i cavalieri gerosolimitani si recaro-
no a Messina, donde nel gennaio
i8o4, il ball Tommasi gran mae-
stro, ed i grandi dignitari dell'Or-
dine gerosolimitano, si fissarono in
Catania, e vi rimasero fino all' a-
gosto 1826, in cui passarono a Fer-
rara. In Catania era morto, ai i3
giugno i8o5, il gran maestro Tom-
masi, ed ivi gh successe il bali Gue-
vara eletto luogotenente ai i5 giu-
gno, che morì poi ai ^5 aprile
1814. Quindi gli venne dato in suc-
cessore ai 26 aprile il bali Centel-
les, che morì pure in Catania ai
IO giugno 1821 , onde fu eletto
luogotenente il commendatore Bu-
sca.
Tre volte il vulcano distrusse
Catania, ed altrettante volte fu rie-
dificata . Se r Etna da un Iato
le è sorgente d' inesauribili dovi-
zie, lo è per l'altro di deplorabili
avvenimenti. Uno di questi rammen-
tavano le statue erette sulle sponde
del Simeto, dei fratelli Anfìnomo
ed Anapio, che in una tremenda ir-
ruzione, abbandonati gli aviti te-
sori, s' indossarono il peso dei ca-
denti genitori, e perirono vittima
dell' amor filiale. Fra le rovine del-
l'antica città, sono degni di osser-
vazione r anfiteatro, le naumachie ,
il circo, r odeone, i sepolcri, i ba-
gni ec, ma del suo famoso tem-
pio di Cerere non si rinvengono a-
vanzi.
Attualmente Catania si divide nei
tre circondari del Duomo, di s. Mar-
o^o CAT
co, e di Borgo. Le sue piazze, e le
sue strade vaste e regolari sono sel-
ciate di lava ; ed i suoi edifici, in
generale, sono di un' architettura
imponente, e primeggiano, olire la
cattedrale, il palazzo del senato, o
magistratura municipale ed il tea-
tro. Fu, nel 1693, ed ai 22 gen-
naio, eh' essa venne quasi distrutta
dal terremoto, avendone provato de-
gli altri, massime negli anni 1783
e 1818, che assai danneggiarono
molte eleganti fabbriche. 11 porto
di Catania consiste piuttosto in una
darsena: il perchè, nel declinare
del secolo decorso, fu incominciato
un molo sotto la direzione del ce-
lebre ingegnere Zara maltese, che
tuttora si continua. Ma essendo la
darsena naturalmente di poco fon-
do, non \i entrano che bastimenti
mercantili, e poco si frequenta. È
poi degna di special menzione l' in-
clita accademia Gioenia, per le sue
utili e dotte produzioni letterarie,
riguardanti la flora, e mineralogia
sicula, oltre ogni altia parte delle
scienze naturali. Fu il commenda-
tore Fr. Cesare Borgia di Velletri
del sovrano Ordine gerosolimitano,
che fondò tale illustre accademia, e
ne fu il presidente nel primo trien-
nio, divenendo anzi poscia presi-
dente perpetuo onorario.
Abbiamo dai sagri fasti di Cata-
nia, che la sua sede vescovile ven-
ne istituita nel quinto secolo, e che
dai greci nel nono fu eretta in me-
tropoli onoraria, divenendo nel de-
cimosecondo suffraganea di Monrea-
le, a cui è tuttora soggetta, allor-
quando quella chiesa divenne me-
tropoli. Vuoisi, che la cattedrale di
sontuosa architettura, edificata nel
1093 dal conte Ruggero, sia stata
fabbricata nel luogo d' un antico
tempio eretto da cerio Laberio con-
CAT
sole, o proconsole, con colonne di
granito di un grande diametro, le
quali per altro sono racchiuse dai
pilastri, fin da quando il vescovo
Reggio fece restaurare la chiesa.
Dedicata questa cattedrale ad o-
nore della concittadina e patrona
s. Agata vergine e martire sotto lo
imperatore Decio, fu riedificata do-
po il menzionato disastro del 169 3,
in cui morirono ventimila persone.
Dall'anno 1093, il suo capitolo fu
regolare, e dell'Ordine di s. Bene-
detto, sino al 1578, in cui ven-
ne secolarizzato da Gregorio XIU.
Oggidì si compone di cinque digni-
tà, cioè del priore eh' è la prima,
dell' arcidiacono, del cantore, del de-
cano, e del tesoriere, con dodici ca-
nonici con due prebende, dei cano-
nici secondari mansionari, di sei be-
neficiati, di quattro cappellani, e di
altri sacerdoti e chierici tutti ad-
detti al divino servizio. Dal sacer-
dote maestro de' cappellani, eletto
dal vescovo, si esercita la cura del-
le anime nella stessa cattedrale, ove
evvi il fonte battesimale, ed in cas-
sa d'argento, ornata di pietre, si
conserva con gran venerazione il
corpo della protettrice sant' Aga-
ta. Inoltre nella città vi sono ot-
to parrocchie col rispettivo fon-
te. Tale è la chiesa di santa
Maria da san Pio V insignita del
titolo di collegiata, vicina ad un
antico monistero, che portava il ti-
tolo della predetta santa Agata. La
cattedrale, fra i suoi ornamenti ,
ha anche due organi, ma quelli
della chiesa di s. Nicola, vasta e
magnifica, sono riputati più eccel-
lenti. Vi sono poi quattordici con-
venti e monisteri di religiosi, e cin-
que monisteri di monache, quattro
conservatorii, e diverse a rei confrater-
nite, due ospedali; uu monte di pietà,
CAT
un cospicuo seminario, ed il cimiterio
fuori della città.
CATANZARO ( Cathacen.). Città
con residenza vescovile nel regno
delle due Sicilie, capoluogo della
provincia della Calabria ulteriore
seconda, di distretto e di cantone,
situata su di un'amena ed elevata
posizione, a pie della quale scorre
il Corace. Essa è difesa da un ca-
stello fortificato, e lo era anche la
città. Il terremoto del 1788 la
distrusse alquanto, ma poscia venne
in gran parte riparata con nuove
fabbiiche. Dicesi, che fosse fabbricata
dal greco imperatore JViceforo Co-
ra neno, ovvero dai greci nel suo impe-
rio.Fu sempre la metropoli di tutta la
Calabria Ultra, prima che venisse in
due parti suddivisa, ed ha tutta vol-
ta i superiori dicasteri provinciali,
e la gran corte civile per le appel-
lazioni, eh' è una delle quattro di
qua dal faro, e che comprende tut-
te le Calabrie nella sua giurisdizio-
ne. Oltre alcuni stabilimenti di be-
neficenza, evvi una reale accademia
delle scienze, ed uno de' maggiori
licei regi.
La sede vescovile in Catanzaro,
che chiamasi pure Catanzara, e in
latino Cantalìiim, Catacìum, fu sta-
bilita dal Sommo Pontefice Calisto
1 1, nel 1 1 2 1 , trasferendovi la sede
di Taverna, la cui erezione rimon-
tava al secolo quinto. E suffraganea
dell'arcivescovo di Reggio, al qua-
le è tuttora sottoposta. La cat-
tedrale fu più volte restaurata al
paro delle altre chiese a cagio-
ne degli scuotimenti di terra, ed
è dedicata all' Assunzione della
beata Vergine Maria; ma pei me-
desimi scuotimenti , passò da ul-
timo il capitolo ad ufiiciare nella
chiesa di s. Francesco. Tal capito-
lo si compone di quattro dignità,
VOL. X.
CAT 241
cioè del diacono, del corista, dell'ar-
cidiacono e del tesoriere, di quat-
tordici canonici con due prebende,
di sei mansionari, e di altri preti
e chierici addetti al culto divino.
Nella detta chiesa evvi la cura del-
le anime con fonte battesimale. Vi
si venerano diverse reliquie, fra le
quali il corpo del patrono s. Vita-
liano martire. Nella città si contano
altre dieci parrocchie, tre conventi
di religiosi, e due monisteri di mo-
nache, un orfanotrofio, un ospedale,
ed un seminario. La tassa di questa
mensa è registrata nei libri della ca-
mera apostolica in trenta fiorini.
CATAQUENZA, o CATAQUEN-
SUSCA, ed anche Cat^quae. Sede
vescovile di Numidia nell'Africa oc-
cidentale, che nei primordi del quin-
to secolo , fu governata dai vescovi
Bonifacio, e Paolo. Aii^. ep, 126.
Se ne fa menzione negli atti della
conferenza tenuta in Cartagine nel-
l'anno 4 1 1 •
CATARA. Sede vescovile della
diocesi di Caldea, nel golfo persiano.
Nel 740 era vescovo di essa Fetio-
ne, e quando era cattolico de' nesto-
riani Jesuiab III , il vescovo e gli
abitanti di Catara lo abbandonaro-
no, per seguire il metropolita di
Persia.
CATARI e Cataria. Eretici di-
scepoli di Montano. Questa parola
significa puri y e se l'attribuivano,
oltre ad essi , anche i manichei , i
novaziani, gli albigesi ed altri ereti-
ci. I montanisti presero tal nome
per significare, ch'essi non erano del
numero di coloro, i quali riceveva-
no a penitenza quelli, che avean ne-
gata la fede pel timore de' tormen-
ti ; così pure che nulla partecipava-
no del loro delitto. Sotto tale pre-
testo d'ipocrisia negavano intanto
la facoltà della Chiesa di rimettere
16
a4^ CAT
anche il peccato di apostasia. Ve-
stivano di bianco, per indicare, co-
nio essi dicevano, la purità della
loro coscienza.
CATARINO Ambrogio. Scrittore
ecclesiastieo del secolo decimoscsto,
nato in Siena l'anno i^Sy. Insegnò
dapprima la legge civile in parec-
chie città d* Italia sotto il nome di
Lancellolto Politi. Nell'età d'anni
trenta circa , professò la regola di s.
Domenico in Firenze, e vi assunse
il nome sotto il quale è conosciuto.
D'allora in poi con tal profitto si die-
de allo studio della teologia, che in
brevissimo tempo divenne uno dei
piti celebri teologi. Per meglio at-
tendere a quella scienza, passò in
Francia nel i532, e vi si tratten-
ne quasi dieci anni. Tornato indi
in Italia , meritò di essere invia-
to al conciho di Trento, ove ebbe
campo di spiegare non solo il suo
vasto sapere, ma ancora la sua in-
dole bellicosa, perciocché gravi con-
tese sostenne per diverse opinio-
ni con altri teologi del suo Or-
dine, come con Bartolomeo Car-
ranza, con Domenico Soto, e con
Bartolomeo Spina, maestro del sagro
palazzo. Anzi le contese s'ebbero
con tal calore, che non si ristettero
in semplici dispute a bocca, ma si
fecero anche pubbliche con alcuni
libri stampati dagli uni contro gli
altri. Nel i547. Paolo l'I 'o pro-
mosse alla sede di Minorica nel re-
gno di Napoh, sebbene molti di lui
nemici adoprassero ogni mezzo per
impedire il suo innalzamento. Cin-
que anni dopo, il Pontefice Giulio
III, che avea avuto il Catarino an-
cor secolare a suo maestro in leg-
ge, lo trasferì alla chiesa di Gonza;
e nel i553 lo chiamò a Roma. Era
comune opinione, ch'ei dovesse ri-
cevere l'onor della porpora; ma
CAT
nel viaggio sorpreso in Napoli da
mortai malattia, finii di vivere agli
8 novembre dell* anno stesso.
11 Cardinal Pallavicino, Stor. Con-
dì, di Trento, 1. XIII, e. 8, in po-
che parole ha espresso il vero ca-
rattere del Catarino , dicendolo :
M uomo di somma riputazione nei
» suoi anni , di minore nelle sue
« opere, forse non favorito in esse
« dalla universale opinione altrui :
M ma nelle contese cogli eretici e
" nelle funzioni del conciho, non
» fu inferiore d'applauso a veruno
»» de' coetanei e de'colleghi ". E ve-
ramente sarebbe degno di maggior
lode il nostro teologo, se alla viva-
cità dello ingegno ed alla estension
del sapere avesse congiunta un' e-
guale moderazione nel proporre le
sue opinioni, e nello impugnare le
altrui. In tal maniera non avrebbe
sostenute sentenze tali , che poscia
a ragione gli furono rimproverate,
e per cui qualche sua opera è stata
registrata neh* Indice. Nondimeno
egli fu uno de' primi a prender le
armi contro Lutero. La nomencla-
tura delle sue numerosissime ope-
re potrassi leggere presso i padri
Quetif ed Echard (Script. Ord. praed.
t. II, pag. i44) 5 i quaU tessero an-
che il catalogo delle varie edizioni,
che ne furono fatte. Abbiasi peral-
tro un' idea generale di quanto scris-
se. I suoi Commenti intorno ai pri-
mi capitoli della Genesi, s. Paolo e
le epistole canoniche, ridondano di
questioni di controversia, nelle quali
combatte con franchezza il Cardinal
Gaetano. Il Trattato della grazia
contiene certe proposizioni affatto
nuove, e anche non troppo con-
formi. Compose parecchi scritti in
favore della immacolata Concezio-
ne. Le sue questioni quibusnani ver-
bis Chrislus confccit Eucharistiae
CAT
sacramentumj sono poste ncH' Indi-
ce, sotto il nome Politus Amhvos.
Calharinus. Negli altri scritti vuol
distaccarsi dai sentimenti dell'An-
gelico, OTc per altro si tratta di
cose non definite. Scriveva egli e-
legantemente , e le sue opere
non mancano di chiarezza e di me-
todo.
CATASTO ( Census ). Registro e
stima de' beni stabili, ed ancora quel-
la gravezza , che s* impone secondo
r estimo de' medesimi, nonché il li-
bro ove essi vengono registrati , e
descritti coi nomi dei possessori. Col
nome di catasto e anche di censo
s'intende pure l'enumerazione delia
popolazione. L' esatta ripartizione
dell' imposta , come la descrizione
della popolazione , che i moderni
chiamano statistica (la quale ora
sta formando in Roma il prov-
vido governo ) è uno dei più
grandi benefizi, che un popolo ri-
cever possa da chi lo regge; il per-
chè si legge, che Ottaviano Augusto
stabili il catasto , o il censo , rem
saluherrimam tolo futuram impe-
rio. Tutta volta cercandosi dai cri-
tici per qual motivo Augusto ordi-
nasse questo censo, si vuole che ciò
facesse non solo per conoscere il nu-
mero de' suoi sudditi , ma per sa-
pere le sostanze e gì' impieghi di
ciascuno, per poi imporre un pro-
porzionato tributo , come opina-
no Ambrosio, Reda, Eulimio, et
Maldonato in e. 2. Liicae. Alcuni
però si oppongono, sostenendo che
siccome gU ebrei avevano i loro re,
ed obbedivano ad Erode, così a lui
solo e non ai romani solevano pa-
gare i tributi. Onde Richard, e
Bineo de Natali Jesu Christi, lib.
I, e. 3, credono piuttosto, che fosse
ordinata questa descrizione soltan-
to per sapere il numero delle per-
CAT 243
sono soggette all' impero romano
ed ai re alleati, e per potere in
caso di guerra fare in ciascun re-
gno quella leva di gente, che oc-
corresse al bisogno. Ma qualunque
sìa stata la vera ragione di que-
st' ordine di Augusto , avverte il
Lamy, cap. g, num. 3, che ciò fu
un tratto meraviglioso della Sapien-
za divina, la quale volle, che da
questo censo risultasse una irrefra-
gabile testimonianza , che Gesù Cri-
sto discendeva dal regio sangue di
Davidde. V. Joh. Guil. Jani de
Censii romanorum primo recentiores
quaedam controversiacy Vittember-
gae 1715, et in tomo V Thesaur,
Theol. Phil. p. 4^4 J 6 Francesco
Cancellieri , Notizie sul natale di
G. C, ove a pag. 79 riporta un
elenco degli scrittori , che trattaro-
no del censo di Augusto . Pel Ca-
tasto poi dello stalo pontificio y si
può consultare l'articolo Congrega-
zione Cabdinalizia del Censo.
CATECHISMO ( Catechismus ).
Istruzione, la quale insegna ciò che
un crisfiano deve sapere, credere e
operare per ottenere la salute eter-
na , riguardante l' ammaestramento
della fede e dei costumi. Chiamasi
pure Catechismo quel libro, che ne
contiene l' insegnamento. L' origine
di tal parola deriva dalla greca ca-
techesij catechesisj cliristìanae doctri-
nae institutioj cioè spiegazione delia
dottrina cristiana { P^edi ), che è la
breve e metodica istruzione dei mi-
steri della fede per quelli, che vo-
gliono farsi cristiani , e ricevere il
salutare lavacro, della cui ammini-
strazione era incaricato il catechi-
sta ( Fedi ).
Essendo stati i vescovi stabiliti
da Gesù Cristo maestri de' fedeli ,
essi devono presentare ai propri
diocesani un catechismo, ed il cate-
!»44 CAT
chismo romano ( Vedi) è il mi-
gliore di tutti. L'uniformità della
dottrina insegnata in tutti i libri
elementari, è una prova irrefiaga-
bile dell'unità della fede, che re-
gna in tutta la Chiesa universale.
Di tutti i libri il più difficile è
un buon catechismo , come quello,
che adattato ad ogni maniera di per-
sone, si tiene per un compendio di
teologia.
Che se alcuni inserirono nei ca-
techismi delle opinioni, che non ap-
partengono alla fede cattolica, que-
sta temerità fu comunemente disap-
provata ed altamente biasimata. P^,
d. Francesco Gusta, Sui catechismi
m odern i , Saggio critico - teologico ,
in cui fa la disamina dei catechismi
di tutte le nazioni ; e il breve Cum
inter presso il Guerra, t. I, p. i6o,
dato da Clemente XIII ai i4 giu-
gno 1761, col quale condannò !'£■-
sposizione della dottrina cristiana,
stampata a Napoli in cinque tomi
nel 1758- 1759 e 1760, e tradotta
nella lingua francese, nella quale
era stata condannata dalla congre-
gazione dell' Indice ai 1 1 novembre
1757. Per maggiormente poi tener
lontani i fedeli dal pericolo, in cui
possono inciampare in questa deli-
cata materia, lo stesso Pontefice con
una lettera enciclica dello stesso gior-
no. In Dominico j presso il citato
Guerra, t. Ili, p. i5, diretta a' ve-
scovi della Chiesa cattolica, li esor-
tava e comandava loro di servirsi
pel regolamento del loro gregge del
Catechismo romano, con tanto stu-
dio e profitto de' cattolici fatto com-
pilare dai Sommi Pontefici suoi pre-
decessori, principalmente da s. Pio
V dopo il concilio di Trento, il
quale avendo condannate le eresie,
che a quei tempi erano insorte, for-
mò un catechismo, in cui s' insegna-
CAT
no le cose da credere, e da fug-
girsi nelle materie della nostra fe-
de. Di questo catechismo adun-
que Io stesso Clemente XIII , per
opporsi alla condannata EsposiziO'
ne, fece pubblicare in quell'anno
una nuova edizione in latino, e in
italiano per opera della stamperia
camerale.
I concilii raccomandano ai par-
rochi di spiegare in tutte le feste
il catechismo nelle loro parrocchie.
Varii Pontefici, e da ultimo Cle-
mente XI, Benedetto XIII, e Bene-
detto XIV , s. Carlo Borromeo e
molti insigni Cardinali, ed altri uo-
mini grandi , esercitarono 1' uffizio
di catechizzare persino i fanciulli, e
la gente di campagna. In Roma ,
nell'intera quarta settimana di qua-
resima, in molte chiese stabilite dal
Cardinal vicario si fanno le istru-
zioni catechistiche in preparazione
al ricevimento della ss. comunione,
a cui per precetto della Chiesa de-
ve accostarsi ogni cattolico nel tem-
po pasquale. V. de la Combe, alla
parola Catechismo.
CATECHISMO Romano. Chia-
masi ancora Catechismo del conci-
lio di TrentOy perchè i venerabili
padri di quell' augusto consesso, do-
po aver raccolta molta materia su
questo oggetto importantissimo, in-
caricarono due vescovi ed un teo-
logo del celebre Ordine de' predica-
tori affinchè il riducessero in com-
pendio. Ma non potendo i padri
condurre a fine sì grave affare, ne
lasciarono la cura alla suprema au-
torità del sommo Pontefice, come
abbiamo da tanti autori, massime
dal p. Reginaldo, de Catechis. Rom.
auctoritate. Ed è perciò, che s. Pio
V, Ghislierìj eletto nel i566, subito
si occupò del catechismo di detto
concilio tridentino, e lo diede a
I
CAT
compilare a tre riputati e dotti sog-
getti di quel tempo. Le due parti
del Simbolo^ e de Sagramenti toc-
carono a monsignor Muzio Calini
bresciano, arcivescovo di Zara, poi
vescovo di Terni, il quale fu anche
adoperato nell' Indice dei libri da
proibirsi, e nella riforma del bre-
viario, e del messale romano. A
Pier Galesìni , dottissimo milanese ,
toccò la terza parte, che tratta del
Decalogo j e a Giulio Foggiani, fa-
migerato letterato di Suna nella dio-
cesi di Novara, toccò l'ultima parte
sulla Orazione domenicale. Finito in
questa forma da tre diverse mani il
catechismo, fu dato allo stesso Fog-
giani, affinchè lo ripulisse nello sti-
le interamente, e quasi lo rifacesse
da capo , nel tempo , che una con-
gregazione deputata dal medesimo
s. Fio V, e di cui era presidente
il celebratissimo Cardinal Guglielmo
Sirleto, Io rivedeva nel dottrinale.
Con tutta questa diligenza fu foi^
mato , e compito il catechismo ro-
mano, nel quale si comprende, co-
me dicemmo all'articolo Catechismo,
ogni dottrina necessaria alla istru-
zione de' fedeli, comune nella Chie-
sa, e che da ogni errore li tiene
lontani. V. Pompeo Sarnelli Lette-
re ecclesiastiche, tomo IX, p. 35,
ove riporta i nomi di quelli, che
composero il catechismo romano, ov-
vero quello già prima incomin-
ciato, come si disse superiormente ,
dal sagro concilio di Trento, cioè
fr. Egidio Foscario domenicano, ve-
scovo di Modena, Lionardo Marino
arcivescovo di Lanciano, e fr. Fran-
cesco Forerio portoghese, che fu il
primo segretario della congregazione
dell' Indice.
Tanto s. Pio V, che l'immediato
successore Gregorio XIII, approva-
rono e pubblicarono il catechismo
CAT
245
romano. 11 primo diresse perciò un
breve al famoso tipografo Manuzio,
e il secondo spedi altro breve a
Millanges di Bordeaux, e ciò prin-
cipalmente ad uso di tutti i parro-
chi cattolici. Ma per le altre condi-
zioni, merito, utilità e polemica del
catechismo romano, si consulti l'ab-
bate Bergier a tale articolo.
CATECHISTA. Colui, che fa il
catechismo, che catechizza, ovvero
che ne ha composto dei libri. Nei
primi secoli della Chiesa si chiama-
rono catecumeni i nuovi discepoli
nella fede cristiana, non ancor bat-
tezzati, di cui la Chiesa prendeva
particolar cura per istruirli nella
fede. Oltre i sermoni dei vescovi,
ai quali era loro permesso assistere,
troviamo negli antichi scrittori, che
in certe chiese, parlandosi dei cate-
cumeni dei due primi ordini , si
destinavano abili soggetti per ìjm-
maestrarli , i quali si chiamavano
catechisti , termine usato sì dagli
autori profani, che ecclesiastici, anche
per indicare coloixD, i quali insegna-
vano i primi elementi delle scienze.
Nell'epistola attribuita a s. Cle-
mente, e diretta a Jacopo, i cate-
chisti sono distinti dai vescovi, dai
sacerdoti, e dai diaconi. Nella chiesa
di Alessandria eravi una celebre
scuola di catechisti per istruire quel-
li , che si disponevano a ricevere il
battesimo, venendone incaricati uo-
mini grandi. Eusebio cesariense chia-
ma questa scuola non già di cate-
cumeni, ma di fedeh, hb. V, Hist,
Eccl e. IO. Tutta volta, che vi fos-
sero istruiti i catecumeni, ricavasi
da Origene, Coni. Cels. lib. 3, pag.
i4i. Fra i catechisti della scuola
alessandrina, sono a nominarsi Pan-
teuo, che sapeva egualmente le
scienze umane, e le divine Scritture,
il quale poi andò a predicare l'evan-
a46 CAT
gelo nelle pih rimote provincie del-
l'Asia, ed inoltre s. Clemente ales-
sandrino, e il medesimo Origene.
Questi fu incaricato d* istruire i
catecumeni, contando l'età di diciot-
to anni, mentre era ancora laico.
Divenne quella scuola si famosa al
suo tempo, che vi accorrevano le
genti dai più lontani paesi. S. Gre-
gorio taumaturgo vi apprese i primi
rudimenti di nostra fede, e vi fece
tali progressi, che lo resero poi
l'ammirazione di tutti. Nella chiesa
di Cartagine s. Cipriano pose nel-
r impiego di catechista un rettorico
per nome Ottato, come lo attesta
con queste parole: Noi abbiamo
stabilito Oliato uno de lettori , ac-
ciocché sia maestro degli uditori.
Nella medesima chiesa duecento an-
ni dopo aveva lo stesso incarico il
diacono Deogratias, ed a sua istanza
s. Agostino compose il bel trattato:
De catechizandis rudibus^ nel quale
gli dà eccellenti istruzioni per inse-
gnargli come dovea compiere il suo
ministero; e san Gregorio Nisseno
scrisse un Discorso sopra lo stesso
argomento, per mostrare a'catechisti
come dovessero insegnare agli altri.
Fra le dignità della chiesa di Co-
stantinopoH, il catalogo degli uffi-
ziali annovera i catechisti, il cui
impiego era istruire il popolo, e
tutti quelli, che lasciavano V eresia
per rientrare nella Chiesa cattolica.
Si può credere col Macri, Notizia
de^ vocaboli ecclesiastici , che questo
ufìiziale fosse incaricato anche di
istruire gl'infedeli, i quali chiedeva-
no il battesimo, e Teofane fa men-
zione di questo uffizio. Da tuttociò
si rileva, che 1' impiego ora si affi-
dava a un lettore, a un diacono, e
anche ad un secolare, e che nella
scelta de'catechisli non tanto aveasi
riguardo al posto delle persone, che
CAT
ai talenti, ed ai doni particolari di
cui erano forniti.
In alcune chiese V impiego di ca-
techista non veniva assegnato a per-
sona particolare; ma era lasciato
allo zelo e alla prudenza di ciascun
fedele l' istruire i catecumeni. S. A-
gostino, che fu fatto catecumeno in
Milano, non fa cenno di alcun par-
ticolare destinato a istruirlo, come
neppure in Roma vi ha vestigio di
simili catechisti. S. Cirillo gerosoli-
mitano parla a tutti i fedeli, quan-
do dice : Se vien generato qualcuno
a Gesù Cristo, colle vostre istru-
zioni rendetelo attento . Altrove e-
gli i* invita a combattere generosa-
mente contro i nemici della Chiesa,
^ a predicare l' evangelo, e vuole
soprattutto, che quelli i quali sono
dotati d' ingegno in guadagnar ani-
me, vi si adoperino incessantemente.
Ma in que' luoghi, ove non vi erano
ne catechisti destinati, ne scuola di
catecumeni, venivano particolarmen-
te a tal uopo incaricati i padrini
e le madrine, i quali doveano abili-
tare alla religione coloro, di cui poi
nel battesimo dovevano farsi mal-
levadori. Il Du Cange alla parola
CatechizarCj dice, che conserva vasi
ancora un' ombra di questo antico
costume ne' posteriori secoli , sino a
quando cominciarono a presentarsi
al battesimo i soli fanciulli, catechiz-
zandoli in questo modo i padrini,
imponendo loro il nome, e offeren-
doli al battesimo, dopo averli latti
in tal guisa catecumeni. Lo stesso
Du Gange cita un legista, che pone
in questione, se quegli che ha in tal
modo catechizzato un fanciullo, con-
tragga con lui affinità, e Matteo
Paris, all'anno 1289, parlando di
Odoardo figlio di Enrico III , re
d'Inghilterra, dice che fu catechiz-
zalo da un vescovo chiamato Guai-
CAT
lieri, battezzato dal legato del Papa,
e confermato dall'arcivescovo di Can-
torbery, il quale unitamente a quel-
lo di Londra lo levò al sagro
fonte.
In tali istruzioni non si disco-
priva ai catecumeni il fondo dei
dommi della religione, perchè non
andassero nelle mani dei gentili, che
ne avrebbero abusato e li avrebbono
posti in ridicolo per non intenderli,
e per altre ragioni della disciplina
dell' Jrcano ( Fedì ). Laonde si fa-
ceva conoscere a' catecumeni la va-
nità dell' idolatria , l' assurdità della
loro mitologia, e della filosofia pro-
fana: s' insegnavano loro i precetti
morali del vangelo, e le dottrine
generali delle nostra religione, meno
alcuni casi, in cui e giudei e pagani
furono dai catechisti istruiti in tutto.
Vero è però, che tal riserva non
fu in ogni luogo uniforme, ne sem-
pre in vigore, dappoiché abbiamo
un discorso di s. Gregorio Nazian-
zeno, Serrn. 4o> da lui fatto per
invitare i catecumeni a far iscrivere
i loro nomi con quei degli altri,
che dovevano ricevere il battesimo,
in fine del quale spiega loro il mi-
stero della ss. Trinità, ed il sim-
bolo, cambiandone per altro i ter-
mini ^ di che secondo la generale
disciplina non soleva parlarsi dai
catechisti. /^. Catecumeno.
Finalmente, oltre quanto si è
detto all'articolo Catechismo, a chi
incombe il farlo, e chi siasi eserci-
tato in questo utile e sagro mini-
stero, qui aggiungeremo, che il ve-
nerabile d. Bartolomeo de' Martiri,
e Gersoue cancelliere di Parigi si re-
cavano ad onore di catechizzare i,
lanciiilli , ritenendola per l' occupi^-
zione la più gloriosa e necessaria.
In oriente suole il parroco, o, altro
sacerdote, fare il catechismo nelle
CAT •247
chiese, ciocche non mai fanno i dia-
coni e i chierici inferiori.
CATECUMENO (Catechiimenus).
I Catecumeni sono quelli, che desi-
derano il battesimo, e che si pre-
parano a riceverlo facendosi istrui-
re ne' misteri della religione cristia-
na. Lo stato di tali persone si chia-
ma Catecumenato f che deriva dalla
parola greca catechiunenos , usata
parecchie volte nei Hbri del vange-
lo. E proveniente dal verbo cate-
cJieOj composto dalle voci cata^ e
cheOj che propriamente significano
suonare, o intuonare all'orecchio.
Letteralmente la parola catechume-
nosj indica quelli a'quali si fa sen-
tire qualche cosa ; ma dall' eccle-
siastica consuetudine si prende fi-
guratamente per indicare coloro
che s' istruiscono, ed ai quali si fan--
no sentire le cristiane istruzioni. Ta-
li parole di generico significato es-
sendo nella Chiesa usate per 1* am-
maestramento de' divini misteri, e
dovendosi questi tenere celati, perchè
non fossero esposti al disprezzo dei
gentili, come richiedeva lo spirito
dell' antica disciplina dell' arcano,
i^Vedi), perciò le parole catechesi ^ e
calechumeno.9j possono essere relative
alla segreta istruzione de' fedeli. Tre
classi di cristiani distingue Eusebio,
Peni. Evang, l. 7. e. 3, ossia dei
presidenti y dei fedeli, e de' catecu-
meni, dappoiché i catecumeni dice-
vansi ancora cristiani, anzi talora
anche fedeli. Tuttavolta il nome dei
fedeli trovavasi più comunemente
ristretto a coloro, i quali avevano
già col sacro lavacro della rige-
nerazione 1' anima purgata ed ab-
bellita. F. Zaccaria Storia lettera-
ria tom. IV. p. 4^^* ^ ^^§-
I catecumeni si distinguevano in
tre classi. I primi erano quelli, clie
desiderando convertirsi alla fede di
248 CAT
Cristo, ascoltavano la divina parola,
senza però chiedere il battesimo, e si
chiamavano ascoltatori ^o uditori (au-
ditores)', i secondi erano quelli, che, do-
po aver ascoltata la divina parola,chie-
devano di essere ricevuti nel nume-
ro de' concorrenti al battesimo, e fa-
cevano scrivere il loro nome nel ruo-
lo de* catecumeni, ed anche de' cri-
stiani, perchè cominciavano ad esse-
re in qualche modo iniziati nel cri-
stianesimo, ed il Thiers dice, che
si appellavano ancora prostrati, o ge-
nuflettenti ( substrati, genuflectentes) ,
perchè dopo avere ascoltato la pre-
dica nella chiesa , si ponevano in-
ginocchioni, ed in qualche modo
partecipavano delle orazioni eccle-
siastiche; il terzo ordine de' catecu-
meni era quello degli eletti, o com-
petenti [electi, competentes), ed erano
coloro, che, dopo aver compiuto il
tempo del catecumenato, erano de-
stinati a ricevere il battesimo alla
prima occasione, cioè alla prossima
pasqua o pentecoste. Vi sono diver-
si autori, che dividono altrimenti i
catecumeni, ma le diverse divisioni,
che ne fecero, tornano presso a po-
co le medesime, e consistono in una
semplice denominazione.
Tutto il vantaggio de' primi con-
sisteva neir assisteie in chiesa a quel-
la parte della messa, che perciò
chiamavasi messa de' catecumeni, e
ad ascoltare la lezione delle sante
Sciitture, e l* esortazione o sermone
de' vescovi dopo il vangelo. Que-
sto vantaggio era comune coi peni-
tenti della seconda stazione, detti
auditori, coi giudei, coi pagani, e
cogli stessi eretici. Terminato il ser-
mone, tutti gli altri si ritiravano per
l'intimazione del diacono, il quale a-
vendo imposto silenzio soggiungeva,
catechumenì orate j parole che indi-
cizzava a' catecumeni della seconda
CAT
classe sui quali si facevano delle
preghiere, come anche sugli ener-
gumeni, e sui penitenti della terza
stazione, terminate le quali, questi
pure si facevano uscire per ordine,
prima i catecumeni, dicendosi dal
diacono : Ite, catechumem\ missa est,
poi gli energumeni, indi i peniten-
ti. Chiude vasi allora la porta, e si
celebrava la messa de' fedeli, rima-
nendo i catecumeni nel portico del-
la chiesa. Tale parte della messa ,
dal principio sino all'offertorio, chia-
mavasi la messa de' catecumeni. Non
era loro permesso di vedei'e la
ss. Eucaristia, ma acciocché potes-
sero avere una special comunione
coi fedeli, veniva dato ad essi del
pane benedetto, che perciò si chia-
mava il pane de^ catecumeni, anche
per far loro comprendere, che un
giorno potevano essere ammessi al-
l'altra comunione.
Vi ebbero i catecumeni appena
nata la Chiesa, e se nei primi gior-
ni della sua fondazione gli aposto-
li battezzavano migliaia d' uomini
senza farli passare per la prova del
catecumenato, fu perchè allora Dio
operava prodigiosamente per istabili-
re una società dedicata al suo cul-
to, e sostituirla alla sinagoga, che
r avea abbandonato. In progresso
venne istituito il catecumenato, del
quale non si può precisamente fis-
sare il principio. Tertulliano che
fiorì cento anni dopo gli apostoli,
ne parla come di cosa ordinaria, e
tanto bene stabilita, che gli eretici
stessi aveano i loro catecumeni. Il
perchè li rimprovera, che nelle lo-
ro assemblee fossero questi mesco-
lati indifferentemente coi loro fede-
li, e non osservassero le distinzioni
competenti. Ma s. Agostino attri-
buisce l'origine del catecumenato
ai tempi apostolici, e s. Ireneo lib.
4, ad\'er. Haer. e. 9,4, ci rappre-
senta san Paolo come destinato a
catechizzare i gentili, e perciò più
affaticato degli altri apostoli, che
catechizzavano i giudei. Ciò riguar-
da la dottrina, mentre per le cerimo-
nie lo stesso santo, lib. i. e. 21, ne
racconta alcune premesse al loro
battesimo dai gnostici, ed altri eretici
di quell'epoca.
In quanto al numero de' catecu-
meni, non si può dubitare, che fu
assai grande nei primi secoli, men-
tre pel copioso stuolo dei marti-
ri , Dio non mancò riparare la
perdita de' principali membri della
Chiesa , la quale vegliò per altro
con diligenza per impedire, che fra
i bramosi del battesimo, non s'in-
troducessero dei falsi fratelli, acciò
non pervertissero i veri. Ed è per-
ciò, ch'essa li sperimentava nel cate-
cumenato, e voleva assicurarsi del-
la loro conversione per accordar ad
essi il sacro lavacro, secondo il pre-
cetto dell'apostolo s. Giovanni : Pro-
hate spiritus si ex Deo sunt. Dipoi,
professato il cristianesimo dagl' im-
peratori, molti si affrettarono di ab-
bracciarlo, il che obbligò i vescovi
a raddoppiare la vigilanza per assi-
curarsi se lo facevano per umani
riguardi. Quindi fu adottata una più
lunga prova pei catecumeni, avanti
di ammetterli alla grazia battesima-
le, il perchè era grandissimo il nu-
mero di questi candidati del cristia-
nesimo, giacche molti differivano per
parecchi anni di ricevere il battesi-
mo, ed altri anche sino alla morte.
Ciò non solo praticavasi da quelli,
che uscivano dal paganesimo, ma
eziandio dalle famiglie cristiane. Di
fatti s. Ambrogio, e suo fratello
Satiro, s. Gregorio Nazianzeno , gli
imperatori Teodorico e Valentinia-
^o // Giovane^ s. Agostino, ed al-
CAT 249
tri restarono fino all'età adulta nel
catecumenato. ]\è deve tacersi, che
molti maliziosamente rimanevano
nel catecumenato sino alla vecchiaia
per condurre una vita più libera,
essendo quella de' battezzati compo-
sta ed austera, e vedendo i penitenti
esercitarsi in lunghi esercizii espiato-
rii , conoscevano quanto costavano
le colpe mortali commesse dopo il
battesimo. Da tutto ciò rilevasi,
come fosse grande il numero dei
catecumeni, nella veneranda antichi-
tà del cristianesimo , massime nei
primi cinque secoli della Chiesa.
Della cura poi, che la Chiesa pren-
deva dei catecumeni per la loro
istruzione , si può vedere 1' articolo
Catechista, come quello dal quale
ricevevano l'ammaestramento nella
fede e nei costumi , disponendoli a
ricevere il salutare lavacro del bat-
tesimo. Il Macri chiama Calechume-
num il luogo destinato in chiesa pei
catecumeni, e catecumenie si disse-
ro le gallerie in alto delle chiese
ove le donne assistevano a' divi-
ni ufficii, secondo Ducange, ovvero
perchè vi stavano i catecumeni , o
perchè quello era il luogo nel qua-
le s' istruivano i catecumeni, sicco-
me opina il Baronio : Fuìtque UH
mater spiritualis s ancia Domina
romana diaconissarum , quae accì-
piens eam ascendit in catechumenuni.
In vita s. Pelag. cap. 8. Questo
medesimo vocabolo significa la casa
per la riunione , ed istruzione dei
catecumeni, e si disse anche Cate-
chumeneum.
La maniera, e le cerimonie colle
quali si ammettevano al catecumena-
to quelli, che domandavano di esser-
vi ammessi, erano tali quali come an-
diamo ad accennare. Si esaminavano
primieramente la vita, e la condotta
de' medesimi, e trovata regolare la
a5o CAT
disposizione , venivano ascritti al
numero de' catecumeni propriamen-
te detti, clic anche, come dicemmo
superiormente, chiamavansi col nome
di cristiani per anticipazione, riser-
luindosi il nome di fedeli a quelli, che
erano battezzati. Ciò apparisce dal ti-
tolo di uno dei più antichi rituali, che
dice : Ordo ad faciendiun christia-
num. I riti, che si usavano nei primi
secoli pel ricevimento de' catecumeni,
erano molto semplici ; coli' andare
poi del tempo, quando il numero
di quelli, che abbracciavano il cri-
stianesimo , divenne minore , vi si
aggiunsero molte cerimonie non pri-
ma usate se non alla fine del cate-
cumenato per servire di prossima
preparazione al battesimo. Si può
anche credere, che quando si co-
minciò a battezzare soli fanciulli, e
si stabih di non aspettare per tale
funzione i giorni solenni destinati ,
si confondessero almeno in molti
luoghi gli esorcismi , e le alti^ pie
cerimonie, che prima si adoperava-
no negli scrutinii, con quella che si
usava pel ricevimento dei catecu-
meni. Durava il tempo del catecu-
menato anticamente tre mesi, Clem,
fpist. 3 ; ma poi fu abbreviato in
soli quaranta giorni : qui baplìzari'
di sunt super quadraginta dìes pu-
Ilice iis tradamus sanctam^ et ado-
laudani Trinitatem , Hier. ep. ad
Fammach.
Per la perseveranza nel catecume-
nato per molti anni, come fece il
grande Costantino, oltre altri esem-
pi superiormente addotti, essendone
venuto abuso , vi riparò la Chiesa,
e molto si adoprarono i ss. Ambro-
gio, Basilio, Gregorio Nazianzeno,
ed altri, come riferisce il menziona-
to Baronio all'anno 377. Durò nella
Chiesa il costume del catecumenato,
finche nelle città cattoliche vi furo-
CAT
no gentili da convertire, perciò nel-
r occidente vuoisi , che terminasse
nel secolo Vili. Grande cautela era
necessaria acciocché in quell' età non
tornassero al gentilesimo quelli, che
aveano ricevuto il battesimo. Ed
è per questo che gl'increduli anti-
chi e moderni possono da qui de-
durre la prudente e cauta condotta
della Chiesa in tutti i tempi, e per-
ciò la vera scienza de* cristiani spac-
ciati da alcuni per ignoranti.
Ma di questo argomento meglio
si tratta all'articolo Battesimo {Vcdì)^
e particolarmente ai § V, VI, IX,
del medesimo, mentre al § VII si
parla dello scrutinio anticamente
praticato prima del battesimo sul-
l'animo de' catecumeni, al § Vili
delle cerimonie innanzi il battesimo
secondo l'antica disciplina, e al § XII
delle cerimonie dopo il battesimo
giusta l'antica disciplina, ed al§ XI lì
degli esercizi dei neofiti dopo il bat-
tesimo, y. inoltre il p. Chardon,
Storia de Sacramenti, Brescia 1 758,
tomo I, libro I, capitolo IV, V, VI,
VII, Vili ec.
Dei convertiti alla fede cattolica,
o neofiti posteriori al catecumenato,
e delle pie case de' catecumeni di
E.oma tanto per le donne, che pe-
gli uomini, nelle quali s'istruiscono
avanti di ricevere il santo battesimo,
V. r articolo Neofiti. Il Cancellieri
nella sua Settimana Santa, parlando
delle dimostrazioni di gioja, che nel
sabbato santo fa la Chiesa per la
resurrezione del suo Sposo, e per la
nuova figliuolanza de' neofiti , che
vede attorno a' suoi altari ne' tem-
pli , in cui secondo l' antichissimo
rito si amministra il santo battesi-
mo, tesse un eruditissimo elenco
degli scrittori , che si occuparono
di questo sacramento, e dei catecu-
meni. Riguardo poi ai catecumeni,
CAT
i quali morivano senza aver rice-
vuto il battesimo nell'antica Chiesa,
tra i padri principali vi erano due
sentimenti, e pratiche conlrarie. S.
Gio. Grisostomo, s. Agostino, e il
concilio di Braga nel canone 35,
per la ragione di non essere stati
battezzati , proibiscono di dover ri-
cevere oblazioni, e la celebrazione
dei sacrifizi per essi. Per l'opposto
s. Ambrogio protesta, che possono
farsi preghiere particolari e pubbli-
che, ed anche celebrare messe in
suffragio de'catecumeni defunti. Tut-
tavolta il Berlendi, Delle oblazioni
aW altare j pag. 54 e seg., trattando
questo aigomento, procura di con-
cordare tali sentimenti.
CATENE DI S. PIETRO. Reliquia
insigne, che si conserva in Roma
nella basilica di s. Pietro in Vin-
culis sull'Esquilino, appartenente ai
canonici regolari lateranensi.
Volendo prima dire qualche cosa,
come sempre siano state venerate
le catene dei ss. martiri, ci permet-
teremo di premettere un cenno re-
lativo. Troppo nota è la cura, che
si prendevano gli antichi cristiani
non solo nel raccogliere, e nel gelo-
samente custodire gli strumenti del
martirio degli apostoli e degli atleti
di Gesù Cristo, ma altresì nel pro-
curare r acquisto delle catene , con
cui erano stati avvinti nelle carceri,
e poi guidati all'estremo supplizio.
Varie di esse trovate nelle catacom-
be e nei cimiteri, in uno ai corpi
dei santi martiri, ne fauno chiara
testimonianza, come si legge nel
Boldetti, Osservazioni sopra i cimi-
teri dei jìtartirìj, lib. I, cap. 60,
pag. 3 14. Racconta poi s. Gio. Gri-
sostomo, che s. Babila, vescovo e
martire antiocheno, fu sepolto colle
catene, colle quali era stato impri-
gionato, e che si onoravano in una
CAT 1^1
alle sue spoglie con pubblico culto.
Anco s. Eusebio Emisseno in una
sua omelia ad onore dei santi mar-
tiri Epipodio ed Alessandro, afferma
che molte chiese, le quali non ave-
vano potuto ottenere qualche loro
reliquia, aveano invece richiesta pre-
murosamente porzione delle loro
catene. Cos\ in Napoli , al riferire
di Baronio, nelle note al martirolo-
gio a' 3o settembre, conservansi le
catene di s. Gregorio arcivescovo e
primate dell'Armenia, che pati sotto
Diocleziano. In Roma nella basilica
lateranense esiste la catena con cui
s. Gio. Evangelista fu trasportato
in Efeso, e il Cardinal Egidio dei
santi Cosma e Damiano, nell'anno
1220, fra le altre reliquie, donò a
Federico Chiaramonte magnani par-
lem de catena \>ìnculi s. Laurentii.
Il citato s. Gio. Grisostomo celebra le
catene, colle quali fu avvinto 1' apo-
stolo delle genti s. Paolo, e Gio. Erne-
sto Emmanuele Walchio scrisse. De
vinculis apostoli Pauli ex antiquita-
tuni profanarum monumentis illustra-
tisi Jenae 1746. Sappiamo inoltre che
il tribuno comandò, che s. Paolo fos-
se legato catenìs duabus , In Actis
Apost. XXIy ed egli stesso narra,
che vinctus ab Hierosolymis fu con-
dotto in Roma, ove chiamati innanzi
a sé gli ebrei, disse loro: propter
spem Israel catena hac circunida-
tus suniy di cui spesse volte fa men-
zione nelle sue epistole agli Efesini,
e al discepolo Timoteo. Non può
dubitarsi, che queste catene religio-
samente si custodissero nella sua
basilica ostiense, poiché il Papa san
Gregorio I ne scrisse all'imperatrice
Costanza in epist. XX Xj, lib. IV,
pag. 258, tom. VII. Papebrochio,
commentando tal passo, dice essere
probabile che la catena, con cui fu
avvinto nel viaggio che lece s. Paolo
r>')2 CAT
dall'oriente in Roma, e Taltra colla
quale ivi venne rinchiuso, com'egli
crede, nel carcere JManiertino, siano
le catene medesime con cui era stato
legato nello stesso sito, nel collo, e
nelle mani. É certo poi che si rileva
il pio costume di mandare in dono
a' personaggi più distinti la limatura
di queste catene, anche dalla lettera
scritta dal prefato Pontefice ad Eu-
logio patriarca Alessandrino: Trans-
mi si nius crucem parv ulani in qua
de catenis ss. Petri et Pauli apo-
sloloruni inserta est benediclio, quce
oculis vestris assidue superpona-
tur _, quia multa per eandeni be-
nedìclìoneni miracula fieri consue-
verwìt. Una piccola parte di queste
catene sembra che anticamente esi-
stesse nella chiesa di s. Pietro in
Vinculis, facendone menzione Nicolò
Signorile in Cod. Bibl. Vat. 3556,
fol. 6r, il quale nel catalogo delle
reliquie di Roma, che compilò nei pri-
mordi del secolo XV sotto Martino
V, dopo aver parlato di quelle di s.
Pietro di cui siam per trattare, così
si esprime : inodicam catenani, qua
fuit ligatus s. Paulus. Di altre sacre
catene, e delle notizie analoghe, fa pa-
rola Cancellieri nelle Dissertazioni
epistolari bibliografiche, Roma 1 809.
Se adunque gli antichi cristiani
con tanto studio raccolsero e vene-
i*arono le catene de'martiri, non in-
feriore dev'essere stato l' impegno di
custodire le catene del principe degli
apostoli, e primo Pontefice s. Pietro,
e siccome naturalmente dovevano
preferire tali ferri all'oro e alle gem-
me, si saranno studiati di conservarli
siccome un prezioso tesoro. Abbiamo
dal Novaes, nella vita di s. Pietro, che
questi per ordine di Erode Agrippa
fu posto in Gerusalemme in carce-
re, dalla quale fu liberato da un
angelo, che sciogliendone le catene,
CAT
come si legge in Act. XII, 4, 7, 'o
condusse fuori della prigione ; e che
recatosi in Roma fu da Nerone fatto
rinchiudere nel carcere Mamertino,
ove nove mesi stette legato con una
catena, dipoi trovata da s. Balbi-
na r anno 1 26 nel pontificato di
s. Alessandro I, e data da essa a s.
Teodora nobilissima romana, e so-
rella di s. Ermete prefetto di Ro-
ma, fu consegnata al detto Papa, il
quale la ripose nella chiesa da s. Teo-
dora stessa eretta, o rinnovata; ed è
perciò che tal chiesa prese il nome di
s. Pietro in Finculis, e dal medesimo
Alessandro I fu consacrata nel dì
primo d'agosto. Però, come diremo
all' articolo Chiesa di s. Pietro in
ViNCULis, sembra certo e indubitato,
che piuttosto essa fosse edificata sol-
tanto verso la metà del quinto secolo
in un modo maestoso, ma pel mede-
simo oggetto. Gli atti di s. Alessan-
dro I, donde ciò si ricava, sono ripu-
tati apocrifi da uomini eruditissimi,
da altri però come l'Enschenio, in
Camme nt. praevio ad acta s. A-
lexandri pag. 267 , lo Schelstrate
Antiq. illustr. t. I, diss. II, e. 3, n.
12, p, i65, il Baronie, ad annum
i32, n. I, sono giudicati alnjeno
per la maggior parte legittimi e de-
gni di fede. Né vogliamo qui tacere,
che il Sangallo, Gesta de" Pont. t.
Ili, p. i85, n. i, racconta dello
stesso s. Alessandro I, che avendo
convertito il detto Ermete colla fa-
miglia, fu carcerato, ma nella pri-
gione convertì ancora il tribuno Qui-
rino , e dopo di avere renduto a
Balbina stessa di lui figliuola la sa-
nità corporale colla guarigione del-
le scrofole, col solo tocco delle sue
catene, la sanò anche nell'anima per
mezzo del battesimo : evvi poi chi
dice, che tal miracolo si ottenne
colle catene di s. Pietro. Leggesi
CAT
inoltre nel Piazza, Gerarchia pag.
537, che le catene di s. Alessandro
I col di lui corpo, dal Pontefice
Alessandro II furono donate a Luc-
ca, ove vennero riposte nella chie-
sa a lui dedicata, sebbene non man-
chino altre chiese, le quali sosten-
gono possedere il corpo di s. Ales-
sandro I.
Abbiamo poi dal Bernini, Storia
di tutte V eresie, p. 1 3 1 , e 198,
che Giovenale vescovo di Gerusa-
lemme nel 4^9 donò ad Eudossia
imperatrice moglie di Teodosio //
giovane o il juniore, le due catene,
colle quali s. Pietro nella medesima
città fu legato per ordine di Ero-
de , onde una la ripose nella chiesa
dedicata a questo apostolo in Co-
stantinopoli , come si legge nel Me-
nologìo graec. die 16 januarii, e
l'altra la mandò a Roma ad Eu-
dossia sua figlia , moglie dell' impe-
ratore Valentiniano 111, la quale
subito suir Esquilino volle innalzare
a s. Pietro un tempio , ovvero, se-
condo la verità della storia, riedifi-
cò il preesistente nel colle Esqui-
lino , e perciò fu detto il titolo di
Eudossia. Essendo poi Pontefice s.
Sisto III, meritò di vedere il mira-
colo, di cui fa testimonianza il Ba-
ronio, cioè che tal catena nel porsi
insieme a quella sunnominata j che
strinse in Roma lo stesso santo per
comando di Nerone, si congiunse
con èssa, e formò una sola catena,
dicendoci il Brev. rom. die I aug. :
ut non duae, sed una catena ah eo-
dem artifice confecta esse videretur.
Quindi per la dedicazione di tal
basilica , e in memoria di questo
prodigio accaduto nel primo di ago-
sto, ne istituì s. Sisto III la festa,
della quale poi riparleremo. V. Pa-
pebrochio Acta ss. junii t. IV, §19)
p. 449> § J^; P- 4^2. Altri poi
CAT 253
raccontano tal fatto accaduto sotto
s. Leone I, che ai 9 maggio 44<^
successe a s. Sisto IÌI, il quale vo-
lendo confrontare la catena di Ge-
rusalemme con quella di Roma, am-
bedue miracolosamente si riunirono.
Certo è, che nel sesto secolo le
due catene riunite trovavansi nella
basilica di s. Pietro in Vinculis,
come dichiara un'antica iscrizione
ivi esistente riportata da molti, non
che dal Martinelli, Roma ex Ellm.
sacra, p. 284. Una di esse è com-
posta di ventidue anelli , 1' ultimo
de' quali è ritorto ed è adunco, in-
castrato in una specie di collare ,
formato di un doppio ferro a guisa
di un semicircolo , il quale certa-
mente fu la boja, che dovette ser-
vire per serrare il collo a s. Pietro,
e dee credersi sia stata la catena
del carcere Mamertino, dal quale fu
condotto al glorioso martirio. L'al-
tra catena è formata di undici anelli :
sette sono del tutto simili a quelli
della precedente, e del medesimo
lavoro, a segno che sembrano parte
della romana : gli altri quattro sono
più piccoli, e alquanto diversi dagli
altri , laonde questi possono credersi
una porzione della catena, con cui
r apostolo fu stretto in Gerusalem-
me , dappoiché da queste catene
riunite i romani Pontefici tolsero
varii anelli, e, come dicesi all' arti-
colo Anelli delle catene di s. Pie-
tro ( Vedi ) , li regalarono a prin-
cipi , ed a chiese insigni.
Colla limatura poi di dette ca-
tene i Pontefici vollero rendere pre-
gevole e sacro qualche donativo ,
che inviarono agi' imperatori, ai re
ed ecclesiastici ragguardevoli, inclu-
dendo poca limatura dentro chiavi
d'oro, che ponevano, prima di spe-
dirle, sopra la tomba dello stesso
s, Pietro, indi le mandavano in at-
'i^ CAT
testato di divozione e di affolto ai
menzionati soggetti. Queste chiavi,
come si esprime s. Gregorio Tur.,
de glor. martyr. lih. I, e. 7.8, super
argros poxitae nudtix solent mira-
culfx cornscnre. Leggiamo pertanto
nel citalo Bernini, che s. Gregorio I
lìe mandò una ad Anastasio patriar-
ca di Antiochia, al re di Spagna,
o de'visigoti Recaredo, al re di Fran-
cia Childeberto, ed a Teotisto ca-
valiere cattolico e balio del figlio
dell' impei-atore Maurizio. S. Gre-
gorio 111 mandò simili chiavi d'oro
colla limatura delle catene a Carlo
Martello ; s. Leone III a Carlo Ma-
gno; e s. Gregorio VII ad Acone
re di Danimarca. Soggiunge Io stes-
so Bernini , che un re dei longo-
bardi, quando entrò in una città di
là dal Pò, trovò una di queste chiavi,
la quale vedendo egli esser d' oro ,
» et ex illa aliquid aliud volens sibi
M facere, eduxit coltellum, ut cara
» incideret, qui mox coltellum cura
»y quo eam per partes mittere vo-
>» lebat, sibi in guttura defixit, ea-
« demque bora defunctus cecidit.
>» Antaris lungubardorum rex prò
« eodem miraculo aliam auream
M clavem fecit , atque cum ea pa-
« riter transmisit ( al Pontefice Pe-
« lagio II ) indicans quale per eam
M miraculum contigisset ".
Ma Francesco Cancellieri nelle
sue erudfte Notizie del carcere Tul-
liano ^ detto poi Mamertino, ove fa
rinchiuso s. Pietro, e delle catene
con cui vi fu avvinto prima del suo
martirio, non solo dice che la li-
matura di esse fu racchiusa entro
chiavi, ma anche entro crocette, e
che le une e le altre furono d'oro
e di argento, non che entro qual-
che prezioso reliquiario , dicendoci
inoltre, che le chiavi nella forma
erano simili a quelle della confessio-
CAT
no o tomba di s. Pietro. Il citato Pa-
pcbrochione riporta la forma con di-
versi disegni. Tali chiavette si portava-
no appose al collo per essere scam-
pati da disgrazie , e da ogni male
per r intercessione di s. Pietro, e
si solevano accostare agli occhi per
divozione. Egli pertanto racconta ,
che i legati imperiali spediti nel-
l'anno 5 19 da Giustiniano I al
sommo Pontefice Ormisda , gli ri-
chiesero qualche porzione di queste
catene pel singoiar culto, in cui era-
no tenute sino dai tempi i più ri-
moti. Oltre i citati esempi, s. Gre-
gorio I ne mandò pure ad altri so-
vrani e personaggi sì ecclesiastici
che secolari, consoli e patrizi, usan-
do queste formule : >» Clavem a sa-
M cratissimo d. Petri corpore vobis
M transmisimus, in qua ferrum de
« catenis ejus clausura est, et quod
» illius collum ligavìt ad martyrium,
w vestrum ab omnibus peccatis sol-
M vat". E per riguardo alle croci:
« Transmisimus crucem parvulam,
» in qua de catenis b. Petri apo-
M stoli apposita est benedictio, quac
« oculis vestris assidue superpona-
« tur, quia multa per eamdem be-
M nedictionem miracula fieri con-
M sueverunt".
Gli altri Pontefici, che spedirono
questo dono, rammentati da Cancel-
lieri, sono s. Vitaliano che ne man-
dò alla consorte di Oswio re dei
iiortumbri, scrivendogli: « Conju-
M gi, nostrae spirituali filiae, direxi-
« mus crucem, clavem auream ha-
« bentem de sacra tissimis vinculis
« bb. apostolorum Petri et Pauli ".
Costantino, creato Papa nell' anno
708 , inviò ad Eraldo arcivescovo
viennense, de Vinculis apostolorum.
S. Gregorio VII fece lo stesso do-
nativo anche ad Alfonso re di Ca-
stiglia, a cui scrisse: » Ex more
CAT
»» sanctorum , misimus vobis clavi-
M culam auream in qua de catenis
M h. Petri benedictio continetur ", e
per rinnovare questi antichi esempi,
nei secolo decorso, Benedetto XIV
volle arricchire collo stesso prezioso
dono la sua chiesa bolognese, che
continuava a governare da Papa.
E poi da avvertirsi, come meglio
diremo all' articolo Chiavi ( Fedì) ,
che nelle chiavi della confessione di
s. Pietro spedite a Carlo Magno re
de* francesi nell'anno 796 da s.
Leone III, il Baronio a detto anno,
n. 1 1 , il Bellarmino,, de traslat. im-
perii lib. I, e. i3 p. 345^5 il Pape-
brochio, in t. V, junii, p. 4^3, e il
Catalano, in t. XI, pontificali^ rom.
p. 3g6, hanno sostenuto esservi in-
clusa la limatura di ferro delle stes-
se catene , ad onta di quanto scris-
sero Nicola Alemanni , De Latera^
nen. Parietinis, e. i4, p, i4> ^ A^"
drea Vittorclli, in addition. ad Ciac-
coniuni in vita Leonis III^ t. I, p.
368. Molti altri esempi di detto
pio costume si leggono presso il Se-
verano nelle sue Memorie sacre del-
le sette chiese di Roma.
Fra i prodigi operati da Dio per
intercessione di s. Pietro, ai vene-
ratori delle sue catene, non si de-
ve passare sotto silenzio , che nel
pontificato di Giovanni XIII nell'an-
no 967, e mentre l'imperatore Ot-
tone I dimorava in Roma , un de-
monio entrò in uno dei signori del
\ suo seguito, per lo che si ebbe ri-
; corso alla catena di s. Pietro , la
; quale gli fu messa intorno al collo,
I e subito ne restò perfettamente li-
; berato. Dne anni dopo lo stesso
j Pontefice tolse un anello delle stesse
catene, e lo inviò in dono al vesco-
vo di Metz, giacché solevano i Papi
donarne quando era seguito qualche
miracolo. F. il Zaccaria, Storia let-
CAT 255
tcraria d'Jtalia, t. III, p. 893, che
combatte il Basnage impugnatore
dell' identicità delle catene di s. Pie-
tro. Su questo argomento , più di
ogni altro, è da consultarsi la dot-
tissima Dissertatio de catenis sancii
Petri j Romae 1828, del celebre p.
abbate Michelangelo Monsacrati ca-
nonico regolare. Ne minor prova
della venerazione prestata a queste
catene sono i miracoli, de' quali fan-
no buona testimonianza s. Gregorio
Magno in più luoghi delle sue
lettere, specialmente l. I, ep. 3o,
3i ; s. Gregorio Turonese, 1. I, de
gloria martyrum, e. 28 ; e l' antico
autore del Sermone de vìnculis s.
Petri, neìV Omeliario d'Alenino.
La festa istituita in onore delle
caténe di s. Pietro è anche un' al-
tra prova della loro esistenza in Ro-
ma ; la qual festa in tutti i calen-
dari, i martirologi, e i sagramentari
publjUcati dal Pamelio, dal Rocca,
da Ugone Menardo, dal Tom masi ,
da monsignor Giorgi si trova nota-
ta; anzi in più luoghi gnardavasi
tal festa come di precetto. Neil' an-
tico calendario germanico del Be-
chio essa è segnala coi medesimi
caratteri rossi , come sono notate
quelle di s. Lorenzo, di s. Bartolo-
meo, e di s. Paolino di Treveri. Il
detto Monsacrati ne parla a p. 28
con molta erudizione, riportandone
copiosi esempi estratti dai concili di
chiese particolari, e da altri libri.
Nel martirologio Centulense si leg-
ge, il di primo d'agosto: Romae
ad rincula s. Petri festivus et sole-
mnis concursus j e Jacopo Gaetano,
il quale fiorì sotto Bonifacio Vili, nel
suo Ordinario s. rornanae ecclesiae,
afferma : in festo s. Petri non fie-
hat concisto rium. Dal che pare che
questa festa anche in Roma fosse
riguardata a quei tempi come so-
256 CAT
lenne. I greci con pieno uJTlzio, e
con doppio canone solennizzavano
pure questa festa, ma a*i6 genna-
io . Tra essi già era in vigore nel
nono secolo, essendone una prova
manifèsta il trovarsi registrata nel
martirologio di IJasilio imperatore
scritto circa 1* anno 886, e celebra-
to da Giuseppe denominato l'inno-
grafo, il quale morì nell'SBS. Quan-
do poi cominciasse tra i latini, nel-
la grandissima varietà de' sentimen-
ti degli scrittori, riportati dal Mon-
Kicrati a pag. 3o e seg., sembra a
lui più verosimile il principio coU'e-
poca dell' erezione, o riedificazione
della stessa basilica Eudossiana di s.
Pietro in Vinculis. Antichissimo poi
è il rito, che si usa in Roma, di ba-
ciare con riverenza le catene di s.
Pietro, siccome attestano i martiro-
logi, i sagramentari , non che gra-
vi autori ; divozione, che continua
oggidì, e recandosi nel giorno della
festa in detta chiesa il Sommo Pon-
tefice, non solo bacia con venerazio-
ne i sacri ferri , ma se li pone al
collo.
Queste s. catene si conservano pre-
sentemente in una cassetta d'argen-
to cesellato, prezioso lavoro fatto
eseguire dai canonici regolari di s.
Pietro in Vincoli; la quale cassetta
è rinchiusa nella sagrestia entro una
profonda cavità difesa nella sua aper-
tura da un cancello di ferro, che vie-
ne coperto da due sportelli lavorati
in bronzo dagli elegantissimi artefici
fiatelli Pollajuolo, in quella basilica
sepolti, i quali sembra abbiano riu-
nito in tale lavoro le bellezze tutte
della loro arie immortale. Le sud-
dette catene di s. Pietro non pos-
sono estrarsi che aprendo tre luo-
ghi distinti chiusi con tre distinte
chiavi, una delle quali è presso il
Sommo Pontefice, custodita però da
CAT
monsignor maggiordomo; la secon-
da è presso il Cardinal titolare di
quella basilica celebratissima, la ter-
za finalmente è presso l' abbate di
vS. Pietro in Vincoli. Due volte al-
l' anno si espongono alla venerazio-
ne de' fedeli, nel quinto giorno cioè
fra r ottava de' ss. Pietro e Paolo
quando i prelati chierici di came-
ra vi fanno la cappella prelatizia
(Vedi), secondo la costituzione di
Benedetto XIV, e nella summenlo-
vata festa delle catene stesse per tutta
r ottava.
Il Cancellieri neir opera citata, al
capo XV, Quando fu istituita la
festa dei Vincoli di s. Pietro, de-
scrive i diversi pareri e le supposi-
zioni degli autori, che ne danno il
vanto a s. Alessandro I, a s. Siri-
ciò, a s. Innocenzo I, ed a s. Sisto
III ; ma di ninno si ha certa testi-
monianza, perchè s. Leone I, suc-
cessore di s. Sisto III, in un ser-
mone recitalo nella chiesa di s. Pie-
tro suir Esquilino, fece riflettere al
popolo ivi adunato la doppia ragio-
ne che aveva di rallegrarsi, una cioè
della festa de' Maccabei, che ricor-
reva in quel giorno, e che è la so-
la festa de'martiri dell'antico testa-
mento, la quale fra noi si celebri, e l'al-
tra della dedicazione della chiesa ,
senza neppur nominare i santi vin-
coli. Finalmente si attribuì l'in-
troduzione della festa anche a s.
Pelagio L Si può però ritenere, che
coir introduzione della solennità dei
vincoli di s. Pietro si sieno volute
abolire le feste, che in Roma face-
vansi in onore di Augusto , oltre
quella della dea Speranza, per la
dedicazione fattale in quel giorno
del suo tempio nel foro olitorio, e
la celebrazione de' combattimenti e-
questri per l'altra dedicazione del
tempio di Marte, riferita da Dione,
CAT
lìh. IX histor. p. 667. Da questa
poi derivò l' uso, che dura anche
ni presente, di stare in allegria e
d' invitare a mensa gli amici, locchè
chiamasi volgarmente ferrare ago-
sto, come osserva l'Ugonio nelle Sta-
zioni di Roma, p. 53, ed anche il
fer ad Aiigustunij come io credo, da
cui è venuto il cos'i detto Ferra gesto j
e non dai ferri delle catene di s. Pie-
tro, di cui si celebra la festa, come
pensò il Bernini, loco citato^ confutato
dal p. Carmeli, Storia di vari costu-
mi sacri e profani degli antichi a
noi pervenuti j Venezia 1778, capo
X, dell' uso che si chiama ferrare
agosto, tom. IL p. 176.
CATERINA (s.). Ordine equestre
del monte Sinai y o di Gerusalem-
me. Nell'anno io63, ovvero nel
1067, alcune pie, e nobili persone
vollero istituire, ad esempio de' ca-
valieri del s. Sepolcro, un Ordine e-
questre sotto la regola di s. Basilio,
in difesa della Chiesa cattolica, e
per custodire il corpo di s. Cate-
rina vergine e maitire rinvenuto
nel monte Sinai, ponendosi sotto il
patrocinio della santa, e del suo no-
me fregiando l'Ordine. Difendevano
ed alloggiavano i pellegrini, che si
recavano ne' luoghi santi di Palesti-
na, e il sepolcro della loro patrona.
Aumentatosi il numero di questi
cavalieri, elessero un gran maestro,
€ formarono in seguito anche delle
commende. Professavano la castità
coniugale, e per due anni ciascuno
era obbligato alla custodia del sa-
gro deposito. L' abito consisteva in
una tonaca bianca, e per insegna
portavano sopra esso gì' istromenti
del martirio di s. Caterina, che con-
sisteva in una mezza ruota armata
di punte taglienti, e traversala da
una spada tinta di sangue. Ma e-
steso il dominio degli ottomani sul-
VOL. X.
CAT 1^7
l'impero d'oriente, l'Ordine venne
estinto, sebbene nel libro degli Ordini
Equestri, stampato a Parigi nel 1 67 i ,
si affermi ancora a quell' epoca in
parte sussistere, perchè i monaci
basiliani, custodi del corpo di s. Ca-
terina, conferivano le insegne e il
cavalierato ad alcun pellegrino, che
prometteva osservare la castità con-
iugale, ed obbedienza a s. Basilio.
V. Giustiniani, Historie cronologiche
degli Ordini equestri, pag. 1 2 i , e
Bonanni, Catalogo degli Ordini e-
questri e regolari pag. 1 r .
CATERINA (s.) Vigri detta di
Bologna ^ Badessa della Clarisse
di Bologna _, nacque in questa cit-
tà nell'anno i4i3. Fino da fan-
ciulla diede ella non dubbi segni
di santità, e quantunque, a cagio-
ne dell'altezza del suo casato, in
età di dodici anni, fosse già dama
di onore della principessa Marghe-
rita d' Este, poiché dopo due anni
ne fu liberata , non amando che
di servire Dio solo, si ritirò in
Ferrara, presso alcune pie femmi-
ne del terzo Ordine di s. France-
sco. Eretta in progresso di tempo
questa congregazione a monistero
sotto la regola di santa Chiara, vi
fece anch' ella i solenni voti, ed ivi
rimase in fino a che fu fondato il
convento delle Clarisse di Bologna ,
delle quali fu la prima priora. Tut-
te quelle virtù, che devono adorna-
re una più perfetta religiosa , era-
no da lei possedute in grado emi-
nente così, che il Signore la volle
premiata anche in questa vita del
dono dei miracoli e della profezia.
Senza pronunciare accertato giudi-
zio sulla verità di quelle visioni e
rivelazioni, che a lei si vogliono at-
tribuite , poiché è facile in que-
sto genere di cose, come ne avvisa
Benedetto XIY ( de Canon. SS. ) ,
^7,
a^ CAT
il cadere in fantasticherie , solo
dii'emo ch'ella fu veramenle un'a-
nima assai diletta al Signore, se
anche al presente con un conti-
nuo miracolo Egli si degna con-
servarne fresche e palpabili le sa-
cre spoglie, che si custodiscono col-
la maggior pompa e devozione nel-
la chiesa delle Clarisse in Bologna.
Morì il nono giorno di marzo nel
i463 , contando il cinquantesimo
anno di età. Clemente Vili, nell'an-
no 159?., pose il suo nome nel mar-
tirologio romano. Clemente XI nel
1712 compi il processo della sua
canonizzazione, che solennemente ce-
lebrò,nella basilica vaticana; mala
bolla non fu spedita che sotto Be-
nedetto JlIII, nel 1724.
CATERINA (s.) di Svezia. Fu
figliuola di santa Brigida e di Ul-
fone, principe di Nericia in Isvezia.
Nella età di sette anni entrò nel
monistero di Risberg, per riceverne
cristiana educazione, e legatasi ap-
presso in matrimonio con Egardo,
giovane di molta pietà, di mutuo pa-
rere si obbligarono a vivere conti-
nenti, aiutandosi l'un l'altro nell'eser-
cizio delle virtù, e nelle pratiche di
carità. Morto il padre di lei, si unì
alla madre sua nel viaggio di Pa-
lestina, e rimasta priva anche di
questa, per morte avvenutane in Ro-
ma, ritornò in Isvezia, dove si fece
religiosa nel monistero tìi Watzen,
di cui morì badessa ai 24 di mar-
zo i38i. Il martirologio romano
fa memoria di lei il giorno vigesi-
rao primo dello stesso mese.
CATERINA (s.) da Siena, nacque
in questa città l'anno i347, ^^
Giacomo Benincasa, discendente del-
la famiglia Borghese. Le belle do-
ti dello spirito e del corpo, che fi-
no da fanciulla la adornavano, le
meritarono il nome di Eufrosina.
CAT
L' orazione e la solitudine costituì--
vano il meglio delle sue delizie, ed
aflinchè il suo cuore non fosse di-
viso fra la creatura ed il creatore,
tenera ancora degli anni, fece voto
di rimanersi vergine in tutta la vita.
Questa sua deliberazione costò a
lei non lievi, né brevi contrasti per
parte specialmente dei suoi genitori,
che adoperarono ogni maniera di
persuasione per indurla ad unirsi in
matrimonio. Ella, anziché mancare
al suo votoj sostenne in pace ogni
più duro travaglio, ed afline di stri-
gnersi maggiormente a Dio, addop-
piò le usate sue pratiche di devo-
zione, e fu tutta nelle opere di
carità e mortificazione. Di soli quin-
dici anni era già così avanti nella
via della perfezione, da non saper-
si che più bramare , e nel 1 365
vestì r abito del terzo Ordine di «.
Domenico. Il Signore la volle afflit-
ta da gravi malattie corporali, che
tollerò con eroica pazienza. Egli ,
che volea sempre più renderla a se
diletta, permise ancora che il demo-
nio in varie guise, e con vari ten-
tativi d'impurità la tentasse, e che
cadesse nelle più affliggenti desolazio-:
ni di spirito; ma Caterina, a mezzo
della preghiera, dell' umiltà, della
rassegnazione, e di una ferma con-
fidenza in Dio, ne riportò sempre
felicissimi effetti. Fu singolare la sua
carità verso i poveri, e l'ardente
suo zelo per lo vantaggio dei pros-
simi , segnatamente riguardo allo
spirito, sicché non può dirsi abba-
stanza quanto ella abbia giovato
alla conversione dei peccatori, se ebbe
a dire il Pontefice Pio II, che non
era possibile avvicinarsi a lei senza
tornarne migliori. Troppo lunga cosa
sarebbe il narrare delle sue estasi,
de' suoi doni particolari , e dei mi-
racoli da lei operati, e basterà ai
CAT
noslro intcìulimcnto averne fatto
solainenlc cenno. Fu fornita di lar-
ghi lumi soprannaturali , e tanto ne
sapeva innanzi nelle cose sacre, da
tirarsi 1' invidia di alcuni dottissimi
uomini di quell' età. Ebbe relazioni
di lettere e di persona con Ponte-
fici, con sovrani, con Cardinali, e
sempre pel maggior bene della Chie-
sa di Dio, incontrò viaggi , sostenne
legazioni, consigliò illustri perso-
naggi a vieppiù accrescere la gloria
del Signore, a mantenere la pace
dei popoli, a togliere gli insorti
scismi. La sua vita in somma fu un
intreccio continuo di contemplazione
e di azione, ed oltre all' esempio
delle sue virtù singolari, ci lasciò
delle opere, le quali non possono
non riuscire preziose a tutti quelli,
che sanno amare la vera pietà. So-
no queste : Sei trattati in dialogo ,
un discorso sulla Annunciazione della
santa Vergine, e trecentosessanta-
quattro lettere, le quali ultime sono
anche scritte con tale proprietà di
lingua, che gli accademici della Cru-
sca le allegano come testo di lingua
nel loro vocabolario. Morì in Roma
a' 29 aprile dell'anno i38o, nell'età
di soli trentatre anni , dopo aver
esortato efficacemente Gregorio XI
a restituire a Roma la residenza
pontificia, siccome fece, ed ebbe se-
poltura nella chiesa di s. Maria so-
pra Minerva (Vedi), nella quale è
custodito tuttora il suo corpo sotto
un aliare. 11 cranio di lei è posseduto
dalle domenicane di Siena, ed in
quella sua patria si conservano con
la più religiosa cura la sua casa,
gli strumenti della sua penitenza,
ed altre cose ancora, che le appar-
tenevano. Fu dichiarata santa da
Pio II, nel i46r, e Urbano Vili ne
trasferì la festa al giorno trenta di
amile.
CAT 2%
CATERINA (s.) V. e M. Di que-
sta santa si può con certezza sa-
pere soltanto, che nacque di stir-
pe reale, che fu dotata di rari ta-
lenti, e ricca di tanta dottrina da
confondere un' intera assemblea di
filosofi pagani, coi quali Massimino
l'avea posta a disputa, e che coro-
nò la sua vita colla gloria del mar-
tirio in Alessandria. Intorno alla
traslazione del corpo della santa
martire, monsignor Falconi, arcive-
scovo di s. Severino ( Comment. ad
Capponianas Tabulas Ruth. Ro-
mae lySS, pag. 36), cosi scrive:
è detto che il corpo della santa
fu portato dagli Angeli sul monte
Sinai , locchè significa che i mo-
naci del Sinai lo portarono nel
loro monistero per arricchirlo di
sì prezioso tesoro .... Si sa , che
l'abito monastico fu detto sovente
abito angelico^ e che anticamente
i monaci erano chiamati angeli*.
A cagione dell' alto suo sapere,
fu scelta a patrona e modello delle
filosofiche scuole. La festa di lei ri-
corre a' 25 di novembre.
CATERINA DE Ricci (s.), nacque
a Firenze l'anno i522, da Pietro
de Ricci, e da Caterina Bonza, am-
bidue d' illustre famiglia. Chiama-
vasi prima Alessandrina, ma votan-
dosi a Dio, assunse il nome della
madre, che aveva perduta sino dalla
più tenera età. Poiché, fanciulla
ancora, avea dimostrate le più felici
disposizioni dell' animo, il padre di
lei divisò affidarla alle cure delle
religiose di Monticelli in sua patria,
e la solitudine, che ad altri di quel-
la età avrebbe messo in cuore la
più cupa tristezza, non fu per essa
che oggetto di spirituale delizia. Ri-
chiamata a' dodici anni nel mondo,
non fu però che abbandonasse gli
usati esercizi di religione, ma per-
,ea CAT
elle temeva le soverchie agiatezze
del vivere la togliessero a poco a
poco dall' intrapreso cammino di
santità , volle , acconsentendovi il
padre, ritirarsi ben tosto fra le do-
menicane di Prato, nella Toscana,
e presevi il velo, non compiuto per
anco il terzo lustro dell'età sua.
Quivi per due anni interi fu segno
a molte e svariate infermità , che
sostenne con sovraumana pazienza;
e ritornata, come per miracolo, a
salute, non tralasciò ogni più rigida
penitenza , a purificare il suo cuore
da ogni terrestre affezione, per unirsi
più strettamente ai suo Dio. Umile,
obbediente, devota, era divenuta in
breve luminoso esempio alle sue
sorelle religiose, ed oggetto di ve-
nerazione a principi, a vescovi, a
Cardinali, che in gran numero trae-
vano per visitarla. Fu maestra delle
novizie, indi sottopriora, e da ultimo
priora perpetua in età d'anni venti-
cinque. Resse con impareggiabile
saggezza il suo monistero, incontrò
corrispondenza per lettere con san
Filippo Neri, e siccome ardevano
entrambi del desiderio di vedersi,
il Signore accmdò loro questa con-
tentezza di spirito per una visione,
in cui ebbero a conoscersi di perso-
na ed a ragionar molto a lungo.
La favori pure il Signore della gra-
zia non ordinaria dei rapimenti spi-
rituali, e nel fervore dell'orazione
toccò il sublime diletto delle verità
celestiali. Finalmente, consumata per
le asprezze continue e frequenti ma-
lattie del suo corpo, contando il
sessagesimo settimo anno di vita,
volò al cielo, il giorno i di febbraio
dell' anno 1589. Clemente XII la
beatificò nel 1732, e Benedetto XIV
la dichiarò santa con solenne cano-
nizzazione nell' anno 1746, e ne sta-
bilì la sua festa a' i3 di febbraio.
CAT
CATERINA DI Gewova (s.) Tras-
se i natali in Genova dalla celebre
famiglia Fieschi, de' conti sovrani
di Lavagna, verso l'anno i44^- 'A"t-
ti ammiravano nella sua infanzia
la perfezione della consumala virtù,
e l'eroismo più nobile nella severa
mortificazion di sé medesima. Ella
stessa ci fa sapeit, che nell' età di
dodici anni volea consecrarsi a Dio
nello stato religioso ; ma l' obbedien-
za piuttosto la condusse ad impal-
mare tre anni dopo un gentiluomo
genovese per nome Giuliano Ador-
no. Dir non si può abbastanza quan-
to ella sofferisse di tribolazioni in
quegli anni che visse col marito, e
insieme non si può a sufficienza en-
comiare la di lei pienissima rasse-
gnazione. Ravvedutosi Adorno dei
faUi suoi, ed entrato nell' Ordine di
s. Francesco, Caterina si diede con
tutte le sue forze al divino servizio,
e volendo unire alla contemplati-
va eziandio la vita attiva, si pose
nel grande spedale di Genova, ove
per molti anni servì gli ammalati
con somma carità e tenerezza. Pe-
rò la sua carità non potea starsene
rinchiusa ne' soli angusti limiti di
quel luogo, e ben presto si dira-
mò a tutti gl'infermi della città, ai
quali, se non potea colla persona, sem-
pre soccorsi procacciava col danaro
e con altre prestazioni. Il suo a-
more pegl' infermi segnalato si fe-
ce nella pestilenza, che in Genova
recò gi,\asti terribili negli anni i497
e i5oi. Le sue discipline punto
non avevano da invidiare a quelle
de' più austeri anacoreti ; digiunò in
una maniera miracolosa, e fu assidua
all' orazione e alla meditazione per
modo d'impiegarvi le intere not-
ti. L'amore poi verso G. C. nel
divin Sagramenlo era in lei co-
sì grande, che specialmente nell'at-
C.VT
to della ss. Comunione «e ne ve-
ctevaiio segni più manifesti, e spes-
so ancora levala veniva in giocon-
dissima estasi. Dopo kmga malattia
e assai penosa, passò di questa vita
a' 1 5 settembre i5io, in età d'an-
ni sessantatre. Diciotto anni dopo la
sua morte venne dissotterrato il cor-
po di lei. e fu trovato incorrotto, e
fin da allora venne riguardata come
beata. Clemente XII poi la cano-
nizzò solennemente nel lySy, e Be-
nedetto XIV fece porre il nome di
lei nel martirologio a' 22 luglio.
CATERINA Mattei (b.) Nacque
a Raconiggi nel Piemonte l' anno
i4S6. Cominciò nella sua infanzia
a gustare le dolcezze divine, colle
quali Iddio l'andava disponendo al-
le più alte virtù. La sua vita è ri-
piena di fasti, che danno a conosce-
re con quale liberalità il Signore
versasse le sue grazie sopra quest'a-
nima pura, e con quale fedeltà el-
la vi corrispondesse. Il digiuno e le
austerità erano le sue pratiche or-
dinarie. Così bene riuscì nella i-
mitazione della vita di s. Cateri-
na da Siena , cui si era proposta
a modello, che fu detto non esser-
vi tra lei e questa santa che la so-
la differenza della professione reli-
giosa. Morì presso Carmagnuola, nel
i547, e fu illustre assai pei mi-
racoli operati nella sua tomlDa. An-
zi a maggior incremento del culto
di lei. Pio VII, nel 18 19, permise
di farne V officio. La sua festa fu
posta ai 5 di settembre.
CATERINA ToMAS (b.), cano-
nichessa regolare dell' Ordine di s.
Agostino. Nacque nel i533 da no-
bili genitori nel territorio di Maio-
rica, una delle antiche isole Ealea-
ri. Era dotala di rara bellezza, ma
le eccellenti qualità dello spirito su-
peravano di gran lunga quelle del
CAT 261
corpo , e già fanciulla ancora da-
va indizi della santità più matu-
ra. Perduti i genitori in età assai
tenera, si ricoverò presso un suo zio
materno, uomo di assai aspre ma-
niere, il quale volle occuparla nei la-
vori della campagna, e nella custo-
dia della greggia. Carica di eccessi-
vo lavoro , non poteva attendere
agli esercizi di pietà in quel modo
eh' ella bramava, però sapea benis-
simo innalzarsi a Dio nel mezzo del-
le sue occupazioni, e così del conti-
nuo pascolava il suo spirito. Iddio
permise, eh' ella fosse per qualche
tempo oppressa dagli scrupoli; ma
poi la grazia del Signore, e gli ot-
timi consigli d' un buon sacerdote ,
che scelto avevasi per confessore, la
liberarono pienamente. Neil' età di
sedici anni si determinò a conse-
grarsi a Dio in qualche monistero.
Per tale sublimissimo fine con eroi-
ca rassegnazione e fortezza sostenne
e vinse gli aspri trattamenti e le
contraddizioni, che le opponevano i
suoi per allontanarla dall' abbrac-
ciato desiderio. Finalmente entrò
nell' Ordine delle canonichesse rego-
lari di s. Agostino, dove fin dal
principio del suo noviziato si fece
conoscere religiosa perfetta. Ma la
stima, che le si mostrava, era per
lei un vero supplizio; cosicché si
diede a molte maniere di astuzie ,
per intieramente distruggere quel-
la buona opinione. Dopo ventiset-
te mesi di noviziato fu ammessa
alla professione, la quale poi diede
fine ad una accanita guerra, che le
movea il demonio per distornela da
quel santo divisamento. Fatta mo-
naca , nulla lasciò desiderare alla
perfezione delle sue virtù. Era co-
sì amante della povertà che non
avea di suo se non il solo brevia-
rio; cosi delicata nella purezza che
263 CAT
ogni piccola cosa in contrario la col-
piva di tale orrore che persino giu-
gnea a cader tramortita; cos'i esat-
ta nella obbedienza, che ammalata
eziandio recavasi al disimpegno di
alcuni suoi ufficii, e lo faceva con
tutta alacrità. Eletta a superiora
def monistero, vi si oppose con tal
foraa, che il vescovo ordinò si pas-
sasse alla promozione di un' altra .
Rassegnatissima in una lunga e pe-
nosa malattia, dopo aver predetto il
giorno della sua morte, morì a'5 a-
prile dell'anno iSj^. Le sue virtù
e i suoi miracoli le meritarono gli
onori della beatificazione, cui Pio VI
le decretò nel 179^.
CATTANEO o CATANEI Ade-
lardo , Cardinale . Adelardo Cat-
taneo o Catinai , secondo alcu-
ni , nacque a Lendinara , allora
sul Veronese. Era canonico di quel-
la chiesa, quando Lucio III, nel
dicembre del 11 83, Io creò Cardi-
nal prete di s. Marcello ; e Clemen-
te III poi gli conferì la legazione
d' Oriente per la guerra di Terra-
santa, ove espugnata Accona dai cio-
cesignati, riconciliò le chiese pollute,
rimise gli altari rovesciati dagli ere-
tici, e li consacrò cogli arcivescovi di
Toui'S e di Pisa , e col vescovo A-
riano. In appresso egli venne eletto,
nel 1 1 89, dal clero e dal popolo
di Verona a proprio vescovo, la
qual' elezione fu confermata da Cle-
mente III. Se nonché, dopo essere
intervenuto ai sagri comizi di Ur-
bano III, Gregorio Vili, Clemente,
Celestino, ed Innocenzo III, morii
nel 12 12. Fu sepolto nella chiesa
di s. Zenone di Verona in mar-
moreo avello adornato da bella
iscrizione.
CATTARO (Caltaren.). Città con
residenza vescovile nel regno di Dal-
mazia, capoluogo di circondario, già
CAT
capitale d* un* antichi contea dell'Al-
bania austriaca, situata in fondo al
golfo conosciuto sotto il nome di
Bocche di Caltaro. E contornata di
rupi elevate, e difesa da una citta-
della chiamata s. Giovanni, che si in-
nalza quattrocento piedi sopra il livello
del mare,congiungendosi alla città per
mezzo di diverse opere, che la fian-
cheggiano, le quali formano un an-
fiteatro. Il suo porto viene reputa-
to il migliore di tutti quelli dell'A-
driatico. Ritengono alcuni che Cat-
taro, Catharnnij sia 1' antico Ascri-
vium dei latini. Fabbricata verso
il sesto secolo^ assai soffri in epo-
che diverse pei terremoti, massime
in quello del i563, chela distrusse
quasi interamente, non che in quel-
lo del 1667, il quale seppellì nel-
le rovine la metà degli abitanti, re-
cando gravi danni alle sue fortifica-
zioni.
Per lungo tempo Cattaro fu ca-
poluogo dell^ repubblica del suo
nome, indi nel i366, fu tolta da
Ludovico I re d' Ungheria a Tuart-
ko re di Servia, e di Rascia, da
cui era in avanti posseduta. Nel
i377j fu presa, saccheggiata, e pres-
soché distrutta dai veneziani nella
guerra contro i genovesi, coi qua-
H era collegato il re Ludovico I. In
appresso venne ricuperata, e rista-
bilita da Tuartko. Di poi se ne im-
padronì Ladislao re di Napoli, al-
lorquando alcuni magnati ungheresi
lo avevano riconosciuto per proprio
sovrano, ma fu costretto a restituirla
all'imperatore Sigismondo, da cuiCat-
taro, nel i4-i3, distaccossi per darsi
spontaneamente alla repubblica di
Venezia, che la conservò sino al 1 797,
nel qual anno pel trattato di Cam-
po Formio fu ceduta all' Austria.
Nel i8o5, per la pace di Presbur-
gOj divenne dominio de' francesi, in-
di i russi se ne resero padroni , e
la occuparono sino al trattato di
Tilsit, ili cui fu restituita alla Fran-
cia, ed incorporata alle provincie il-
liriche ; finalmente, nel i8i5, in
conseguenza del congresso di Vien-
na, -venne l'idonata all' Austria.
La sede vescovile di Cattaro van-
ta r origine nel sesto secolo sotto la
metropoli di Spalatro; ma dopo la
rovina prodottale dagli schiavoni,
come fu restaurata, passò sotto la
giurisdizione di Antivari, finche il
Pontefice Alessandro III, verso l'an-
no 1180, la dichiarò dipendente
dalla metropolitana di Bari, come
lo è ancora. La sua cattedrale, an-
tico ed elegante edifizio, è dedicata
a Dio sotto r invocazione di s. Tri-
fone martire. Il capitolo si compo-
ne di due dignitari , V arcidiacono
e r arciprete, con otto canonici, uno
de' quali gode la prebenda di peni-
tenziere, oltre alcuni sacerdoti e chie-
rici addetti al culto divino. Nella
cattedrale si conserva il capo di s,
Trifone, che è il principale protet-
tore tanto della città, che della dio-
cesi, evvi la cura parrocchiale, che
si esercita da un canonico, ed il
cimiterio. L' episcopio è in buono
stato. In Cattaro si trova ezian-^
dio una chiesa collegiata, sotto
il titolo della Beata Vergine Maria,
oltre due conventi di religiosi, una
confraternita della buona morte ,
ed un ospedale. La tassa della sua
mensa è registrata nei libri della
camera apostolica in cinquanta fio-
rini.
CATTEDRA vescovile. Sedia di
legno, o di pietica talvolta con brac-
ciuoli, sulla quale sedeva anticamen-
te il vescovo nell'officiatura in mez-
zo al suo clero , che il circondava
nel recinto dell' altare, cioè nel se-
micircolo dell' abside , o del coro
CAT 263
antico delle chiese, in cui vi era da
ambo le parti un continuato sedile
pei preti, inferiore in altezza a quel-
lo del vescovo. Tali sedie vescovili
si vedono in diverse antiche chiese
particolarmente episcopali. Dalla cat-
tedra vescovile la chiesa del vescovo,
dopo il decimo secolo, si appellò Cat-
tedrale (Fedì), ed in alcuni luoghi fu
adoperata dai vescovi nel solo gior-
no, che prendevano possesso della
loro chiesa. Laonde tal vocabolo, che
deriva dal greco, significa tanto sede
vescovile, che chiesa vescovile. Il
Sommo Pontefice Urbano I , del
226, decretò che la cattedra del
vescovo stesse nella chiesa matrice
in luogo eminente, per dimostrare
la di lui potestà di giudicare, di
assolvere, e di condannare, e per-
chè da quel luogo il vescovo scor-
ga il popolo e il sorvegh, e quello
veneri la maestà del prelato. Cosi
il Bernini, Istoria delle eresie^ pag.
49. F. SEDIE.
Nel concilio calcedonense la cat-
tedra antiochena di s. Pietro, pi'es-
so gli scrittori latini dicesi comune-
mente Sede vescovile, mentre nei
primi tempi del cristianesimo le
sedi vescovili di maggiore auto-
rità e giurisdizione , si leggono
chiamate Troni (Fedi), E trop-
po noto, che le antiche cattedre dei
vescovi, e di chiese illustri , furono
conservate dai fedeli con venerazio-^
ne religiosa , e fra le molte fare-
mo menzione della cattedra di san
Giacomo in Gerusalemme, e di san
Marco in Alessandria. S. Aurelio^
vescovo di Cartagine, nel 899, con-
verti in chiesa il tempio della dea
Celeste, e siccome questa sedeva so-
pra un leone, appunto un leone pose
sotto la cattedra vescovile. Perciò a
quell'epoca ebbe origine la consuetudi-
ne di collocarsi nelle chiese cattedrali
-a64 C A T
i troni de* vescovi sopra il dorso di
leoni scolpiti, per signiiìcare la su-
perbia del secolo essere stata sog-
giogata dalla virtù della croce.
11 vescovo ha diritto di avere una
cattedra, un trono, ovvero una se-
dia eminente nella sua cattedrale ,
sebbene il capitolo fosse esente dalla
di lui giurisdizione. In progresso di
tempo invece del mezzo dell'abside,
la cattedm venne eretta dalla parte
destra dell'altare. Inoltre la catte-
dra del vescovo ha luogo non solo
in una chiesa esente dalla sua giu-
risdizione, ma eziandio in una chie-
sa ove abbia la cattedra un abbate
mitrato. Anche allora deve essere
altresì posta a destra dell'altare , e
dee avere un gradino più elevato
di quella del prelato, che va collo-
cata alla sinistra. Sì deve cuoprire
la cattedra coi colori corrispondenti
al rito, con istoiTa di seta, ma non
tessuta d'oro o di argento, ed i gra-
dini devono ricuoprirsi di tappeti.
Abbiamo che Sisto IV, nel i4<^i5
nei giorno sacro alla Cattedra di
s. Pietro (f^edi), fece ricoprire la
cattedra di s. Pietro d' un panno
d'oro, come riferisce il Volterrano,
alludendo forse a ciò, che osserva il
Cardinal Baronio nelle ultime anno-
tazioni al Martirologio y num. io,
ove dice che costumarono i nostri
maggiori coprire le sedie episcopali
con veli preziosi , quasi diviniun
quoddani tribunal, e cita l'epistola
20 5 di s. Agostino a Massimo: In
futuro Dei judìcio non apsides gra^
datce y nec cathedrae velatce , nec
sanctinionìalium greges adliibebun»
tur ad dcfensionem. Si ha il me-
desimo nell'epistola sinodica de' ve-
scovi dell'Egitto, riferita nell'apolo-
gia di s, Atanasio. Di questo rito an-
tico di velare con panni li ni le sedie,
o cattedie episcopali, studiosamente
CAT
custodite nelle rispettive chiese, né
fa altresì testimonianza Eusebio, cap.
IO, 5o, 82 del lib. VII; e l'epi-
stola 1 di Paciano a Sempronia-
no , ove parlando dello scismatico
Novaziano , si dice : An Novatianus,
quein absentem epistola episcoputn
Jinxity quein consecranle nullo, lin-
teata sedes accepit, etc. Di tal uso
di velare le cattedre de' vescovi si fa
menzione pure negli atti di s. Ci'-
priano , scritti da Ponzio diacono.
Dei drappi di lama d'oro, e d'ar-
gento tessuti con seta coi colori bian-
co, rosso, e paonazzo, coi quaU si
ricuopre la cattedra o sedia ponti-
ficale , chiamata propriamente col-
trina, si tratta all' articolo Gap-
pelle Pontificie , nella descrizione
del trono papale.
Si chiamò cattedra anticamente
un pulpito, o luogo eminente, da
dove il sacerdote parlava al popolo.
Oggidì si applica ancora a quel luo-
go, donde i professori nelle univer-
sità danno le loro lezioni , per cui
dicesi la cattedra della tal scienza,
facoltà, o studio. Il Du Mortier, in
Etyniol. graeca latin, verbo cathedra
la definisce : lus et auctoritas le-
geni docendi , popnlwn regendi _, et
judicandi, onde dalla Glossa, in Cle^
rnent. e. 3 , de sepuUuris si citano
i seguenti versi;
Rex solium, doctor cathedram, JU"
dexquQ tribunal
Possidet, ac sedeni praesul j prae-
torque curale.
Ma dall'Ecclesiastico, 7, 4» con
più nobili titoli fu chiamala la cat-
tedra , cioè Sede di onore , che il
testo greco dice Sede di gloria,
e Ddisìà psahn. 106, 82, Cathc'
dra seniorurn ^ e il profeta Eze-
chiele, 28, 2, Cathedra Dei. Nella
CAT
sacra Sciittiira però il vocabolo cat-
tedra deve intendersi per dignità, o
per luogo, da cui autorevolmente è
insegnata la dottrina. E siccome que-
gli, il quale a molti contemporanea-
mente insegna, è duopo che per es-
sere chiaramente inteso segga in al-
to, altezza eh' è pur un simbolo di
dignità, quindi nell'uno e nell'altro
significato è tal parola usata nelle
Scritture. Così è nominata la catte-
dra di Mosè, la cattedra de' senio-
ri, la cattedra della pestilenza, ossia
della pestilente dottrina, come fu
quella stabilita nel iSyg in Avi-
gnone dal falso Pontefice Clemen-
te VII.
Finalmente nota il Zaccaria, Sto-
ria letteraria d' Italia , Modena
1754, tomo VI, pag. 509, che del-
le Cattedre vescovili trattarono eru-
ditamente il padre Costadoni nelle
sue Osservazioni sopra la chiesa
di Torcello, e il Passeri nella XII
Dissertazione y de throno sacro, nel
tomo III delle gemme astrifere^ rac-
colte dal Gori, di cui parla lo stes-
so Zaccaria, nella cìiixXdL Storia, al
tomo II, p. 32 1. Senza mentovare
altri autori , va consultato il Maz-
zocchi , nel suo libro della Chiesa
cattedrale napolitana. Racconta poi
il Cancellieri ne' suoi Possessi, pag.
i47, che nella basilica lateranense,
nel mezzo della tribuna, cioè in fon-
do della chiesa, eravi una cattedra
di marmo, sovrapposta a sei scalini,
nell'ultimo de' quali erano intagliate
le figure di un aspide, di un basi-
lisco, di un leone, e di un drago-
ne, analoghe al vaticinio del profeta
reale Davide nel salmo novantesi-
mo : Super aspidcm , et basiliscwn
ambulabis , et conculcabis leoneni
et draconem , figure statevi incise
sino dal tempo di Federico I Bar-
barossa, avendo perciò potuto accre-
CAT 265
di tare quanto descrive il Villani su
tali parole, ch'egli vuole pronunzia-
te da Alessandro III, quando a Ve-
nezia ricevette gli omaggi del vinto
Federico.
Sopra tale sedia adoperata dai
Pontefici , si leggevano i seguenti
versi leonini :
Haec est Papalis sedes et Pontìjl-
calis ,
Praesidet et Christi de jure Fica-
rius isti.
Et ipiia jure datar, sedes romana
vocatur,
Nec debet vere , nisi solus Papa
sedere.
Et quia sublimis , alii subduntur
in imis.
Ma dipoi questa sedia o cattedra
fu tolta, e vi fu sostituito l'altare
de' canonici, erigendosi soltanto il
trono quando il Papa vi celebra ,
o assiste le sacre funzioni. F. Cre-
scimbeni, Stato della chiesa latera--
nense, p. i43.
CATTEDRA e FESTA di s. Pietro
IN Roma. S. Pietro principe degli apo-
stoli, e primo sommo Pontefice, dopo
aver governato per sette anni la chie-
sa d'Antiochia, partì per Roma capi-
tale dell'impero romano, e nell'an-
no 4^ dell'era cristiana, a' 18 gen-
naio, vi stabilì la sua sede. Appena
egli incominciò ivi a predicare il
vangelo, ebbe a riceverne subito il
lume il senatore Pudente, il quale
in ricambio della sua conversione,
condusse il santo apostolo nella pro-
pria casa sul monte Viminale, oggi
chiesa di s. Pudenziana, ed ove s.
Pietro gittò le fondamenta della
Chiesa Romana, come fra gli altri
si legge nei Bollandisti, a' 2 maggio.
Secondo l'usanza della nazione giu-
daica, e di tutte le primitive chiese,
2GG CAT
egli occupò una cattedra, o sedia
datagli dal suo ospite Pudente, so-
pra la quale, a guisa di trono,
esercitò tutti i ministeri pontificali,
amministrando sacramenti , consa-
crando vescovi, ordinando sacerdoti,
assistendo ai divini uffizi, istruendo
^' g''^oS^> ed annunziando il van-
gelo nel tempo, che risiedette in
Roma sino all'epoca del suo glorioso
martirio, in quel luogo ove fu eret-
to il tempio vaticano, ed ove ora
appunto si venera tal cattedra. Dal-
l' esercitare s. Pietro 1' apostolico
ministero su tal sedia, ne provenne
che sedeSj cathedra, thronus si de-
nominasse l'episcopale giurisdizione,
Ja quale fti quindi simboleggiala
nei monumenti cristiani da un tro-
no, e da una cattedra, della qual
cosa ripoita diversi esempi 1* Arrighi,
Roma Sotterranea tom. II, pag. 55,
666, ed il Mamachi, Orig. et antiq,
Chris t. tonir V, pag. 596,
Cattedra di s. Pietro significa an-
che il Pontificato di s, Pietro. S. Ci-
priano chiama Roma la Cattedra
di s. Pietro , e Teodoreto , lib. II ,
cap. 27, la dice il suo trono. Par-
lando poi il Macri dell' incensazione,
che riceve il Papa daj Cardinal pri-
mo prete in porpora sciolta, e ge-
nuflesso con ambedue le ginocchia,
dice che ciò si fa al Pontefice se-
dente in trono colla mitra e piviale
pontificale, in riverenza alla catte-
dra apostolica di s. Pietro, che è
la prima sede episcopale.
Questa sedia fu conservata con
renerazione dai primitivi cristiani,
nel cimiterio vaticano presso il corpo
del beato apostolo, ed in essa sedet-
tero i sommi Pontefici nella loro
elezione, e nel celebrare le sagre
funzioni. Ma prima di parlare di
sirtatte elezioni e funzioni, diremo
della forma e materia della catte-
CAT
dra, secondo la descrizione, che ne
la il dotto d. Nicola Wiseman, ora
vescovo di Mellipotamo, e coadiutore
del vicario apostolico del distretto
centrale o medio d' Inghilterra ;
Saggio critico sul Ragguaglio di
Lady Morgan rispetto alla Catte-
dra di s. Pietro in Roma, tradu-
zione dall' inglese del chiar. A, De
Luca, Roma i832.
» L,a Cattedra di s. Pietro è per
l'appunto tale, quale ben sup-
porsi potrebbe essere stata da un
ricco senatore donata al reggitore
della Chiesa , riverita e protetta
da lui. Essa è quasi interamente
incrostata di avorio per forma,
che ben dirittamente debbesi giu-
dicare per una sedia curule, Può
in due principali parti dividersi;
nella parte quadrangolare, ossia
cubica, che forma il corpo, e
nella spalliera, diritta ed elevata,
che forma la parte deretana. La
prima parte è larga quattro pal-
lili romani da fronte, e dai lati
due e mezzo, e alta tre e mezzo.
L formata da quattro stanghe
(hMtte unite insieme con ispran-
ghe traversali di sopra e di sotto.
1 lati sono riempiti da una spe-
cie di arcali , che posano su due
pilastri di legno sostenenti insie-
ine colle stanghe degli angoli tre
piccoli cerchi, La fronte ricca a
maraviglia è divisa in dieciotto
scompartimenti disposti in tre file,
Ciascuno contiene un basso rilievo
di avorio di squisitissima finezza
attorniato con altri abbellimenti
d' oro purissimo. Questi bassi ri-
lievi rappresentano le imprese di
Ercole domatore de' mostri ", ( fi-
gli è già un fatto dimostrato che t
primitivi cristiani, persuasi ch'era-
no l'idolo èsser un nulla, non si
facevano scrupolo di convertire in
CAT
pii usi , e di adoperare nel culto
ecclesiastico oggetti adorni dei sim-
boli dell' idolatria ). »> La spalliera
« della sedia è formata da una se-
w rie di pilastri , che sostengono
« archi come nei lati; le colonnette
>» sono tre, e gli archetti quattro.
» Sopra di essi poggia una cornice,
" colla quale si alza un frontespizio
" triangolare, che dà al tutto una
" elegante ed architettonica appa-
>y renza. Oltre ai teste memorati
»i bassi rilievi, il rimanente della
>i frontiera e modanature di dietro,
" ed il timpano sono tutti incro-
" stati di avorio bellamente lavo-
»» rato. Ben quindi aperto si pare,
>i che questa sedia sia fattura ro-
« mana, e proprio una sedia curule
« degna d'essere occupata dal capo
» della Chiesa, e adornala di avo-
« rio , e d' oro per forma , che es-
M sere ben appropriata potesse all^
" casa di un opulento senatore di
w Roma, conciossiachè la finita squi-
» sitezza della scultura ci vieti di
« crederla posteriore ^1 secolo di
« Augusto, in cui le arti giunte
»> erano alla cima della perfezione".
Seguendo poj il Wiseman l'opi-
nione di Lipsio sulla venuta in Ro-
ma sotto r imperio di Claudio, del-
la quale riparleremo in appresso,
aggiunge quanto segue: « Ci ha
« un'altra circostanza, che vuoisi
« qui particolarmente ricordare nel
>y descrivere, che facciamo questa
» cattedra , e che ha un' esatta
» corrispondenza all' epoca del pri-
>ì mo viaggio di s. Pietro a Roma.
^' Questo viaggio intervenne nel re-
» gno di Claudio, ed in questo
» periodo di tempo, come ben hal-
:' Io dichiarato egregiamente Giusto
'"' Lipsio, elect. C. I, cap. 19, le
•' Sclke geslatorice cominciarono ad
'* essere adoperate in Roma dagli
CAT 26y
>» uomini di nobil grado; concios-
>> siacosacUè dopo questa epoca Sve-
>» tonio , Seneca , Tacito , Giovena-
" le e Marziale facciano memo-
« ria dell' usanza di farsi traspor-
»> tare in sedia. A questo effetto
» ponevansi anelli ai due lati, per
'j mezzo de' quali si trasmettevano
>» due sbarre, e così la sedia dagli
« schiavi sulle spalle loro portavasi.
» A ciascuno dei lati della cattedra
'i di s. Pietro vi ha due anelli in-
" dubitabilmente destinati a questo
" intendimento. Cosìi mentre la fat-
» tuia di questa venerabile reliquia
i> ci forza ad assegnare la sua ori-
« gine ai primi periodi del romano
>» impero, questo particolare la de-
» termina ad un periodo non ante-
» riore al regno di Claudio, sotto
»* cui s. Pietro arrivò in R.oma. Da
» ciò appare chiaro , che questa
" cattedra sia di tal fatta quale un
» antiquario presupporrebbe dover
»> essere a voler passare per giusto
" il suo titolo all'onore di essere
>> stata il trono episcopale del pri-
>y mo Pontefice romano ".
Accennammo ali' articolo Catte-
dra VESCOVILE [Vedi) la riverenza
che nei primi secoli del cristiane-
simo si aveva dai fedeli in conser-
varle siccome occupate dai primari
loro vescovi, e dove s' intronizzaro-
no poi i loro successori. La Chie-
sa Romana non mostrò meno ve-
nerazione verso il trono del suo
primo vescovo, conservandolo ezian-
dio per r intronizzazione dei suc-
cessori di lui , ed il Wiseman ne
adduce prove le piti irrefjagablli
alla pag. io e seg., che l'identità
rintracciano di questa cattedra da
un secolo all'altro, e da un passo
di Ennodio di Pavia vuoisi rileva-
re certa visita , che fino dalla pri-
mitiva Chiesa i battezzati di fresco
a68 CAT
facevano alla confessione di s. Pie-
tro, come costumano oggidì di
fiire i battezzati adulti , dicendo :
Ecce nwic ad gestatori ani sellai n
aposlolìcae coiifessionis uda tnìtlunt
liinina candìdatos. Un motlcllo di
questa cattedra si conserva dalla
rev. fabbrica di «. Pietro, e due
CAT
disegni della medesima fatti da Ste-
fano Piale, uno in prospetto, e l'al-
tro collo spaccato , e coli* esterno,
tuttora si veggono nella nobilissima
stanca capitolare della basilica vati-
cana. Sotto quello del prospetto,
evvi la seguente iscrizione;
CATUEDRAM . LIGNEAM . EBORE . ORNATAM
PONTIFICI A M . PETRI . SEDEM . A . MAJORIBVS
INTER . ANTIQVAS . ET . VENERAB . RELIQVIAS
ASSERVATAM
FRANCISCVS . DE . ALBITII . CANONICVS
ALTARISTA . FABRICyE . OECONOMVS . ET . A
SECRETIS . DELINEANDAM . CVRAVIT
Su quello poi dello spaccato è
scritto: Exeinplar cathedrae s. Pe-
tri, quae mine est.
In questa sedia adunque soleva-
no i Sommi Pontefici sedere allor-
ché erano intronizzati, giacche i ri-
ti della consagrazione del Papa no-
vello, come osserva il Mabillon, con-
sistevano nella consagrazione del nuo-
vo Pontefice a s. Pietro, nell'im-
posizione del medesimo sulla sedia
di s Pietro ec. Abbiamo persino,
che gli antipapi nell' intrudersi nel
pontificato, sacrilegamente si assise-
ro in detta sedia , per far credere
vera la loro falsa legittimità; rito
ed uso che durò sino a Clemente
V, il quale eletto nell'anno i3o5,
mentre dimorava in Francia, chia-
mati colà i Cardinali, si fece corona-
re in Lione; laonde dacché, nell'an-
no 1877, Gregorio XI restituì la
residenza pontificia in Roma, dopo
il soggiorno fatto in Avignone, non
osarono i Pontefici piìi sedervi, la-
sciandola soltanto alla venerazione
del popolo, perlochè essa venne ve-
nerata in diversi luoghi della basilica
vaticana, nella quale si presentava
al popolo dalla cancellata del coro,
nel giorno in*" cui se ne celebrava
la memoria a' 18 gennaio. Tulta-
volta parlando il Cancellieri, Descri-
zione della basilica V^aùcana^ §XV,
Della cattedra di s. Pietro , aggiun-
ge che nel giorno anniversario del-
la Cattedra Antiochena, e in quel-
lo della Cattedra Romana, dal sito
ove si custodiva nel resto dell'an-
no, veniva trasportata in processio-
ne sopra le spalle de' canonici nella
cappella del coro, dove si esponeva
al pubbHco culto; e che nei tempi
a noi più vicini si trasferiva con
tutta la pompa vicino all'altare mag-
giore, ove si esponeva alla venera-
zione de' fedeli, i quali facevano a
gara per arrivare a baciarla con
riverenza, e toccarla con alcuni na-
stri di seta, cingoli e cordoni , che
divotamente custodivano con gran-
de diligenza, e credendoli , come
narra il Grimaldi In Catal. Reli-
quiar. p. 60, molto utili ed effica-
ci per la felicità dei parti. 11 Tor-
rigio a p. 563 racconta ciò, che
pratica vasi nell'esposizione della cat-
tedra. Il canonico Benedetto poi nel
tom. II Miis. iial. in Ord. XI , p.
i33 dice che il Papa, quando si
celebrava la messa si metteva a se-
dere nella detta cattedi'a nello stesso
CAT
modo con cui nella prima domenica,
dopo di aver preso possesso al la-
tciano, entrava nella basilica vati-
cana per sedere nella medesima.
Queste cerimonie non si sono
più usate, dopo che Alessandro VII
si risolvette di far rinchiudere que-
sta cattedra venerabile dentro un
magnifico seggio di metallo dorato,
sostenuto da quattro statue colos-
sali della stessa materia, cioè dai
santi Gio. Grisostomo, ed Atanasio,
dottori della Chiesa greca, e dai san-
ti Ambrogio ed Agostino, dottori
della Chiesa latina. Ciascuna statua
è alta ventisette palmi, ed in quan-
to al peso, la prima è di 27791
libbre, la seconda di 23652, la
terza di 3402 3 , e la quarta di
30791. Nella fabbrica di quel seggio
si lavorò per quattro anni, vale a
dire dal 1 663 in poi, colla spesa
di diciassettemila scudi, oltre otto-
mila, dati air architetto pel disegno.
/^. il p. Bonanni, che ampiamente
ne tratta nella sua Templi Vatica-
ni H istoria, cap. 2 3. p. i3r, Ro-
ma 1696, e p. 108 dell'edizione
del 1700. Sì ha poi dal cav. Fon-
tana p. 4^36, che la somma del da-
naro occorso in sì sontuosa macchi-
na collocata in fondo della basili-
ca sopra l'altare maggiore, ascen-
deva a scudi centosettemila cin-
quecento cinquantauno, ed il peso
tlel metallo impiegatovi era di lib-
bie duecento dieciuovemila sessantu-
no.
Opera sì impareggiabile fu affi-
data e meravigliosamente eseguita
dal celebre cav. Gio. Lorenzo Ber-
nini, il quale venendo in cognizio-
ne del sentimento esternato da An-
nibale Caracci, ebbe la pazienza di
rifare i modelli delle statue essen-
do riusciti alquanto piccoli. Quindi
avendo collocali i nuovi modelli al
CAT 269
proprio sito, si recò a pregare il
famoso pittore Andrea Sacchi, per
udirne il giudizio di lui ; ma appe-
na enirato questi in chiesa, si fer-
mò sulla porta, ed invitato da Ber-
nini a far alcun passo, egli non voh-
le muoversi, dicendogli che ivi ap-
punto dovea guardarsi il suo lavo-
ro ; e dopo averlo considerato, sog-
giunse che le statue dovevano esse-
re un palmo più alte, e subito par-
tì. Bernini trovò giusta la critica,
ma troppo tardi ; egli però si pre-
valse opportunamente della finestra
che sta dietro la cattedra, collocan-
dovi lo Spirito Santo raggiante ,
che sembra ivi disceso per far mag-
giormente risplendere questa gran
mole,
Suir identità della cattedra di s.
Pietro, possono consultarsi i seguen-
ti autori, Francesco Maria Febei,
Dt^ identilate Catlicdrae in qua s.
Petrus prinium sedit, et de anti-
quilate, et praestantia solemnitatis
Cathedrae romanae , Dissertatio _,
Romae 1666; Benedetto Virgilio,
Sopra la nuova cattedra scoperta
a Ili 8 gennaio 1666 in s. Pietro j
Fr. Torrigio, Della cattedra ove
sedeva s. Pietro in Roma nei sacri
trofei^ p. 117,6 nelle sue Grotte
Vaticane^ pag. 562, e seg. ; Maria
Costanzi, De Cathedra lignea s.
Petri in appen. ad Cortesiuni p.
3i2; Cancellieri, De Cathedra s.
Petri in cella reliqniarium^ et in
altera s. Annae , veteris sacrarli
vaticani aliquando custodita , in
tomo III, De Secretariis^ p. 1 244*
Diversi protestanti avendo negato
la venuta di s. Pietro a Roma, fu
convinta egregiamente la loro mi-
scredenza da molti, fra' quali da
Panvinio, De advcntu Petri ad iir-
heni Romani, nella Bibliot. del Roc-
caberti, toni, 17.
270
CAI
Della festa Mia Catirdra di s.
Pietro in Roma.
Era riserbato al principe degli
apostoli il dover piantare Ja lède
in una cittìi, la quale, secondo i di-
vini disegni, non per aitilo aveva
esteso cotanto la sua possanza, che
per agevolare la promulgazione del
vangelo; città che, dopo essere sta-
ta il centro di tutte le superstizio-
ni del paganesimo, era destinata ad
essere il centro deir unita cattolica.
Recatosi adunque s. Pietro dall'o-
riente in Roma, vi predicò il van-
gelo, e vi stabih la sua sede epi-
scopale. Infinite sono le prove, dal-
le quali si ricava che s. Pietro fon-
dò la Chiesa romana, e che in tal
sede i Papi sono i successori di s.
Pietro. In quanto all'epoca dell'ar-
rivo in Roma del principe degli a-
postoli, molti ritennero col calenda-
rio romano, che s. Pietro sia an-
dato a Roma la prima volta nel
secondo anno del regna di Claudio,
il quale fu esaltato all'impero nell'an-
no quarantesimo primo dell' era cri-
sliana. Ammettendosi tal data, con-
vien supporre che 1' apostolo tornas-
se in oriente poco tempo dopo, giac-
che è certo che Agrippa lo fece
imprigionare in Gerusalemme nel-
r anno 43 di Cristo. Lattanzio non
parla di questo primo viaggio di s.
Pietro in Roma, dice soltanto che
vi si recò sotto l' impero di Nero-
ne, ed il Novaes aggiunge, che ar-
rivò in Roma nell'anno 44? o nel
seguente. A' 18 di gennaio si ce-
lebra la festa alla cattedra romana,
per queir avanzo dell' antica usanza
di celebrarsi ogni anno sì T anni-
versario della coronazione dei Som-
mi Pontefici, sì quello della con-
sacrazione, od ordinazione d'ogni ve-
CAT
scovo. Era poi ben giusto, che i
cristiani facessero lutti gli anni ri-
membranza della fondazione della
Chiesa romana, eh* è la madre co-
mune di tutti i fedeli, mentre Tan-
niversario de' vescovi celebrasi dalla
sola loro diocesi.
La festa pertanto della Cattedra
di s. Pietro è notata in un esem-
plare del martirologio attribuito a
s. Girolamo; e si legge nel sermo-
ne 18, De Sanctìsj il quale si at-
tribuisce a s. Agostino, che la Cat-
tedra di san Pietro si festeggiava
per onorare il giorno in cui questo
apostolo stabilì la sua sede. Che
essa sia anteriore al 558, lo cono-
sciamo dal concilio di Tours aduna-
to in quell'anno, giacché procurò di
riparare gli abusi introdotti. Certo
è, che il Sommo Pontefice Paolo
IV restaurò la festa della Cattedra
di s. Pietro in Roma, già da mol-
to tempo trascurata da parecchie
chiese, come rileva il Baronio ad
Mariyr. Rem. die 28 januavii, e
comandò colla costituzione XIII, che
si legge nel Bull. Rem. del Cheru-
bini, t. I. p. 822, pubblicata nel
i558, che si celebrasse a' 18 gennaio,
dichiarando inoltre il detto Pontefi-
ce ch'egli rinnovava questa festività
per confutare gli eretici, i quali ne-
gavano avere abitato in Roma per
qualche tempo il principe degli a-
postoli. Imperocché sebbene la ve-
nuta di lui in Roma fosse costan-
temente confessata da tutti gli scrit-
tori per quindici secoli, il primo
eh' ebbe V ardire di negarla fu Gu-
glielmo maestro di Gio. Viclef-
fo, perchè nel contraddire tal ve-
nuta in Roma di s. Pietro, toglieva
al Sommo Pontefice il primato, che
dal medesimo s. Apostolo derivò ai
suoi successori. F. Sandini, Dispu-
talio III:, ad Vit. Ponti/. De Cath.
CAT
D. Pelri. Roin. Gregorio XIII dì-
poi, nel 1576, avea ordinato che non
si lavorasse in tal giorno, piò co-
stume il quale durò poco tempo,
come osserva il Febei, De idenlit.
Cath. p. i58. Quindi dal pontifi-
cato di Paolo IV in poi, ebbe ori-
gine la cappella della Cattedra di
s. Pietro [Vedi), prima nel palazzo
apostolico, e poi nella basilica vati-
cana. Osserva il Piazza nel suo E-
merologio di^ Roma, t. i p. 54, che
J anticamente era tal festa sì solenne,
che per celebrarla col Papa concor-
revano in Roma molli vescovi, dap-
poiché non solo rinnovavasi la me-
moria dell' arrivo di s. Pietro in
Roma, ma della suprema potestà
concessa a lui da Cristo. Scrive poi
! Eusebio, che in questo giorno Co-
stantino imperatore fece pubblicare
in Milano quel celebre editto con
cui restituì la pace ai cristiani, e
li abilitò a tutti gli onori e privile-
gi sì civili che militari dell'impero.
Finalmente, questa festa dai cristia-
ni, massime dell* Africa, si chiamò
Festiim Epularuììiy perchè in essa
solevano fare sui sepolcri dei mor-
ti nelle chiese solenni conviti; e in
alcuni antichi calendarii viene detta
Natalìs Cathedrae s. Petri. V. Fog-
gini, De romano s. Petri itinere et
episcopatii, exercitalìoncs hi storico-
criticae j e Francesco Cancellieri ,
De Secretariis, t. III. p. i263, De
fcsio Cathedrae Ro manne.
CATTEDRA e FESTA di s. Pie-
tro IN Antiochia. E comune sen-
tenza degli antichi scrittori, che la
prima cattedra occupata da s. Pie-
tro per anni sette, sia stata l'antio-
chena, come può vedersi all'articolo
Antiochia, voi. II, pag. 169, e pres-
so Sandini, Disputai, historic. ITj
e ciò perchè Antiochia , prima di
tutte le altre città, fu denominata
CAT 9,71
Cristiana dai molti fedeli , che vi
abitavano. Il Pontefice Innocenzo I
in una lettera scritta nel principio
del secolo V ad Alessandro vescovo
d'Antiochia, presso le Lettere de Pa-
pi^ raccolte dal p. Constant, pag»
84^5 chiama gli antiocheni condi-
scepoh della sede Apostolica: Apo*
stolicae sedis condiscipulos primos.
Non v'hanno sicure notizie sulla
sedia, o cattedra adoperata da s.
Pietro in Antiochia; solo leggiamo
nel Torrigio, Sagre grolle^ p. ^67,
che s. Pietro in Antiochia mutò in
chiesa la casa di Teofilo, e che vi
collocò la sua santa sede e cattedra,
la quale, secondo qualche autore,
citato dal Torrigio, fu trasportata
in Roma. Abbiamo poi da Carlo
Bartolomeo Piazza, Èmerologio di
Roma, i. T, p. 1 5o, che parte del-
la cattedra Antiochena si conserva
nella basilica di s. Lorenzo in Da-
maso, e ciò asserisce col Panciro-
li. Nella chiesa di san Pietro a
Venezia, che sino al 1807 fu la
chiesa patriarcale, da molto tempo
si conserva una sedia di pietra vol-
garmente denominata dal popolo la
cattedra di s. Pietro. Essa non è
sopra alcun altare riposta , ma sta
di contro al muro tra il secondo,
e il terzo altare ; monumento, che
Flaminio Cornaro, nel 1749? pub-
blicò nella sua opera: Ecclesiae \>e-
netae antiqua monumenta^ tom. II,
p. 194? dicendola donata dall'im-
peratore Michele al doge Pietro
Gradenigo nel i3io. Ma di questa
pretesa cattedra , come la appella
Simone Assemani, le stesse guide di
Venezia convengono essere tutt' al-
tro, che la cattedra antiochena del
principe degli apostoli. Il Quadri,
Quattro giorni a Fene,zia,we\ 1827,
p. 83, ne dà il seguente ragguaglio :
a Un'antichissima Cattedra di mar-
275
CAT
»» mo (lai volgo creduta essere stata
« usata da s. Picti-o in Antiochia.
»# Varie sono slate le opinioni dei
M dotti per rispetto ad essa, dai
*» quali non ù stata ancora coiii-
>• piiitamente chiarita la materia
« da ogni dubbio. In essa trovasi
»» scolpita un' iscrizione in caratteri
»» cufici arabi, la quale contiene,
>* secondo il giudizio di alcuni eru-
'* diti, due versetti del Rorano.
M Altri la tengono per un trono
>» di alcun principe africano ". Ed
e perciò, che non è onorata da al-
cuna festa, ne è tenuta in conto di
reliquia, f"^. Olao Gerardo Tychsen
Inlerpretatìo iiiscriptìonis cuficce in
marmorea templi patrìarchalìs s.
Pclri cathedra, qua s. apostolus
Petrus Antìochice sedisse tradìliir,
Rostock 1789. Da questa sedia vuo-
le il Wisernan , nel suo Saggio
critico sul ragguaglio di Lady Mor-
gan, rispetto alla Cattedra di san
Pietro, che derivi la novella adot-
tata con molta credulità, e raccon-
tata con asseveranza dalla medesima
Lady.
Festa della Cattedra di s. Pietro
ili Antiochia.
La festa delia Cattedra di s. Pie-
tro in generale è antichissima, come
si rileva nel precedente articolo :
essa è inoltre indicata sotto li 18
gennaio nel calendario composto nel
Pontificato di s. Liberio eletto l'an-
no 352, e la Chiesa romana ne
celebrava la festa, come si legge in
un sermone di s. Leone I, creato
r anno 44o- Negli antichi martiro-
logi, come il mss. di s. Girolamo,
l'antico romano, quello di Usuardo
e di Adone, si legge celebrata nel-
la Chiesa cattolica FUI Kalend.
marta la memoria della Cattedra
CAT
Antiochena di s. Pietro. Il Piazza
nel luogo citato, parlando della festa
della cattedra di s. Pietro hi An-
tiochia, la quale si celebra ai 2'?-
febbraio, dice che solennemente si
celebra nella basilica vaticana con
indulgenza plenaria, avendo accre-
sciuto il culto a questa festività,
ch'era doppio sino dal XIII secolo,
il Pontefice Clemente Vili del i^ìc^t.,
il quale lo fece doppio maggiore,
e aggiunse all' ufficio divino , che si
attribuisce a s. Gelasio I, o a san
Gregorio I, la bellissima omelia di
s. Leone I. F. Bianchini , Disse r-
tatio de Romana Cathedra, nelle
note ad Anastasio bibliotecario, toni.
IV, pag. i5o, ed il Cancellieri, De
Secretariis tom. Ili, pag. 1246, De
Pesto Cathedrae Antiochena. Sì può
inferire pertanto, che in questo gior-
no si celebra la memoria di s. Pie-
tro apostolo, quando pose la cattedra
episcopale in Antiochia, e che ve-
nisse istituita per abolire l' erroneo
abuso, che i gentili in un giorno
del mese di febbraio solevano por-
tare vivande e coramestiijili sopra
i sepolcri de' loro antenati, cojla
falsa credenza, che le anime di essi
si confortassero coi detti cibi ; cattiva
e perniciosa costumanza, della quale
gli autori sono discordi nel fissare
il giorno della celebrazione. Ma di
questo argomento, come di quella
del precedente articolo, soprattutto
meritano esser lette le due eruditis-
sime disserta/ioni di Benedetto XIV,
Sulle feste della Cattedra di s. Pie-
tro in Roma ed Antiochia, le quali
essendo inedite, vennero diligente-
mente pubblicate in Roma nel 1828,
da monsignor Daulo Augusto Fo-
scolo, arcivescovo di (]orfù, ora pa-
triarca di Gerusalemme.
CATTEDRALE ( Ecclesia ca-
tJiedralis), Chiesa vescovile di una
CAT
diocesi , così chiamata dalla parola
Cattedra, o sedia episcopale. Come di-
cemmo all'articolo Cattedra [Fedi),
i sacerdoti che formavano col pro-
prio vescovo l'antico presbiterio ^
presbyteriurn, sedevano lateralmente
ai suoi fianchi in alcune sedie, men-
tre il vescovo prendeva luogo in
quella più elevata. Tuttora celebransi
le fèste del principe degli apostoli
in Roma ed in Antiochia, che ram-
mentano le due città, in cui questo
primo sommo Pontefice presiedette
ad un'adunanza di sacerdoti. Da ciò
si rileva non doversi confondere le
antiche cattedrali colle presenti ,
mentre una volta la parola chiesa
non significava altro che radunanza,
non avendo avuto templi i cristiani
avanti Costantino imperatore, come
si legge nel Hìerolexicon del Ma-
cri, tom. I, pag. 2i4 alla voce Ca-
thedralìs. Di fatti nei primi secoli
della Chiesa si contavano si frequen-
ti le cattedrali, che non solo si era-
no erette in ogni città, ma ezian-
dio nelle terre, per cui i padri dei
concilii Laodiceno e Sardicense fu-
rono costretti a rimediare a tale
abuso ; e lo stesso Carlo Magno ,
nell'anno 789, ne' suoi Capitolari,
Reg. Frane, tom. I, pag. 220, n. 19
edit. Baluzii, rinnovò il decreto dei
canoni laodicensi.
La cattedrale, come chiesa prin-
cipale, fu chiamata anche Duo-
mo ( Vedi ) , casa o luogo di ora-
zione j ed il Bergier alla parola Cat-
tedrale, che appella eziandio chiesa
vescovile di una diocesi, aggiunge,
che il vescovo vi ha la cattedra del-
fautorevole e pubblico insegnamen-
to , il quale deve essere cattolico ,
vale a dire interamente conforme
alle dottrine della Chiesa cattolica
insegnate dai concilii generali, e dai
Pontefici romani. Conformemente
VOL. X.
CAT 273
poi al consesso del vescovo, e dei
seniori, onde ne derivò il nome di
cattedrale, anco oggidì le chiese cat-
tedrali sono tenute e venerate qual
norma delle altre chiese, per lo che
ad esse appartengono le processioni
generali colf intervento di tutto il
clero, il quale deve seguire il pro-
prio calendario. Vi si debbono con-
sacrare e custodire gli olii santi ;
deve esservi un capitolo con digni-
tà ; vi si pubblicano coloro, che vo-
gliono prendere gli ordini sacri, vi
si celebrano le esequie del vescovo
defunto, oltre altre funzioni ; e nel
tempo pasquale, i pellegrini e fore-
stieri vi possono adempiere il pre-
cetto.
Tocca poi al vescovo di fornire
la cattedrale di sacri paramenti ed
arredi , specialmente per l' uso dei
pontificali , come decretò Urbano
Vili a' 16 settembre 1624, e con-
fermò a' 27 aprile 1626. A tale
oggetto nelle provviste dei vesco-
vati s' impone ai novelli vescovi
l'obbligo di risarcire e rifabbricare
la chiesa cattedrale, e il palazzo ve-
scovile, per solito contiguo alla me-
desima cattedrale, come ancora di
fornire la sagrestia di essa delle ne-
cessarie suppellettili sacre. L' erezio-
ne poi delle chiese cattedrali viene
fatta dal sommo Pontefice per mez-
zo della sacra congregazione conci-
storiale , al paro delle unioni con
altre cattedrali e delle dismembra-
zioni loro. Essendo talora due chie-
se unite con una cattedrale, per cia-
scuna vi risiede alternativamente il
vescovo. Sopprimendosi però la chie-
sa vescovile , perde la cattedralità ,
si riduce a collegiata, e rimane sen-
za vicario generale. V. Vescovati e
Diocesi.
CATTEDRATICO ( Cathedraii-
cum ). Diritto, censo, tributo, o ri-
18
2 74 CAT
cognizione, che pagavano ogni anno
i chierici al pro]>rio tcscovo per
sostentamento della cattedra, cioò
della dignità episcopale. Questa pen-
sione si chiamava anco Synodlcon,
sinodatico, ed era in uso in molte
diocesi. Vero è però, come leggiamo
nel Macri , Notizia da' vocaboli ec-
clesiastici, che Synodaticum significò
pure tanto il sussidio che sommini-
stravano i vescovi al loro metropo-
litano per le spese necessarie a ce-
lebrare il sinodo provinciale, quanto
il sussidio, che somministrava il clero
al rispettivo vescovo pel sinodo dio-
cesano. In quanto poi all'origine del
Cattedratico, essa è nella Chiesa an-
tichissima, parlandosene nel concilio
di Braga dell'anno 572, comedi un
uso inveterato. Esso era in ragione
della consuetudine delle diverse chie-
se , ma da un capitolare dell' im-
peratoie Carlo // Calvo dell* anno
844 rilevasi, che apparteneva al ve-
scovo di ricevere questo diritto in
derrate , o in danaro effettivo. I
monaci però erano esenti dal Catte-
dratico.
CATTOLICISMO ( Catholicismus).
Questo vocabolo tratto dal greco,
che significa universalità, indica pro-
priamente la dottrina, e lutto il
sistema della religione cattolica, i
suoi articoli di fede, i suoi' dogmi,
le sue massime ec, nonché la sua
estensione a tutti i luoghi, a tutti
i tempi, a tutte le persone, secondo
quella insegnata da Cristo, e dagli
apostoli della Chiesa. Secondo i teo-
logi, il Cattolicismo riposa sopra i
seguenti quattro punti, che ne sono
le chiavi principali. I. L'universalità
de' luoghi , ne'quali è sparsa la Chie-
sa, e la sua credenza. II. L'univer-
salità dei tempi, nei quali essa ha
sussistilo, e ne' quali sussisterà. III.
L'universaUlà della dottrina, ch'essa
CAT
ha insegnata senza mescolanza, e
senza alterazione. IV. L'universalità
delle persone d'ogni sesso, d'ogni
età e di qualunque condizione, che
sono entrate nel suo seno. Dicesi poi
Cattolica la vera Chiesa, e di fjuesto
nome si fregiano i paesi, e le assem-
blee dei fedeli. La cattolicità è uno dei
caratteri essenziali alla vera Chiesa,
e questo carattere trovandosi nella
sola Chiesa Romana , essa adunque
è la vera Chiesa. San Padano poi
vescovo di Barcellona, parlando nelle
sue lettere a Simproniano delle ere-
sie insorte nella Chiesa da Simon
Mago fino ai novaziani, dice che il
nome di cattolica, di cui è fregiata la
Chiesa, viene da Dio, e per questo
nome ella è sempre stata distinta dal-
le sette degli eretici. Io sono, dic'egli,
cristiano per nome, e cattolico per
soprannomej V uno mi distingue, e
l'altro in indica. Finalmente il Ga-
rampi osserva nelle sue Memorie,
pag. 3?, con alcuni esempii, che si
disse cattolica , e cattolicissima in
senso di persona pia, religiosa, e
spirituale, ossia di special bontà.
CATTOLICO (Catholicus). Que-
sta voce significa universale, generale,
e deriva da Cattolicismo ( Vedi ).
Con essa si viene a significare quel
cristiano, che segue i dogmi della
Chiesa cattolica, e non le opinioni
particolari degli eretici. Tertulliano
chiama Cristo, Calholicuni Patris
sacerdotum, lib. IV advcrs. Marc.
cap. g. Che il nome di Cattolico
fosse adottato a distinzione degli
eretici, anche lo abbiamo, come pre-
cedentemente dicemmo, da s. Pacia-
no, il quale scrivendo contro i no-
vaziani , ad Synib. Novat. , disse :
Christianus mihi nomen est, Catho-
licus vero cognomen. Osserva il Ber-
nini, Istoria delle eresie, pag. 20,
che i seguaci di Gesù Cristo si chia-
CAT
marono primieramente fratelli^ o
frati j poi santi ^ credenti ^ fedeli
( Fedi) 3 Jessaeìj o Gesuani, da
Gesù Cristo, Nazareni dagli ebrei,
e Papisti dai moderni eretici. Alcuni
lianno infelicemente tentato di to-
gliere dalla prima antichità il nome
Cattolico, pretendendo che 1' impe-
ratore Teodosio ne sia stato 1' in-
ventore, ovvero che tal voce non
sia stata posta nel simbolo che nel
terzo secolo. Ma basta leggere la let-
tera del martire s. Ignazio scritta a
quelli di Smirne, il libro di Origene
contro Celso, s. Cirillo, e s. Agostino
per confermarsi sull' antichità di
questo vocabolo, adoperato per di-
stinguere i veri dai falsi cristiani
(Fedi), cioè dalle sette degli eretici,
nati nel cristianesimo. Così sono
state nei primitivi tempi appellate
cattoliche le lettere di alcuni apo-
stoli, perchè scritte ai cristiani di
tutto il mondo. Oggidì si nominano
in generale cattolici i cristiani riu-
niti in società, che riconoscono per
capo spirituale il sommo Pontefice,
e che professano il cattolicismo.
Inoltre chiamaronsi cattolici certi
ufficiali, o magistrati, che avevano
cura di esigere le imposte, e di fìir
pagare i tributi nelle provincie del-
l' impero, facendone menzione Eu-
sebio, Teodoreto, Sozomeno ed altri
scrittori della storia bizantina. Ag-
giungiamo col Macri, che chiama-
vasi ancora Catholicus il procura-
tore fiscale dell'imperio, perchè ap-
punto era universale in tutto il
dominio imperiale. Laonde per la
medesima ragione, da altri era no-
minato Catholìciarius. Il Papa In-
nocenzo III in una sua lettera, Reg.
Epist. An. XV. ep. 78, che presso
il Baluzio è al n. 82, ci descrive
un ordine di penitenti, il cui istituto
chiamasi Catholici paupercs.
CAT 275
CATTOLICO. Titolo ecclesiastico.
L'onore del nome cattolico mosse a
prenderlo i patriarchi o primati di
oriente , il perchè cattolico era un
titolo, che corrispondeva a quello di
ecumenico , cui avevano adottato i
patriarchi di Costantinopoli , forse
al tempo dell'imperatore Giustinia-
no I, assunto al trono l'anno 527.
Ma l'Assemanni scrittore de catho^
licis, seu patriarchis chaldceorum^
et nestorianoruTUj praef. § IV, pag.
57 e &e^., dichiara quella denomi-
nazione usata nel quinto secolo al-
meno, e probabilmente sul princi-
pio del quarto. Dice egli pertanto,
che l'arcivescovo di Seleucia, essen-
dosi pel suo nestorianismo sottratto
dall'ubbidienza del patriarca antio-
cheno, appellò sé medesimo Catto-
lieo patriarca 3 mentre prima di
tale divisione, cioè sul principio del
secolo quarto, i metropolitani di Se-
leucia e di Persia si appellavano
Cattolici, senza che fossero patriar-
chi. V. Renaudot, Dissert. sur le
patriarchi d^Alexandrie, n. 4? iio»
che l'articolo Caldea.
Ecco quanto dice Chardon, iSVo-
ria de^ Sagramenti, tora. Ili, cap. 6,
Dé'principali vescovi, che ressero le
chiese orientali, e del Cattolico dei
Nestoriani^ec, suWb. giurisdizione del
patriarcato antiocheno, e de' predi-
catori evangelici, che inviò al di là
dei confini dell'imperio romano:
>i Questi santi uomini fecero gran
« progressi principalmente nella Per-
» sia, ove piantarono più chiese, le
>i quali erano governate da un ve-
-M scovo, che aveva autorità sopra
« tutti gli altri della Persia e del-
« l'Armenia, ed egU era ordinato
>i dal patriarca d'Antiochia cui era
» soggetto. Ei si chiamava Cattoli-
» co, forse per la vastità della sua
>» giurisdizione, alla quale soggiace-
"ìjS e A T
vano i metropolitani , e vescovi
semplici di que' vasti paesi. Que-
sti cattolici si possono considerare
come un grado particolare della
gerarchia ecclesiastica. Il Cattolico
di Persia risiedeva in Seleucia, e
a Ctesifonte. Accadde, che i nesto-
> riani scacciati dalle terre dell' im-
y pero con editti dei principi, e ri-
> tiratisi nella parte della Mesopo-
> tamia occupata allora dai persia-
» ni, coi loro vescovi ed ecclesiasti-
> ci , vi sparsero la loro eresia , e
» moltiplicatisi ebbero un vescovo
cui da principio chiamarono Cat-
tolico , e poi patriarca , il quale
inviando da per tutto missionari,
guadagnò alla sua setta moltissi-
ma gente, sì pel favore dei re di
Persia^ che odiavano i romani e
la loro religione, come per quel-
lo de' principi maomettani, i quali
furono da lui coltivati. Conqui-
stata dai maomettani la Persia ,
confermarono ai cattolici o patriar-
chi dei nestoriani tutta la loro
autorità, la quale era vastissima.
Indi questi cattolici trasferirono
la loro sede a Bagdad, e si usur-
parono la giurisdizione sopra gli
ortodossi, e sopra i giacobiti me-
desimi, venendo sostenuti dai ca-
liffi, che terminavano le contese
coH'antico possesso. La perdettero
poi, e fu permesso ai melchiti o
ortodossi , ed ai giacobiti l'avere
i loro proprii cattolici; ma per
più di due secoli i nestoriani si
valsero della usurpata giurisdizio-
ne per diffondere la loro eresia,
riuscendovi mirabilmente sia per
le missioni spedite all'estremità
dell'Asia, come per la infelicità de-
gli altri cristiani , che trovandosi
ridotti senza chiese, e sacerdoti,
erano senza accorgersi costretti ad
impegnarsi nella comunione coi
CAT
»i nestoriani ". /^. il citato Renan-
dot, (le la Perpet. de la Foi, t. IV,
lib. I,
cap. 7.
Finalmente leggiamo in varii au-
tori , che fra i prelati d' oriente , i
quali portarono il nome di Cattoli-
co, il patriarca di Armenia si ap-
pellava pure il Cattolico di Armenia.
Anzi aggiungeremo, che Cattoli-
co appresso gli Armeni significa il
capo ecclesiastico di tutta quanta
una nazione, quindi essi non solo il
loro capo generale nominano cat-
tolico, ma pure queUi di tutte le
altre nazioni, come si rileva dai lo-
ro antichi scrittori: ed è perciò che
per distinguere il Romano Pontefi-
ce qual capo generale non solo del-
la sua nazione, ma ancora di tutte
le altre, lo nominano Cattolico dei
Cattolici, come si può vedere presso
Fausto Bizantino storico antico del
quarto secolo.
CATTOLICO. Titolo di onore
principesco. Questo fu conferito dai
Sommi Pontefici ai re di Spagna,
chiamandoli per eccellenza cattolici,
a cagione della loro benemerenza e
zelo per la religione di Gesù Cristo,
nonché per la loro devozione alla
Santa Sede, ed al romano Pontefice.
Né manca chi dice avere i Papi
qualche volta dato il nome di Cat-
tolico ai re di Francia, ed a quelli
di Gerusalemme.
Questo titolo pertanto di re cat-
tolico, e di maestà cattolica è pre-
sentemente ed esclusivamente appli-
cato ai re di Spagna, e i Bollandisti
pretendono che lo portassero comu-
nemente tutti i re visigoti di Spa-
gna. Il Parisi nelle sue Istruzioni
per le segreterie^ t. Ili, p. 16, ag-
giunge che i re de' longobardi Luit-
prando ed Ariulfo, fra i loro titoli
ponevano anche quello di Cattolico,
ma che poi divenne giustamente un
CAT
particolare attributo stabile dei mo-
narchi delle Spagne, dopo che Fer-
dinando V, detto il Cattolico j espul-
se dal suo regno i maomettani, prov-
vedendo alla perpetua conservazione
della religione cattolica in tutti i
suoi vasti dominii.
Prima sì glorioso titolo fu per-
sonale nei re di Spagna, quindi re-
stò ereditario nei successori loro. 11
primo a portarlo vuoisi essere stato
il re Recaredo I, in premio di aver
convertito i suoi goti dall'arianesimo
alla fede cattolica. Gli venne con-
ferito dal concilio toletano III , che
si celebrò l'anno 589 nel pontifica-
to di Pelagio II, ovvero da questo
Papa , o dall' immediato successore
s. Gregorio l. Il Pontefice Onorio I
nell'anno 687, chiamò cattoHco Svin-
tilla re di Spagna. 11 Macri al vo-
cabolo CathoUcus, parlando di que-
sto titolo come proprio del re di
Spagna, dice che ebbe origine nel-
l'anno 638 quando il concilio tole-
tano VI ordinò , che a nessun re
fosse dato il possesso del trono rea-
le, se prima non giurava di non per-
mettere nel suo regno persona , la
quale non fosse cattolica, laonde poi
il re venne denominato cattolico;
oppure perchè Alfonso I, siccome
discendente di Recaredo , cognomi-
nato il re cattolico, si dichiarò nel
concilio di ereditare questo speciale
titolo. Certo è, che il Pontefice san
Zaccaria, creato l'anno 741, confe-
rì il titolo di re cattolico al detto
Alfonso I , ed Innocenzo III al re
Pietro II d'Aragona allorquando,
nel 1204, ^o coronò nella basilica
vaticana, attestandolo anche il Can-
cellieri, nelle Disseriazioni epistola-
ri, ec, pag. igr. Finalmente Papa
Innocenzo Vili, in premio dell'estin-
zione del maomettanismo dalla Spa-
gna , per opera de' piissimi Ferdi-
CAT 277
nando V ed Isabella , conferì ad essi
il titolo di Cattolico nel 1492 dopo
la conquista di Granata, titolo con-
fermato loro nel 1496 dal succes-
sore Alessandro VI. Per questa con-
ferma, il titolo di re Cattolico restò
perpetuo ed ereditario nel re Fer-
dinando, non meno che nei re suoi
successori. T^. Raffaele di Volterra,
GeographiaCj lib. II, cap. 12, e Gio-
vanni Mariana , De reb. Hispaniae ,
\\h. XXVI, cap. 12, pag. 209. Sono-
vi poi alcuni autori, che pretendono
aver avuto Ferdinando V questo
titolo soltanto da Innocenzo Vili, e
altri da Giulio II, intorno alla qual
cosa può consultarsi l'annalista Spon-
dano, all'anno 1492, n. 2. Inoltre
Dan. Guil. Mollerò scrisse de Titillo
Catholicij Altdor. iGgS; e Galerat.
Jac. Mainoldo de titidis Philippi Ali-
strii regis Catholici liber Bonon.,
per Boniarum i573. Ci fanno sa-
pere poi il Rainaldi all'anno 149^?
n. 25, e il Comineo, lib. V, de Bel-
lo neapolitano j che Alessandro VI
avea stabilito atlribuere Hispaniae
regibus nomen, ut Christianissimi di-
cerentur, et in suis ipsuni litterisj
atque sermone sic eos vocasse j sed
quum ex Cardinalibus quidam rc-
sisterentj ncque Galliam vellent ap-
pellatione illa privari , Catholicos
nominare jussisse.
Allorquando Pio IV, nel i562,
ordinò il compimento del concilio
di Trento, insorsero gravi questioni
di precedenza fra gli ambasciatori
di Spagna e di Francia, sostenendo
il primo che Svintilla re di Spagna
fu da Onorio I chiamato Cattolico,
nell'anno 687, prima che Carlo Mar-
tello avesse da Gregorio III nel 740
il titolo di Cristianissimo, ma por-
tatasi la questione in Roma, Pio IV
la decise in favore della Francia.
F. ClUSTUNISSIMO.
ayS CAU
CATULA. Sede episcopale della
Mauritiana Cesariana neirÀfrica oc-
cidentale, e perciò sottoposta a Julia
Cesarea» Gennad. lib. de Script.
Eccl.
CAUCASO Monte. E situato nel-
r Asia minore fra il Ponto Bussino,
e il mar Caspio, con alcuni villaggi
abitati dai cristiani giorgiani, ed una
piccola città vescovile che, secondo
Commanville, fu eretta nel nono se-
colo, e che le notizie greche descri-
vono qual sede arcivescovile onora-
ria, nel patriarcato di Costantinopo-
li, fra gli arcivescovati della Scizia,
e del Chersoneso Taurico. Certo Ba-
silio era vescovo di questa sede, ed
intervenne al concilio di Costanti-
nopoli, che si celebrò per Giovanni
Becco, sotto il vecchio Andronico
Paleologo.
CAUCOBARDISTI. Eretici del se-
colo sesto, seguaci di Severo Antio-
cheno e degli acefali, derivati da-
gli eutichiani. Ebbero il nome da
un luogo, dove tennero le prime
loro assemblee. Negavano essi ob-
bedienza al concilio di Calcedonia,
e predicavano in Gesù Cristo una
«ola natura, F. Baronio ad ann.
335.
CAUDATARIO (Caudatarius).
Ecclesiastico, il quale sostiene l' e-
stremità delle vesti, detta coda, al
Papa, ed ai Cardinali, nonché ai
vescovi, e ad altri prelati, che han-
no r uso de' pontificali. Dicesi pure
in latino Syrmads^ da Sy-rma, ve-
ste lunga, geridusj ossia portatore
dei lembi di essa, ministeri come
incaricato di tale uffizio, e linibi-
feriis, da lembo, che è la parte e-
strema del vestimento. V. Claudio
Francois Menestrier, Sur V usage de
se faire porter la queve dans Ics
cerimonies de V Eglise^ et du Mon-
de, Paris 1704^ et dans le lume
CAU
i5 du Journal Ecclesiastiques des
Jos. Ant. Dinovart, Mois d'Avril, p.
266. Quest'uffizio ebbe origine col-
l'uso delle vesti colla coda adottate
dal Papa, e conòedute ai Cardinali,
e prelati menzionati. Siccome in
questo articolo intendiamo parlare
principalmente dei caudatarii dei
Cardinali di Santa Romana Chiesa,
così alquanto ci diffonderemo sulle
loro notizie, e su ciò, che di più
rimarchevole li riguarda. Primiera-
mente osserva il Bonanni, Della
Gerarchia ecclesiastica, capo CXI,
DeW uso di sostenersi dal cauda-
tario la veste Cardinalizia, che la
veste, la quale per mezzo della co-
da discende sino a terra, è una del-
le insegne principesche e di digni-
tà; giacche, siccome alle persone di
condizione popolare fu dagli antichi
prescritta la veste corta , aftinché
non fosse loro d'impedimento nell'e-
sercizio delle opere servili, così alle
persone costituite in dignità si per-
metteva la veste pomposa e lunga,
per distinzione, acciocché ovunque
riscuotessero rispetto. Quando inco-
minciasse questa sorte di veste ad
usarsi dai Cardinali, non si riferi-
sce da autore alcuno negli atti pon-
tificii, e solo abbiamo da France-
sco Torri gio, benefiziato della ba-
silica vaticana nella sua Istoria del"
le Grotte Faticane, a carte 4o^>
della terza edizione, aver egli tro-
vato registrato in un manoscritto,
che il Pontefice Nicolò 111, eletto
l'anno 1277, introdusse l'uso del-
le vesti caudate ai Cardinali, prela-
ti, come ancora le cappe e i cap-
pucci. L' uso pertanto delia cappa
colla coda o strascico, e della sot-
tana egualmente con coda, impedi-
va le azioni nelle sacre funzioni.
Laonde si volle rimediare all'im-
barazzo, che producevano tali Icui'-
CAU
bi, col raccogliersi l' estremità della
cappa sotto il braccio sinistro, e
quando dovevasi sciogliere e span-
dere, venne deputato uno della fa-
miglia perchè ne sostenesse la coda.
Ma dovendosi ciò massimamente
praticare nelle cappelle e funzioni
pontifìcie, non sembrò conveniente
alla venerazione dovuta al luogo,
che tale uffizio fosse disimpegnato
dai cubicularii laici de' Cardinali, e
venne quindi introdotto, che si sos-
tenesse il lembo della vesta, e si
spandesse lo strascico della cappa
da un cappellano sacerdote, o chie-
rico della famiglia del Cardinale,
donde ebbe origine T uffizio di cau-
datario. V. Cappa dei Cardinali.
Questo medesimo costume di far
sostenere la coda della veste Car-
dinalizia, come si legge in un mss.
della biblioteca vaticana, citato da
un cerimoniale, si praticò anche
da altre persone di minor grado e
condizione, particolarmente quando
la curia romana era stabilita in A-
vignone; dappoiché gli arcivescovi ,
ed i vescovi di nobile nascita, ciò
usavano non solo per detta cit-
tà, ma talvolta anche ascendendo
l'appartamento pontifìcio nel palazzo
apostolico. Leggesi infatti, che certo
Pietro arcivescovo di Narbona, regnan-
do Urbano V, imprudentemente andò
sino alla camera del Papa ossia dei
paramenti, accompagnato dal cau-
datario, e che fu ripreso dal medesi-
mo Pontefice, venendo ammonito
a non comparire più in tal forma,
dovuta solamente al grado Cardi-
nalizio. Per la qual cosa que' pre-
lati, i quali avevano adottato un tal
uso, r abbandonarono prontamente,
continuandolo solo i patriarchi si-
no a Martino V. Anticamente quan-
do un Cardinale in abito s'incon-
trava con un altro Cardinale, seb-
CAU 279
bene vestito di zimarra, il cauda-
tario del primo per atto di rispet-
to lasciava subito di sostenere la co-
da, donde forse ebbe origine il ce-
rimoniale praticato nelle visite di
formalità, che ora si usano dai so-
li Cardinali novelli col Cardinal
decano, e questo con quelli tanto
neir accesso , quanto nel recesso ,
cioè che il caudatario del visita-
to prende la coda della veste
del visitante , e viceversa il cau-
datario di quest' ultimo sostiene il
lembo della veste del primo. Non
si suole però sostenere la veste
Cardinalizia dal caudatario avan-
ti il ss. Sagramento, né innanzi
il Sommo Pontefice, in segno di
riverenza, come avverte il citato Bo-
nanni a pag. 44 1- aggiunge il Pi-
scara, nella sessione V, cap. i3 del
suo Cerimoniale, che il caudatario
in abito talare sostiene la coda ogni
volta che il vescovo si reca alla
chiesa, ma al Cardinale sempre,
vale a dire quando usa la sottana
colla coda ; e che quando il vesco-
vo adopera la cappa, nell' inginoc-
chiarsi il caudatario gliela spande ,
raccogliendola nell' alzarsi. Celebran-
do poi pontificalmente la messa, il
caudatario de' vescovi, in sottana ne-
ra, con cotta e velo detto Bimba y
o Fìppa, sorregge la di lui mitra,
ciò che praticasi degli altri cauda-
tari anche nelle cappelle papah, e
nelle cardinalizie nella celebrazione
della messa.
Dicemmo, che 1' uffizio di cau-
datario dai laici cubicularii pas-
sò ad esercitarsi dal cappellano del
Cardinale. In progresso di tempo
tali qualifiche furono separate, ma
dipoi poco a poco si riunirono, co-
me vediamo oggidì, che i cappella-
ni dei Cardinali sono per lo piìi
anco caudatarii, locchè deve dirsi an-
28o CÀTJ
che di quello del Papa, il quale ap-
partiene alla classe dei cappellani se-
greti (^er//). Anticamente eravi inoltre
qualche diversità fra i caudatari del-
l'ordine de'diaconi e de*preti, da quel-
li dell' ordine de' vescovi suburbica-
ri, perchè i primi portavano la to-
ga, e il velo pendente dalle spalle
sino alle ginocchia, con cui prende-
vano le mitre di essi, allorquando
in qualche funzione dovevano depor-
le; e gli altri aggiungevano la cot-
ta. Presentemente quando i Cardi-
nali usano la mitra, tutti i cauda-
tari sopra la toga, o cappa paonaz-
za, assumono la cotta, e su di essa
un velo bianco, o a guisa di stola,
largo un palmo, lungo sino alle gi-
nocchia, terminando con una fran-
gia d'oro, riunendosi sul collo me-
diante due fettuccie, e formando co-
me un cappuccio. Ne riporta il me-
desimo Bonanni la figura a pag.
44o- Pio IV, eletto nel iS^g, con-
cesse ai caudatari dei Cardinali
per le funzioni, e per le cappelle
papali la sopravveste, o toga, detta
volgarmente soprana, di saja pao-
nazza, con maniche larghe e corte,
con fodere di seta di egual colore,
con cappa o cappuccio nella forma
diverso dai comuni. Da un Iato
della cappa evvi una saccoccia per
riporvi il breviario ad uso del Car-
dinale nelle cappelle. Tale forma
di abito si vede dipinta nei caudata-
ri, nell'abside dell'antichissima chie-
sa titolare de'ss. Nereo ed Achilleo.
Tutta volta nel pontificato di s. Pio V,
racconta il Bonanni, che i cauda-
tari de' Cardinali assistettero all'uf-
fizio delle tenebre, con toga e man-
Otello nero. Dipoi la sacra congre-
gazione de' riti, col decreto Colle-
gium càudatarioruniy de i agosto
del 1608, approvato dal Pontefice
Paolo V, aggiunse la sottana di se-
CAU
ta del medesimo colore paonazzo
con bottoni neri, e poi ebbero an-
co la fascia con fiocchi egualmente
di seta paonazza. Sembra però dal-
le parole del decreto, che la sottana
violacea fosse da essi già usata ante-
riormente. Solo n' era andata in
trascuranza la consuetudine, e fu
loro accordata qual prerogativa di
distinzione, et ut ah aliia siniplici-
bus clericisj vel prcsbyteris digno-
scerenlur.
Ad ogni caudatario di un novel-
lo Cardinale viene consegnato un
libretto con questo titolo : Brevis
instraclio pio dd. caudaLariis cir-
ca vesteSj qaibus de more utuntur
in functionibus Eminentissinioriini ,
et Reverendissiniorum DD. S. R. E.
Cardinalium ec. Da esso pertanto
rilevasi, che i caudatari in tutte le
cappelle papali, e in quelle di s.
Tommaso d' Aquino, e dell' ottava
de' ss. Apostoli Pietro e Paolo, nei
concistori pubblici, e nell' esequie
de' Sommi Pontefici, nella cappella
palatina, debbono vestire coli' abito
violaceo, cioè sottana e fascia, e so-
prana con cappuccio. Inoltre si ri-
cava, che in tutte le cappelle Car-
dinalizie (Vedi), meno le due pre-
cedenti, vestiranno con sottana, e
fascia paonazza, e mantello talare,
ossia ferraiuolone di seta nera, e
nel medesimo modo incederanno
nelle esequie anniversarie dei Pon-
tefici nella basilica vaticana, in tut-
te le pubbliche processioni, in qua-
lunque tempo e chiesa, tanto per
implorare il divino aiuto per alcu-
ne calamità, che per quelle dell'ot-
tava del Corpus Domini, sebbene
v'ipterveuisse il Papa. Così nei con-
cistori semi-pubblici pel Te Deuni,
che si canta 1' ultimo giorno del-
l' anno nella chiesa del Gesù, nelle
conclusioni che si fauno nell'aula
CAU
del palazzo della cancelleria dagli
uditori di rota, ed avvocati conci-
storiali novelli, i caudatari vestono
nel medesimo modo; fuori di tali
occasioni vestono come i semplici
sacerdoti, cioè tutto di nero, meno
il collare di seta paonazza, il quale
sempre adoperano anco colT abito
corto detto di abbate, con sottana
e Terraiuolo di seta. Neil' inverno
però la sottana è di panno, sì nei
concistori segreti, sì nelle prediche,
e sì nelle congregazioni Cardinali-
zie, ec.
In quanto agli obblighi ed ap-
partenenze del caudatario, spetta a
lui il preparare i sagri paramenti
ed arredi della cappella domestica
del Cardinale, per la celebrazione
della messa, incombendo pure a lui
di dirla nella cappella medesima.
Quando il Cardinale celebra la mes-
sa o in cappella pontifìcia, od al-
trove, prepara altresì la cassa de-
gli arredi e paramenti occorrenti,
il che eseguisce per altre sagre fun-
zioni. Nelle cappelle Pontifìcie e Car-
dinalizie, il caudatario siede nello
scalino presso il proprio Cardinale,
e si alza quando si alzi il Cardina-
le, rimanendo a sedere quando il
Cardinale è incensato, per non im-
pedire r incensazione, ma si alzano
poi tutti i caudatari, dopo che ab-
bia ricevuto l' incenso 1' ultimo Car-
dinale diacono. Il caudatario nelle
capj)elle sostiene la berretta e il ber-
rettino rosso quando il Cardinale
non ne fa uso, gli sorregge le cande-
le accese e le palme, ed all'occorren-
za nelle stesse cappelle rammenta
al proprio Cardinale ciò che deve
fare. Ma di quanto riguarda i cau-
datari, nelle cappelle, delle candele,
e torcie che loro spettano, delle
candele, ceneri, palme e Jgnus Dei,
che ricevono al trono dalle mani
CAU 281
del Papa, si tratta agrarlìcoli Cap-
pelle l*oNTiFiciE, e Cappelle Car-
dinalizie.
Allorché il Cardinale va a quelle
cappelle, o ad altre funzioni con
una carrozza, il caudatario prende
il terzo posto. Se poi vi si reca con
due, egli prende il primo della se-
conda. Appartiene alla famiglia no-
bile, e fa perciò parte dell'antica-
mera, e secondo i parziali regola-
menti, e sistemi delle corti Cardi-
nalizie, introduce anch' egli chi do-
manda r udienza al Cardinale. Fi-
no agli ultimi tempi incombeva al
caudatario benedire la mensa, in
occasione di qualche convito, che
imbandiva il Cardinal padrone.
Riguardo alla chiesa e collegio
dei caudatari , ecco quanto si legge
nel Piazza, Opere pie di Roma ,
pag. 664, parlando di s. Maria
della Purità, de^ caudatari in bor-
go, chiesa che sta presso il palazzo
Giraud, ora del principe Torlonia,
prima di arrivare al palazzo Acco-
ramboni. Nel lagrimevole saccheg-
gio di Pioma del i527, l'esercito
di Borbone fra le altre iniquità,
distrusse in tal luogo una casa, e a
ridosso delle sue superstite mura,
poscia si gettarono le immondezze.
Sopra di dette mura era dipinta una
immagine della b. Vergine col s. Bam-
bino, che con meraviglia di tutti
rimase illesa allorquando nella fa-
mosa inondazione del Tevere, ac-
caduta neir ottobre i53o, venne
dall' acqua ricoperta senza che la
pittura sofferisse alterazione veruna.
Ciò promosse la venerazione de' fe-
deli, e il conseguimento di parec-
chie grazie per le orazioni, che vi
si recitarono, e pei lumi, che innan-
zi le si accendevano. Il perchè me-
diante pie limosine si fabbricò nel
medesimo luogo la chiesa dedican-
iHi C A U
dola alla purità di Maria Vergine,
donde prese il nome di s. Maria
della Purità, la quale pei prodigi,
cui continuò a fare , il capitolo
Vaticano, verso la metà del secolo
XVII, coronò con corona di oro
tanto la b. Vergine, quanto il di-
vino suo figlio. Quindi essendo la
chiesa affatto rovinata, nel pontifi-
cato di Leone XII, il collegio dei
caudatari la restaurò interamente.
Se ne celebra la festa ai 2 luglio,
giorno sacro alia Visitazione della
ss. Vergine, con indulgenza conces-
sa da Innocenzo XI, nel 1682.
In detta chiesa, e nel pontifica-
to di Paolo III, ebbe origine il
sodalizio, ed il collegio dei cauda-
tari de* Cardinali, cioè nell* anno
i538. Zelanti nel promuovere il
maggior culto divino, e la divozione
alla Madonna, meritarono, che lo
stesso Pontefice Paolo III, con let-
tere apostoliche de' 22 novembre
1546, erigesse il loro sodalizio in
collegio, non potendovi far parte,
che i soli caudatari dei Cardinali,
che sono in uffizio, o che lo ab-
biano esercitato. Monsignor cauda-
tario del Papa suole essere eletto
in priore di questo collegio, che
gode la protezione d'un Cardinale.
A questo collegio concessero mol-
te indulgenze Paolo III, Gregorio
XV nel 1623, Innocenzo XI, e Be-
detto XIV, il quale con decreto dei
17 maggio 1756 confermò pure
quelle accordate dai suoi predeces-
sori, nel qual anno col breve Ad
Pastoralis dignitatis , a' 5 giugno,
ne confermò gli statuti e le costi-
tuzioni. Fra i privilegi poi concessi
ai caudatari dei Cardinali, merita-
no menzione l'indulto personale del-
l' altare privilegiato per due giorni
della settimana, e il poter lucrare
i frutti dei loro benefizi residen-
CAU
ziali di canonicati, beneficiati, o al-
tro, nel tempo che servono i Car-
dinali nelle cappelle, o funzioni, che
s' intimano dai cursori apostolici in
liabitu, et forma cursoriini. E seb-
bene Innocenzo XII rivocasse diversi
indulti, lasciò intatti quelli dei cau-
datari colle parole seguenti : >» fir-
» mo tamen, quoad eorundem Car-
« dinalium caudatarios, remanente
« decreto moderatorio sacrae con-
« gregationis E.morum Cardinalium
w sacri concilii Tridentini interpre-
»> tum die 19 augusti 1690, edito",
come si ìe^^Q nel Bollano a pag.
262.
In questo rispettabile ceto eccle-
siastico fiorirono uomini per virtù
e dottrina commendabili, molti furo-
no onorati di cospicui ufficii e di
dignità ecclesiastiche, e siccome il
novello Pontefice suole dichiarare
primo cappellano segreto e cauda-
tario quello, che in tal qualifica
l'avea servito nel Cardinalato, cosi
diversi furono esaltati a cariche ri-
levanti, ed a gradi insigni. Per dir-
ne di alcuni, d. Carlo Traversali
caudatario del Cardinal Farnese,
divenuto questi Papa col nome di
Paolo III, fu da lui fatto vescovo
di Segni. D. Antonio de Meliori-
bus caudatario del Cardinal Perelli,
quando questi divenne Sisto V, pri-
ma fu promosso a commendatore
delio spedale di s. Spirito in Sassia,
e poi fu preconizzato a vescovo di
s. Marco in Calabria. D. Giovanni
Canuto , caudatario del Cardinal
Borghesi, assunto questi al pontifi-
cato col nome di Paolo V, fu fatto
da lui vescovo di Oppido. E d. Giu-
seppe Candido caudatario del Car-
dinal Barberini, poi Papa Urbano
Vili, fu da lui fatto vescovo di Li-
pari. F. Decreta j et conslitutioiies
collega caudatariorurn S. R. E.
CAU
Cardìnallumy^omae 1628; Camillo
Fa micci , Della confraternita dì s.
Maria della Purità de' caudatariiy
lib. IV, e. 33 delle Opere pie, p.
893 ; Istorica relazione del mira-
bile scuoprimento seguito nel i53o
della miracolosa immagine di Ma-
ria ss. della Purità in Borgo, cu-
stodita dal yen. collegio de' re ver.
cappellani caudatari de' R.mi Car-
dinali, Roma 1781; Constitutiones
ven. coli. Caudatario rum S. R. E.
Cardinaliunij Romae 1829. Fran-
cesco Capparroni, nella Raccolta
della gerarchia ecclesiastica, con'
siderata nelle vesti sacre, e civili
usate da quelli, che la compongo-
no, Roma 1827, riporta tre figu-
re colorate, rappresentanti il cau-
datario colla croccia, o sottana pao-
nazza , il caudatario col medesimo
vestiario colla colta e velo bianco
ad essa sovrapposto, e il caudatario
colla sottana e fascia di seta pao-
nazza col fei'raiuolone nero.
CAUDIUM, o ARPAJA . Sede
vescovile, ed ora villaggio nel re-
gno delle due Sicilie, nella provin-
cia di Terra di Lavoro, nel confi-
ne del principato ulteriore fra Ca-
pua e Benevento. Questo villaggio
fu fabbricato sulle rovine dellaiiti-
ca città di Caudium nel paese dei
sanniti irpini. Nell'anno 433 di Ro-
ma, r imprudenza dei consoli J. Vi-
truvio, e Sp. Postumio trasse l'eser-
cito romano fra due montagne: laon-
de circondati dai sanniti per ogni
lato, non solo furono costretti ad
arrendersi, ma vennero obbligati al-
l' umiliante condizione di passare
sotto al giogo, cioè a dire fia due
laucie attraversate da una terza a
guisa di forca, difilandovi tutti i
soldati disarmati, colla testa nuda,
e le mani legale di dietro in seguo
d'ignominia. Da questo famoso av-
CAV 283
venimento la valle prese il nome di
Forche caudine, ed oggi chiamasi
stretto di Arpaja. Nel 181 1 in Na-
poli si pubblicò l'opera Le forche
Caudine illustrate con due ap-
pendici. Due minori villaggi poi
situati verso i due opposti ingres-
si della pianura col loro nome
comune di Forchia ricordano il
romano disastro , che non andò in-
vendicato. In progresso di tempo
Caudium divenne sede episcopale ,
e ne fa menzione l'Ughelli Italia
sacra tomo X, col. 52, finche per
la sua distruzione cessò affatto di
essere, erigendosi dipoi l'attuale vil-
la
;g»o-
CAUNO, Cannus, o Cunnus. Cit-
tà episcopale della provincia di Li-
cia, diocesi d'Asia, sotto la metro-
poli di Mira, che sino dal quinto
secolo fu eretta in vescovato, come
leggiamo in Commanville.
CAVA, e SARNO unite ( Caven.
et Sarnen, ). Vescovati nel regno del-
le due Sicilie. Cava, o la Cava pic-
cola città del Principato citeriore,
posta alle falde del monte Metellia-
no, in mezzo alla deliziosa valle del
monte Fenestra, capoluogo di can-
tone, fu fabbricata sulle rovine del-
l' antica città detta M aerina , o
Marcina, che gli etruschi avevano
edificato vicino al mare, in luogo
ove ancora oggidì si vede un ca-
stello , da quelU del paese chiamato
P'ietri. Si racconta , che il re dei
vandali Genserico, allorquando fu
chiamato dall' Africa da Eudossia
imperatrice per vendicar la morte
del proprio marito, ucciso dal ti-
ranno Massimo, dopo aver rovinato
e distrutto la maggior parte delle
città del regno di Napoli, si avvici-
nò a Macrinaj ma gli abitanti pre-
si da grande spavento , fuggirono
precipitosamente dalla città, e si ri-
9.84 CAV
fugiarono in profondi sollerranei
e grotte dalla parte orientale del
monte Metelliano, chiamate le Caife
3/flcllia/ìe. Quindi nel 980 presso tal
luogo, s. Alferio salernitano monaco
cluniacense, fondò un monistero di
benedettini sotto il titolo della ss.
Trinità ad Caveam Metelliananij
che, seguendo la regola di Cluny,
divenne un' abbazia delle più ricche
d' Italia, ed il ceppo di una illustre
congregazione di ventinove badie ,
e di novantuno priorati conventuali,
chiamata la Congregazione di Ca-
va. Conta fra i suoi alunni Vitto-
re 111, Papa del 1086, ed Urbano
II, eletto nel 1088, i nomi de' quali
in varii martirologi sono registrati
per santi. L' abbate Pietro, cui Ur-
bano II nel 1 09 1 impose colle pro-
prie mani la mitra, e che, secondo
alcuni, fu il primo a goderne la pre-
rogativa (mentre altri dicono che
da Alessandro II fu conceduta al-
l'ablxìle della Cava ) fece un recin-
to di muro intorno ad una terra
vicina aUa sua abbazia, ed avendovi
invitato tutti i fuggiaschi dispersi
qua e là nelle grotte del monte Me-
telliano, a ritirarvisi , viene ricono-
sciuto siccome il fondatore della cit-
tà di Cava, il che vuoisi avvenuto
verso l'anno io8o.
S. Gregorio VII, ed Urbano II
principalmente arricchirono di pri-
vilegi e prerogative la congrega-
zione Cavense , onde ampia ne di-
venne la giurisdizione. Abbiamo
inoltre, che lo stesso Urbano II nel
1092 non solo consacrò la basilica
della ss. Trinità della Cava, ma
tolse il monistero dalla giurisdizio-
ne del vescovo di Salerno. Quindi
essendo morto nel pontificato di
Pasquale II l'antipapu Clemente III,
uno di quelli che gli successe nello
scisma fu l'antipapa Teodorico ro-
CAV
mano, il quale, passati cento e cin-
que giorni, si fece anacoreta nel mo-
nistero Cavense, ovvero vi fu co-
stretto dai soldati di Pasquale lì ,
come riporta V Oldoino. Quando il
Pontefice Calisto II, nel 1121, fece
arrestare l'antipapa Gregorio Vili,
Maurizio Bardino, lo mandò a cu-
stodire nel monistero della ss. Tri-
nità della Cava , e dipoi lo fece
trasportare nella fortezza di s. Ger-
mano. Così quando nel 1 1 80 dalle
truppe pontificie fu preso l'antipa-
pa Innocenzo III, Landone Sitino,
il legittimo Pontefice Alessandro HI
lo fece condurre nel medesimo mo-
nistero a far penitenza insieme ai
suoi complici , e si dice , che vi
morisse impenitente, terminando con
lui lo scisma di ventun anno contro
Alessandro III.
Nel 1394, Bonifacio IX eresse la
chiesa della ss. Trinità in cattedrale,
locchè durò fino al Pontefice Ales-
sandro VI. Ma il Cardinal Oliviero
Caraffa, che n'era vescovo, avendo
provato di chiamarvi de' monaci di
Mcmte Cassino in luogo di quelli
che v' erano, diede origine ad un' in-
finità di contestazioni fra lui ed i
monaci, i quali indussero nel i5i4
Leone X a sopprimere la delta cat-
tedrale, ed a trasferire questo titolo
e la sede vescovile nella vicina città
di Cava, distante dal monistero un
terzo di lega, stabilendo nella chiesa
dedicata alla Visitazione della bea-
tissima Vergine un primicero, con
alcuni canonici, ed aggiudicando lo-
ro delle rendite sui beni dell'abba-
zia, coH'opportuna giurisdizione sulla
città e diocesi, che sottopose imme-
diatamente alla santa Sede.
L' abbazia, ed il magnifico moni-
stero delia ss. Trinità tuttora fiori-
scono, ed è assai celebre la sua insi-
gne biblioteca, e fino dal i585 fu
CAV
riunita, in un a tutte le sue dipen-
denze, alla congregazione di s. Giu-
stina, o di Monte Cassino. V. Cas-
siNEsi. JVel i833 fu stampato in Na-
poli il Cenno {storico intorno al sa-
cro real moni stero, e reale stabili-
mento della santissima Trinità di
Cava.
Alla sede vescovile poi di Cava,
nel 1818, Papa Pio VII coli' auto-
rità della bolla De meliori domìni'
cacj unì le sedi di Sarno e Nocera
de' Pagani , ma il regnante Ponte-
fice Gregorio XVI dismembrò nuo-
vamente da Cava, Nocera de' Paga-
ni, e nel concistoro de' 2 3 giugno
1834 restituì a ciascuna città il
proprio vescovo, rimanendo soltanto
Sarno (Vedi) unito a Cava colla
dipendenza dalla Sede apostolica.
Fra i molti ed eleganti edificii del-
la città, primeggia la maestosa cat-
tedrale. Si compone il capitolo di
alcune dignità, prima delle quali è
l'arcidiacono, di dodici canonici, con
due prebende, di sei ebdomada-
rii, non che di altri preti e chie-
rici per r uffiziatura. Il vescovo a-
bita un ottimo episcopio, e nella
città vi sono otto parrocchie, due
conventi di religiosi, tre monisteri
di monache, conservatorii, ospedale
cimiterio, monte di pietà, seminario
e diversi sodalizi e stabihmenti di
beneficenza. La mensa vescovile è
tassata in camera apostolica in fio-
rini quattrocento.
CAVAILLON (Cahellio). Città
vescovile di Provenza in Francia,
nel dipartimento di Valchiusa, capo-
luogo di cantone, sulla riva destra
della Durenza presso il suo con-
fluente col Coullon a piedi di una
montagna. Questa città, già dominio
della Santa Sede appartenente al con-
tado Venosino o Venaissino, è anti-
chissima, fu abitata dai bavari, e fu
CAV 'jBi:
chiamala anche Cavaglione , Cahal-
lion, Cabellicitm ec. Divenuta colonia
romana, ottenne privilegi, ed ebbe
un corpo di antri culai res, o battellieri
pel passaggio della Durenza, allora,
come presentemente, diflicile e pe-
ricoloso. Per l'antica sua fondazione,
oltre Plinio e Strabene, è celebrata
pure dal Petrarca nel lib. Il, tract.
X, cap. 2, De vita solitaria. Era
allora per la maggior parte fabbii-
cata sulla mentovata montagna che
la sovrasta , • per cui in prova del
lungo soggiorno, che i romani vi
fecero, e della sua importanza sotto
il loro dominio, venne da loro anno-
verata fra le città latine con diritto
di cittadinanza . Ne' suoi dintorni
si discopersero molte antichità quali
avanzi della sua grandezza, delle
sue mura, nonché medaglie, vasi,
statue, iscrizioni ec. I superstiti ru-
deri di un arco di trionfo, che vuoisi
appartenere al tempo d'Augusto, si
veggono nella corte dell'episcopio,
ed una bella statua della Terra xVn-
drogina ivi rinvenuta, figurava la
propria fecondità, essendo il sua
territorio uno de' più ameni e fer-
tili del Venosino.
Passata Cavaillon in potere dei
franchi, nell'anno 562 dell'era cri-
stiana, serviva di residenza a Sigi-
berto re de' francesi. Divenne in
progresso di tempo città baronale,
ed il suo vescovo ne fu consignore,
in un al sovrano Pontefice, finché
venne riunita alla Francia. La sovra-
nità della Santa Sede su Cavaillon ri-
monta al secolo XIII. Imperocché nel
I 179 condannati nel concilio lattìra-
nense, cui intervenne il vescovo Pon-
zio, gli eretici albigesi già discoperti
nell'anno precedente, e discacciati da
Tolosa, nel rifuggiarsi in Alby, ricevet-
tero il nome di Albigesi da quella
città, godendo la prolezione di Rai-
286 CAV
mondo VI conte sovrano di quella
provincia. Ma il vescovo Bertrando,
che governava la chiesa di Cavaillon
nel 1 2 1 2 scrisse al Pontefice Inno-
cenzo III contro i conti Tolosani
sostenitori fanatici di quegli eretici;
il perchè, represso colle armi dei
crociati, e deposto e scomunicato
il detto Raimondo VI, porzione
delle sue terre fu data a Raimondo
VII suo figlio, parte al vincitore
conte di Montfort, ed il Venosino
o Venaissino (che avendo Carpen-
trasso per capitale comprendeva Vai-
9on e Cavaillon ) si devolse in per-
petuo dominio della Chiesa Romana,
il che avvenne nel pontificato di
Gregorio IX.
Dopo la morte del b. Benedetto
XI in Perugia, quivi i Cardinali
elessero in successore di lui , a' 5
giugno i3o5, Bertrando de Got
arcivescovo di Bordeaux, benché
assente dal conclave, e senza la di-
gnità Cardinalizia. Ricevuto il de-
creto di sua elezione, chiamò i Car-
dinah in Francia, e col nome di
Clemente V si fece coronare in Lio-
ne; indi per compiacere Filippo IV,
il Bello, re di Francia, e in riguar-
do alle fazioni de' Guelfi e Ghibel-
lini, che lacemvano l'Italia, preferì
ai lidi fortunati del Tevere, le spiag-
gie del Rodano, e stabifi la sede
pontificia in Avignone vicino a Ca-
vaillon, la quale ne provò in più
guise gli efFelti onorevoli e vantag-
giosi. E visitando Clemente V, nel
1 3 I o, la provincia Venosina , la di-
chiarò contea, e nelle monete, che
fece battere s' intitolò Clemente V
conte del Venaissino. Assunto però
al pontificato Gregorio XI, dichiarò
la sola Roma, e la basihca latera-
nense sede principale del Sommo
Pontefice, e a questa egli volle ripor-
tare la sua residenza papale. Laonde
CAV
partito da Avignone, a persuasione
principalmente di s. Caterina da Sie-
na, a' IO settembre iSyG, lasciatovi
per suo vicario il Cardinal Giovanni
di Blondiaco, giunse in Roma a' 1 7
gennaio 1877, cioè dopo settantun
anno, sette mesi, e undici giorni
che ne mancavano i Papi. Se gran-
de avvenimento fu tal partenza per
Cavaillon, non meno importanti ne
furono le conseguenze, giacché mo-
rendo poco di poi Gregorio XI, ed
eletto agli 8 aprile 1 878, Urbano VI,
non andò guari che i Cardinali fran-
cesi malcontenti di lui, perchè ne
correggeva i costumi , né li secon-
dava neir idea di riportare la corte
in Provenza, il cui delizioso soggior-
no vivamente domandavano, non
tardarono a ribellarsi, ed a' 20 set-
tembre 1878 in Fondi scismatica-
mente fecero antipapa Clemente VII.
Passando questi in Avignone, a' 20
giugno 1879, vi consolidò lo scisma,
fu riconosciuto da più provi nei e e
nazioni, ed ebbe in successore il
falso Pontefice Benedetto XIII; per
le quali vicende Cavaillon segui la
sorte di Avignone ( Vedi). E come
che a queir articolo se ne riportino
le notizie, pure verremo accennando
qui le principali.
Lacerando la Chiesa il funestissi-
mo scisma, e vivendo le popolazio-
ni , principalmente quelle suddite
della Santa Sede, nella massima agi-
tazione, tanto i Cardinali di Gre-
gorio XII, che gU anticardinah di
Benedetto XIII, adunatisi nel 1409
in Pisa, vi celebrarono un concilio,
che s. Antonino ed altri chiamano
conciliabolo. In esso furono deposti
ambedue, ed a' 26 giugno elessero
invece Alessandro V, il quale fu
riconosciuto dalla maggior parte dei
monarchi e delle nazioni, onde Gre-
gorio XII si ritirò a Rimini, e Be-
CAV
nedetto XIII a Paniscola nella Spa-
gna. Fu allora, che il nuovo Ponte-
fice Alessandro V, prendendo partico-
lar cura di Avignone e del contado
Venosi no, fìi sollecito d' istituirvi la
legazione apostolica , sotto di cui
Cavaillon fu posta, inviandovi per
primo legato il Cardinal di Tureyo.
Mentre Cavaillon, e le altre cit-
tà di Provenza spettanti al dominio
paterno e pacifico del romano Pon-
tefice, godevano i fi'utti del suo uma-
nissimo governo, le guerre degli
ugonotti calvinisti posero quelle città
a soqquadro in un alla Francia, e
nel i562 i nemici entrarono in Ca-
vaillon, portandovi gravissimi danni
e commettendovi molte iniquità. Per-
tanto a comprimere il fiirore arma-
to di tali eretici, il Pontefice Pio IV
milanese, mandò in Avignone il suo
parente Seibelloni qual generale del-
le truppe di s. Chiesa a tal effetto
radunate, con potenti soccorsi. Quin-
di ai 6 agosto i562 arrivarono in
Cavaillon Luca Antonio di Terni
colonnello di cinque compagnie di
soldati italiani, composte di novecen-
to uomini ben armati e vestiti.
spe-
dite dal Papa per difesa del paese.
Agli 8 vi si recò il Serbelloni redu-
ce da Carpentrasso ove avea pre-
miati que' valorosi , che resistettero
alle forze degli eretici quando vigo-
rosamente assalirono la città, e passò
a rassegna le cinque compagnie. In-
di ai IO parfi .il colonnello da Ca-
vaillon con due compagnie alla vol-
ta di Sisteron in rinforzo alle trup-
pe comandate dal conte di Somma-
riva, mentre le altre si condussero
colla scorta del signor di Crillon al
ponte di Sorga per riposarvi , ed
a' 17 partirono due per Carpentras-
so, ed una per Avignone, dai quah
luoghi furono spediti altri soldati al
campo cattolico di Sisteron.
CAV 287
Saputosi dai nemici, che il castel-
lo del ponte di Sorga, e particolar-
mente il contado erano sforniti delle
forze maggiori per le compagnie an-
date a Sisteron, dopo avere gli eretici
preso di là dal Rodano i luoghi di s.
Lorenzo e Roccamaura, s'inoltrarono
al ponte di Sorga a' 26 agosto, ed
a' 29 si riunirono con tremila fanti,
e quattrocento cavalli , onde dopo
lunga e coraggiosa resistenza, i ven-
ticinque italiani, che difendevano il
castello, dovettero cedere all'apertura
della breccia, e benché avessero gua-
dagnato l'alto 'jielle torri, il fuoco
che vi appiccarono gli avversarii li
costrinse a ritirarsi colla sola perdi-
ta di due individui estinti dalle fiam-
me , che alimentate dal vento in-
cendiarono tutto il castello, distrug-
gendo così un edifìzio fabbricato con
magnificenza da Urbano V, per sog-
giorno e villeggiatura dei Papi.
Avendo poi terminato gli ugonotti
di bruciare il castello del ponte di
Sorga , sotto la condotta del loro
capo barone d' Adretz , marciarono
su Vedene, s. Savornino, e Castel
novo, detto Gadagne, ove posero a
fuoco la chiesa , ed il priorato che
dipendeva da s. Rufo di Valenza :
scorsero poi il Toro, e vi arsero
parimenti la chiesa, facendo altret-
tanto a Comons ove appiccarono
fuoco al castello dei Perussi signori
del luogo, e la sera del primo set-
tembre i562, arrivarono a Cavail-
lon. La fanteria alloggiò in campa-
gna, e la cavalleria entrò in città.
Vi fu al solito incendiata la chie-
sa, vi si commisero altre barbarie ,
e si disotterrarono molti cadave-
ri , in un a quello di Arnaldo
Agard di Cavaillon, gettandoli tut-
ti nel pozzo della cattedrale. In-
di passarono a danneggiare i limi-
trofi lerritorii, come Laoyses, Rubion,
288 CAV
Maiibecli , Taillaues e altri luogìii
del contacio. Più grande però Tu la
perdita de' cattolici d'Arles, i quali
volendo impedire agli eretici di scor-
rere la Dnrenza, furono da essi fu-
gati, passandone a (il di spada circa
duecento. Il perchè gli abitanti di
Lilla e di Carpentrasso raddoppiaro-
no i ine/zi di difesa, ed a' 4 settem-
I)re partirono da Cavaillon i capi
de' nemici con quattromila cinque-
cento pedoni , novecento cavalli , e
sette pezzi di artiglieria, sotto il co-
mando dei barone di Adietz, mar-
ciando al soccorso di Sisteron , as-
sediato dal Sommariva comandante
cattolico. Indarno tentò il barone di
.sorprendere la città d'Apt, e per
timore che il campo di Provenza
non gli piombasse sopra , a' 6 set-
tembre in fretta retrocedette nel-
V interno del contado passando per
Mormoiron e Parnes. Intanto i cat-
tohci stringendo V assedio di Siste-
ron , a* 5 settembre, vi entrarono
gloriosamente ; e poco dopo giunse-
ro a Cavaillon duecento cavalleggie-
ri, che il medesimo Pio IV mandò
per difesa de' suoi dominii Proven-
zali sotto la condotta di due nobili
capitani Baldassare Rangone mar-
chese di Longiano, e Prospero Raspo-
lli di Ravenna , che ai 20 ottol3re
entrarono in Avignone. A quell'ar-
ticolo si riporta il principio, prose-
guimento e termine di questa guer-
ra sostenuta dai sovrani Pontefici
nell'Avignonese e nel Venosino con-
tro i formidabili ugonotti.
Cavaillon naturalmente segui il
destino dell'Avignonese , e del Ve-
nosino nelle diverse vicende della
provincia, la quale fu occupata dalle
armi di Luigi XIV re di Francia
nel 1 661 , regnando sul trono del
^ aticano Alessandro VII, perla fa-
mosa vertenza deiraiiibasciatore Crec-
CAV
quy, e solo nel 1 664 fu sgombrata,
dopo la pace di Pisa.
J\el pontificato d' Innocenzo XI,
l'Avignonese e il Venosino nel 1G88
furono nuovamente invasi per ordi-
ne dello stesso Luigi XIV, che vo-
lea sostenere con tal rappresaglia
le franchigie e le regalie. Laonde fu
colpito in Roma dalle censure ec-
clesiastiche r ambasciatore Enrico
Carlo marchese di Lavardino. Ma
nel 1690 sotto Papa Alessandro Vili
l'Avignonese ed il Venosino venne-
ro dai francesi evacuati, terminan-
dosi definitivamente le controversie
da Innocenzo XII. Quindi volendo
Luigi XV sostenere il suo parente
Ferdinando duca di Parma, a cui
Clemente XIII avea intimato un
monitorio, da un corpo di truppe
francesi, nel 1768, fece prendere
possesso dei dominii pontificii di
Provenza, compresa Cavaillon. Né
furono restituiti dal medesimo re
che nel 1774 a Clemente XIV.
Finalmente propagatasi in questo
paese la terribile rivoluzione di Fran-
cia, alcuni ribelli , nel i 790 , inal-
berato lo stendardo rivoluzionario ,
si diedero all'assemblea nazionale di
Parigi , che subito s' impossessò di
tutti i dominii ecclesiastici di Pro-
venza , ed inutili furono i prodotti
legali documenti della sovranità del-
la Santa Sede su di essi.
Dipoi, occupando i francesi anche
lo stato della Chiesa in Italia , il
Pontefice Pio VI fu costretto nella
pace di Tolentino del 1797, a ce-
dere alla Francia Avignone, e il
Venosino, per cui Cavaillon cessò di
essere soggetta al soave governo dei
Papi , e sebbene tali possedimenti
fossero stati riconosciuti a favore
della Francia dal congresso di Vien-
na, non mancò di avanzare le ana-
loghe proteste il Papa Pio VII in
CAV
difesa dei diritti della Sede aposto-
lica. Attualmente Cavai llon conta
circa seimila abitanti, ed è soggetta
ad Avignone. Ha un bel palazzo
pubblico, ed ai 5 giugno lySi soffrì
ima violenta scossa di terremoto.
Le notizie ecclesiastiche di Cavail-
lon, e della sua sede vescovile, ora
più non esistente, sono le seguenti.
In dignità la sede di Cavaillon ve-
niva riputata dopo Yaisou, e prima
di Vindausica e di Carpentrasso ve-
scovati del Venosino, cioè per l'an-
tichità della sede , sebbene s' ignori
la vei*a epoca in cui Cavaillon sia
stata eretta in seggio episcopale. Ge-
niale è il primo vescovo nominato
nell'anno 822 dai cataloghi di que-
sta cattedrale, che Commanville dice
eretta nel 3 1 4, come suffraganea di
Arles; ma Sisto IV in considerazio-
ne del Cardinal Giuliano della Ro-
vere suo nipote, e poi nel i5o3
Papa Giuho II, allorché era vesco-
vo di Avignone, sollevò questa chie-
sa al grado metropolitico, e toglien-
do Vaison, Cavaillon e Carpentras-
so dalia soggezione di Arles, sotto-
pose queste chiese ad Avignone. In-
di, nel 1801 , Cavaillon fu privala
del seggio vescovile da Pio VII pel
concordato concluso colla Francia.
Oltre il capitolo, che allora compo-
nevasi di dodici canonici, aveva per
dignità il prevosto e l'arcidiacono.
Nella diocesi enumeravansi due ab-
bazie , una dedicata a s. Giovanni
nella città , l'altra fuori chiamavasi
Sinanqua ; ed eranvi anche cappuc-
cini, cistcrciensi, e carmelitani d'am-
bo i sessi. La cattedrale , come di-
remo, era dedicata a s. Verano suo
vescovo e principal patrono. Ma
mentre era vescovo di Cavaillon
Rostagno Berlingerio (che interven-
ne al concilio di Valenza nel 1248)
Papa Innocenzo IV , Fu sciti j che
VOI. X.
CAV 289
per salvarsi dalle persecuzioni del-
l'imperatore Federico II, s'era ri-
fuggito in Francia, nel condursi da
Lione in Roma, si recò a Cavail-
lon, ed onorò quella cattedrale col
dedicarla egli stesso in onore della
beatissima Vergine.
Dopo il suddetto primo vescovo
Geniale (di cui i Sammartani fanno
menzione nella Gallia Chrisùana),
mancano le notizie fino a Giuliano,
che fu vescovo di Cavaillon nel 45^0,
e che fu uno dei vescovi di Fran-
cia, i quali sottoscrissero la lettera al
Pontefice s. Leone I. Perciano ne fu
il successore nel 4^9- Lungi però
dal riportare il catalogo dei vescovi
di Cavaillon, accenneremo i princi-
pali, meritevoU di special memoria
sia per le loro qualità, che in ri-
guardo a circostanze relative a que-
sta chiesa. S. Verano d' Aquita-
nia , già solitario di uno speco in
un monte presso Valchiusa, dopo
aver fatto un pellegrinaggio a Ro-
ma, e dopo aver riempito ogni luogo
colla fama di sua santità, e col dono
de' miracoli, ebbe lettere dal re Si-
geberto, e nella morte di Agricola
vescovo di Cavaillon, fu tolto dal-
la sua solitudine, e per unanime con-
senso del clero e del popolo, non che
del re allora residente in Cavaillon,
nel 572, venne promosso a questa se-
de; indi avendo pure goduto il favore
dei re Gontrano e Clotario , mori
agli 1 1 novembre , e volle essere
sepolto nella piccola chiesa, che ad
onore della ss. Vergine aveva eretta
nella solitudine, in memoria di aver
per virtù divina hberato il luogo da
un orrendo dragone, che divorava
armenti e uomini, come abbiamo
dal Petrarca. Tuttavolta scrive Pie-
tro di Natalibus, che s. Verano mo-
rì senza veruna disposizione per ri-
guardo alla sepoltura, e questionan-
»9
a90 CAV
dosi dai cittadini sul luogo della tu-
mulazione, miracolosamente il di lui
manto, nel trapassare la Durenza ,
lasciò asciutto un tratto del letto di
quel fiume perchè vi passasse il con-
voglio funebre, fermandosi di poi
il manto presso la detta chiesa ove
fu sepolto. Quel sacio coipo poscia
fu trasferito a Cavaillon nella cat-
tedrale, nel 1 3 1 1 , solennemente dal
vescovo Ponzio Algerio de Laneiis:
indi una parte venne collocata in
Gorgeau diocesi d'Orleans, riscuo-
tendo ovunque profonda venerazione.
Presso la detta chiesa, e solitu-
dine di s. Verano, fu eretto il mo-
nistero di s. Maria, e mentre ancora
vi riposava il corpo del detto s. V^e-
rano. Clemente, fatto vescovo di Ca-
vaillon nel I o4o, col consenso del
suo capitolo, donò ad Isacco,, abba-
te di S. Vittore di Marsiglia, quel
monistero. Nell'anno 1080 fu elet-
to vescovo Desiderio nel sinodo se-
condo d'Avignone, e venne consa-
crato in Roma dal Papa s. Grego-
rio VII. Secondo la cronaca Flavi-
niacense, Giraudo, o Gerardo, per
testimonianza dei citati Sammarta-
ni, fìguia nella transazione che se-
guì Ira il vescovo d' Avignone, e il
priore di Buonpasso nel 1267, pel
pedaggio o dazio del tragitto della
Durenza, e per altri diritti. Quella
transazione fu approvata dall' arci-
vescovo d' Arles, e dal capitolo di
Avignone, Bertrando II Imberti,
che nel 1284 sedeva su questa se-
de col consenso del prevosto, del sa-
grista, del precentore, e degli altri
canonici, permutò la casa di Buon-
passo nella sua diocesi, coi cavalie-
ri ospitalarii gerosolimitani, colla
chiesa di Terni s.
Fihppo di Cabassole, di nobile fa-
miglia di Cavaillon, da arcidiacono
e prevosto della cattedrale, venne
CAV
da Giovanni XXJI, nel i334, fatto
vescovo della sua patria, indi da
Clemente VI fu inviato legato al
regno di Napoli per amministrarlo
nella minorità di Giovanna I, me-
ritandosi il titolo di Padre della
Patria. Eresse nella cattedrale di
Cavaillon la cappella di s. Martino,
ed a' 26 aprile i355, vi collocò le
reliquie di s. Verano, e di altri
santi tutelari della città. Fatto po-
scia patriarca, e vicario apostolico
di Avignone per Urbano V, e go-
vernatore di quello stato, e del con-
tado Venosi no , allorquando quel
Papa si portò in Roma, lo creò in
premio Cardinale nel i368. Dal
Petrarca fu chiamato V ottimo fra
i mortaiij per le sue preclari vir-
tù. Dcesi notare che questo Cardi-
nale e il Cardinal Sifredo Mau-
ry di Fauzeos creato , nell' anno
1794? ^^ P'O ^h furono gli uni-
ci Cardinali del Venosino, benché
in esso dimorassero per circa ses-
santasei anni sette Papi della nazio-
ne francese.
L' antipapa Clemente VII, nel
1387, ovvero nel 1390, nominò
vescovo di Cavaillon Ugone de Ma-
gialla, e il suo successore Benedet-
to XIII ne fece poi vescovo certo
Pietro, surrogandogli alla sua mor-
te, mentre il falso Pontefice dimo-
rava a Villafranca, a' 26 luglio
i4o6, Guglielmo già abbate di
Stella, ed a questo, nel 14^95 ^^^^^
succedere Nicola Giovannacci di Ba-
ri. Ma estinto lo scisma da Marti-
no V, prepose a governare questa
chiesa il suo cameriere Guglielmo
111. Dipoi Paolo II, nel 1466, fece
vescovo Thossano Caveriis da Vil-
lanova, già professore carmelitano ,
dottore, consigliere, e confessore di
Giovanni duca di Bourbon e d'Au-
vergne. EgU ordinò in miglior for-
CAV
ma r uffizio di s. Verano, accrebbe
le rendite della mensa, ristaurò ed
abbellì V episcopio, e \i eresse una
cappella in onore di s. Andrea a-
postolo, ed un' altra ne fabl:>ricò in
onore della ss. Vergine nella dioce-
si, sotto il titolo di Nostra Dama
della Pietà. Le sue qualità gli pro-
cacciarono il nome di buon vescovo^
e la carica di vice legato di Avi-
Mi gnone.
Giulio II fece vescovo di Cavail-
lon Gio. Battista Pallavicino, che
intervenne al concilio latei'anense
V, e che per Io splendore delle sue
t -virtù, da Leone X fu promosso al
Cardinalato, laonde si fece chiama-
re il Cardinal di Cavaglione. Al-
tro oinamento di questa illustre
chiesa fu il celebre Cardinal Giro-
lamo Ghinucci, promossovi nel i537
da Paolo III. Morto nel i54i, dal
medesimo Pontefice gli fu fatto suc-
cessore il fratello Pietro Ghinucci.
Nel vescovato di lui, e nell' anno
i544> il ^^^- sacerdote Cesare de
Bus , nobile cittadino di Cavail-
lon, incominciò ad ammaestrare per
le pubbliche strade i ^nciuUi nel-
la dottrina cristiana. A questo fine
scelse sei giovani per conformarsi ai
decreti del Sommo Pontefice, e del
concilio di Trento, ed ottenne po-
scia facoltà da Clemente Vili nel
1598, per istabilir l'istituto dei chie-
rici regolari della dottrina cristiana,
e per comporre le regole analoghe.
Così i chierici regolari ebbero per
lui di poter professare voti solenni ,
ed aver la cura di insegnare alla
gente rozza i misteri della fede
cattolica.
Domenico Grimaldi, vescovo di
Cavaillon, nel i585, fu promosso
all' arcivescovato d' Avignone, di-
gnità a cui pure passò Gio. Fran-
cesco Bordini romano per volere
CAV 291
di Clemente Vili, che inoltre il
fece vice legato d' Avignone. Pao-
lo V, nel 1610, creò vescovo di
Cavaillon Ottavio Mancini nobile
romano, già rettore del contado Ve-
nosino. Egli ordinò, e diede alla lu-
ce l'uffizio del predecessore s. Ve-
rano; ma il p. Sebastiano Fantoni
Castrucci nella sua Storia d" Avi'
gnone, e del contado Vcnosìno, cre-
de che solo pubblicasse quello co-
mandato dal vescovo Thossano sum-
mentovato. Francesco di Burdesia
romano, nel 1626, da Urbano Vili
fu fatto vescovo, e poi amministra-
tore della vice legazione d' Avigno-
ne. Riccardo di Sado nobile Avigno-
nese,della famiglia della celebre Laura
di Sado, resa immortale dalla pen-
na di Francesco Petrarca, ne fu
fatto vescovo da Alessandro VII, il
quale nel 1666 gli diede in succes-
sore il di lui nipote Gio. Battista
di Sado, che morì nel 1707. Sub-
entrò in quella seòe nell'anno 17 io
Giuseppe de Guyon, il quale morì
arcivescovo d' Avignone, come fu
pure promosso a quella dignità l'im-
mediato suo successore Francesco
Maria de' Manzi di Longiano, dio-
cesi di Ri mini, che fu vice legato
d' Avignone. Succeduto a lui in que-
sto vescovato Pietro Giuseppe Artaud,
la serie de' vescovi di Cavaillon ebbe
termine con monsig.Giuseppe Crispino
des Al cades de la Baumes Avignonese,
preconizzato nel concistoro de' 1 6
febbraio 1761 da Clemente XIII.
Non ebbe egli più successori, dap-
poiché, siccome superiormente di-
cemmo, col concordato del 1801 ,
fu soppressa la sede di Cavaillon, o
Cavagliene.
CAVALCATA {Equilalio). Così
chiamavasi il modo col quale fino
al decorso secolo il Sommo Ponte-
fice, i Cardinali, i prelati, ed altri
ag^ CAV
primari personaggi della corte, e
curia Romana, cavalcando con for-
malità, e pompa ecclesiastica col
cerimoniale analogo alla solennità,
si recavano a celebrare le sacre fun-
zioni con abiti diversi secondo le
epoche e circostanze. Con sontuosa
cavalcata altresì il Papa prendeva
possesso della basilica latcranense, e
con magnifica cavalcata incedeva
r imperatore insieme al Pontefice,
dopo la sua coronazione. Con deco-
rosa cavalcata i Cardinali facevano
altresì il loro ingresso in Roma, al
ritorno di qualche legazione, o nel
recarsi a prendere il cappello Cardi-
nalizio ; e dovevano fare cavalcata
anco i Cardinali presenti in Ro-
ma nella mattina del concistoro pub-
blico, per ricevere il medesimo cap-
pello. Egualmente con isplendida ca-
valcata di Cardinali, prelati, e fa-
miglia pontificia venivano incontrati
i sovrani, che si recavano a Roma,
e quando ivi alcuno di essi moriva,
la pompa funel)re era accompa-
gnata dalla cavalcata; onorificenza
e distinzione, cui godevano eziandio
i primari dignitari del sacro colle-
gio Cardinalizio. E con nobile caval-
cata facevano l' ingresso in Roma ,
tanto gli ambasciatori presso la santa
Sede, quanto quello del re delle due
Sicilie, allorché si recava a presen-
tare al sovrano Pontefice il tributo
della Chinea. Presentemente non
hanno luogo che due cavalcale,
cioè nel possesso del senatore di
Roma , se lo prende pubblico in
Campidoglio, e ogni anno nei prin-
cipii di ottobre dagli ultimi due
uditori di Rota, per la riapertura
del tribunale: tuttavia ora è piut-
tosto adombrata l'antica cavalcala,
che eseguita. Ma di queste due, e
delle diverse specie delle menzionate
cavalcate, andiamo a descriverne
CAV
collo stesso ordine le cose principali.
V. il Freret, Rechcrches sur V mi'
cienneté de V ari de V equilalion di^
la Grece. Meni, dcs beli. Leti. Fili
286; Fabricy, Recherches sur l'epo-
que de V equìtatioiiy et de V usage
des chars equestrcs chez les ancieiis,
Marseille 1674.
§ I. Origine delle Pontificie caval-
cate j notizie diverse sulle pili
antiche j e di quelle del Papa col-
V Imperatore.
La origine delle Cavalcate nelle
funzioni, o di pubblica pompa, o
di universale allegrezza, è cotanto
antica, che nella medesima sacra
Scrittura se ne rinviene la memoria,
e la costumanza. Di fatto leggiamo in
Isaia, cap. 6^^ v. 20, che Dio dis-
se a quel profeta: Adducent oni-
nes fratres vestros de cunctis gen-
tihus donum Domino, in equis ,
et in quadrigis , et in lecticis _, et
in niulisj et in carrucis ad nion-
tem sanctum menni Jerusalemj ed
altrove in Geremia, 46, 9, è scritto:
Ascendile equos, et exultale in cur-
ri bus etc. Troppo sono celebri nelle
storie i trionfi degl' imperatori ro-
mani, le cui cavalcate, che conduce-
vanli al Campidoglio, vediamo tut-
tora effigiate ne'superstiti monumenti
degli archi trionfali, e nelle quali
gareggiarono la grandezza, la no-
biltà, e il giubilo del popolo do-
minatore in sì auguste funzioni.
Dagli ebrei, e dagli antichi romani
passò questa pompa nel pontificato
romano, ed il primo fra i Papi,
che qual supremo capo della Chiesa,
a decoro della dignità sacerdotale ,
ed in aumento di maestà della Sede
apostolica, rinnovasse nella metropoli
del cristianesimo la passata grandez-
CAV
za, fu il magnanimo Pontefice san
Damaso I, eletto nell'anno 867, per
rendere maggiormente venerata la
dignità sublime di vicario di Cristo,
accompagnandola colla maestosa ap-
parenza della persona, e con propor-
zionato corteggio.il perchè riferisce il
dottore s. Girolamo segretario di quel
Pontefice, ep. 38 , che il console
Pretestato soleva dire a s. Damaso
I: Fatemi vescovo di Roma, ed io
mi farò subito cristiano. Quindi ve-
diamo s. Leone I, nell'anno 4^2,
recarsi incontro al feroce Attila, e
colla mirabile sua presenza ottenere
il ritiramento del suo esercito dal-
l' Italia, che metteva in rovina; e
dipoi neir anno 525 recarsi san
Giovanni I in Costantinopoli , in-
contrato da tutto il popolo con cerei,
dodici miglia fuori della città, e poi
dall' imperatore Giustino, che preso
dalla veneranda sua maestà, si pro-
strò sino a teira, e gli rese quegli
omaggi, che avrebbe prestato allo
stesso s. Pietro, onorandolo delle
vesti augustali. Quindi i maggiori
monarchi, allorché i Sommi Pontefici
cavalcavano, si fecero un pregio, in
omaggio al Vicario di Cristo, di
servirli alla staffa , e condur loro
il cavallo per la brigha, come pre-
scrive il Cerimoniale Romano tit. II,
§ 19, tit- III § 26, sostenendo al-
cuni, avere avuto incominciamento
un tal atto religioso dalla pietà di
Costantino // Grande verso il Pon-
tefice s. Silvestro I.
Abbiamo nell' ordine Romano I ,
che rimonta ai tempi di s. Gelasio I,
eletto nel 49^? o almeno di s. Grego-
rio I, creato nel 590, che nelle caval-
cate pontificie il primicero, primario
utlìziale della Chiesa romana, andava
immediatamente innanzi al Papa,
e che dietro al Papa cavalcavano
il vicedomino, il vestarario, il no-
CAV 293
menclatore, ed il sacellario, tutti
uffiziali del primo rango nella sacra
corte di quei tempi. Allorquando
poi il Papa aveva celebrato solen-
nemente la messa in qualche basi-
lica, cavalcando ritornava al patriar-
chio lateranense, coU'ordine seguen-
te. Precedevano dodici mihti draco-
nari con altrettanti stendardi, dopo
veniva addestrato un cavallo pel
Pontefice riccamente ornato; indi
succedeva la croce pontificia, seguita
dai vescovi, e dai notari, che ince-
devano cantando . Venivano dipoi
i Cardinali, i suddiaconi, l'arcidia-
cono, i diaconi col primicero, ed il
Papa. Dopo cavalcava il prefetto di
Roma magnificamente vestito, cir-
condato dai giudici coperti di pivia-
le. Con esso procedevano intorno la
cavalcata certi uffiziali chiamati di-
rungari, coi due prefetti navali; in-
di i maggiorenti, o custodi della
processione , per vegliare che da
ninno fosse interrotta. Discendendo
il Papa da cavallo, veniva assistito
dal primicero, levandogli la corona
dal capo il secondicero.
Nell'ordine romano di Cencio Sa-
velli si racconta, che nell'elezione
del nuovo Pontefice, era egli con-
dotto, dopo varie cerimonie, dal
priore della basilica lateranense, da
uno de' Cardinali, e da uno de' ca-
nonici, ai gradini della porta, che
metteva al palazzo, venendo dalla
chiesa. Ivi i giudici Io precedevano
sino alla basilica di s. Silvestro I.
Ecco poi l'ordine della cavalcata.
Primieramente veniva il cavallo del
Papa nobilmente ornato e vuoto;
dopo succedeva il suddiacono colla
croce, quindi dodici bandoneri con
istendardi rossi, e due altri con che-
rubini, e lancie. Seguivano i due
prefetti navali vestiti di piviale, poi
gli scrinari, quindi gli avvocati. Im-
194 CAV
metliatamente incedevano i giudici,
i cantori, i diaconi, e suddiaconi,
che dovevano leggere V epistola, e
Te vangelo in greco. Dopo venivano
gli abbati forensi, cioè gli abbati dei
monisteri subuibani a Roma, indi
i vescovi e gli arcivescovi, e soltan-
to appresso ad essi stavano gli ab-
bati de* raonisteri di Roma, seguiti
da' patriarchi , e dai vescovi Cardi-
nali. Indi procedevano i preti Car-
dinali, i diaconi Cardinali, il som-
mo Pontefice coi suddiaconi, che
portavano la tovaglia, e col servente,
che sosteneva 1' ombrella. In questa
disposizione di cavalcata non si fa però
menzione de' notari, i quali, secondo
r uso d' allora, dovevano precedere
i vescovi.
Giunto con quest'ordine il novello
Pontefice al palazzo, discendeva da
cavallo, e deposto il regno, prendeva
la mitra, mentre il prete Cardinale,
coi tabellioni, e coi giudici faceva
le solite lodi. Similmente nel d'i in
cui il nuovo Papa s' incoronava, i
giudici, gli scrinar! , e gh avvocati
erano vestiti di piviale. Forse sotto
il nome di scrinari debbonsi inten-
dere i notari. Aggiunge il citato
Cencio, che nelle cavalcate i Cardi-
nali, ed i prelati usavano il cavallo
ricoperto di panno bianco, ma che
i suddiaconi, i cappellani, i giudici,
gli scrinari, ed altri cavalcavano or-
natamente tutti vestiti, ma non usa-
vano i cavalli coperti.
Nel giorno poi di s. Stefano, al-
lorché il Papa cavalcando si recava
a s. Stefano nel monte Celio, l'ar-
cidiacono andava tra il Pontefice, e
i Cardinali diaconi, e il priore della
basihca tra i Cardinali diaconi, e
tra i suddiaconi vicino al piimicero.
Sostiene il Mabillon, che la prima
coronazione sia stata quella di s.
Leone 111 seguita nell'anno 795 ai
CAV
gradini della basilica vaticana, dopo
la sua consaciazione, narrata in un
codice di s. Gallo, che si crede scrit-
to contemporaneamente allo stesso
Pontefice, e riportato ancora nel-
r ordine IX, De Gradibiis Rom.
Eccl. p. 93, colle seguenti parole:
» Egrediens inde quum ad inferio-
- res gradus s. Petri descendit, ibi
M sit equus, vel sella praecessoris
« Pontificis, et ad sedendum pa-
»» ratus. JEt accedunt patroni re-
>» gionum, uno incipiente, ceteris
« respondentibus; in hunc modum
M canunt ei laudem, Dominus Leo
»» Papa, quem s. Petrus elegit in sua
w sede multis annis sedere. Hoc us-
« que ter dicto, accedit prior sta-
M buli, et imponit ei in capite re-
« gnum, quo ad simihtudinem cassi-
>* dis ex albo fit indumento. Et tunc
« demum ascendit super equum, et
»» vallatur a judicibus, constipantur-
M que plateae immensis cuneis popu-
« lorum, expectantium eum, et can-
M tanti um laudem. " Essendosi poi
questo Pontefice ritirato in Francia
per una sedizione, ritornò poscia in
Roma, e vi entrò come in trionfo
con nobilissima cavalcata . Giunto
a ponte Milvio a' 29 novembre del-
l' 800, gli uscirono incontro festo-
samente, e colle più vive acclama-
zioni tutto il clero, il popolo, le
milizie, gli ottimati, il senato, le ver-
gini, le diaconesse e le scuole dei
pellegrini, cioè dei frisoni, dei sas-
soni, dei longobardi ec, colle rispet-
tive insegne, cantando laudi ed in-
ni sacri. Con questo splendido cor-
teggio Leone III si portò alla ba-
silica di s. Pietro, celebrò solenne-
mente la messa, e poscia con egual
accompagnamento e pompa si recò
in cavalcata alla basilica lateranen-
se, e contiguo patriarchio. Tutto
descrive l' Anastasio nel suo Liber
CAV
Pontìflcalis in Vit. Leon. III. nel-
r edizione del Bianchini tom. I. pag.
28 [, e nell'edizione del Vignoli
tom. I. pag. 25o, donde il Cancel-
lieri vide in certo modo adombra-
to il trionfo , e la cavalcata usata
dai Pontefici successori di Leone
III, nel loro solenne possesso alla
basilica lateranense. Il perchè nella
sua eruditissima Storia de^ solenni
possessi dei Sommi Ponte/lei^ Ro-
ma 1802, incomincia da Leone III,
fino a Pio VII la descrizione di tal
funzione^ con tutte le cavalcate col-
le quali furono presi, funzioni ese-
guite splendidamente, con apparato
il pili augusto, decoroso ed impo-
nente, di che per noi si diede una
idea all' articolo Cappelle Pontificie
§ VI capo li nuni. 3. Però non si
deve qui tacere, che avendo traspor-
tato Clemente V la residenza ponti-
fìcia in Avignone, Innocenzo VI, ivi
eletto nel i352, non volle fare la
solenne cavalcata per la città dopo
la coronazione, all' uso de' suoi pre-
decessori, per evitarne la pompa,
imitandolo nel 1862 l'immediato
successore Urbano V, che ricusò di
comparire in cavalcata in Avignone,
benché tutto già fosse preparato,
tanto per l' avversione che aveva al
fasto, quanto perchè riguardava la
dignità pontificia come esihata al di
là dei monti, mentre era in Avi-
gnone.
Inseguito stabiliti più regolarmen-
te i cerimoniali (non essendovi fuso
delle carrozze (Fedi), le quaU s'in-
trodussero in Italia solo dopo la me-
tà del secolo XV, e nei primi del se-
colo XVI, ed appena anzi verso il de-
clinar di quel secolo cominciarono
in Roma a rendersi cornimi), le ca-^
valcate aveano luogo in tutti i siti
ove il Pontefice si recava col sacro
Collegio, prelatura, corte e famiglia
CAV 295
pontifìcia. Tre poi erano le cavalca-
te, nelle quali soleva il Romatio Pon-
tefice comparire in pubblico, prece-
duto sempre dalla croce. La prima
cavalcata si eseguiva colla forma con-
sueta ed ordinaria, accompagnato dai
soli intimi famighari ; la seconda ca-
valcata coi Cardinali vestiti di sot-
tana, rocchetto, mantelletta, e moz-
zetta del colore corrente, cioè rosso
o violaceo. Di colore paonazzo in al-
cune funzioni, e per alcune cappelle,
come quelle pel primo giorno di
quaresima a s. Sabina, e nella dome-
nica IV di quaresima, era pure la
valdrappa dei prelati, primarii fami-
gliari, principe assistente al soglio ec.
Di ciò si tratta agli articoli rispet-
tivi. La terza cavalcata, la maggio-
re e la più solenne, era quella
del possesso, e con qualche pic-
cola variazione quella per le cap-
pelle della ss. Annunziala, e per
quelle di s. Filippo, della Natività
di Maria Vergine, e di s. Carlo ;
ma della prima ne trattammo nel
luogo citato di sopra, e delle altre
al medesimo articolo Cappelle Po]f-
TiFiciE § VI numero i. In esse il
Papa soleva cavalcare un cavallo bian-
co coperto di valdrappa di velluto
rosso trinato d'oro, vestito di sot-
tana bianca, fascia, falda, rocchetto,
mozzetta di raso, o di velluto ros-
so, secondo i tempi, stola preziosa,
e cappello in testa, se pure non an-
dava in lettiga, o sedia. Se inter-
veniva alcun sovrano, esercitava esso
r uffìzio di staffiere, e palafreniere,
uffizio che in sua vece veniva eser-
citato dal principe assistente al so-
glio,, o dal senatore di Roma, o dai
conservatori, o dal priore dei capo-
rioni, ed anticamente dal prefetto
di Roma.
Quest'ultima cavalcata, e precisa-
mente quella del possesso, e quelle
296 CAV
per le feste di Natale, Pasqua ec.,
come sì disse superiormente, si chia-
mavano anche pontificali, se il Papa
cavalcava con piviale e mitra, ovvero
col triregno. I Cardinali incedevano
colle mitre e paramenti saci'i, secondo
il rispettivo ordine, cos\ i patriarchi,
vescovi ed abbati ec, riportandone i
riti, e le diverse cerimonie gli ordini
romani. Esse però furono tralascia-
te dopo che la sede pontificia fu
trasferita in Avignone, perchè riu-
scivano di grave dispendio ed in-
comodo sì al Papa, che a tutta la
corte. Rimase però 1' uso di fare la
cavalcati pontificale coi paramenti
sagri, per la sola funzione del pos-
sesso, la quale trovasi anche descritta
nel Cerimoniale romano, lib. i. tit.
2, e da Giovanni Battista Gattico ,
Acta selecta Caeremon. S. R. E. par.
I pag. 379; ma questa pure si tra-
lasciò, essendo stato 1' ultimo Leone
X a prenderlo con tal formalità.
Tuttavolta, e presso a poco, tutto il
resto della cavalcata proseguì a farsi,
cavalcando il Papa colla mozzetta e
stola, e i Cardinali con vesti e cappe
rosse e cappelli pontificali, i prelati
coi raantelioni paonazzi, e cappelli
semipontificali, e gli altri cogli abiti
proprii, cavalcaiido mule e cavalli co-
perti di panno paonazzo o nerq se-
condo i gradi, ed alcuni con guarni-
zioni dorate ai finimenti. F. gli arti-
coli Cappa, Cappello e Mantellone. In-
oltre abbiamo dal Burcardo, nella
Storia dei conclavi p. 127, che Giu-
lio II ( il quale nella sua esaltazione
gli donò la propria mula coi fini-
menti), a' 1 7 gennaio 1 5o4, festa
di sant' Antonio, si portò in caval-
cata alla di lui chiesa, coU'amitto,
e cingolo bianco, cappuccio di vel-
luto rosso, e stola di egual colore.
Per r amitto non devesi intendere
quello usato oggidì, ma un' antica
CAV
veste usata dai sacerdoti, e dai Papi,
della quale tratta il Bonanni nella
sua Gerarchia a pag. 176. Sulle ca-
valcate sono poi a consultarsi il dello
Bonanni che, nella sua Gerarchia ec-
clesiastica e. CXXIX, tratta Delle ca-
valcate moderne nelle quali il Ponte-
fice comparisce in pubblico, e nel
capo CXXX, Delle cavalcate meno
solenni, e degli abiti in esse usali ^
riportandone i rami alla pag. 5 io,
e seg. 11 Sestini, nel suo Maestro
di Camera, parla delle diverse ca-
valcate; e il Lunadoro nel tomo I,
p. i65 della Corte di Roma al ca-
po XX, descrive la grandiosa ca-
valcata del solenne pojssesso.
Il Sommo Pontefice talora ha ca-
valcato anco coi sovrani, e cogli im-
peratori, come si vedià a' loro luo-
ghi : anzi dopo averli solennemente
coronati in s. Pietro, l' imperatore, e
il Papa montavano a cavallo. L' im-
peratore col manto e la corona in
capo gli reggeva la staffa, e gli ad-
destrava per alcuni passi il cavallo;
e poi montando anch' egli a caval-
lo si poneva alla sinistra del Pon-
tefice accompagnandolo fino a Ca-
stel s. Angelo. Giunta quivi la ca-
valcata, il Papa faceva ritorno al
Vaticano, e l' imperatore prenden-
do da lui congedo , con cavalcata
andava al Laterano ove rimaneva
a desinare. L' ultimo imperatore
romano ad essere coronato dal
Pontefice fu Carlo V, che ricevette
le insegne imperiali da Clemente
VII in Bologna: il perchè crediamo
opportuno riportare la solennissima
cavalcata, ch'ebbe luogo in quella
città col Papa e l'imperatore, e col
seguito delle due corti, desumendo-
la dalla illustrazione della medesima
cavalcata dipinta nella sala Ridolfi
in Verona, da Domenico Riccio det-
to Brusasorci, mandato appositamen-
CAV
te in Bologna per vedere lai funzio-
ne, e quindi dipingerla diligentemen-
te; venne questa da ultimo riprodot-
ta con otto bellissiuie tavole incise.
Avendo pertanto convenuto Cle-
mente VII con Carlo V, che si sareb-
bono abboccati in Bologna, e quivi
sarebbesi celebrata la coronazione a' 2 2
febbraio i53o nella cappella del pa-
lazzo apostolico, r imperatore rice-
vette dalle mani del Papa la coro-
na ferrea, come re del regno lom-
bardo, o italico, e poi nella fe-
sta di s. Mattia a' 24 tli detto me-
se, si celebrò solennemente nella va-
sta basilica di s. Petronio la gran
funzione della coronazione, dopo la
quale Clemente VII e Carlo V col
seguito delle loro due corti, con i-
slraordinaria magnificenza fecero la
grandiosa cavalcata in forma di
trionfo, con quell' ordine appunto
rappresentata dal mentovato dipin-
tore. Vi uniremo tuttavolta qual-
che schiarimento, che prendemmo
dalla Lettera inedita del bolognese
Ugo Bonconipagnij poscia Grego-
rio XIII, nella quale si descrii^e la
incoronazione di Carlo V impera-
tore in Bologna, ed ivi nel corren-
te anno pubblicata con note erudi-
tissime del eh. Gaetano Giordani, il
quale a p. 22 tesse il catalogo delle
descrizioni di questa coronazione e
cavalcata, e conferma la promessa
di stampare il libro da lui compo-
sto, intitolato : Della venuta e di-
mora del Sommo Pontefice Clemen-
te VII in Bologna per la Corona-
zione di Carlo V imperatore cele-
brata Vanno i53o. Cronaca co/i
documenti, note ed incisioni.
Aprivano la cavalcata i gonfalo-
nieri o tribuni della città di Bolo-
gna a cavallo con abito di cerimo-
nia, preceduti da alfieri, che a piedi
sostenevano le insegne di quel po-
CAV 297
polo. Succedevano il podestà di Bo-
logna vestito di toga di broccato
d' oro su cavallo nobilmente barda-
to, contornato dalla guardia degli
alabardieri, indi seguivano sei sten-
dardi grandi, cioè il gran vessillo
della città di Bologna, sostenuto dal
gonfaloniere di giustizia su cavallo
nobilmente bardato, con armatura,
e sopravveste di broccato , e capo
senza cimiero, con otto staffieri ve-
stiti di drappo. Quindi procedeva-
no i seguenti : Giulio Cesarini ro-
mano col vessillo del popolo roma-
no, vestito di tela d' oro su cavallo
coperto di raso paonazzo con dodici
staffieri ; Guido Rangoni con soprav-
veste di seta bianca, col vessillo del-
la santa romana Chiesa ; d. Giovan-
ni Manrich, con armatura e soprav-
veste di tela d' oro , col vessillo di
Cesare, coli' aquila imperiale; Ales-
sandro de Medici col vessillo genti-
lizio di Papa Clemente VII, con li-
vrea d'oro comune anche al ca-
vallo ed agli staffieri; Lorenzo Ci-
bo, fratello del Cardinale, che por-
tava r ultimo de' sei stendardi co-
me vessillifero di s. Chiesa, cioè il
gonfalone di essa con croce rossa in
campo bianco. Vestito era egli di
livrea di broccato, ed i suoi staffie-
ri di raso bianco. Seguivano i ca-
valli o chinee coperti di nobili bar-
dature riserbate per uso del Pon-
tefice , condotte a mano dai pala-
frenieri ; quattro camerieri d' onore
vestiti di cappa con berretta in ca-
po a cavallo, sostenendo con altret-
tante verghe rosse i quattro cap-
pelli pontificali; quattro trombetti a
cavallo nobilmente vestiti con trom-
be adornate di bende coli' aquila
imperiale ; il suddiacono pontifìcio
con piviale sopra il rocchetto, e
cappello di color ceruleo , che su
mula nobilmente bardata sosteneva
298 CAV
la croce pontificia ; due chierici della
cappella papale vestiti di piviale e
cappello, destinati a portare su due
muli nobilmente bardati due lan-
terne in asta con entro candele ac-
cese, precedendo 1' augustissimo Sa-
cramento; in mezzo ad essi allro
chierico in egual modo vestito, col
prezioso triregno papale; buon nu-
mero di torcie accese innanzi , ed
intomo del ss. Sagramento, portate
da uomini a piedi; un palafreniere
con sopravveste rossa, che guidava a
mano una chinea bardata di broc-
cato d'oro, su cui era decentemente
colloaita una nobile custodia , che
1-acchiudeva la ss. Eucaristia, la quale
vcdevasi dai trafori della custodia ;
cittadini bolognesi vestiti coi loro
abiti solenni, i quali col capo sco-
perto sostenevano le aste del bal-
dacchino di broccato con quattro
aste a guisa di trono portatile, se-
guendo r arcivescovo di Durazzo sa-
grista del Papa, che cavalcava una
mula decentemente bardata, e che
vestito era di lungo rocchetto e
piviale, col capo scoperto qual cu-
stode del ss. Sacramento.
Appresso incedevano il conte d'As-
ford, o d'Astorgio gran siniscalco e
maggiordomo di Cesare, cogli altri
nobili famigliari del medesimo su
cavalli decentemente bardati, vestiti
con abiti di cerimonia convenienti
al grado loro. La mentovata lette-
ra descrive questi ultimi personag-
gi , prima del ss. Sacramento , e
nel seguente modo. Dappoi veniva-
no circa cento signori tra spagnuoli
e italiani, tutti vestiti di ricchissi-
me vesti d'oro e di argento, tra' qua-
li il marchese d' Astorgio con una
veste, che fu stimata valere cinquan-
ta mila scudi, e che aveva il bava-
ro tutto carico di gioie. Il marchese
Aloja ne portava una di broccato ,
CAV
coperta di raso bianco, tutto carico
di corone d'oro battuto, e molti
altri ne avevano di ricchissime. Tutti
questi signori avevano gli staflieri
vestiti di broccato, e di drappo cre-
misino. Seguiva il tesoriere impe-
riale, o re d'armi, da altri chianiato
araldo, ossia mazziere a cavallo, il
quale spargeva fra il popolo mo-
nete d' oro e d'argento, ovvero du-
cati coir effigie dell' imperatore da
una parte, e l'epigrafe carolVs
QviNTvs iMPERATOR, c dall'altra e-
ranvi le colonne d' Ercole col mil-
lesimo in mezzo, cioè mdxxx. Caval-
cava quindi il sacro Collegio de' Car-
dinali vestiti di cappa magna, e cap-
pello pontificale su muli nobilmente
bardali, procedendo secondo i loro
ordini ; quattro gran principi caval-
cando cavalli nobilmente bardati
colle insegne imperiali, cioè : i ." Bo-
nifacio marchese di Monferrato in
veste di velluto cremisino con ma-
niche larghe , e bavaro rotondo co-
perto di pelli di ermeUini con code,
e con in testa un berrettone del
medesimo velluto foderato delle stes-
se pelli, e circondato della corona
marchcsale d' oro arricchita di per-
le ed altre preziose gemme, portando
anche lo scettro imperiale'. 2." Fran-
cesco Maria della Rovere duca d'Ur*
bino, prefetto di Roma, vestito del-
l'abito, e corona convenienti alla di-
gnità di prefetto, il quale portava la
spada, ossia stocco imperiale. 3." Car-
lo III duca di Savoia vestito del
manto, e corona ducale, che porta-
va la corona propria dell' impera-
tore come re dei romani . 4'" Fi-
lippo de' duchi di Baviera elettore
del sacro romano impero , che ve-
stito del manto, e corona ducale,
sosteneva il globo, o pomo impe-
riale. Seguito era da guardie pon-
tificie ed imperiali a piedi armate
CAV
dli alabarde , che precedevano , ac-
compagnavano, e seguivano il Papa
e r imperatore.
Il sommo Pontefice Clemente VII,
Medici, ornato degli abiti pontifi-
cali in piviale, avente in capo il
prezioso triregno, su bianco cavallo
magnificamente bardato, procedeva
alla destra dell' imperatore.
Carlo V, re de' romani ed im-
peratore, vestito degli abiti conve-
nienti alla dignità , e alla seguita
solenne funzione colla . corona pre-
ziosa in capo ornata di ricche gem-
me, su cavallo magnificamente bar-
dato, camminava alla sinistra del
Pontefice, in egual linea, e sotto il
medesimo baldacchino nobile, che
serviva di trono portatile ad ambe-
due, e eh' era appoggiato a quattro
aste sostenute dai senatori bologne-
si del numero di quaranta.
Indi cavalcavano: il ministro de-
stinato a portare la mitra pontificia
fra due camerieri segieli ; Enrico di
Nassau, vestito nobilmente col toson
d'oro pendente dal collo su cavallo
pomposamente bardato; molti arci-
vescovi e vescovi su cavalli decen-
temente bardati in cappa magna e
cappello pontificale; altri prelati non
vescovi con abiti prelatizi! , e cap-
pelli semipontificali ; trombettieri, e
timpanisti imperiali. Finalmente se-
guivano numerose compagnie di sol-
dati a cavallo, alla testa delle quali
cavalcavano in bella ordinanza su
generosi destrieri guarniti di nobili
bardature, diversi principali ministri
dell'imperatore, non che capitani,
ed altri uffiziali colle loro rispettive
insegne. Era chiusa la cavalcata da
d. Antonio de Leva capitano generale
circondato da molli uffiziali , e se-
guito dai carri coli' artiglieria. F.
Coronazione degl' imperatori.
Delle cavalcate eseguite in Roma
CAV 3.99
pei sovrani ivi defunti , si parlerà
al termine del seguente paragrafo,
dopo quelle che si facevano per al-
cuni Cardinah.
§ II. Cavalcate de' Cardinali,
Nel precedente paragrafo vedem-
mo r origine delle pontifìcie caval-
cate 5, e in conseguenza pure di quel-
le dei Cardinali, e sino dal possesso
di Gregorio IX, preso nel 1227,
abbiamo che i Cardinali vestiti di
porpora in esso cavalcarono. Anzi
Innocenzo IV, immediato successore di
Giegorio IX, non solo concesse a'Car-
dinali il cappello rosso, ma comandò
loro di andare per la città dome-
sticamente a cavallo, essendo stati
soliti i Cardinali fino a quel tempo
di andare ordinariamente a piedi
per umiltà e moderazione. F. il
Marangoni Thesaur. Paroclior. lib.
I, cap. 23 p. 89. Quindi Paolo II,
volendo accrescere le prerogative dei
Cardinali, nel i465, accordò loro l'uso
delle gualdrappe di scarlatto rosso
per le loro mule nelle cavalcate ,
nelle quali incedevano in cappa,
cappuccio, e cappello pontificale,
mentre i finimenti della mula erano
egualmente rossi , con guarnizioni, e
staffe di metallo dorato. E a sa-
persi, che prima di detto Pontefice le
mule cavalcate dai Cardinali avevano
le gualdrappe di drappo bianco, che
furono chiamate anche Mappae.
Dopo la prescrizione d' Innocenzo
IV, i Cardinali avevano continuato
ad incedere per la città a cavallo ,
facendo altrettanto i Cardinali le-
gati viaggiando. Ne diede uno degli
ultimi esempi il Cardinal Farnese
nipote di Paolo III, il quale andò
in Germania legato all' imperatore
Carlo V, sempre a cavallo, ripa-
randosi dal sole e dalla pioggia coll'om-
3oo CAV
brellìno inventalo a questo effetto,
che poi diveniue tlistiiUivo principe-
sco. Andarono pure i Cardinali in
lettiga per la città ; ma quando alla
metà del XV secolo, e nei primi
del XVI si cominciarono ad usa-
re le carrozze, i Cardinali principia-
rono ad adoperarle , e non più
cavalcarono domesticamente, massi-
me quando recavansi alle cappelle e
ai concistori. 11 perchè ciò disappro-
vando Giulio III, appena eletto nel
i55o, e celebrandosi in quell'anno
l'universal giubileo, per decoro della
dignità Cardinalizia, ordinò al sacro
Collegio di cavalcare, particolarmen-
te alle cappelle e concistori, come
prima praticavasi. Ciò per altro fu
eseguito ed osservato soltanto nel
corso del giubileo. Laonde il Pon-
tefice Pio IV, nel concistoro de'27
novembre i564, fece una grave e
ragionata esortazione ai Cardinali ,
ad astenersi dall' uso delle carrozze,
ed a seguitare ad andare a cavallo
con quella ecclesiastica maestà, che
movendo tutti a riverenza , cotanto
piacque al possente imperatore Carlo
V. Avendo detto altrove 1' autorità,
ch'esercitavano i Cardinali [Vedi),
allorché procedevano in cavalcata
al palazzo apostolico, aggiungeremo
poi qui, che quando nel pontificato
di Clemente VII l'esercito imperia-
le, nel i527, prese Roma_, siccome
composto per la maggior parte di
soldati fanatici luterani , per con-
traffare la cavalcata de' Cardinali,
si vestirono delle loro cappe, e con
esse cavalcarono per Roma. E quan-
do i Cardinali potevano assumere il
lutto grave per morte di qualche
stretto congiunto, nelle cavalcate, le
guarnizioni della mula, e le valigie,
che portavano i loro famigliari, era-
no di color violaceo osservandosi
ciò anche quando non cavalcando
CAV
mandavano le loro mille, come per
le cavalcate degli ambasciatori.
Ca^' aleuta dt Cardinali per pren-
dere il cappello rosso.
Allorché il Cardinale, che era stato
creato assente da Roma, si recava
in questa città, doveva fare l'in-
gresso pubblico ( Fedi) con caval-
cata, che descrivesi a quell'articolo ,
e quindi con cavalcala pubblica dal
convento di s. Maria del popolo,
si recava nella mattina del conci-
storo pubblico, al palazzo quirinale,
o valicano, ove risiedeva il Papa, per
ricevervi il cappello Cardinalizio. Da
tale cavalcata talora dispensarono i
Pontefici per supplica del novello
porporato. Dove essa però si facesse,
il prefetto de' cerimonieri pontificii
mandava precedentemente l'intima-
zione con ischedula non solo a tutti
i Cardinali, ma ai prelati ed al-
tri , che vi dovevano intervenire.
Nella mattina poi del concistoro
pubblico, il nuovo Cardinale in roc-
chetto ed abito del colore corrente,
colle carrozze a coda senza fiocchi,
e con bandinelle tirate , andava al
convento degli agostiniani di s. Ma-
ria del popolo, prima dell'arrivo
degli altri Cardinali , quindi subito
assumeva la cappa paonazza, aven-
do deposta la mozzetta e mantel-
letta, e preceduto dalla sua famiglia,
con mazza elavata, ascendeva alla
camera preparata pel ricevimento
del sagro Collegio, cioè tanto per
ricevere que'Cardinali, che volevano
onorare la cavalcata, quanto quei
Cardinali che non cavalcando, fatto
ivi un complimento , e trattenutisi
alquanto, partivano co' propri fami-
gliari per recarsi al palazzo apo-
stolico pel concistoro pubblico.
Adunati tutti quelli, che doveva-
CAV
no cavalcare, i maestri di cerimo-
nie, cui incombeva regolare la fun-
zione, ordinavano alla cavalcata di
porsi in ordinanza; indi i Cardinali
calavano in un contiguo cortile per
montare sulle mule, ricoperti col
cappuccio della cappa e col cappel-
lo rosso pontificale, dal Cardinale
novello in fuori clie usava quello
del suo antico grado. Mentre pro-
cedeva la cavalcata, le artiglierie
di Castel s. Angelo ne davano il
segno alla città, con replicati colpi
di cannone. Precedevano quattro
tamburi del senato romano a pie-
di, altrettante trombette de' caval-
leggieri, e due mazzieri pontifìcii a
cavallo; indi seguivano i guarda-
roba, e valigieri di ogni Cardinale
che cavalcava, portando sull'arcione
della sella la valigia ricamata collo
stemma gentilizio del proprio pa-
drone. Succedevano i gentiluomini
dei principi, degli ambasciatori, dei
Cardinali , e in ultimo quelli del
novello porporato, non che quelli
dei baroni, e cavalieri romani. Indi
cavalcava il capitano della guardia
svizzera pontifìcia , circondata da
quattro svizzeri a piedi con alabar-
de; i mazzieri de' Cardinali colle
masse elevate, e in ultimo quello
del nuovo Cardinale. Poscia caval-
cavano due altri mazzieri pontifìcii,
due maestri di cerimonie coli' abito
di mantellone paonazzo, e talvolta
colla croccia sopra la veste, coperti
di cappello semi-pontificale. Ad essi
succedevano i Cardinali sopra mule
guernite con finimenti e staffe do-
rate, e con gualdrappe nobili del
colore, che richiedeva il tempo, as-
sistiti dai rispettivi palafrenieri, due
de' quali portavano innanzi ad essi
due mazze di legno, o bastoni ver-
di, nell'estremità de' quali era im-
pressa Tarma del proprio padrone,
CAV 3o(
fiancheggiati dalla guardia svizzera,
armata di alabarda e di spadoni.
I Cardinali cavalcavano per an-
zianità due a due, cioè prima i ve-
scovi suburbicarii , poi i preti , in
ultimo i diaconi, i quali però ince-
devano con ordine diverso , poiché
precedevano i meno anziani, e segui-
vano i piili antichi. In mezzo ad es-
si cavalcava il Cardinale nuovo so-
pra mula ornata come le altre, ser-
vito dai suoi palafrenieri, con maz-
ze di legno o bastoni in mano , e
col cappuccio della cappa in testa ,
ma sopra di essa col cappello, che
usava prima del Cardinalato, come
dicemmo. Appresso cavalcava la pre-
latura secondo l' ordine della sua
preeminenza, precedendo i più de-
gni, e cavalcando mule con gual-
drappe paonazze e nere, vestiti col-
l'abito ordinario prelatizio, e con
cappello semi-pontificale quelli che
ne godevano l'uso, ovvero col cap-
pello usuale. Chiudevasi la cavalcata
dagli avvocati concistoriali. Veniva-
no di poi le carrozze del nuovo
Cardinale co' fiocchi rossi, messi ai
cavalli, appena incominciava a cam-
minare la cavalcata. Giunta que-
sta al palazzo abitato dal Papa , i
Cardinali deponevano il cappello
pontificale, e preceduti dalle rispet-
tive famiglie, recavansi nella sala del
concistoro pubblico, mentre il no-
vello porporato andava invece nel-
la cappella pontifìcia, per adempie-
re a quanto viene prescritto dai
cerimoniali, e dalle costituzioni apo-
stoliche ai Cardinali prima di rice-
vere il cappello rosso. Terminata
la funzione, ogni Cardinale, insieme
al novello, tornava ai propri palazzi
o in carrozza, o a cavallo, giacche,
cavalcando, non solo i Cardinali si
recavano ai concistori sì pubblici
che segreti, ma anche alle cappelle,
3o2 CAV
ed allresi priva laniente quando ac-
compagnavano il Papa in lettiga. In
SI privato contegno incedevano ve-
stiti del colore corrente, portando
sulle mule gualdrappe e finimenti
ordinari, con cappello semplice, se-
guendo a coppia, cioè due a due, il
Papa. V. Lunadoro edizione del
1646, pag. 287, ed il Catalano,
Ceranoniale romano, tomo I, pag.
352 e ?>^^^,^ ove spiega l'ordine, che
osserva vasi allorché il Papa con
solenne cavalcata recavasi alla visi-
ta di qualche chiesa.
Su questo argomento è a vedersi
J'articolo Cappello Cardinalizio, ove
si riportano non solo altre notizie
analoghe a questa cavalcata, ma si
descrive quella, che facevasi dal no-
vello Cardinale nel luogo fuori di
Roma, ove dimorava, e dove per
ispeciale indulto del Sommo Ponte-
fice, un ahiegalo apostolico gli ri-
metteva il cappello rosso. Si face-
vano inoltre dai Cardinali le caval-
cate solenni quando accompagnava-
no al concistoro qualche Cardinale,
che veniva spedito dal Papa legato
a Intere ultra moiites, o allorquan-
do tornava dalla legazione. /^. il
Sestini, // maestro di Camera, ca-
po XVII; Del concistoro pubblico
nel quale si dà il cappello ai Car-
dinali, e della cavalcata per tal
Junzione, non che il capo XIX,
Particolarità delle cavalcate de' Car-
dinali j e il capo XXVIII, Dell'a-
prire e chiudere la porta Santa.
Ivi si dice delle cavalcate, colle quali
si portavano ad eseguire tal funzio-
ne i tre Cardinali legati a late re ,
appositamente destinati in concisto-
ro dal Papa. Ciò però da noi fu
trattato all'articolo Antti Santi, ed
a quello delle Cappelle Pontificie,
dove abbiamo descritto un' egual
funzione.
CAV
Cavalcata de' Cardinali neW in-
gresso di qualche sovrano in
Roma.
Oltre quanto relativamente si di-
ce agli articoli ingressi in Roma
SOLENNI, e SOVRANI CHE SI RECARONO
A Roma, noteremo qui: i.** che al-
lorquando il Pontefice Urbano V
nel i365 si trovava in Roma, fu
visitato da Giovanna I regina di
Napoli, la quale cavalcò per la cit-
tìi insieme coi Cardinali ; 2.° che
quando nel 1 4^2 si condusse in Roma
r imperatore Federico III , coli' im-
peratrice Eleonora di Portogallo,
con nobile cavalcata gli uscirono
incontro tredici Cardinali, con tutti
i magistrati, magnati, e curia ro-
mana, e cavalcando fecero l'ingres-
so per porta Castello, accompa-
gnandolo sino alla basilica vatica-
na , sulle cui scale lo attendeva
Papa Nicolò V; 3." che nell' an-
no 1 47 1 portatosi a Roma Borsa
d'Este, Paolo II lo fece incontrare
dal suo nipote Cardinal Zeno, e dal
Cardinal Gonzaga, i quali lo ac-
compagnarono cavalcando al palaz-
zo pontificio di s. Marco; quindi
Paolo II nel di della Pasqua lo di-
chiarò duca in s. Pietro, ponendo-
gli il manto di broccato d'oro, con
una berretta a cupola, al collo una
collana ricca, e nelle mani una ver-
ga d'oro. Poscia il giorno seguente
Io regalò della rosa d'oro , e poi
preceduto dalla cavalcata di quin-
dici Cardinali, in mezzo al Cardi-
nal Cancelliere, e al Cardinal Gon-
zaga, cavalcò sino al palazzo di san
Marco, ove gli fu dato un laulissi-
mo convito. Ma avendo nel ponti-
ficato di Alessandro VII abdicato
al trono la regina di Svezia, Cri-
stina, per abiurare gli errori di Lu-
CAV
tero, siccome il di lei ingi'csso in
Roma riuscì per ordine del Papa
sommamente magnifico, splendido
ed imponente, non riuscirà discaro,
che compendiosamente ne riportia-
mo la cavalcata solenne.
Primieramente, essendo giunta la
regina a' 20 dicembre i655 alla
villa Olgiati, dieci miglia distante
da Roma, nella stessa mattina si mos-
sero dalla città due Cardinali del-
l'ordine de' diaconi, dichiarati appo-
sitamente legati, cioè Carlo de' Me-
dici fratello del gran duca di To-
scana, e Federico d'Assia cugino del-
la stessa regina , mentre per una
sovrana di maggior condizione, come
di Francia e di Spagna, si sareb-
bono deputati due Cardinali dell' or-
dine de' preti, o de' vescovi. Parti-
rono pertanto i legati per incontrar-
la con pompa di pubblica cavalca-
ta, e con tal sontuosità, che il solo
Cardinal de Medici, oltre la sua
numerosa corte, conduceva quattro
primari prelati , tre duchi , molti
marchesi, ed altri distinti cavalieri ,
tutti in sì ricca comparsa, che fu
stimato esservi stato speso ottanta-
mila scudi. Alla Storta, lungi tre
miglia dalla villa Olgiati, i legati furo-
no incontrati dal maggiordomo della
regina, che li fece ascendere in una
regia carrozza, e giunti alla villa,
trovarono che la regina li attende-
va a pie' delle scale, uscendo loro
incontro sino alla porta. Esauriti
gli scambievoli uffizi, i legati pren-
dendo la regina in mezzo, ascesero
la carrozza del Pontefice , arvian-
dosi verso Roma, ove in mezzo ad
innumerabili torcie accese, giunsero a
tre ore di notte. Quindi la regina
fu presentata ad Alessandro VII.
Essendosi poi stabilito il giorno
9.3 dicembre pel solenne ingresso in
Roma della regina, il conte David
CAV 3o3
Widmann sergente generale delle
milizie della Chiesa, dispose le sol-
datesche pei luoghi ove dovea pns-
sare la cavalcata con bella ordinan-
za. Presso ponte Molle schierò mille
fanti, con sei pezzi di artiglieria per
le salve eh' ebbero luogo, e schierò
duemila fanti sulla piazza Vaticana,
con due squadroni di corazze, e do-
dici pezzi di artiglieria. Nella mat-
tina adunque di detto giorno i Car-
dinali legati col loro nobile corteggio,
si avviarono per ponte Molle, ove
incontrarono la regina col governato-
re di Roma, col magistrato di Campi-
doglio in uno ai loro uffiziali, i quali
r accompagnarono alla villa fabbri-
cata da Giulio III, destinata per
luogo donde dovessero partire le so-
lenni cavalcate pei pubblici ingressi
in Roma. Ivi sopraggiunse il mag-
giordomo del Papa, con tutta la
corte pontificia, e disceso colla re-
gina nel cortile, le presentò, in notne
di Alessandro VII, una carrozza
con ornamenti di argento, invenzio-
ne del cav. Bernini, tirata da sei
cavalli frigioni leardi, una lettiga,
ed una sedia, cioè una specie di
lettiga scoperta, superbamente ornate,
e foderate di velluto turchino con ri-
cami d'argento, con muli ben ad-
dobbati , non che una nobile chi-
nea pure guarnita di velluto tur-
chino, sulla quale montò la regina
in mezzo ai due Cardinali legati,
che già avevano assunto gli abiti
lunghi e le cappe; e preceduta in
cavalcata dal menzionato corteggio,
cui facevano parte in copioso nume-
ro cavalieri, si avviò per la porta
Flaminia, ove era attesa dal sacro
Collegio a cavallo, essendo i Cardi-
nali vestiti colle cappe e cappelli
pontificaH. Il Cardinal Barberini, sic-
come il più antico, fece alla regina
in nome de'suoi colleghi un analogo
3o4 CAV
complimento; ed essendo in quel
luogo terminato l'ufiìzio dei Cardi-
nali legati, presero quello, che loro
conveniva nella cavalcata ^ e la re-
gina dopo tutti i Cardinali fu posta
in mezzo dei Cardinali Orsini e
Costaguti, siccome più anziani del-
l'ordine dei diaconi.
Arrivata la cavalcata al Vatica-
no, i Cardinali lasciarono la regina
per andare nell'aula concistoriale a
rendere ubbidienza al Papa, rima-
nendo con essa i soli Cardinali de
Medici , e Sforza, coi quali sali alla
basilica di s. Pietro, ricevuta da
quel capitolo; e dopo aver adorato
il ss. Sacramento, esposto sull'allare
maggiore, fu condotta al contiguo
palazzo apostolico, ove fu incontrata
dal maggiordomo, da otto vescovi
assistenti al soglio, dal maestro del
sacro ospizio, e dai due Cardinali
Orsini e Costaguti , co' quali avea
cavalcalo. Quindi entrata nella sala
concistoriale tre volte si genuflesse
in vedere Alessandro VII, e perve-
nuta al soglio ove sedeva, gli baciò
il piede e la mano, e con brevi
parole scambievoli ebbe termine la
cerimonia.
Cavalcata pel trasporto dei cada-
veri dei Cardinali^ decano del
sacro Collegio i vice cancelliere,
camerlengo^ e penitenziere mag-
giore.
Parlando il Sestini al capo XXIV,
verso il fine, del rito antico delle
esequie de' Cardinali, dice che il
Papa soleva mandare la sua fami-
glia in cavalcata ad accompagnare
i cadaveri dei Cardinali capi d'or-
dine, dal loro palazzo alla chiesa,
ovvero da questa ove si erano cele-
brate le esequie, a quella dove tu-
mulavansi , e di quelli che erano
CAV
insigniti di qualche grande ufficio
nella romana corte, come di vice
cancelliere, camerlengo , peniten-
ziere maggiore , decano del sa-
cro Collegio, e simili; non che
dei Cardinali per nascita e per
meriti distinti. Dice di più, die in
tali funerali i famigliari pontificii
cavalcavano fino alla porla della
chiesa , e quindi si restituivano al
palazzo apostolico ; rna che se ac-
compagnavano il Cardinal decano,
o altro principalissimo porporato,
discendevano da cavallo, entravano
in chiesa, e si trattenevano nel coro,
finche il clero terminava di cantare
le preci sul cadavere, e quindi se
ne partivano.
Questo cerimoniale si osservò sino
agli ultimi del secolo decorso, dap-
poiché il Cancellieri, che pubblicò le
sue Cappelle nel 1790, parlando a
pag. 326 delle esequie de' Cardinali,
soggiunge che diverso era il traspor-
to alla chiesa dei cadaveri dei Car-
dinali vice-cancelliere, camerlengo,
decano e del penitenziere maggiore,
perchè questi venivano portati di
giorno sopra un magnifico letto con
grandiosa pompa funebre, attorniati
dalla guardia svizzera, preceduti da
tutte le confraternite, e seguiti dal
maggiordomo colia camera segreta,
dai vescovi assistenti al soglio, dai
chierici di camera , che incedevano
su cavalli bardati a lutto, e col cor-
teggio delle carrozze nobili del Car-
dinale defunto, nelle quali eranvi i
di lui famigliari in abito lugubre.
Certo è, che l' ultima cavalcata fu-
nebre pei Cardinali decani, fu quella
del Cardinal Carlo Alberto Guidobono
Cavalchini, decano, che morì a* 12
marzo 1774» come l'ultima dei Car-
dinali penitenzieri vuoisi essere stata
la cavalcata del Cardinal Galli peni-
tenziere, il quale terminò i suoi gior-
CAV
ni nel 1768. Abbiamo degli esempi,
che sebbene tali cavalcate fossero in
uso, pure per alcuni non furono
fatte, come pel Cardinal Tanara de-
cano del sagro Collegio, a cagione
della sede vacante, perchè morì nel
1724; pel Cardinal Ottoboni vice-
cancelliere, che cessò di vivere nel
1740; pel Cardinal Delci decano che
morì nel 1761 , forse perchè Cle-
mente XIII trovavasi in Castel Gan-
dolfo. Il Cardinal Petra poi peni-
tenziere maggiore , che morì nel
1748, vietò gli fosse fatta la ca-
valcata funebre; tuttavia venne e-
seguita, anzi v' intervennero i cap-
pellani segreti , che nelle altre ca-
valcate di questa specie non vi ave-
vano luogo, come si legge nella de-
scrizione, che fa di questa caval-
cata il numero 4^32 dei Dìarii di
Roma di detto anno.
' Perchè poi si prenda una piìi
esatta nozione di queste cavalcate
funebri , riporteremo l' estratto di
quella fìUta nel 17 19 pel Cardinal
decano del sagro Collegio Nicolò
Acciajuoli, fiorentino, creatura di Cle*
mente X , la cui relazione si leg-»
gè nel Diario di Roma , di detto
anno, num. iSS, pag. 7 e seg. Do-'
poche fu imbalsamato il cadavere
del Cardinal Acciajuoli , fu esposto
in una sala del suo palazzo, ove i re-
ligiosi degli Ordini mendicanti si re-
carono a recitare l' uffizio dei de-
funti. Quindi nella mattina del quar-
to giorno dopo la sua morte, seguì
il trasporto del suo cadavere alla
chiesa nazionale di s. Giovanni dei
fiorentini, ove nelle ore pomeridia-
ne gli furono fatti i soliti funerali.
L'ordine pertanto del trasporto, e del-
la cavalcata si componeva di cinque
a rei con fra terni te, dei religiosi cappuc-
cini, serviti, e domenicani, di parec-
chie coppie di preti, del parroco di
VOL. X.
CAV 3o5
s. Giovatìiiì de' fiorentini, e del ca-
merlengo del clero, aventi ai lati i
cursori pontificii colle mazze d' ar-
gento. Seguiva il letto , o talamo
funebre portato da sedici persone
vestite di sacco , sebbene comparis-
se portato da otto gentiluomini del-
la sua corte vestiti a lutto, e proce-
devano quattro palafrenieri del de-
funto in gramaglia , e banderuole
cogli stemmi gentilizi . Il cadavere
era vestito pontificalmente di color
violaceo, e veniva circondato da tre-
cento confrati de' mentovati sodali-
zi, portando ciascuno una torcia ac-
cesa. Seguiti erano essi dalla fami-
gUa nobile in veste di gramaglia, o
coruccio. Indi cavalcava la famiglia
pontificia, che era stata intimata dai
cursori apostolici nel giorno prece-
dente. Pel primo cavalcava il capi-
tano della guardia svizzera, con qua-
ranta individui delia medesima, che
contornavano il defunto, e il suo se-
guito» Appresso ed a cavallo incede-
vano i mazzieri Pontificii colle maz-
ze, vestiti come nelle cavalcate. Con
essi camminavano due maestri delle
cerimonie pontifìcie con mantellone
e cappelli semi-pontificali; indi mon-
signor maggiordomo in mezzo a tre
arcivescovi e vescovi assistenti al so-
glio , seguiti da cinque protonolari
apostolici, in abito da cavalcata so-
lenne con mantellone , e cappello
pontificale convenienti al grado di
ciascuno, con mule bardale di di-ap-
po paonazzo. A coppia progredivano
su mule con gualdrappe nere i cap-
pellani comuni, i camerieri extra, e
gU scudieri con cappe e sopravveste
rosse, e i primi con pelli di armel-
lini. Chiudeva il convoglio , la car-
rozza nobile del defunto con fiocchi
rossi, e due nere erano di seguito ,
con diversi della sua corte.
I medesimi Diari di Roina^ del-
20
3o6 CAV
lo stesso anno 1719 num. 267,
pag. 6, e seg., ci danno la relazio-
ne della cavalcata pel cadavere del
Cardinal Spinola camerlengo di San-
ta Romana Chiesa, le cui esequie si
celebrarono nella chiesa de' ss. XII
apostoli sua parroccliia, sebbene aves-
se disposto, che il suo cadavere fosse
tumulato nella chiesa di s. Andrea
presso il noviziato de' gesuiti. La
sera quindi dopo le ore ventiquat-
tro si portò alla chiesa de' ss. XII
apostoli la consueta cavalcata della
corte pontificia , col capitano della
guardia svizzera ec. Il cadavere era
collocato sul consueto letto pontifi-
calmente vestito, e l'ordine della pro-
cessione della cavalcata fu come la
precedente, meno che essendo stato
questo porporato protettore dell'ospi-
zio apostolico di s. Michele, v' inter-
vennero gli alunni di quello, venen-
do circondato il letto da trecento
torcie portate da' confrati* Si deve
poi avvertire, che come camerlengo,
dopo i protonotarii apostolici caval-
carono anche i chierici di Camera.
Quanto poi agli individui, che inter-
venivano oltre i consueti alle caval-
cate funebri pei Cardinali vice-can-
cellieri, e penitenzieri maggiori ( Vedi)y
se ne tratta a quegli articoli. E no-
to, che se il Cardinale vice-cancel-
liere, o camerlengo fossero stati del-
l'ordine de' diaconi, i sacri paramenti
erano di color rosso, vestendosi solo
i cadaveri de' Cardinali vescovi e
preti di colore paonazzo.
Le suddescritte cavalcate della fa-
miglia pontificia , si facevano anco
per accompagnare sovrani morti in
Roma. Di fatti, per dire soltanto di
alcuni, Clemente XI, nel 1 7 1 9, per
la morte del serenissimo Filippo
Maurizio, figlio dell'elettore Massi-
miliano di Baviera, volle che gli fos-
sero resi i medesimi onori funebri,
CAV
cui nel 1 7 1 4 avea fatto celebrare
pel figlio del re di Polonia, Alessan-
dro Sobicski. Ed è perciò, che die-
tro il feretro, seguiva il capitano
degli svizzeri a cavallo con cinquan-
ta uomini della sua guardia, proce-
dendo in cavalcata i mazzieri pon-
tificii, due maestri delle cerimonie,
monsignor maggiordomo , i vescovi
ed arcivescovi assistenti al ponti-
ficio soglio , i protonotari apo-
stolici partecipanti , e le tre clas-
si de' cappellani comuni , camerieri
extra^ e scudieri, famigliari tutti del
Papa in cappa e sopravveste rossa ,
con gualdrappe nere, precedente-
mente avvisati dai cursori apostolici.
Assistettero essi anche alla messa di
requiem , in urlo agli ordini della
prelatura j nella chiesa di s. Maria
della Vittoria.
Nel pontificato di Clemente XII,
essendo morta nel 1735 in Roma
la regina d' Inghilterra Maria Cle-
mentina moglie di Giacomo III, il
Papa colla sopraintendenza di mon-
signor maggiordomo le fece celebra-
re nella chiesa de' ss. XII apostoli
solennissime esequie, quindi seguì il
magnifico trasporto del di lei cada-
vere alla basilica vaticana, coli' in-
tervento delle confraternite, del cle-
ro regolare, del capitolo vaticano, ec,
venendo seguito il feretro dalla ca-
valcata solita, cioè dal capitano del-
la guardia svizzera, da' mazzieri, dai
maestri di cerimonie, dal maggiordo-
mo, dai vescovi assistenti al soglio,
dai protonotari apostolici, e cappel-
lani comuni, dai camerieri extra, e
scudieri del Papa, tutti con abiti da
cavalcata, non che dai pontificii pa-
lafrenieri con torcie accese.
Siccome poi 1' ultima cavalcata
per una regina defunta ebbe luogo
in Roma nel 18 19, e fu eguale a
quella eseguita per altri sovrani der
CAV
funtl in detta capitale, ci sembra in-
dispensabile di darne qui un cenno.
Ebbe luogo questa cavalcata pei fu-
nerali resi a Maria Luisa di Borbo-
ne, regina delle Spagne e delle In-
die, moglie del re Carlo IV, morta
a' 2 gennaio di quell' anno. Dopo
essersi il suo cadavere esposto nelle
camere del palazzo Barberini, dalla
defunta abitato, sopra elevato letto,
e sotto sontuoso trono, fregiato coi
reali ordini, di cui era insignita, la
sera dei 9 di detto mese se ne fe-
ce il trasporto alla basilica liberia-
na, ove nel di seguente ebbe luogo
la cappella papale, celebrando la
messa il Cardinale Emmanuele de
Gregorio, e lodandone le gesta lo
spagnuolo monsig. Marco y Catalan
poi Cardinale, ed allora uditore di
rota per la corona di Aragona. Quin-
di alle due ore pomeridiane inco-
minciò la solenne pompa funebre
del trasporto del real cadavere alla
basilica vaticana per la strada papa-
le, e coir ordine seguente. Dopo uno
squadrone di carabinieri a cavallo ,
venivano quindici tamburini col lo-
ro tamburo scordato, e coperto di
nero, e quindi la banda del distac-
camento d' infanteria granatiera, che
marciava co'fucili a funerale, e col-
r insegna di cipresso nel berretto-
ne, insegna portata pur da tut-
ta la milizia, che vi era. Succede-
vano i letterati di s. Michele, il
collegio degli orfani, e venti arci-
confraternite ciascuna col suo sten-
dardino avanti, e col cappellano
in cotta e stola in fine, e coi fra-
telli vestiti col proprio sacco, colla
candela accesa in mano, alternando
con funebre canto i salmi deiruffizio
de' morti.
Veniva di poi la croce inalbera-
ta del capitolo vaticano con tre custo-
di, e quattro accoliti con torcia ac-
CAV 3o7
cese, e subito dopo i religiosi di do-
dici diversi Ordini, avendo ognuno
di essi le candele accese, e di piì^i
due torcie in ogni prima coppia a
lato de' loro stendardini. Seguivano
quindi i due parrochi di s. Pietro
e di s. Susanna, e nel mezzo di essi
il camerlengo del clero, tutti e tre
con cotta, stola, e torcia accesa ;
e dopo di essi i musici cappellani ,
e gli alunni del seminario di s. Pie-
tro, e finalmente i due capitoli uni-
tij vaticano, e liberiano. Quest' ulti-
mo prese la mano sinistra per tutta
la strada, passando poi alla destra
neir entrare nella gran piazza di s.
Pietro, avendo tutti torcie accese in
mano. Indi veniva il gran letto, su cui
giaceva il cadavere della defunta, ve-
stito d'un abito di lama d'argento, col
grandioso real manto di velluto cre-
misi, foderato di pelli d'armellini, colla
corona regia in capo. Era il letto coper-
to di preziosa coltre di lama d'oro con-
tornata di velluto nero guarnito di gal-
lone, e di fregi consimili, coi quattro
stemmi reali ai lati. Esso però veni-
va preceduto da duecento sessanta, e
seguito da altri duecento fratelli dei
menzionati sodalizi a quattro a quat-
tro ripartiti, tutti con torcie accese
sollevate in alto; avendo ai due lati
quaranta sacerdoti nazionali del clero
secolare e regolare, mentre la guardia
svizzera contornava il letto medesimo.
I quattro lembi della coltre erano
sostenuti da altrettanti principi roma-
ni, grandi di Spagna, e quattro gentil-
uomini di corte sostenevano sulle aste
le banderuole di lama d' argento, in
cui vi era l'arma reale con ricami
e trine d'oro intorno, mentre al
lato destro del letto incedevano il
cavallerizzo maggiore, ed il mag-
giordomo maggiore al sinistro. Ve-
niva dietro un altro coro di cappel-
lani cantori in veste talare e cotta,
3o8 CAV
e quindi aveanoluogodue volanti o lac-
chè, due guardaporloni, due stattleri
cogii ombrelli sotto il braccio, e tutti
gli altri staffieri e famigliari con torcie
egualmente accese ; ed inoltre ac-
compagnavano la funebre pompa il
ministro di Spagna presso la Santa
Sede, Vargas y Laguna.
Dopo tutto ciò veniva la solenne
cavalcata della famiglia pontificia ,
ia quale cominciava co' soldati sviz-
zeri, aventi dopo di essi il loro ca-
pitano, e due mazzieri a cavallo
colle mazze d'argento poste a tra-
verso suir arcione della sella, e due
maestri delle cerimonie pontifìcie in
mantellone, cappuccio, e cappello se-
mi-pontificale negro foderato di pao-
nazzo, con cordoni e fiocchi misti
dello stesso colore paonazzo e nero.
Poi succedeva monsig. Frosi ni, prefetto
de'sacri palazzi apostolici e maggiordo-
mo di Pio VII, a cavallo, nel mezzo
dei monsignori Fratlini arcivescovo
di Filippi, e vicegerente di Roma, e
Caprano arcivescovo d' Iconio pari-
menti a cavallo, tutti in gran man-
tellone, cappuccio, e cappello ponti-
ficale, col divario per altro, che gli
arcivescovi, e gli altri vescovi, i quali
venivano dopo, avevano lo stesso
cappello pontificale nero, ma fode-
rato non già di paonazzo, bensì di
seta verde, e col cordone, e co'fioc-
chi di egual colore. Seguivano in
pari modo a due a due gli altri ,
cioè i vescovi assistenti al soglio pon-
tificio, cioè i monsignori Menochio
vescovo di Porfirio, e sagrista pon-
tificio, e Margarita, vescovo di Gra-
vina e Monte Peloso. Cavalcavano
appresso i monsignori protonotari
apostolici Zambelli, Ugolini, e Pia-
netti, col cappello paonazzo fodera-
to di seta cremisi con cordoni e fioc-
chi di egual colore, come anche ca-
valcavano i cubicularii del Papa, cioè
CAV
i cappellani comuni, i camerieri eX'
tra, e gli scudieri colle loro cappe,
e cappucci rossi, i primi colle pelli
di armellini, e tutti coi cappelli ne-
ri ecclesiastici. Finalmente vi erano
dodici palafrenieri pontificii con tor-
cie di cera, e quattro garzoni di scu-
deria con quelle di pece.
Le carrozze di coite in tutta ga-
la, che venivano dietro, erano lira-
te, la prima da otto, e le due altre
da sei cavaUi. Dopo vi era la grati
carrozza, in cui il regio cadavere
era stato trasportato la sera antece-
dente dal palazzo Barberini alla ba-
silica liberiana, e poi dieci altre car-
rozze con ricchi, e vaghi finimenti,
nelle quaU eranvi le dame di palazzo,
le cameriste, ed altre persone distinte
addette al servigio della corte me-
desima. Vi erano altresì le ciurozze
di sua maestà la duchessa di Luc-
ca, del ministro di Spagna, e quel-
le di pielali, e personaggi ragguar-
devoli, che avevano luogo nella pom-
pa funebre. Marciava in ultimo un
ben grosso distaccamento di guardia
civica scelta, con la banda, e co'tam-
buri nel modo stesso della milizia
di linea, e dietro ad esso uno squa-
drone di cavalleria.
Allorché il real cadavere fu vicino
a Castel s. Angelo, venne salutato
con molti colpi di artiglieria ; e giunto
che fu nella cappella del coro della
basilica vaticana, venne ricevuto dal
Cardinal Mattei arciprete con tutto
quel capitolo, e quindi ebbe luogo
l'assoluzione del cadavere. Questo
allora dal gran letto fu posto in al-
tro più piccolo, donde dai gentiluo-
mini della reale defunta fu colloca-
to nella prima cassa di cipresso con
materasso, e guanciale di seta, con
la corona in capo, e con altre in-
segne reali. La prima dama di pa-
lazzo, e le cameriste ricuoprirono
CAV
tutto il corpo con due veli di se-
tn, ed appiè di esso fu posta una
borsa chiusa con tre medaglie, una
d'oro, r altra d' argento, e la terza
di rame, in una parte della quale
\ì era l' effìgie in rilievo della de-
funta regina col suo nome, e dal-
l' altra il di lei elogio. In altra bor-
sa, parimenti posta a' piedi, fu rin-
chiuso il suggello reale, e quindi
con doppia serratura venne chiusa
la detta prima cassa, la quale fu po-
sta dentro un'altra di piombo chiusa
del pari, e suggellata cogli stemmi
di Spagna, del Cardinal arciprete,
del capitolo vaticano, e del mini-
stro di Spagna, venendovi posta so-
pra analoga iscrizione. Indi seguì
l'atto formale di consegna del ca-
davere, e la cassa di piombo, collo-
cata in una terza di legno, fu tras-
portata in deposito nelle grotte va-
ticane. Nella mattina seguente poi,
con permesso di Pio VII, fu cele-
brato altro funerale nella cappella
del coro della stessa basilica erigen-
dosi un magnifico tumulo sovrasta-
to dalia regia corona. Cantò messa
monsignor Guerrieri arcivescovo, cui
assisterono ventiquattro Cardinali.
Tanto il trasporto, che la cavalcata,
e le funebri funzioni furono eguali
in tutto a quanto si praticò in Ro-
ma, nel 1689, alla regina Ci'istina
di Svezia, nel 17 35, alla regina Ma-
ria Clementina Sobiesky, della Gran
Brettagna; e nel 1766, per Giaco-
mo 111 re della stessa Gran Bretta-
gna, tutti morti in Roma. P^. De-
scrizione degli onori funebri renda-
ti in Roma dalla real corte di Spa-
gna a sua maestà cattolica Maria
Luisa di Borbone regina delle Spa-
gne e delle Indie il di i o gennaio
1819 colla orazione funebre, Roma
pel de Romanis.
CAV 309
§ III. Cavalcate degli Jmhascìator^
presso la Sa/ita Sede.
Oltre quanto dicemmo all'articolo
Ambasciatori § V (Fedi) ^ è indi-
spensabile riportare qui alcune no-
tizie compendiate sulle cavalcate so-
lenni del loro ingresso in Roma ,
sulle cavalcate colle quali si porta-
vano al concistoro pubblico, e sulla
cavalcata dell'ambasciatore del re
delle due Sicilie in presentare al Pa-
pa il tributo della Chinea nella vi-
gilia della festa de' ss. Pietro e Pao-
lo o in altri tempi, dove quel gior-
no non si fosse potuto effettuare per
riguardo della sede vacante. Anti-
chissimo è poi il rito di ricevere gli
ambasciatori, o legati de' principi con
accoglienze, ed onori singolarissimi,
come si può vedere in Bruno Con-
rado, De legationibuSy lib. V, e. 6.
Trattando il citato Sestini al cap.
18 degli ambasciatori, che si reca-
vano in Roma, dice che si recava-
no al concistoro pubblico , o semi-
pubblico, per l'udienza formale del
Papa, gli ambasciatori de'principi, e
delle repubbliche, ed anche quello
di Bologna, i quali facevano la caval-
cata tanto per la pubblica entrata
o ingresso, che nella mattina in cui
andavano al concistoro. Di fatti si
legge nei Diari dell' Alaleona presso
il Gallico, Jcta caereni., che ai 1
di maggio 162 1 in giorno di do-
menica fecero l'entrata in Roma tre
ambasciatori della repubblica di Luc-
ca con bella cavalcata, ed ai 4 elei
medesimo mese gli stessi ambascia-
tori di Lucca fecero l'altra cavalca-
ta, ed andarono al concistoro pub-
blico a rendere ubbidienza a Gre-
gorio XV, nel cui possesso caval-
carono fra i nipoti del Papa, e gli
ambasciatori de' principi.
Neil' ingresso degli ambasciatori, ì
3 IO CAV
Cardinali mandavano i loro gentil-
uomini , non che le mule coi fmi-
menti di gala , che erano cavalcate
dai palafrenieri , portando dietro le
spalle il cappello rosso pontificale
del loro padrone. Il Papa soleva
onorarli colla sua guardia de' ca vai-
leggieri dal luogo ove avea iuco-
mincianiento la cavalcala, cioè dal
palazzo eretto da Papa Giulio III
fuori della porta Flaminia, sino al pa-
lazzo delVambasciatore, ed altresì col
maggiordomo, con altri prelati, e con
alcuni de' suoi intimi famigliari, che
prendevano in mezzo l'ambasciatore,
ed allorquando nella stessa cavalcata
intervennero altri ambasciatori, veni-
va ognuno di essi accompagnato da
più prelati alla sua abitazione. Alla
cavalcata poi del concistoro, soggiun-
ge lo stesso Sestini, che i Cardinali
mandavano molti gentiluomini, ma
non le mule; e che l'ordine della
cavalcata, il suono de' tamburi , e
l'esplosione delie artiglierie aveano
luogo come nelle cavalcate de' Car-
dinali , venendo in essa dall'amba-
sciatore invitati, oltre il maggiordo-
mo, le tre classi dei cappellani co-
muni , camerieri extra , e scudieri
famigliari del Papa.
Quando nel pontificato di Grego-
rio XIII, i tre re di Bungo, di Ari-
ma e di Omura nel Giappone, eb-
bero ricevuta la luce del vangelo
per opera de' gesuiti , volendo quei
principi rendere ubbidienza al vica-
rio di Cristo, spedirono a Roma
quattro principi in ambasceria. Giun-
ti in Roma, a'sS marzo i585, fu-
rono con solenne cavalcata da tutta
la corte romana condotti al palazzo
vaticano , e quivi in pubblico con-
cistoro baciarono i piedi al gran
Pontefice Gregorio XIII, consegnan-
dogli le lettere de' lispettivi sovra-
ni, servendo d' interprete il p. Maffei
CAV
gesuita; giacché gli altri ambascia-
tori solevano fare un discorso , cui
rispondeva il prelato segretario dei
brevi a' principi a nome del Papa.
Ascoltata da Gregorio XIII la let-
tura delle lettere, vedendo da si lon-
tane regioni riconosciuta la catte-
dra di s. Pietro, nell'abbracciare gli
ambasciatori, più volte esclamò: Ora
s\ mio Dio, che il vostro servo va
a morire in pacej ed alle sue la-
grime di consolazione, seguirono quel-
lede'Cardinali, e degli spettatori. Gui-
do Gualtieri scrisse esattamente la/fe-
lazione della venuta degli ambascia-
tori giapponesi a Roma, Jl no alla lo-
re partenza per Lisbona , Roma 1 586.
Per dare poi un' idea della ca-
valcata del solenne ingresso degli
ambasciatori in Roma, accenneremo
quella fatta nel ij^-'2 sotto Bene-
detto XIV, dal ball Guerin de Ten-
cin, ambasciatore del sacro militare
Ordine gerosolimitano, detto di Mal-
ta. Precedevano quattro tamburi
del senato romano, un corriere, due
guardaportoni a cavallo; indi segui-
vano due trombetti, e due forieri a
cavallo ; poi dodici carriaggi col
maestro di stalla, e il maniscalco.
Succedevano dodici staffieri a cavallo
con livree di colore gi'igio ferro, con
camiciuole verdi gallonate d'argento,
qon cappelli bordati, e gualdrappe,
l^i seguivano il decano con abito
distinto di panno fino, e bottoniera
d'argento, due scopatori segreti con
abiti di colore cannellino con bot-
toni d' argento , camiciuole verdi
guarnite d'argento, cappelli bordati,
e valdrappe con copertine alle pi-
stole di scarlatto guernile d'oro,
mentre gli staffieri le avevano co-
perte con trine di seta e d'argento.
Succedevano quattro ufficiali, due
di credenza , e due di cucina con
abiti di scarlatto rosso con -bottoni
CAV
d*oro, camiciuole verdi di seta gal-
lonate d'oro, cappelli bordati a pun-
to di spagna, e valdrappe con co-
pertine alle pistole, di velluto rosso
gallonate d' argento. Poscia cavalca-
vano quattro ajutanti di camera
vestiti con abito di finissimo panno
color cenerino, riccamente guarnito
d'argento, con camiciuole di drappo
di seta verde con guarnizione pure
d'argento, con cappelli bordati a
punto di spagna d'argento, con gual-
drappa e copertina alle pistole, di
velluto rosso gallonato di argento.
Indi venivano sette cavalli di rispet-
to, il maestro di casa e il guarda-
roba con vestiti gallonati d' oro e
di argento; quattro paggi con abiti
trinati di argento; quattro gentiluo-
mini col maggiordomo e col cavalle^
rizzo con abiti ricamati d'oro e di
argento , fiancheggiati dagli staf-
fieri , essendo tutti famigliari del-
l'ambasciatore. Procedevano poi a
cavallo due compagnie di cavalleg-
gieri del Papa; diciannove palafre-
nieri de' Cardinali sopra mule dei
loro padroni, con bardature rosse,
e cappello pontificale di egual colore
pendente dietro le spalle; circa cento
gentiluomini de'Cardinali, ambascia-
tori, principi, e ministri esteri, pro^
seguiti da due trombe di cavalleg-
gieri. Indi gli scudieri, e camerieri
extra del Pontefice colle loro vesti
e cappe rosse; diciotto cavalieri di
Malta , il capitano degli svizzeri ,
due maestri di cerimonie, e la guar-
dia svizzera. Poscia era cavalcato un
cavallo stornello dall'ambasciatore in
abito da campagna, cioè giustacuore
di velluto celeste guarnito d'oro, in
mezzo ad un arcivescovo, e ad un
protonotario apostolico , preceduto
da dodici lacchè. Appresso a lui ca-
valcavano due mazzieri pontificii, i
protonotari apostohci con mantello-
CAV 3ri
ne, e cappello pontificale, i cappel-
lani comuni con vesti, e cappe rosse
foderate con pelli di armellini; quat-
tro carrozze berline tirate a sei ca-
valli, con entro alcuni fr. cappellani
dell' Ordine, il maestro di camera,
i segretari, ed altri famigliari. Fi-
nalmente chiudevano la cavalcata
le mule de'Cardinali, ambasciatori,
principi, e ministri esteri, in tutti
più di cento, facendo la via del
corso fino a s. Giovanni della Pigna,
ove era il palazzo dell'ambasciatore,
il quale in questa sua residenza
trattò tutti di lauti rinfreschi , e
poscia ringraziandoli si licenziò da-
gl'intervenuti alla cavalcata.
Riguardo alla ca.valcata per la
presentazione della chinea, eh' ebbe
luogo sino all'anno 1788, essa face-
vasi nel seguente modo. L'ambascia-
tore straordinario, destinato dal re
delle due Sicilie a presentare il
censo della chinea, riceveva nel
proprio palazzo i complimenti dei
gentiluomini de' Cardinali, ambascia-
tori, principi, e della nobiltà sud-
dita o feudataria alla corona Sici-
liana, cui faceva servire di splendi-
di rinfreschi, e dopo s'incominciava
la cavalcata per la basilica vaticana,
ovvero alla chiesa di s. Maria del
Popolo, ove fu talvolta presentata
la chinea, colla seguente pompa ed
ordinanza.
Dopo i tamburi dei fedeli del
Campidoglio, venivano le trombe
dell'ambasciatore, e la compagnia
dei cavalleggieri del Papa, seguita
dai loro capitani, corteggiati dai
propri paggi a cavallo, e dagli staf-
fieri a piedi in livree di gala. Poscia
cavalcava il capitano degH svizzeri
fra i suoi tamburi, e il succedeva
r ambasciatore in abito di ganzo
d'oro, circondato dalla guardia sviz-
zera con dodici paggi, sl'Ì volanti,
3i7. CA.V
e altretlnriti guardaportoni, oltre un
gran ninnerò di servitori, seguiti
dal ciivallerizzo, e da molte lancia
spezzate a piedi. Quindi camminava
la mula bianca, o chinea guidata
dai palafrenieri del medesimo am-
basciatore , fiancheggiata da altri
svizzeri, chiudendo la cavalcata i
prelati nazionali sopra delle mule
bardate, serviti dai propri famigli,
ed infine quattro mute a sei cavalli,
che tiravano altrettante superbe car-
rozze, oltre altre otto carrozze a coda.
Nel passare la cavalcata innanzi
la fortezza di Castel s. Angelo, ve-
niva salutata da alcune salve di
cannoni, e pervenuta alla basilica
vaticana, facevasi quella funzione
che descrivesi air articolo Cappelle
Pontificie , parlandosi del vespero
pontificale per la festività dei prin-
cipi degli apostoli. Terminata la
presentazione della chinea, l'amba-
sciatore invece di cavalcare, ascen-
deva nella sua carrozzii più nobile
,in compagnia di tre prelati, e re-
cavasi al suo palazzo, ove nella sera,
e in quella seguente faceva gran
ricevimento, con sontuose dimostra-
zioni di gioja,
§ IV. Cavalcata del senatore di
Roma pel possesso in Campido-
glio,
Eletto dal sovrano Pontefice il
senatore di Roma, si reca a pre-
stargli il giuramento di fedeltà, ed
a ricevere dalle mani del Papa lo
scettro d' avorio. Per prendere poi
il possesso della sua dignità, va
con magnifica pompa al Campido-
glio, cavalcando una chinea del pa-
lazzo apostolico riccamente bardata,
preceduto da numerosa cavalcata.
Questa si fa tuttora se il senatore
prende possesso in forma pubblica
e con solennità, ma perchè si co-
CAV
nosca la diversità, che passa fra quel-
lo del secolo passato, e l' ultimo preso
nel corrente, ne riporteremo i due
seguenti.
Relazione dèlia nobilissima caval-
cata fatta nel possesso del sena-
tore di Roma, preso a' i!^ gen-
naio 17 12 dal marchese Mario
Frangipane.
Avendo Clemente XI dichiarato
senatore di Ronia il marchese Fran-
gipane, e stabilitosi il senatorio pos-
sesso con solenne cavalcata nel detto
giorno, vestito il senatore con sot-
tana di raso cremisi, e paludamento
di broccato d'oro, con preziosa col-
lana al collo, si portò privatamente
in carrozza dal Campidoglio al pa-
lazzo vaticano, ove introdotto dal
maestro di camera, e da due ceri-
monieri del Pontefice, genuflesso fece
il giuramento di fedeltà, facendone
rogito gli stessi cerimonieri. Quindi
Clemente XI gli consegnò lo scettro
d' avorio, e fatti dal senatore i de-
biti ringraziamenti, se ne partì. In-
tanto la cavalcata fu regolata dai
cerimonieri pontificii coli' ordine, che
diciamo. Cavalcava il bargello di
Campidoglio seguito dalle sue lancie
spezzate a piedi; indi succedevano
due tamburi dei fedeli , ed otto
sergenti, tutti con bande rosse, e
gialle di taffeltano, e penne simili.
Proseguivano due paggi con bande,
e penne tenendo impugnata nella
mano destra una spada nuda, e
nella sinistra una targa collo stem-
ma del nuovo senatore; un uilìciale
con bande, e penne e partegiana,
e il capitano de'capotori con bande,
e penne doppie, co'suoi servitori in
livrea.
Appresso venivano i rappresentanti
i quattordici rioni di Pvoma due per
due, con tamburo battente, rappre-
t
CAV
sentali ognuno da un officiale con ban-
da e penne, avente nella mano destra
la spada nuda, e nella sinistra un
targone con arme; da un capotoro
con penne e bande, da un deputa-
to coir insegna del rione, con ban-
de e penne, da un paggio che sos-
teneva la punta di dette insegne,
parimenti con bande e penne, e da
quaranta soldati marciando per quat-
tro, mentre marciava dopo il XIV
rione il tenente de' capotori. Ca-
valcava poscia il maestro di stalla
con quaranta muli, con testiere a-
dornate di penne gialle e rosse , e
guarnizioni inargentate, tirando car-
ri con casse coperte da portiere, e
guidale da mulattieri vestiti con
palandre di panno rosso, guarnite
di trine d'oro, collo stemma del se-
natore di lastra dorata sulla schie-
na, e berrettone rosso guarnito di
oro. Seguivano dieci cavalli da ma-
neggio, guidati da dieci famigli di
stalla vestiti come i mulattieri .
Quindi cavalcava una compagnia di
cavalJeggieri coi trombetti, e i pala-
frenieri dei Cardinali con mule bar-
date e cappello pontificale pendente
dalle spalle. A cavallo pur seguiva-
no quattordici mandatari di Cam-
pidoglio, con valigie del senatore
fregiate del di lui stemma. Proce-
devano in nobile cavalcata un co-
pioso numero di gentiluomini dei
Cardinali, dei baroni, e degli am-
basciatori, non che de' cavalieri ro-
mani ed esteri, regolati da quat-
tro signori romani deputati dal
Papa. Appresso canmiinavano quat-
tro trombetti vestiti di panno fi-
no di colore rosso , cogli svolazzi
alle trombe, aventi da una parte
l'arma del popolo romano, e dal-
la lira quella del senatore, prece-
duti da quattro tamburi colle livree
del popolo romano, decorati di cgua-
CAV 3i3
li insegne. Succedevano due paggi
a cavallo con due grandi stendardi
colle predette armi , ed altri due
paggi con ispada e targa: poscia
venivano i capotori, due altri trom-
betti del popolo romano, ed il te-
nente della guardia svizzera con
molti individui di questa. Altri due
paggi sostenevano lo stocco senato-
rio foderato di velluto cremisi, ed
il cappello di broccato; indi un mae-
stro di cerimonie pontifìcio, e molti
palafrenieri del senatore, sei de'qua-
li con bastoni dorati con arme del
Sommo Pontefice, del popolo ro-
mano, e del senatore.
In mezzo alla guardia svizzera
cavalcava il senatore con paluda-
mento di broccato, collo scettro d'a-
vorio in mano , sopra cavallo con
ricca gualdrappa di velluto cremisi,
ricamata d'oro, seguendolo un ser-
vitore coir ombrella serrata, che l'al-
zò così chiusa fuori della piazza Va-
ticana. Neil' uscire, che fece dal pa-
lazzo, apostolico , il senatore fu sa-
lutato dalla guardia svizzera , con
una salva di mortari , e passando
avanti Castel s. Angelo, si spararono
ventiquattro colpi di cannone. Ca-
valcavano poi appresso il senatore
i due collaterali di Campidoglio, il
giudice criminale, l'avvocato de' po-
veri di Campidoglio , il sostituto fi-
scale, il protonotario del senatore,
e il collegio de' notari capitolini. Se-
guiva la carrozza grande senatoria
con fiocchi neri , con altre due si-
mili, essendo vestiti i cocchieri con
maniche e giubboni di raso gial-
lo gallonato d'oro, con calzoni, e
sacconi rossi pure gallonati d' oro.
Procedendo la cavalcata per la stra-
da papale, tutta magnifica per gli
apparati, e tappezzerie esposte alla
finestre e loggie, pervenne al Cam-
pidoglio, ove smontato il senatore
3i4 CAV
da cavallo, s'avviò alla contigua chie-
sa di s. Maria d' Araceli , ed incon-
tralo dai minori osservanti, dopo aver
adorato il ss. Sacramento, e baciato
laltare maggiore, lasciò ivi un'obla-
zione. All'uscire della chiesa, i musici
collocati sul Campidoglio suonarono
lietamente, ed ossequiato il senatore
dai tre conservatori di Roma , e
priore de* caporioni, ascese nella sala
del palazzo senatorio, e postosi a se-
dere, consegnò il breve di sua ele-
zione al primo conservatore, il quale
lo diede a leggere allo scriba del sena-
to, dopo di che prestò il senatore il
consueto giuramento di conservare,
e mantenere i diritti e le preroga-
tive del popolo romano. E quindi
avendo ringraziati ed accompagnati
i conservatori, ed il priore de' ca-
porioni, ricevette le congratulazioni
della nobiltà, e fece imbandire un
sontuoso rinfresco, mentre a bene-
ficio del popolo le fontane dei due
leoni a pie delle scale di Campido-
glio gettavano vino; avvenimento
che fu anche festeggiato colla illu-
minazione del Campidoglio per due
sere con i sfarzo di cera , non meno
che con altre dimostrazioni giulive.
Tale Cavalcata e pompa è pur de-
scritta dal Piazza nel suo Emerolo-
gio dì Roma cristiana j ecclesiasti-
ca e gentile j tom. I, pag. 364 e
seg., nella qual funzione egli vede
rinnovarsi in Roma la memoria de-
gli antichi trionfi del celebra tissimo
Campidoglio.
Relazione della cavalcata e solen-
ne possesso preso il dì 21 giugno
18 18 dal principe d. Tommaso
Corsini della dignità di senatore
di Romaj conferitagli dal Ponte-
fice Pio VII.
Nel detto giorno, verso le ore
quattro pomeridiane, il novello se-
CAV
natore si portò privatamente al pa-»
lazzo apostolico Quirinale, ed occu-
pato l'appartamento detto delle con-
gregazioni , ivi ricevette i complimenti
degli ambasciatori, ministri esteri, e
principi romani, non che dei Cardi-
nali esternati dai loro rispettivi gen-
tiluomini spediti a tal uopo, ed anco
per corteggiarlo nella solenne caval-
cata. Giunta l'ora di ascendere al-
l' appartamento superiore, sospesa la
detta udienza, con pubblica forma-
lità, accompagnato dai maestri delle
cerimonie si recò nelle pontifìcie
camere, accolto da tutti i ceti delle
persone, che componevano la nobile
famiglia pontificia. Allorché il Papa
ebbe avviso, che il senatore era giun-
to, uscì dalle sue stanze vestito di
rocchetto e mozzetta , e postosi a
sedere sotto il trono, avendo a' suoi
lati il maggiordomo, il maestro di
camera, e facendogli corona tutte
le nobili persone componenti la ca-
mera segreta, fu quindi il senatore
introdotto da due cerimonieri avanti
al Pontefice, e, previe le consuete
cerimonie, andò a' piedi del me-
desimo, e genuflesso emise il con-
sueto giuramento di fedeltà verso
la di lui sacra persona, e suoi suc-
cessori, e di bene e fedelmente eser-r
citare il commessogli onorifico im-
piego, precipuamente nell' ammini-
strazione della giustizia. Indi ricevette
dal Papa lo scettro di avorio , in-
segna dell' autorità e giurisdizione
senatoria , colla consueta formula :
jéccipe sceptrunij et esto senator Ur-
bis. In nomine Patrisj et Filii^ et Spi-r
ritiis sancti. Amen.
Allora il senatore alzandosi in pie-
di pronunziò un eloquente ringra-
ziamento, cui rispose il Papa ade-
quatamente, e benedicendolo fece
ritorno alle sue stanze. 11 senatore
si recò nelle precedenti camere de-
CAV
sllnategli , aspettando il momento
per montare a cavallo, e recai'si alla
cavalcata per le vie destinate al
Campidoglio. Come fu tutto in or-
dine, incominciò la cavalcata nel
modo seguente.
Precedeva un picchetto di carabi-
nieri a cavallo per isbarazzare la
strada. Venivano quindi a lunghis-
sima fila le carvozze degli ambascia-
tori, e ministri esteri con entro i
rispettivi gentiluomini, che, come di-
cemmo, già erano slati nel palazzo
pontificio a complimentare il sena-
tore, in nome de' suddetti ambascia-
tori e ministri. Seguiva un altro
picchetto di carabinieri a cavallo ,
quindi apriva la marcia militare il
corpo dei pompieri col suo coman-
dante a cavallo. Marciava in seguito
im battaglione di granatieri di li-
nea, con banda e tamburi, alla testa
del quale eravi un capo di batta-
glione a cavallo. Segtiiya altro bat-
taglione di truppa civica, con ban-
da e tamburi , comandato da un
capo di baltaglione a cavallo. Dipoi
venivano le trombette ed i tamburi
del Campidoglio, quindi il capitano
della truppa capitolina a cavallo col
suo ajutante , il quale era seguito
da un plotone di uffiziali , e sotto
uffiziali della truppa suddetta. Im-
mediatamente sventolavano le ban-
diere dei quattordici rioni di Roma
in gruppo, alle quali teneva dietro
la milizia urbana dei capotori. Ap-
presso cavalcava un foriere del se-
natore, seguito da venti carriaggi
coperti , del medesimo senatore ,
il cui sopraintendente della scude-
ria seguivali con dieci cavalli da
maneggio. Indi venivano due sezio-
ni di dragoni, e due di carabinieri
a cavallo coi loro uffiziali ; quindi
i palafrenieri de' Cardinali a caval-
lo, col cappello Cardinalizio pen-
CAV 3j5
dente dalle spalle. Poscia cavalcava-
no i cursori della curia capitolina, e
i gentiluomini dei Cardinali. Succe-
devano egualmente a cavallo le
guardie nobili pontifìcie, ed imme-
diatamente appresso i camerieri d'o-
nore, e segreti di .spada e cappa del
Papa a cavallo. Quindi la banda
della truppa capitolina, cavalcando
poi iin paggio con valigia del sena-
tore, e due paggi di esso, uno collo,
stendardo del popolo romano, e l'al-
tro con quello del senatore. Veniva
intermedio il capitano della guardia
svizzera a cavallo, cui seguivano al-
tri due paggi dello stesso senatore
a cavallo, uno col cappello, l'altra
collo stocco senatorio. Dipoi un ce-
rimoniere pontifìcio a cavallo, e fi-
nalmente compariva il senatore d\
Roma principe Corsini nel nobile,
abito di sua dignità con sottana di
amuer ponsò, e rubbone di lama
d' oro, e consueta collana, cavalcan-
do un bellissimo destriere riccamen-
te bardato con valdrappa di vellu-
to cremisi ricamata d'oro, e coper-
tura fatta a rete d» seta e oro, con
istaffe e finimenti dorati. Circonda-
to egli era dai fedeli della camera
capitolina, e dalla guardia svizzera
del Pontefice. Si dee qui avvertire,
che il cavallo in nome del Papa ,
fu presentato al senatore nel punto
di ascendervi, dal cavallerizzo mag-
giore pontifìcio, mediante un breve
complimento , a cui rispose analo-
gamente il senatore. In seguito ve-
nivano sopra cavalli coperti d'uni-
forme, testiera^ e valdrappe di pan-
no nero, il primo collaterale eser-
cente pel senatore le veci di presi-
dente, il secondo collaterale, ed udi-
tore particolare del medesimo, i qua-
li come componenti il tribunale ci-
vile della curia capitolina, indossa-
vano maestosa toga ornata di vel-
3i6 CAV
luto, e fasciè nere. Ai giutlici civili
sucivdevail luo>i;otenenle criminale,
e giudice de' malefici! con egual to-
ga ed ornalo. Al lato del suddetto
erano l'avvocalo de' poveri del Cam-
pidoglio, ed il sostituto fiscale con
toga corrispondente alla low rap-
presentanza. Dipoi, con toga di saia
nera ornala di nobiltà, venivano il
protonotario del senatore, il decano
del collegio de' notari capitolini, ed
il capo notaro criminale, seguiti da-
gli altri notari collegiali in Ioga con-
simile, cui succedevano in abito nero
i sostituti dei medesimi. Chiudeva-
no il corteggio quattro magnifiche
«I «rozze del senatore coi suoi pala-
/ienieri a piedi con ricchissime li-
vree, terminando la cavalcata una
sezione di dragoni.
Tal cavalcata , a seconda della
notificazione anteriormente pubbli-
cista dai conservatori di Roma, per
invitare i romani ad ornare giusta il
cuìstume le finestre nei luoghi per cui
passava, dal Quirinale si diresse verso
Je quattro fontane, piazza Barberini,
via due Macelli, piazza di Spagna ,
via Condotti, corso, piazza di Vene-
zia, e piazza del Gesù, prosegui di-
rettamente fino al Campidoglio, ed
allorché il senatore della via Con-
dotti entrò nel corso, il Castel s.
Angelo sparò sessanta colpi di can-
none. Pervenuta la cavalcata al
monte capitolino , ne fu all' istan-
te annunciato l'arrivo dal festevo-
le suono delie campane del Cam-
pidoglio. Smontato il senatore da ca-
vallo, prima di tutto si recò al tempio
prossimo al palazzo senatorio, sagro
allaB.V. Maria, denominato d'Arace-
li , per fare i debiti ringraziamenti
a Dio onnipotente, e venne ricevuto
dai padri minori osservanti, che lo
officiano. Soddisfatta ivi dal sena-
tore la sua devozione, sah all'alta-
CAV
re , ne l)aclò con venerazione la
mensa, e lasciò in dono quattro son-
tuosi reliquiari d'argento. Adernpiu-
ti in tal modo gli atti religiosi, di-
scese dal tempio , sempre scortato
dalla guardia svizzera, e dalle ban-
diere de* rioni in due altre divise ,
col quale accompagnamento si con-
dusse alla gran sala di Campido-
glio del palazzo senatorio, ricevuto
dai conservatori di Roma , e dal
priore de' caporioni , come rappre-
sentanti del popolo romano, che in
unione dell'avvocato fiscale, prece-
duti da moltissimi patrizi e cava-
fieri romani, si avanzarono ad incon-
trarlo in cima al doppio scalone
fuori della porta d' ingresso della
pubblica sala, e lo condussero pres-
so la sedia senatoria maestosamen-
te eretta in fondo di essa, ove asceso
il senatore, e collocatisi tanto i conser-
vatori e priori de'caporioni vestiti col
rubbone d'oro, dal destro lato, quan-
to i giudici e fiscale dal lato sini-
stro, venne dal pro-scriba del sena-
to e popolo romano fatta ad alta
voce la lettura del breve apostoli-
co della dignità senatoria conferita-
gli dal Sommo Pontefice, ed an^-
Cora dell'atto del giuramento, che
doveva prestare il senatore nelle
mani dei conservatori di Roma.
Terminata la lettura del breve, il
senatore discese dalla sedia, e prestò
genuflesso il sohto giuramento col
tatto, e bacio dei santi evangeli, per
l'osservanza delle leggi. Dopo di ciò,
salito di nuovo il senatore sulla
mentovata sedia, il marchese Gaspa-
re Cavalletti de Rossi Belloni, co-
me primo conservatore, gli diresse
un discorso analogo, cui con gradi-
mento rispose con altro il senatore,
e terminato che l'ebbe, complimen-
tò sino alla porta i conservatori di
Roma, ed il priore dei caporioni, i
CAV
quali col loro seguilo si restituirono
iieir adiacente palazzo di loro resi-
denza.
Tornato il senatore nel suo ap-
partamento, fece imbandire copiosis-
simi rinfreschi a quelli che avevano
iàtto parte della cavalcata, i quali
dal medesimo furono tutti ringra-
ziati. JVelia sera poi, e in quella se-
guente, al palazzo senatorio vi fu
gran ricevimento, in cui il senatore
ricevè le congratulazioni della no-
biltà romana e straniera, del cor-
po diplomatico, e del sacro Collegio,
serviti tutti di magnifici rinfreschi.
Alle parrocchie di Roma il novello
senatore fece distribuire quantità di
pane pei poveri, e i due leoni di
l3asalte posti a pie della cordonata
di Campidoglio, per due giorni ver-
sarono vino, Io che pure segui nel
sottoposto foro romano, detto cam-
po Vaccino. Inoltre nelle medesime
sere fu vagamente illuminato il Cam-
pidoglio con emblemi ed ornati re-
lativi, e rallegralo venne dalle sin-
fonie delle orchestre, e dai fuochi
artificiali. Finalmente il nuovo sena-
tore ai 22 giugno, in forma pub-
blica, e con treno nobile si portò
alla visita della basilica vaticana, e
quindi fu ad ossequiare il Cardinal
decano del sacro Collegio. V. Se-
natore DI Roma, e Campidoglio ro-
mano.
§ V. Cavalcala degli Uditori della
Sagra Rota Romana.
Dopo le ferie dell'estate si apre
ogni anno il tribunale della rota
nei primi di ottobre : laonde con
preventivo invito tutti i Cardinali ,
prelati di fiocchetti, ambasciatori,
ministri esteri, principi, e primarii
della romana nobiltà e curia, fino ad
anni addietro , mandavano i loro
gentiluomini a cavallo al palazzo
CAV 3i7
dell' ultimo uditore, ove erano trat-
tati di rinfresco. Giunta l'ora della
cavalcata, il menzionato pi elato, ve-
stito di sottana e fascia paonazza,
con rocchetto, e mantellone paonaz-
zo, con berretta in capo, e col cap-
pello pontificale sopra di essa, ascen-
deva su mula pontificia bardata di
ricco finimento e gualdrappa pure
paonazza, ed in mezzo a due avvo-
cati concistoriali, con nobile seguito,
si recava dal penultimo viditore di
rota, che vestito in egual modo, e
cavalcando una mula egualmente
del palazzo apostolico, sebbene \V
Papa abitasse al Quirinale, o altrove,
si avviava con lui, al palazzo vaticano.
Preceduti da numerosa cavalcata dei
menzionati gentiluomini, non che
degli avvocati e curiah, ossiano i
procuratori di collegio, ed i procu-
ratori rotali, coi propri famigliari a
pietli, alcuni de' quali con bastoni
dipinti in mano, fregiati dell' arma
della rota, giungevano all'atrio vati-
cano, dove tutti discendevano, e do-
ve i due uditori deposti i cappelli
e i mantelloni, assumevano le cappe
violacee , ed andavano nella sala
del tribunale, chiamato auditorio ,
incontrati dal decano, e dai prelati
colleghi per ordine di anzianità. Do-
po la messa dello Spirito Santo, ce-
lebrata dal loro cappellano, passava-
no nella camera contigua all' udito-
rio, ove discioltesi le cappe si pone-
vano a sedere nel banco coperto di
strato, e assistevano alla lettura delle
pontificie costituzioni riguardanti^ il
tribunale della rota, che faceva un
notaro di esso, vestito con lunga ve-
ste paonazza, terminata la quale,
r ultimo uditore pronunziava una
breve orazione sulla retta ammini-
strazione della giustizia, alla pre-
senza di gran parte della curia.
Quindi raccolte dagli uditori le cap-
3i8 CAV CAV
pe spiegate, pa^^sando ij;li uditori al- tarli, venendo trattati di cioccolata,
la caiuera dell' udiloiio per i iccvere e paste, non servendosi di gelati, se
i conipiinienti degl'intervenuti alla non l'uditore novizio dove vi fosse,
cavalcata, e chiusesi le porte, il de- allorché si reca a visitare i detti due
cauo recitava l' orazione Adsuniux, colleghi. Altrettali visite e corteggio
Doininc Sancte SpirituSj attiihuita fanno i segreti degli altri uditori di
a s. Isidoro vescovo di Siviglia, la rota, i quali poi vanno al palaz-
tjuale nelle successive rote viene ri- zo vaticano per ricevere la cavalca-
petuta per ordine da tutti gli udi- ta. Tutti gì' invitati, cioè i Cardina-
tori. Terminata la preghiera, il de- li, prelati di fiocchetti, corpo diplo-
cano distribuiva i fiori, e l'elenco malico, principi, e primaria nobiltà
delle rote, che in progresso doveva- romana mandano i loro gentiluomi-
no aver luogo. Ciò fatto, i due ul- ni a complimentare i predetti due
timi uditori, riassunto il maiitellone, ultimi uditori, lo che s'intende effet-
e il cappello pontificale, dal Valica- tuato per V intiero tribunale. Ter-
no, preceduti dal medesimo corleg- minale tali visite, 1' ultimo uditore
gio, facevano ritorno alle rispettive parte dalla sua abitazione preceduto
abitazioni, onorificenza singolare, dap- dai pontifìcii dragoni a cavallo, da
poiché questa era l'unica cavalcala, la due servitori colle mazze munite
<|uale tanto nell'andata, che nel ritor- delle insegne rotali^ e da un pala-
no si faceva dopo il riaprimenlo del freniere con la mula bianca barda-
tribunale, col suono della campana ta del palazzo apostolico, avendo egli
di s. PielrOj cioè di quella detta del- preso luogo nella propria carrozza
la rota, e colla parata delle guar- di gala, vestito di mantellone e roc-
die della guarnigione di Castel s. chello, col decano de' suoi servi, ai-
Angelo, sì nell'andata che nel ri- la portiera col cappello pontificale,
torno, duplice distinzione che in Ro- Seguono immediatamente i procu-
ma non può vantare verun altro ratori rotali, ciascuno nella propria
tribunale. /^. Domenico Bernini, // carrozza. In tal modo si procede al
Tribunale dtlla s. Rota Romana , palazzo del penultimo uditore, il qua-
Roma 1 7 1 7, capitolo VII, della ca- le ascende la carrozza dell' ultimo, e
calcata della Sagra Rota ec. piglia il primo posto, mentre nella
Attualmente, non avendo più luo- di lui carrozza vanno i cappellani,
go la cavalcata, sebbene se ne con- I servi del penultimo si uniscono
servi il nome, ecco quanto si prati- allora a quei dell' ultimo, anche
ca, rimanendo nel lesto fermo quan- essi colle mazze, ed il decano del
to descrivemmo. JVella maltina fis- primo sostiene il cappello pontiflca-
sata per \ apertura della Rota, i le all' altra portiera. Cosi la di
procuratori, tanto rotali che di col- lui mula bardata del palazzo apo-
legio, in abito nero lungo di sotta- slohco si unisce all'altra, ed in tal
na e ferrai uolone, e con berretta, ver- modo, essendo la via tutta coperta
so le ore otto antimeridiane, si re- di sabbione, il corteggio giunge al
cano da! penultimo uditore di rota, Vaticano, ritornando nel medesimo
e quindi dall' ultimo per complimen- modo, donde era partilo.
FINE DEL VOLUIVIE DECIMO.
0
^»bUI l
ca
BX 841 .n67
1840
sncR
Noroni , Gaet
ano.
1802-1883.
Dizionario d
i erudizione
storico-ecc
lesiast
ica
AFK-9455 (awsk)